Il problema dei debiti interalleati

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 10/01/1919

Il problema dei debiti interalleati

«Corriere della Sera», 10[1] e 20 gennaio; 4, 11, 14[2] e 22[3] febbraio; 3[4], 6[5], 20[6] e 21[7] marzo; 11 ottobre[8] 1919

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 3-41

 

 

 

I

 

Di un possibile tributo sul carbone

 

Quando si parla di «fronte unica finanziaria» si suppone implicitamente l’esistenza di «mezzi» con cui far fronte all’onere degli interessi e dell’ammortamento del titolo di debito internazionale, che, ad esempio, il signor Stern ha proposto alla commissione della camera francese. Tra i possibili «mezzi», fu accennato alla convenienza di istituire un tributo internazionale su materie prime di grande importanza, come il carbone, il petrolio, lo zolfo, il cotone e simiglianti. Sovrattutto il carbone sembra abbia richiamato l’attenzione di autorevoli uomini politici. Il nostro ministro del tesoro ha presentato l’imposta sul carbone come ipotesi possibile (vedi riassunto di un’intervista avuta dal professore Attilio Cabiati coll’on. Nitti, nel «Secolo» del 12 dicembre). Trattasi quindi di ipotesi la quale può essere esaminata senza incorrere nella taccia di occuparsi di idee non suffragate almeno da un qualche fondamento.

 

 

L’idea sarebbe questa: una commissione internazionale finanziaria, la quale sarebbe uno degli organi esecutivi della futura Società delle nazioni, riscuoterebbe alla bocca dei pozzi carboniferi un’imposta di 5, 10, 15 o 20 lire – l’unità monetaria dovrebbe essere fissata a parte – per ogni tonnellata di carbone scavato. Il prodotto dell’imposta verrebbe versato nella cassa comune; e servirebbe al servizio del debito pubblico internazionale. L’esazione sarebbe fatta per mezzo di funzionari speciali dipendenti esclusivamente dalla commissione internazionale, ovvero per mezzo dei controllori giurati che per varie ragioni (paghe, salario, contributi a casse pubbliche di assicurazione sociale, tasse minerarie, statistiche, ecc.) per lo più già funzionano in ogni miniera.

 

 

L’imposta sarebbe quasi universale perché quasi tutto il carbone prodotto nel mondo si ottiene nei paesi belligeranti, alleati o nemici. Sfuggirebbe essa perciò all’obiezione fondata rivolta in ognuno dei paesi produttori quando in passato si proponeva di istituire un’imposta sulla produzione od esportazione del carbone: quella cioè di favorire la concorrenza del carbone estero esente e di danneggiare gravemente non solo l’industria carbonifera nazionale, ma anche la marina mercantile. Obiezione che aveva fatto subito abolire il dazio di esportazione di 1 scellino per tonnellata istituito in Inghilterra all’epoca della guerra anglo-boera. Ove l’imposta fosse universale o quasi, i diversi paesi produttori rimarrebbero nella medesima posizione rispettiva di prima. Forse sarebbero alquanto avvantaggiati i produttori di carboni fini, più pregiati in confronto di quelli produttori di carboni di scarso valore: ed occorrerebbe trovare a ciò qualche temperamento.

 

 

Quanto produrrebbe un tributo sul carbone? Nell’intervista citata del nostro ministro del tesoro si faceva l’ipotesi di un diritto di 15 scellini per tonnellata, corrispondenti alla parità dei cambi a lire italiane 18,92. Trattasi di una pura ipotesi, alla quale sostituirò quella più semplice aritmeticamente di 10 lire, facilmente sostituibile con altre di maggiore o minor mole.

 

 

Nel 1913, ultimo anno normale, la produzione mondiale poteva calcolarsi (in milioni di tonnellate inglesi) così:

 

 

Stati uniti

504,5

Gran Bretagna ed Irlanda

287,4

Germania

192,0

Francia

41,0

Russia

33,0

Belgio

23,0

Giappone

21,0

Austria-Ungheria

17,4

India

15,5

Australia

14,9

Canada

13,5

Sud Africa

9,8

Spagna

3,8

Altri Paesi

144,2

___________

Totale 1321,0

 

 

 

Non tutto il miliardo e 321 milioni di tonnellate potranno essere assoggettati all’imposta: sia per essere estratti in territori di stati non belligeranti e non aderenti all’idea di contribuire al servizio del debito internazionale creato per la guerra, sia per la diminuzione del consumo provocato dall’aumento del prezzo, sia per difficoltà di accertamento e di tassazione dei carboni minuti, della polvere, delle qualità inferiori ecc. Supponendo che la quantità tassata potesse essere di 1 miliardo di tonnellate, il gitto dell’imposta sarebbe di 10 miliardi di lire all’anno, sufficienti al 4,50% all’anno di interesse e 0,50% di ammortamento a fare il servizio di 200 miliardi di debito. Sarebbe certamente una ragguardevole frazione del debito di guerra la quale troverebbe così la sua base tributaria. Il debito di guerra dei quattro alleati principali – Stati uniti, Inghilterra, Francia ed Italia – si aggirerà sui 430 miliardi; aggiungendovi i debiti degli alleati minori e forse, a seconda delle circostanze, quelli della Russia, della Boemia e di altri popoli eventualmente assimilati si potrà anche arrivare ai 600 miliardi. Circa un terzo sarebbe coperto dal tributo sul carbone.

 

 

Naturalmente, non bisogna credere che esso verrebbe pagato in proporzione alle cifre ricordate sopra, che son quelle con cui i vari stati concorrono alla produzione mondiale. Il tributo, per quanto riscosso alla bocca del pozzo a carico dei produttori, finirebbe probabilmente per la parte maggiore ad incidere sui consumatori. Anche i paesi che poco o nulla producono, come l’Italia, i paesi scandinavi, l’Olanda, l’America del sud, ecc., sarebbero incisi dal tributo; ed uno dei suoi pregi sarebbe, secondo i proponenti, appunto la possibilità di far contribuire anche i neutri al servizio del debito pubblico creato per difendere la causa della libertà del mondo. Un altro vantaggio dell’incidenza sui consumatori sarebbe quello di facilitare il consenso dei due maggiori alleati, l’Inghilterra e gli Stati uniti, i quali esportando nel 1913 circa 97 e 23 milioni di tonnellate rispettivamente, non farebbero opposizione troppo viva al nuovo tributo, pensando che in parte potrebbero rivalersene su altri paesi. Anche il Belgio, che esportava 6,7 milioni di tonnellate, ed il Giappone con 3,8 vedrebbero facilitato il loro assenso.

 

 

Né dimentichiamo che la Germania, grazie alla sua esportazione di 44 milioni, sarebbe meno riluttante ad applicare un tributo che su di essa graverebbe senza riuscirle, almeno nell’intenzione dei proponenti, di alcun vantaggio finanziario, non essendo il suo debito di guerra fuso nel futuro debito internazionale. In conclusione, al pagamento del nuovo tributo contribuirebbero principalmente, ove si supponga che esso incida sui consumatori, e che le quote di produzione si riducano di un sesto per cali, ecc., sugli Stati uniti per circa 4 miliardi di lire, l’Inghilterra per 1,6, la Germania per 1,2, la Francia per 500 milioni, l’Austria con 110, l’Italia con 100; e per la parte residua sino a giungere ai 10 miliardi di lire quasi tutti gli altri paesi del mondo in proporzioni variabili. Per quanto le cifre ora riportate debbano essere assunte con la più grande circospezione, essendo infinite le maniere con cui le imposte si ripercotono in varie direzioni, tuttavia si può affermare che il proposto tributo obbligherebbe i paesi nemici a contribuire al servizio del debito internazionale e distribuirebbe, tra gli alleati, il carico comune a preferenza su quelli più ricchi ed industrialmente progrediti.

 

 

Fa d’uopo non chiudere gli occhi dinanzi alle difficoltà che dovrebbero essere superate per creare l’imposta sul carbone. E prima le difficoltà tecniche alle quali ho già accennato. Or è più di mezzo secolo, W. Stanley Jevons, l’autore del libro The Coal Question, che rimane ancora oggi lo scritto classico sul problema del carbone, scriveva:

 

 

I carboni differiscono siffattamente in ispecie e qualità e grossezza, che una imposta uniforme sarebbe proibitiva rispetto al consumo dei carboni minuti ed inferiori e grandi masse andrebbero perdute e bruciate nei mucchi di scarto. Un diritto proporzionato al valore del carbone o graduato a seconda della sua grossezza provocherebbe fastidi e frodi senza fine.

 

 

La saggezza di queste osservazioni è fuor di dubbio; sicché il compito che la futura commissione internazionale tributaria dovrebbe assolvere sarebbe per fermo intricatissimo.

 

 

Ma forse è ancor più rilevante l’obiezione che può muoversi allo schema dal punto di vista dell’equa ripartizione delle imposte. Citiamo ancora lo Jevons:

 

 

Un rialzo nel prezzo del carbone, sia a causa di imposte o di scarsità, farebbe gravare su di noi un tributo nel tempo stesso aperto ed insidioso come forse non accade in nessun altro modo di prelevare imposte. Attraverso al carbone noi saremmo tassati su ogni cosa e in ogni momento. Il nostro cibo sarebbe colpito mentre attraversa l’oceano, quando è scaricato sulle banchine colla forza di meccanismi mossi dal carbone, quando è trasportato dalla locomotiva, quando i cereali sono macinati e la farina è impastata e cotta in forni riscaldati col carbone e la carne è bollita od arrostita in cucina. I mattoni e la calce, le ferramenta da costruzione, il legname che è trasportato, segato e piallato al vapore, sarebbero tassati. L’acqua potabile che è pompata nelle nostre case e le acque di scarico che sono spinte nei canali neri, ed il gas che ci illumina, sarebbero tassati. Non un oggetto di mobilio o di ornamento, non un filo dei nostri vestiti, non una carrozza in cui facciamo una corsa, non un paio di scarpe sfuggirebbe alla sua quota di incidenza dell’imposta sul carbone. Molti oggetti sarebbero colpiti più e più volte lungo i successivi stadi di fabbricazione. Le materie gregge sarebbero gravate sia per il costo del trasporto a vapore, sia per il trasporto sulle ferrovie ed ancora per il rincaro del macchinario con cui debbono essere manufatte e del motore che fa muovere il macchinario. Ad ogni passo qualche strumento, qualche materia, qualche operazione risentirebbe il maggior costo del carbone tassato.

 

 

Queste obiezioni del grande economista inglese sono state ripetute ogni volta che nell’ultimo mezzo secolo si è tentato di istituire in Inghilterra un’imposta sulla produzione del carbone e sempre ne hanno impedito l’attuazione. La piccola tassa sull’esportazione durò anch’essa pochissimo. Se oggi si vorranno superare – data la grandezza e la difficoltà del compito di provvedere al servizio del debito di guerra – quelle obiezioni, farà d’uopo che la futura commissione internazionale abbia la facoltà di esigere, accanto ad un imposta sui consumi, ad una imposta la quale inavvertitamente, come dimostrò nel brano citato lo Jevons, cresce il prezzo di quasi tutti gli oggetti consumabili, una imposta la quale colpisca la ricchezza. Altrimenti il sistema tributario della Lega delle nazioni riuscirebbe sperequato; e non è concepibile che gli statisti d’oggi vogliano fondare la lega con tale peccato d’origine. Jevons, il quale respingeva il tributo sul carbone, voleva ammortizzare il debito pubblico inglese con l’imposta di successione. Le due imposte, invero, sebbene paiano così lontane, hanno un carattere in comune: incidono su una ricchezza che si distrugge. Il tributo sul carbone grava su un minerale il quale è destinato ad esaurirsi; il tributo successorio assorbe e consuma, per le spese correnti di stato, una parte della ricchezza costituita, la cui conservazione, ed anzi il cui incremento sono essenziali per il progresso del paese. Sarebbe un buon uso di questi due tributi destinarne il prodotto a pagare gli interessi e ad estinguere il capitale del debito internazionale. Così, a mano a mano che si consuma la ricchezza privata, scema il carico di debiti gravante sullo stato. So bene che gli eredi possono e dovrebbero pagare l’imposta successoria con un risparmio sul nuovo reddito che acquistano. Ma non tutti lo fanno e per tale via il tributo successorio tende a scemare la ricchezza già esistente. L’un tributo, quello successorio, gravando specialmente sui ricchi, bilancierebbe in parte quel che v’ha di contrario ai canoni della giustizia tributaria nel balzello sul carbone. Ma chi non vede quanto è ardua l’impresa di devolvere ad un organo internazionale l’esazione del tributo successorio! Diminuirebbe le esenzioni ottenute mercé il collocamento all’estero delle fortune private; ed aumenterebbe perciò la resa tributaria. Ma urterà certamente contro ostacoli gravissimi.

 

 

Non è inutile avvertire che il tributo, di cui qui si discorre, non ha nessun rapporto logico col monopolio del carbone che fu proposto dal governo per l’Italia. Sono due concetti affatto diversi, ognuno dei quali deve essere giudicato per se stesso. Fu affermato, in verità, che il monopolio italiano gioverebbe all’attuazione dell’idea dell’imposta internazionale sul carbone. Ma fu una di quelle affermazioni, per cui si distinguono gli uomini politici, dette in tono solenne e misterioso; ma dietro al quale c’è il vuoto assoluto. Almeno si può affermare che si tratti di vuoto assoluto finché non siano chiaramente spiegate le ragioni per cui un monopolio della vendita assunto dallo stato in un paese (Italia) può facilitare l’esazione di un’imposta alla bocca della miniera in un paese tutt’affatto diverso (Inghilterra o Stati uniti). Io ho provato ad immaginarne taluna; ma non me n’è venuta in mente nessuna ragionevole. Forse altri sarà più fortunato di me. Frattanto, importa discutere un problema separatamente dall’altro. L’imposta sul carbone, la quale, per necessità fiscale, implica il controllo della miniera produttrice e l’esazione alla bocca del pozzo, liberi poi i produttori di vendere a privati commercianti od a stati monopolisti, è già un problema grandioso e va studiato cautamente, senza lasciarsi distrarre da artificiose complicazioni. Non presumo certamente di avere indicato una soluzione sicura del problema del servizio del debito internazionale. Per ora basti aver posto alcuni termini di una possibile soluzione.

 

 

II

 

E le rivendicazioni economiche?

 

Il ministro Crespi è stato nominato membro del Consiglio supremo degli approvvigionamenti che risiede a Parigi per regolare la distribuzione delle derrate alimentari e delle materie prime tra le nazioni alleate, neutre e nemiche. A lui è stato affidato pure il compito di dirigere la preparazione e il coordinamento degli studi e degli interessi d’ordine economico per la conferenza della pace. Accanto ai delegati politici era necessario ci fosse il delegato economico, essendo necessario che l’opinione pubblica cominci ad interessarsi seriamente alla discussione dei problemi economici, i quali dovranno esser risoluti alla conferenza di Parigi. Molto si scrive e più si discorre delle rivendicazioni politiche che l’Italia dovrà far sue attorno al tavolo della conferenza; e si è in ansia sul meno e sul più che l’on. Sonnino ed i suoi colleghi chiederanno ed insisteranno per ottenere. Ma chi parla delle rivendicazioni economiche o finanziarie che l’Italia dovrà presentare a Parigi? Chi si interessa di sapere in qual senso e in qual misura i destini materiali del nostro paese saranno determinati dalle decisioni parigine?

 

 

Eppure di sei punti, che sui quattordici del celebre discorso di Wilson dell’8 gennaio 1918 avevano carattere generale – diplomazia pubblica, libertà dei mari, uguaglianza di trattamento nelle convenzioni commerciali, riduzione degli armamenti, governo e ripartizione delle colonie, società delle nazioni – parecchi hanno un carattere nettamente economico; il che fa vedere il gran peso che alla soluzione di questi problemi dà il presidente degli Stati uniti.

 

 

I nostri uomini di governo danno ad essi un ugual peso? Quale è la preparazione di studi, di dati, di documenti probanti e seri con cui i delegati italiani si sono avviati alla conferenza, sì da affidare il paese che le sue ragioni saranno efficacemente sostenute? Confidiamo che quegli studi siano stati intrapresi e condotti a termine per tempo. Il ministro Stringher, che è stato fino a ieri a capo del maggior osservatorio economico esistente nel nostro paese, la Banca d’Italia, che ha scritto relazioni, le quali sono fra le cose più informative che si abbiano sull’economia di guerra in Italia, ed è studioso serio, osservatore sagace, non facile a lasciarsi trascinare, e cauto nell’assumere impegni od avanzare pretese, ha le qualità e i mezzi necessari per sostenere le ragioni dell’Italia in merito alla pace economica, con competenza, moderazione e fermezza. Sono le qualità, le quali giovano maggiormente quando si ha da fare con uomini, che non si lasciano fuorviare dalle esagerazioni, ma hanno il dovere di consentire alle richieste seriamente documentate e fermamente sostenute.

 

 

L’Italia ha parecchie richieste da presentare, serie, anzi di una grande gravità e urgenza per il nostro assestamento economico e finanziario. Dal loro esito dipendono in gran parte la ripresa economica del paese, la sua pace sociale, la sua capacità a partecipare con frutto alla risorta vita internazionale. L’Italia ha diritto di partecipare agl’indennizzi che dovranno esser pagati dagli imperi centrali. Anche se calcolati entro i limiti della risposta dell’intesa al presidente Wilson, la quale servì di base all’armistizio con la Germania, si tratterà pur sempre di decine di miliardi d’indennizzo per danni arrecati dal nemico alle cose e alle persone. L’Italia, che ebbe alcune sue belle provincie soggette ai danni dell’invasione e molti danni subì a causa delle operazioni di guerra, ha diritto di partecipare a questi indennizzi. Ma chi ce li pagherà? I nuovi stati che hanno preso la successione dell’Impero austro-ungarico, di cui alcuni sono divenuti nostri amici ed altri saranno probabilmente insolventi? La guerra fu condotta per causa comune. Unico fu lo sforzo, e unica deve essere la responsabilità dei nemici verso di noi. Ecco un gravissimo problema che importa sia bene impostato e la cui soluzione più giusta, che è anche quella più favorevole a noi, deve essere vigorosamente sostenuta dal nostro delegato economico.

 

 

Le spese di guerra non sono giunte alle cifre fantastiche, superiori all’ammontare della ricchezza nazionale, che alcuni farneticano; ma è pur certo che i debiti da cui l’Italia è gravata in conseguenza della guerra, giungono ad altezze quali proporzionalmente non si hanno in nessun altro dei grandi paesi belligeranti dell’intesa. Se altri trova duro di dover sottostare a debiti bellici uguali al quinto o al quarto o al terzo della ricchezza privata dell’anteguerra, che dire di noi che, senza contare i vecchi debiti, già ora dobbiamo guardare ad un debito nuovo indubbiamente molto alto in confronto alla ricchezza nostra, quale poteva essere con larghezza calcolata nel 1914? Non si impone una perequazione? La fronte unica finanziaria, rimarrà una frase priva di contenuto? La proposta del deputato francese Stern, od altra simile, di creazione di un debito internazionale il cui servizio sia poi ripartito in ragione della ricchezza dei vari stati alleati e associati, entrerà nella realtà? Cadranno nel vuoto le proposte di passar la spugna sui prestiti di guerra fatti agli alleati, che ci vengono da autorevoli voci inglesi e nordamericane? Tutto dipende dalla vigoria con cui se ne faranno propugnatori i delegati italiani e francesi. Né gli italiani debbono farsi trascinare a rimorchio dai francesi; ma porre essi il problema, come ce ne dà diritto la grandezza dei sacrifici finanziari sostenuti.

 

 

Per la ripresa economica l’Italia ha bisogno urgente di approvvigionamenti cospicui, ed occorre che i privati possano comperare largamente, senza le pastoie dei vincoli governativi; ma occorre altresì che il governo s’intenda con gli Stati uniti e con l’Inghilterra affinché gli acquisti, che debbono essere copiosi e rapidi, non disorganizzino i cambi, perturbando per un altro verso la vita del paese. Non si dice che l’acquisto venga fatto dai privati e il pagamento dallo stato; ma che i delegati italiani sappiano ottenere facilitazioni per i pagamenti, sicché il livello attuale dei cambi, mantenuto artificiosamente basso dalla politica suicida di non lasciar comprar nulla, non sia mutato in peggio.

 

 

Tutti gli stati avranno il proprio fardello di imposte da sopportare. Anche noi. E siamo disposti a pagare. Ma si è a sufficienza ponderato il problema di coloro che non vorranno pagare e andranno alla ricerca dei paesi a tassazione minima? Non urge che i nostri delegati pongano le fondamenta di accordi internazionali per l’accertamento dei redditi, per le denuncie in caso di successione, per i titoli al portatore, i quali giovino a diminuire i pericoli di evasione?

 

 

Su nessuno di questi punti noi incontreremo ostacoli insormontabili; bene spesso avremo il consenso di altri stati che hanno i medesimi nostri interessi, e sempre la benevolenza di quelli che debbono riconoscere il nostro diritto ad un aiuto. Ma nulla si fa senza sforzo, senza interessamento vivo, senza solerte preparazione.

 

 

III

 

La questione preliminare

 

Le sedute del congresso di Parigi presentano ai nostri occhi uno spettacolo non si sa se più appassionante o più grandioso. Ardui problemi coloniali e territoriali, questioni di confini, creazioni di repubbliche e di regni nuovi vengono dibattuti dinanzi ad un areopago mondiale, in cui seggono, arbitre definitive, due potenze delle quali una non è affatto interessata nella ripartizione delle spoglie della guerra; e l’altra lo è mediocremente.

 

 

Non vi sono interessati gli Stati uniti, i quali nulla chieggono per sé e vogliono giustizia per tutti; ed i fatti provano come sia giunto oramai al culmine quel movimento di idee, il quale iniziatosi col celebre rapporto indirizzato il 31 gennaio 1839 da Lord Durham alla giovinetta regina Vittoria sugli affari del Canada, ha condotto alla indipendenza praticamente assoluta delle grandi colonie inglesi dalla madrepatria. Talché si può contemplare senza meraviglia, perché logica conseguenza di uno sviluppo storico unico forse al mondo, ma effettivo e stupendo, il fatto di stati facenti parte della costellazione delle comunità anglo-sassoni, i quali vorrebbero annettersi colonie tedesche, ma ne sono impediti dalla madrepatria, associata agli Stati uniti nel proclamare invece spassionatamente l’appartenenza alla Società delle nazioni.

 

 

Un nuovo mondo si crea, un nuovo ordine di cose nasce. Per iniziativa dei popoli anglo-sassoni, nei cui domini si sono compiute esperienze fecondissime di creazione di stati nuovi, di trasformazione di territori abitati da barbari e da sparsi coloni in stati sovrani, si tenta la estensione a tutto il globo del medesimo principio, il quale informa di sé la confederazione americana e la comunità britannica delle nazioni.

 

 

Noi siamo pronti ad accogliere con fede, con speranza viva il nuovo ordine di cose. Anche quando esso, instaurandosi, necessariamente viene a toccare interessi nostri gelosissimi; anche quando fa d’uopo rassegnarci a lasciar discutere dei confini nostri, dei nostri monti, dei nostri fiumi, del sangue nostro da potenze marittime ed extraeuropee, la cui politica tradizionale è stata ed è ancora quella delle mani nette da ogni impegno nel torbido groviglio delle lotte nazionali della martoriata Europa continentale. Si sono, alfine, questi isolani e questi trasmarini decisi ad intervenire nelle nostre contese, a segnare il confine giusto tra romeni e serbi, tra polacchi e czecoslovacchi; partecipano alle commissioni d’inchiesta sulle faccende più gelose dei vecchi e nuovi stati; si apparecchiano forse a dire una parola decisiva sulle aspirazioni della Francia sul Reno, sulle rivendicazioni sacrosante dell’Italia a riunire in un corpo solo le sparse membra della sua famiglia? Noi siamo pronti a riconoscere che il loro intervento è promettitore d’un più felice avvenire all’umanità. Non solo è giusto perché la flotta inglese serbò intatto, durante la guerra, il dominio dei mari come ai tempi di Nelson, costringendo le navi corsare nemiche a rintanarsi nei loro porti, combattendo pertinacemente la minaccia sottomarina, consentendo il vettovagliamento degli eserciti e delle popolazioni; perché l’esercito inglese, trasformato da «piccolo spregevole» manipolo in un colossale organismo modernissimo, sostenne la sua parte tremenda dell’urto germanico; perché gli Stati uniti ci fornirono armi, munizioni, ferro, carbone, viveri e mandarono in Europa quegli ultimi milioni di uomini, la cui presenza ed il cui timore crescente diede il tracollo alle ultime speranze del nemico. È necessario, come auspicio e come garanzia. È giusto, è necessario, perché solo la contemplazione di un vecchio stato come quello britannico, retto un tempo a forma di governo centrale dominatore su popoli soggetti, il quale, persuaso del pericolo mortale delle vecchie forme politiche, ne fa gitto e da ottant’anni in qua ogni giorno meglio scopre ed attua nuove forme di governo ed ha già saputo far sorgere, attorno alla madrepatria, tre grandi federazioni e due stati indipendenti, liberi da ogni vincolo di tributo o di servizio personale, eppure accorrenti volonterosamente alla difesa della causa comune nell’ora del pericolo; perché solo la visione meravigliosa delle tredici antiche colonie nordamericane, le quali si estendono, per filiazione, su un intero continente e dal deserto fanno sorgere 46 stati sovrani e 4 territori, autonomi eppure uniti, in cui vivono concordi bianchi e negri, discendenti dei primi coloni olandesi e successivi immigranti anglo-sassoni, da cui vennero in Europa per combattere soldati italiani e slavi, tedeschi e russi, inspirati tutti dall’uguale desiderio di lotta contro il male e la prepotenza – ci possono far sperare che un uguale ordine di cose politiche possa instaurarsi in Europa.

 

 

Perciò noi accettiamo che gli anglo-sassoni delle due famiglie britannica e nordamericana intervengano nelle cose nostre. Ne ascolteremo con riconoscenza i consigli, ben sapendo che saranno consigli di bene.

 

 

Non dimentichino però essi che il loro intervento fu anche determinato dall’interesse proprio e mira a fini comuni. L’Inghilterra, accorrendo in difesa del Belgio e della Francia, difese le coste della Manica, salvò la propria esistenza come nazione libera, tutelò le sue venture generazioni dal tremare sotto i colpi del cannone tedesco. Gli Stati uniti videro che se non schiacciavano sin dall’inizio il sorgente impero militare medio europeo, questo avrebbe in un momento successivo preteso al dominio universale. Oggi essi mirano a costruire la nuova città. Se si arrogano il diritto di decidere dell’assegnazione di colonie e di territori poco inciviliti, se danno opera a sbrogliare la matassa dell’Europa media e dei Balcani, se subordinano al proprio consenso la determinazione dei confini francesi ed italiani, tutto ciò fanno perché è nell’interesse loro che si formi un’Europa pacificata, in cui le nazioni tutte libere ed indipendenti, quanto più è praticamente possibile nei loro chiusi territori, possano, senza ricordi di odio ed aspirazioni di rivincita, collaborare all’opera comune della civiltà. Vogliono i due rami della famiglia anglo-sassone assicurarsi contro il rischio ricorrente di un impero militare, il quale minacci la loro esistenza e li distolga dalle opere di pace. Ed han ragione; e nessuno più degli italiani, soggetti al medesimo rischio mortale, ha interesse di plaudire all’opera sapiente e provvida.

 

 

Ma nessun edificio sorge saldo, il quale non sia costruito sul granitico fondamento della giustizia distributiva. Contro ai vantaggi incommensurabili della distruzione dell’impero militare tedesco e della costruzione della Società delle nazioni libere ed uguali, stanno costi terribili, in uomini e in denaro. Comune è l’onore ed il vantaggio. Si è pensato abbastanza che comuni debbono essere i costi? Purtroppo Francia ed Italia non potranno mai ricevere un compenso per i milioni di uomini giovani e fiorenti che esse hanno offerto in olocausto alla causa comune. Esse si sono dissanguate a dismisura più degli altri grandi stati che ora dirigono l’areopago delle nazioni. Di ciò Francia ed Italia non si lagnano. Era la loro sorte fatale di sentinelle avanzate della volontà di vivere o morir liberi contro chi pretendeva al dominio universale.

 

 

Vi sono però i costi valutabili in denaro, di ricchezze sperdute, di terre e case distrutte, di sacrifici eroicamente sopportati, di centinaia di miliardi di debito incontrato per la causa comune. La perequazione, il conguaglio dei costi si impongono come un preliminare necessario innanzi di raccogliere i frutti che solo da quel sacrificio sono stati resi possibili. Nelle sedute del congresso di Parigi si è parlato di molte cose; ma finora non abbiamo visto, con stupore grande, che sia stato affrontato il problema della ripartizione fra gli alleati del costo della guerra.

 

 

Eppure questo è il punto preliminare che deve essere risoluto. I particolari delle applicazioni potranno essere rinviati alle commissioni tecniche. È un particolare tecnico anche la ripartizione delle indennità da pagarsi dal nemico. Un particolare incerto ed aleatorio, su cui non è possibile prudentemente fare a fidanza. Il punto essenziale è di affermare il principio che, poiché comune è la causa, poiché comuni sono i benefici che si ritrarranno dalla distruzione del sogno tedesco di egemonia e dalla ricostruzione del mondo, così comuni debbono essere i costi, le fort portant le faible. Chi ha speso molto, ma, per la sua ricchezza, è di gran lunga più capace di sopportare i pesi dei suoi debiti; chi ha speso poco ed è dovizioso, come può dar consigli e richiedere rinuncie a chi ha speso, in proporzione ai suoi mezzi, smisuratamente di più? Il costo della guerra, qualunque siano le modalità tecniche di attuazione, deve idealmente essere assunto dalla Società delle nazioni. E l’apporto che i vari paesi fanno al sodalizio che li unisce; né sarebbe una società equa quella in cui alcuni soci potessero camminare spediti e liberi, mentre gli altri dovrebbero andar curvi sotto il peso immane.

 

 

Fermato il principio della società dei costi, si potrà procedere innanzi nella ripartizione degli uffici a cui nella società rinnovata delle nazioni ogni stato dovrà provvedere e dei territori a cui dovranno estendersi i suoi compiti. Come fermare tal punto, se gli stati contraenti non sanno di qual forza economica potranno disporre, di qual margine di bilancio potranno avvantaggiarsi per la ricostruzione delle terre invase o redente e per la civilizzazione dei territori coloniali ricevuti in custodia dall’ente superiore? Si vuole che gli stati amministrino le colonie nell’interesse dei popoli ivi abitanti. Così deve essere. Non Wilson ha inventato questo principio, ché egli lo trasse dallo spirito della rivoluzione americana e dalla pratica costante dell’Inghilterra dopo il rapporto di Lord Durham. Ma se si vuole applicare quel principio, bisogna essere preparati a sopportare sacrifici a pro delle colonie, senza alcun utile diretto compensativo. Anche la conseguenza è logica ed è giusta. Ma come potrebbero Francia ed Italia, sovraccariche di debiti incontrati per la salvezza propria ed altrui, sobbarcarsi ad un’opera di civiltà magnifica, l’unica possibile e veramente a lungo andare remuneratrice, ma negli inizi costosissima?

 

 

Moralmente, politicamente ed economicamente è dovere degli uomini i quali dirigono i lavori della conferenza di Parigi di affrontare subito il problema preliminare della ripartizione solidaria dei costi della guerra. Occorre una pronta affermazione di principio. Fatta questa, la conferenza potrà procedere senza che dubbi angoscianti turbino la mente di alcuno degli statisti in essa convenuti.

 

 

E potranno essere prese, intorno ai singoli problemi della ricostruzione, deliberazioni più serene e più umane.

 

 

IV

 

Condono di debiti o compensazione fra debiti e crediti?

 

Il professore L. M. Billia mi comunica alcune sue osservazioni intorno alla tesi dell’«Economist», secondo la quale l’Inghilterra dovrebbe passare la spugna sui crediti di guerra verso gli alleati. Siccome gli appunti son degni di nota, giova sunteggiando, riferirli, nella loro interezza.

 

 

I doni son doni, i crediti ed i debiti sono debiti e crediti. La prima regola non solo morale, ma anche e principalmente economica di qualunque amministrazione è pagare i debiti, e a tempo; chi non paga non produce, spende: è un giocatore, non un lavoratore. La funzione del credito si regge sulla fiducia, e quindi condonare un debito si può, si deve per carità a questo o a quell’individuo; ma è uno schiaffo a una ditta, è un tagliarla via dalla piazza.

 

 

La obiezione si afforza, riflettendo che la guerra odierna potrà non essere l’ultima e l’Italia potrà ancora avere bisogno di credito dagli alleati.

 

 

Or chi non vede che perdonare un debito è togliere il credito e chiudere lo sportello per qualunque prestito ulteriore? Il miglior modo per evitare la seconda e la terza e decima richiesta di cento lire dal giovinetto studente figlio dell’amico è di non consentirgli di restituire le prime cinquanta. E siccome in politica, diciam pure negli affari, c’è gente molto meno delicata dello studente, chi vi assicura che il non avere pagato una volta non diventi invece stimolo a lanciarsi nelle avventure? Doppio pericolo in questa non desiderabile larghezza dell’«Economist»; non trovare più credito nelle necessità, trovare l’incentivo alla temerarietà.

 

 

L’osservazione, bisogna riconoscerlo, è sostanziosa. Ma parmi non sia pertinente. Il «condono dei debiti» è la pura forma assunta da un altro fatto, che è il vero e fondamentale: il regolamento dei conti di dare e di avere dell’impresa comune. Francia ed Italia, che sono i due paesi che han perduto più uomini e consumato maggiori ricchezze, non dicono già: «condonateci i crediti, che noi ci eravamo obbligati a rimborsare». Se questo soltanto fosse il discorso nostro sarebbe invero, come teme il Billia, distruttivo del credito ed a lungo andare pernicioso alla nazione. Perciò, sia lecito confessarlo, ho veduto anch’io con repugnanza le domande di conversione dei prestiti inglesi in sussidi a fondo perduto che in Italia si erano elevate fin dal 1915 – ed è doveroso ricordare in proposito la campagna del «Momento economico» di Milano – perché mi pareva che quelle domande fossero, allora, moralmente insostenibili. Eravamo allora dei semplici debitori, ed avevamo chiesto credito, all’interno ed all’estero, in una misura non superiore alle nostre forze. Mi pareva e mi pare ancora adesso che in una società conclusa per fini nazionali ed ideali, come fu la società dell’intesa, ogni socio ha il dovere di bastare a se stesso, finché ciò non distrugga le sue fonti di vita, finché i sacrifici attuali non rendano troppo difficile alle generazioni venture la consecuzione di quei più alti fini, a cui la guerra fu indirizzata. Fino all’anno scorso parve a me che fosse un punto d’onore ed insieme un buon affare per l’Italia astenersi nel regolamento definitivo dei conti da ogni domanda di aiuto finanziario a fondo perduto. L’essere capaci, come saremmo stati indubbiamente se i debiti nuovi di guerra, interni ed esteri, si fossero aggirati su una cifra più adatta alla nostra fortuna, a bastare a noi stessi ci avrebbe dato in confronto ad altri paesi meno gravati e più ricchi, un tale prestigio, che il vantaggio futuro di credito e di produttività avrebbe superato di gran lunga il sacrificio del pagamento degli interessi.

 

 

Il prolungarsi della guerra, il violento crescere delle spese nell’ultimo periodo, la situazione torbida dell’Europa orientale e centrale, che richiederanno la prosecuzione di notevoli spese post-belliche ben oltre il previsto hanno messo in evidenza che accanto alla figura del debitore vi è quella del socio. Eravamo soci fin dall’inizio; ma non esisteva ancora la necessità dell’accomunare le risorse; ed in affari pubblici di questo genere è solo la necessità non la convenienza quella che può legittimare la richiesta del socio povero di essere aiutato dal socio ricco. Ora che tutto fa prevedere che la Francia non uscirà dalla guerra con meno di 150 miliardi di debito nuovo e l’Italia con non meno di 60-65, ossia con somme che inseguono da vicino i due terzi od i quattro quinti della ricchezza totale nazionale pre-bellica, la necessità costringe noi a chiedere ai soci più ricchi un regolamento di conti, o meglio ci costringe a dare il nostro consenso ed il nostro appoggio alle voci più generose e lungiveggenti che in Inghilterra e negli Stati uniti si elevano per dire che è nell’interesse loro di impedire il nostro disfacimento finanziario. Questo non è un condono di debiti; è una compensazione fra il debito di una ventina di miliardi che l’Italia potrà avere alla fine della guerra verso gli alleati e le spese che l’Italia sostenne, alla pari della Francia, come sentinella avanzata della civiltà oltre l’apporto massimo che le sue condizioni economiche le permettevano di conferire nella cassa comune. È interesse degli Stati uniti in primo luogo e dell’Inghilterra secondariamente – la spesa di questa poco si allontana dal carico medio – far sì che Francia ed Italia possano persistere nella missione di tutrici della pace europea. Sarebbe immorale chiedere che tutta la spesa in denaro sia sostenuta dagli alleati, considerati quasi come soci di capitale; ma è morale ed è giusto che i soci più doviziosi ripartano le spese comuni in maniera tale che Francia ed Italia serbino almeno quel minimo di capitale senza di cui sarebbe troppo ardua la ripresa del cammino in avanti.

 

 

Sì, come dice il Billia, proseguendo, «al lavoro, al risparmio, al costume, al carattere domanderemo le fortune» e non alla rimessione dei debiti. Ma non sarebbe incentivo al lavoro, sibbene al malcontento ed a rimpianti verso le antiche funeste alleanze, il dubbio che gli alleati ci abbiano abbandonati col carico di spese non nostre ma loro. Col lavoro provvederemo al servizio di tutto il debito e di qualcosa di più del debito che in una equa liquidazione apparirà come nostra quota; ma non pare né equo né durevole sobbarcarci a gravami che indubbiamente risultassero spettare altrui. Qui non si vuole pregiudicare la cifra, la quale dovrà essere determinata, con attento studio, da tecnici competenti. Si vuole affermare il principio che non si tratta, salvo che per la modalità accidentale di attuazione, di condono di debiti, sì di compensazione fra debiti e crediti nei rapporti fra associati in un’impresa comune.

 

 

Né tema il Billia che le partite compensate siano così grandi da stimolare noi allo spreco:

 

 

Pensiamo un momento la ripercussione che lo svegliare tale speranza e peggio ottenere tanta fortuna avrebbe all’interno. Il furore degli appetiti sarebbe più che il vantaggio e lo sperderebbe. Che incentivo alle pretese, al disordine, alle più vergognose inversioni economiche!

 

 

Giustissime riflessioni, nelle quali è degno di meditazione il vedere il Billia d’accordo col pensiero di un sapiente economista inglese, lo Scott, professore a Glasgow. Anche lo Scott teme che poco frutto godrebbero i contribuenti dalla scomparsa del debito di guerra. Le spese inutili e pazze assorbirebbero parte notevole degli interessi risparmiati. Ma lo Scott parla di «scomparsa» del debito; e le sue conclusioni contrarie ai metodi – imposta straordinaria sul capitale – con cui da taluno si vorrebbe estinguere il debito di guerra, non si applicano ad una situazione, come la nostra, in cui malgrado la compensazione dei debiti e crediti rimarranno in essere ancora parecchie decine di miliardi di nuovo debito di guerra. La «pressione salutare», di cui parla lo Scott, del debito di guerra continuerà dunque per molti anni. Non che alleggerimenti, nuove gravi imposte saranno in ogni modo necessarie; e, se gli uomini serberanno un po’ di ragione, nessuna gazzarra di spese inutili potrà disfrenarsi assumendo a pretesto la giustizia resaci dagli alleati.

 

 

V

 

La finanza della Società delle nazioni

 

Chi segue i lavori della conferenza di Parigi ha l’impressione di qualcosa di scucito, di non ordinato, di errate concezioni intorno all’importanza relativa ai problemi posti in discussione. I giornali recano ora nel tempo stesso, ad esempio, due notizie diverse; secondo la prima, la commissione presieduta da Wilson per la redazione del progetto della Società delle nazioni sta per presentare le sue conclusioni ai capi di governo. In base alla seconda, un’altra commissione interalleata si sarebbe pronunziata in favore del metodo britannico, a preferenza dei metodi francese e americano, di calcolo e ripartizione delle indennità dovute dal nemico. D’altra parte si sente dire che comincerebbe a porsi allo studio il problema della ripartizione delle spese di guerra fra tutte le nazioni alleate ed associate in ragione della capacità rispettiva di sostenere i gravissimi sacrifici economici imposti dalla guerra. Nel frattempo la commissione francese del bilancio si trova dinanzi un problema quasi insolubile: provvedere ad una spesa annua ordinaria di 18 miliardi di franchi invece di 5 antebellici, e trovare 50 miliardi di proventi straordinari con cui pagare l’indennità agli smobilitati (6 miliardi), ritirare le monete tedesche ed i buoni di cassa municipali nelle provincie invase e nell’Alsazia-Lorena (4 miliardi) e indennizzare coloro che soffersero danni di guerra (da 30 a 40 miliardi).

 

 

In Italia la commissione del bilancio non si è ancora posto un consimile problema, probabilmente perché il cessato ministro del tesoro ha preferito nella sua ultima esposizione finanziaria limitarsi a cifre del passato, astenendosi da una compiuta, chiara e persuasiva disamina dell’avvenire, ed il nuovo non ha ancora avuto modo di presentare alla camera questo necessario calcolo preventivo che sarebbe salutarissimo in tanto disfrenarsi di richieste solo in parte giustificate e solo in parte provenienti da coloro che realmente soffersero in causa della guerra. Quando il conto verrà, non sarà per l’Italia meno preoccupante che per la Francia.

 

 

Mentre così i problemi finanziari battono alle porte, i capi dei governi sembrano disinteressarsene, facendoli discutere da commissioni secondarie o abbandonandoli addirittura, come quello della ripartizione delle spese belliche tra gli alleati, nel limbo delle questioni interessanti, le quali potranno essere messe avanti quando i «maggiori» problemi, quelli territoriali, saranno stati risoluti. Essi non hanno torto se per problemi territoriali si intendono quelli dei confini della Francia e dell’Italia. L’Alsazia-Lorena e l’Italia irredenta hanno per noi un così grande valore politico e sentimentale che li possiamo, li dobbiamo considerare incommensurabili con qualsiasi altro valore, pure rilevantissimo. Stanno quei valori nazionali troppo in alto, perché qualsiasi interesse possa da lungi esservi paragonato.

 

 

Ma vi sono altri valori, altri problemi i quali pure sono oggetto di attento esame da parte dei capi di governo, che occupano anzi il loro tempo e le loro cure in maniera assorbente, eppure potrebbero, anzi dovrebbero essere trattati congiuntamente al problema preminente e preliminare dell’equa ripartizione delle spese tra gli alleati: vogliamo accennare allo schema della Società delle nazioni ed alla sorte delle colonie e dei territori appartenenti all’antico impero turco. Noi non vogliamo negare l’importanza somma né dell’uno né dell’altro problema. Ma diciamo che solo una mentalità antiquata, strettamente politica, può far consistere il successo, la vittoria soltanto nella soluzione più o meno favorevole di problemi coloniali extraeuropei; solo una concezione diplomatica da santa alleanza può far consistere la Società delle nazioni in un progetto più o meno elegante di consigli, conferenze, corti arbitrali e simili congegni. Purtroppo la mentalità degli uomini politici è in generale conformata in maniera da vedere solo l’aspetto formale o esteriore dei problemi. Nelle colonie vedono un territorio da sottoporre alla bandiera nazionale; nel progetto di Società delle nazioni un formulario per risolvere grandi litigi, ma sempre litigi, come li concepisce un giurista o un politico parlamentare.

 

 

In realtà si tratta di ben altro. Per le colonie e per i territori dell’impero turco sembra prevalere l’idea di Wilson che il governo delle colonie è una missione, un dovere verso le popolazioni incapaci a reggersi da se medesime; un dovere della cui esecuzione fa d’uopo rendere conto, che può richiedere, in molti casi, notevoli sacrifici. Ora chi non vede che una missione cosiffatta non può essere assunta da stati finanziariamente esausti, incapaci di adempiere innanzi tutto alla missione interna di elevare i propri nazionali a una più alta meta materiale e morale? Come può un popolo dissanguato e povero assumersi l’ufficio di cavaliere dell’umanità nei paesi non ancora partecipanti alla civiltà moderna? Se questa verità essenziale fosse fatta presente dai nostri capi di governo a Wilson, questi non potrebbe chiudere gli occhi dinanzi ad essa. Non potrebbe dire: «Assumetevi l’onere di governare l’Asia minore, la Siria, grandi zone dell’Africa, obbligandovi a non imporre tributi a vostro favore, a mantenere il regime della porta aperta, mentre gli Stati uniti che della guerra pochissimo sentirono l’onere finanziario, verranno coi loro commerci a godere i frutti della vostra opera di pionieri della civiltà».

 

 

Noi siamo persuasi che Wilson non farebbe questo discorso; anzi farebbe quello contrario. Ma occorre che la questione dell’equa partecipazione di tutti alle spese della guerra sia posta dai capi di governo nostri. Occorre che essi si spoglino della mentalità politica prettamente territoriale e formale, e guardino alla sostanza delle cose: essere la politica coloniale, così altamente concepita, una missione, la quale non si può adempiere senza mezzi adeguati.

 

 

Così per la Società delle nazioni. Non trattasi di istituire conferenze, consigli e corti di arbitrato. Quello che si deve costruire è un governo: il governo degli interessi essenziali dell’umanità. Gli stati sovrani si devono spogliare di una parte della loro sovranità; riconoscere che vi sono rapporti interstatali, soprannazionali, umani, che non possono essere regolati dai singoli stati e neppure da conferenze occasionali di ambasciatori e di ministri degli esteri con compromessi variabili e caduchi. Devono essere regolati da un governo unitario, che inizialmente proceda forse per tentativi e timidamente, ma sia destinato nel suo campo proprio e senza invadere la sovranità delle singole nazioni ad acquistare sempre maggior forza ed efficacia. Ora quale compito immediato più alto, più cementante potrebbe essere affidato al nuovo ente soprannazionale, di quello di liquidare il peso dei debiti di guerra che furono appunto incontrati per rendere possibile la sua creazione, per garantire l’umanità contro lo spirito di dominazione e di sopraffazione? Nessuno stato, nessun ente pubblico e perciò nessuna Società delle nazioni può ritenersi vitale se non sorge con mezzi finanziari adeguati a raggiungere i suoi fini; e qual fine più urgente di quello di pagare le spese che furono sostenute per mettere il nuovo ente alla luce, di rinsaldare l’armonia fra gli stati associati, la quale sarebbe irrimediabilmente guasta se gli uni uscissero dall’impresa comune persuasi di essersi impoveriti, mentre gli altri serbavano intatta o crescevano la loro gagliardia economica?

 

 

Cieco chi non vede che la nuova umanità non può fondarsi se non sul granitico fondamento della giustizia; cieco ancor più chi chiude gli occhi alla verità fondandosi solo sulla speranza degli indennizzi che i nemici dovranno pagare. Le indennità verranno in un volgere più o meno lungo di anni, in misura più o meno ampia, se e quando le nazioni sconfitte riusciranno a riorganizzarsi e a produrre ricchezze. Ma il problema delle spese di guerra è un problema immediato che batte alle porte, che non tollera indugi; che deve essere discusso tra noi associati nell’impresa comune, astrazione fatta dai rimborsi futuri che potranno da parte nemica essere ottenuti a pro della cassa comune. È un problema di giustizia che deve essere posto preliminarmente alla discussione dei piani di ricostruzione mondiale, destinati altrimenti alla più sconfortante caducità.

 

 

VI

 

Di una cassa comune di liquidazione

 

La questione del regolamento dei conti fra le nazioni appartenenti all’intesa ha fatto nuovi passi. Edmondo Thery, il noto direttore dell’«Economiste européen» ha scritto sul «Figaro» un articolo per propugnare la creazione di una cassa comune di liquidazione dei crediti verso i nemici. Essa dovrebbe emettere un prestito unificato di tutti i paesi alleati ed associati allo scopo di pagare le spese ed i danni risultanti dalla guerra; e dovrebbe incassare le rate di indennità dovute dal nemico, addebitando della differenza i singoli stati. Sui particolari tecnici delle proposte è inutile soffermarci. Siamo ancora allo stadio delle affermazioni di principio; ed il Thery pone appunto il principio della solidarietà delle nazioni alleate nel fronteggiare le spese della causa comune.

 

 

Il più gran passo sulla via del riconoscimento del principio fu fatto però quando l’altro giorno il signor Klotz, ministro francese delle finanze, intervenuto alla seduta della commissione del bilancio della camera, affermò che «gli alleati dovranno restare strettamente uniti per la finanza come lo furono sui campi di battaglia. Si sta studiando la creazione di una sezione finanziaria della Società delle nazioni. Gli alleati dovranno esercitare una comune sorveglianza sulla esecuzione degli obblighi assunti dal nemico, determinare le garanzie indispensabili per il pagamento, prestarsi il reciproco aiuto e realizzare un’alleanza finanziaria».

 

 

Ecco proclamato, in termini che si sarebbero desiderati più espliciti ma sono tuttavia trasparenti, il principio della cassa comune della Società delle nazioni, incaricata di esigere dal nemico le indennità per danni recati, e di repartire gli oneri residui della guerra fra le nazioni alleate a seconda della loro capacità contributiva. È sintomatico che sia il ministro del paese più contrario alla creazione del superstato mondiale, il quale riconosce che l’avvenire dei singoli paesi vincitori è buio se non si crea almeno l’organo finanziario del nuovo superstato, detto Società delle nazioni, dotato fin dall’inizio di crediti e di debiti. È la forza degli avvenimenti, la necessità la quale condurrà gli uomini di governo a porsi il problema ed a risolverlo.

 

 

Non sarà la prima volta che i paesi forti dovranno riconoscere che, oltre un certo segno, le spese sostenute dai paesi economicamente più deboli per la causa comune non sono spese del singolo stato, ma della società degli stati collegati in una guerra. Nel 1794 l’imperatore contraeva a Londra un prestito di 114 milioni di lire italiane per avere i mezzi di condurre la guerra dell’Austria contro la rivoluzione francese. L’Inghilterra, che aveva incoraggiato l’Austria a combattere, garantiva in linea sussidiaria gli interessi. L’Austria pagò per un anno, poi, soffocata dalle spese crescenti delle lunghe e disgraziate guerre contro la rivoluzione e contro Napoleone, cessò di pagare. Il servizio del prestito cadde a carico del garante. Finita la guerra con la vittoria della coalizione, distrutto il sogno napoleonico di dominio mondiale, l’Inghilterra non pretese la restituzione del prestito. Nel 1816 lord King chiese che fosse presentato un rapporto sui debiti degli stati esteri e massimamente su quello austriaco; ma su proposta del governo la mozione fu respinta dalla Camera dei lords. «Come potremmo – disse a nome del governo lord Liverpool – pretendere il rimborso da uno stato al quale tante volte abbiamo chiesto di continuare a combattere? L’Austria ha molto sofferto e la generosità verso di essa è un dovere».

 

 

Lord Liverpool poneva, fin dal 1816, nei suoi termini esatti il problema. È un dovere per gli stati forti essere generosi; e la generosità non sta nel condonare debiti ma nel riconoscimento della verità essenziale che quando si combatte per una causa comune non ci sono debiti né crediti, ma «anticipazioni» da regolare sulla base dei maggiori o minori sacrifici sostenuti dai singoli stati.

 

 

Nel 1823 la pendenza coll’Austria fu, per iniziativa del debitore, liquidata, passando la spugna su 440 dei 500 milioni circa a cui il prestito del 1794 aveva finito, tra capitale ed interessi, di ammontare. L’Inghilterra riconosceva che la parte di gran lunga maggiore dell’onere doveva sopportarlo essa e non l’Austria.

 

 

L’aveva riconosciuto del resto fin da prima in seguito all’esperienza del prestito austriaco. È impossibile ed ingiusto farsi rimborsare prestiti quando il prestito è speso nell’interesse comune e quando il debitore ha sopportato per conto suo sacrifici gravissimi, siffatti da esaurirne la potenzialità economica. Sulle lire sterline 57.153.819 – corrispondenti a quasi 1 miliardo e mezzo di lire nostre, somma enorme per quei tempi – anticipate dall’Inghilterra agli alleati dal 1792 al 1817, e di esse 15 milioni di lire italiane furono dati al Piemonte, unico stato combattente d’Italia in quel periodo, meno di 100 milioni di lire italiane furono restituiti, il resto si reputò fosse stato dato a fondo perduto, a titolo di contributo per le spese comuni.

 

 

Se, come dovrà essere, la liquidazione dei conti verrà fatta secondo giustizia, non v’è dubbio che il precedente inglese delle guerre napoleoniche verrà ricordato; e le parole di lord Liverpool alla camera dei lords gioveranno per risolvere il problema che tormenta Francia ed Italia: è un dovere per i popoli forti essere generosi, quando essi molto hanno chiesto ai popoli più deboli e questi molto hanno sofferto.

 

 

VII

 

Il fronte unico per i debiti di guerra

 

Finalmente, una voce ufficiale o semiufficiale sorge anche in Italia per chiedere che nelle trattative di pace si tenga conto dei sacrifici enormi sostenuti dall’Italia e si mettano in rapporto coi debiti contratti all’estero per ragioni di guerra. Ho sott’occhio la relazione della VI sezione della commissione del dopo guerra che si occupò dei provvedimenti finanziari e con lodevole solerzia già licenziò al pubblico l’elenco dei propri voti (relatore on. Alessio). Alcune proposte sono buone, altre dubbie, talune pessime. Affine di non essere accusato di parlare male di tutto ciò che si fa a Roma, mi gode l’animo di cominciare a discorrere della proposta commendevole che questa sezione della commissione del dopo guerra fa rispetto al problema che oggi tanto appassiona l’opinione pubblica.

 

 

Vi è in verità una qualche incertezza di linguaggio nella formulazione del voto, che toglie forza ad esso. Ma si può passarvi sopra, riflettendo che trattasi della prima manifestazione ufficiale in merito; e che il voto potrà essere dal governo riesposto in maniera più precisa. Eccolo:

 

 

La sezione insiste perché nei negoziati per la pace si tenga conto del diritto dell’Italia di essere risarcita delle spese e dei danni della guerra alla pari delle altre potenze sue alleate, sopperendovi:

 

 

  • con pagamenti in denaro, anche mediante annualità, del pari che con contributi in natura di materie prime o sussidiarie dell’industria (carbon fossile, ferro, sali di potassio, ecc.), o anche di prodotti completi (navi mercantili);

 

  • altrimenti con l’assegnazione di una parte corrispondente di possedimenti coloniali o quanto meno con l’accreditamento a favore dell’Italia nelle relazioni fra gli alleati di altrettanto alleviamento del debito di guerra.

 

 

Pur augurando che i nemici paghino indennità, è evidente che una finanza sana non può fare assegnamento su un avvenimento incerto; mentre tutto consiglia alle potenze alleate più ricche di venire ad un regolamento di dare e di avere con quelle meno forti. È evidente altresì che l’assegnazione di possedimenti coloniali non può essere considerata come un compenso ai sacrifici già sostenuti. Le colonie sono un dovere ed un onere: così proclama la teoria wilsoniana, che è la teoria vera, la teoria dimostrata esatta dall’esperienza storica delle nazioni che hanno saputo conservare le colonie; né è perciò possibile di considerarle come un compenso ai sacrifici sostenuti. Questo deve essere cercato in elementi finanziari: compensazioni con crediti verso di noi, accreditamento presso la cassa comune di una quota parte degli indennizzi eventualmente pagati dai nemici.

 

 

Con queste avvertenze il voto della sezione è altamente significativo. Lo sono ancor di più le sue motivazioni, di cui solo una piccola parte la ristrettezza dello spazio consente di riferire:

 

 

La guerra fu unica. La dichiarammo a tutte le potenze nemiche dei nostri alleati. Per essa fu in pericolo la nostra indipendenza, la nostra dignità di nazione. Cadde mezzo milione di uomini. Oltre un milione fu sacrificato – per ferite e per mutilazioni. Erogammo da 60 a 65 miliardi. E il nostro intervento decise della guerra… Enormi pregiudizi ebbe l’Italia per effetto della guerra. Tutte e due le rive del Piave per una profondità di 5 a 6 chilometri sono state distrutte e le loro condizioni odierne non hanno nulla da invidiare a quelle di Lens, di Soissons, di Armentières, di Bethune… Si tratta di una regione fra le più ricche d’Europa, percorsa da linee ferroviarie e da un sistema veramente perfetto di strade ordinarie, di fiumi e di canali, attraversati da ponti, difesi da argini potenti. Tutto fu distrutto. Né conviene dimenticare i pregiudizi arrecati dal fuoco e da altre manifestazioni belliche a taluni territori della Lombardia, né sovratutto le perdite, a cui si andò incontro in tutta Italia per distruzione di foreste o per consumo di patrimonio zootecnico o comunque agricolo.

 

 

Scendendo all’esame delle modalità di applicazione del principio, la sezione ha espresso in sostanza il suo parere favorevole: 1) alla creazione di un nuovo titolo internazionale al minor saggio possibile di interesse, che potrebbe far risparmiare all’Italia centinaia di milioni di lire di interesse all’anno e potrebbe essere dato in cambio volontario degli attuali titoli nazionali emessi a più alto saggio; 2) all’istituzione di una cassa internazionale di sovvenzioni a favore delle potenze belligeranti. Varie riserve ha espresso, alcune assai aggiustate al progetto specifico dello Stern ed altre generiche intorno alla convenienza di considerare i singoli debiti degli alleati come un debito comune da fronteggiare con un carico comune. Ma su di esse non importa per ora intrattenerci, sia perché di talune non sono riuscito a formarmi una chiara nozione, sia perché oggi quel che conta sovratutto è di affermare il principio. Le difficoltà di applicazione verranno poi. Il principio della equiparazione dei carichi e della compensazione fra debiti e crediti è, sia lodato il cielo, affermato ora quasi ufficialmente da una commissione governativa. Quando il governo si deciderà a presentarlo e a difenderlo nella conferenza di Parigi?

 

 

VIII

 

Gli Stati uniti contrari al fronte unico

 

Una nota ispirata del «New York Herald», e da noi riprodotta ieri, farebbe dunque ritenere che gli Stati uniti sarebbero contrari a quella che si è convenuto di chiamare la fronte unica finanziaria. La delegazione americana si sarebbe dimostrata contraria sia alla forma che alla sostanza dell’idea. Quanto alla questione di forma, possiamo subito ammettere che si possa anche consentire alla tesi americana. Noi non abbiamo mai voluto identificare l’idea della ripartizione delle spese di guerra secondo giustizia con uno qualunque dei metodi di attuazione che furono messi innanzi in progetti concreti, sia quello dello Stern o quello del Thery o altri. Si può riconoscere la difficoltà di un prestito internazionale, senza perciò far cadere nel nulla l’idea informatrice della fronte unica finanziaria. A causa della loro costituzione e dei forti poteri del senato, gli Stati uniti possono riluttare ad approvare l’obbligo sotto la forma concreta di un prestito internazionale. La questione di forma in fondo è un particolare. È una difficoltà tecnica che può essere superata. Nessun ostacolo costituzionale vi è ad una resa dei conti, la quale conduca al risultato contabile di un condono di debiti o alla assunzione definitiva da parte del tesoro americano di prestiti contratti per la causa comune.

 

 

Il vero problema è quello di principio: è giusto o no che delle spese di guerra o di certune di esse si faccia un monte unico e che questo sia ripartito tra gli alleati secondo certi criteri di massima fissati dalla conferenza della pace a norma della capacità contributiva di ciascuno degli alleati? Gli americani rispondono di no. Ma finora l’unica ragione addotta è che tale piano di internazionalizzazione delle spese di guerra tornerebbe materialmente svantaggioso agli Stati uniti. Il che è indubitato perché gli Stati uniti sono il paese che minore sacrificio sopportò per causa della guerra e possiede più grande ricchezza sia assoluta che per testa di abitante fra tutti gli alleati. Il danno degli Stati uniti, se ben si considera, è apparente; è vero soltanto se si guarda alla superficie. Gli Stati uniti non hanno interesse a che Francia e Italia escano dalla guerra impoverite e dissanguate. Ogni popolo associato cresce di potenza e di ricchezza quanto più gli altri sono forti e prosperi. Sarebbe un danno gravissimo per tutti se nella Lega delle nazioni entrassero paesi i quali abbiano l’impressione di essersi sacrificati sostenendo spese che hanno profittato a tutti, ma di cui essi soli hanno dovuto sopportare l’onere. Sarebbe un germe funesto di dissoluzione il quale minerebbe alla base l’edificio che ora si vuole costruire per i secoli.

 

 

È ragionevole, è giusto che si discuta sulle spese le quali devono entrare nel monte comune. Vi possono essere spese le quali, comunque alte, devono essere sopportate dal paese interessato, perché dipendono dalla sua speciale organizzazione amministrativa o sociale. Ma ve ne sono altre, quelle militari, per munizioni ed armamenti in ispecial modo, e le altre dipendenti dalla distanza o dalla mancanza di materie prime, che hanno caratteri comuni e scopi comuni; né si capirebbe perché dovessero gravare unicamente su quel paese che, per la sua positura geografica, dovette sostenere per il primo e più duramente i colpi del nemico.

 

 

Dopo tutto, dal testo del comunicato del «New York Herald» trapela la ripugnanza americana non tanto a sobbarcarsi ad un sacrificio finanziario – gli Stati uniti ci hanno abituati ad una condotta così signorilmente generosa ed altruista! – quanto a far assumere alla nuova Lega delle nazioni il peso finanziario della guerra europea. Essi evidentemente desiderano che la lega sorga libera da debiti, agile e pronta all’adempimento della sua missione senza il peso di impaccianti eredità del passato.

 

 

Nulla vieta così si faccia. Il concetto della «ripartizione equa delle spese di guerra» non si identifica affatto con quello dell’accollo delle spese stesse alla lega. È una operazione che può compiersi all’infuori della lega. Stati uniti e Inghilterra, riconoscendo che Francia e Italia hanno sopportato più della loro dovuta quota di spese, possono regolare i conti con esse, accollandosi una parte dell’onere delle spese sostenute dai due paesi continentali; e uno dei modi dell’accollo potrebbe essere la compensazione, fino a concorrenza, con crediti aperti a Francia e Italia. In tutto ciò la Lega delle nazioni può non avere nulla a vedere. Ci sia consentito però di aggiungere che la convenienza di accollare alla Lega delle nazioni una parte, quella che per intenderci si potrebbe chiamare eccedente o straordinaria, delle spese di guerra merita di essere seriamente studiata. È evidente la convenienza politica di far versare le indennità dovute dai vinti alla cassa della lega piuttosto che ai singoli vincitori. Versare un contributo a una cassa comune urta di meno l’amor proprio del vinto; e garantisce meglio il pagamento spaziato nel tempo, in confronto al vincitore, il quale non è così costretto ad atti odiosi particolari.

 

 

Inoltre, è grandemente difficile che uno stato, un ente politico nasca vitale senza il cemento unificatore di una eredità del passato da liquidare. I debiti pubblici sono un cemento degli stati, non un germe di dissoluzione. La storia degli Stati uniti medesimi informa. Essi divennero un vero stato quando si costituirono in vera federazione, con un debito pubblico unico. Debito pubblico vuol dire imposta propria, vuol dire amministrazione, vuol dire organizzazione statale. La forza della Lega delle nazioni non sta tanto nelle sue clausole arbitrali quanto nell’avere un segretariato permanente, delle funzioni particolari a cui adempiere. Ma tutto ciò implica necessariamente una finanza propria. Se l’esistenza di un debito pubblico comune imporrà la creazione di imposte, di fonti proprie di entrate, la Lega delle nazioni avrà una finanza propria. E sarà vitale.

 

 

Meditino gli uomini di stato americani, mediti il grande presidente questo punto capitalissimo. Forse ne trarranno argomento per compiere insieme opera di giustizia e di lungimirante politica.

 

 

IX

 

Il problema ignorato alla conferenza della pace

 

Le proposte per provvedere equamente al servizio degli enormi debiti cagionati dalla guerra si moltiplicano. Un ex ministro francese propone di versare per 35 o 40 anni ad una cassa comune il provento di imposte internazionali sul tonnellaggio, sui trasporti, sulle comunicazioni postali e telegrafiche. Gli americani, pur respingendo l’idea della cassa comune e della rinuncia ai crediti di guerra, cominciano a riconoscere che gli Stati uniti non possono disinteressarsi della grave situazione europea. Nella Svizzera, la quale si trova stretta in mezzo tra vincitori e vinti, autorevoli giornali hanno espressa l’opinione che Inghilterra ed America non possono sperare di salvarsi dal contagio del disordine, ove questo si impadronisca di tutta Europa. Se i governi dei paesi vinti dovranno soccombere sotto il peso dei debiti propri e delle indennità di guerra, dell’inondazione della carta-moneta e dell’irrefrenata corsa al rialzo dei prezzi; se la Francia e l’Italia, pure vincitrici, non troveranno modo di mettere in ordine i loro bilanci e saranno oppresse dal carico dei tributi altissimi da prelevare su redditi e su consumi per soddisfare al debito verso creditori stranieri, non sperino le nazioni creditrici di salvarsi. La prosperità dell’Inghilterra e degli Stati uniti deriva in gran parte dal commercio internazionale. Non è quando la migliore e più ricca clientela giace esangue, che si può sperare di veder fiorire il commercio estero. Non sono le compere dell’India e della Cina, immensi paesi, ma a popolazione povera, che potranno compensare la perdita della clientela europea, dai bisogni alti e svariati. La mancanza del commercio estero significa riduzione di guadagno per le industrie, riduzione di lavoro e di salari per le maestranze operaie anglo-sassoni. Possono gli Stati uniti e l’Inghilterra contemplare con tranquillità questa prospettiva, in un momento in cui le agitazioni operaie assumono dimensioni ed aspetti grandiosi nei loro paesi?

 

 

Eppure, mentre questo è il quadro della realtà, mentre i problemi economici e sociali urgono, mentre i tre presidenti Wilson, Clemenceau ed Orlando debbono insolitamente pregare il signor Lloyd George di ritardare la sua partenza per l’Inghilterra, richiesta dal temuto scoppio dello sciopero della triplice alleanza dei minatori, dei ferrovieri e dei meccanici, i capi di stato non si preoccupano di porre alla conferenza di Parigi i problemi economici e finanziari della pace. Questi problemi concreti, materiali, terra-terra, ma urgenti, ma angosciosi, non li tangono. Essi vivono in un mondo dove non giunge l’eco dei bisogni e dei desideri dei lavoratori, dei produttori, dei contribuenti. I due presidenti, Wilson e Lloyd George, che hanno la mente aperta a valutare degnamente l’importanza dei problemi economici, che hanno acquistato fama e potere nei loro paesi appunto per la sapienza o l’audacia con cui affrontarono momentosi problemi di questo genere, appartengono a nazioni creditrici. Essi attendono l’iniziativa altrui. A torto, perché America ed Inghilterra, come dicemmo sopra, non potrebbero sottrarsi ai vortici di una crisi economica in cui si dovesse inabissare l’Europa; ma attendono. Ed i presidenti, i ministri, i delegati della Francia e dell’Italia se ne danno poco o punto per intesi. Il loro gioco è sempre quello vecchio diplomatico che tocca i territori, le alleanze, le nazioni in genere, come se queste non fossero composte di uomini e come se la maggiore occupazione della massima parte degli uomini viventi in Europa non fosse oggi quella del vivere, del vivere degnamente, tirando il fiato, senza la prospettiva di prelievi assorbenti sui frutti del lavoro per provvedere ai carichi della guerra.

 

 

I due generi di problemi: quelli nazionali-territoriali e quelli economico-sociali sono inscindibili l’uno dall’altro. Che cosa varrebbe un assetto anche perfetto delle nazionalità europee, che cosa varrebbe l’instaurazione legale di un nuovo ordine di cose, quando gli uomini viventi entro i nuovi giusti confini fossero malcontenti, irosi, pronti ad ascoltare il verbo dei profeti di sciagura e dei messia di nuovi millenni sociali? Lo studio e la soluzione di questi problemi non si possono delegare, quasi si trattasse di materie secondarie, a sottocommissioni tecniche, anche se queste siano composte di competentissimi. Costoro possono studiare solo su direttive chiare e precise. E queste debbono essere fissate dai capi di stato.

 

 

Sono i capi di stato, i quali debbono vedere che nulla è fatto se l’opera rimane incompiuta. Se i primi ministri di Francia e d’Italia non potranno annunciare, a pace fatta, ai loro popoli che essi avranno assicurati i mezzi di vita, d’una vita sia pure laboriosa, sia pure severa, che l’enormità dei loro sacrifici fu equamente considerata e che i pesi della guerra furono giustamente ripartiti su tutti i partecipanti, anche i più splendidi frutti politici e territoriali sembreranno meno saporiti. Diranno i popoli: perché tanto maggiore dovrà essere in avvenire la nostra fatica di quella di altri per ottenere frutti uguali? Anche gli altri ottennero sicurezza contro il pericolo di dominazione mondiale; anche gli altri ebbero territori da governare e tutelare. Perché noi, che già pagammo un tanto maggiore tributo di sangue, dobbiamo rimanere gravati di un tributo di denaro tanto maggiore?

 

 

Non credano, i primi ministri francese ed italiano, di potere sfuggire alla domanda. Ché anzi questa crescerà di forza e di intensità a mano a mano che noi ci allontaneremo vieppiù dai giorni della guerra guerreggiata. Saper vedere il problema del giorno; saper leggere nell’animo dei popoli; indovinarne i sentimenti ed i bisogni venienti: ecco la vera sapienza di governo. Speriamo ancora che i nostri uomini di governo abbiano questa sapienza.

 

 

X

 

Le esportazioni tedesche necessarie al pagamento delle indennità

 

Una notizia proveniente dalla Germania ci porge l’occasione di ritornare sulla tesi che abbiamo illustrato ieri della necessità urgente che i capi di stato si preoccupino maggiormente dei problemi economici della liquidazione della guerra nei rapporti tra alleati. I tedeschi, per bocca della «Frankfurter Zeitung», si lamentano di non poter neppure pagare come vorrebbero le vettovaglie che è stata data loro licenza di importare. Essi avrebbero presentato una lista di 20 articoli pronti all’esportazione; ma l’intesa permette per ora soltanto l’esportazione di legno, potassio e materie coloranti. Per il resto, oltreché con i noli delle navi, la Germania dovrà pagare 2 miliardi e mezzo in oro ed in effetti.

 

 

Ciò, dicono i tedeschi, volle l’intesa. Noi potremmo osservare che ciò fu sovratutto voluto dagli Stati uniti e in secondo luogo dall’Inghilterra. Se la fronte unica finanziaria fosse una realtà, se i capi di governo degli alleati sapessero immediatamente vedere questi problemi finanziari in connessione con il problema generale della guerra, si sarebbe dovuto ragionare diversamente. Le riserve auree, i titoli stranieri, gli effetti sulle piazze estere neutrali posseduti dalla Germania sono la sola guarentigia liquida, disponibile che il nemico può offrire per il pagamento delle indennità dovute al Belgio, alla Francia ed anche all’Italia ed agli altri alleati per i danni ricevuti dai soci dei tedeschi e che questi soci non potranno pagare. L’oro, i titoli stranieri sono le sole ricchezze trasportabili praticamente fuori della Germania, con cui questa potrà pagare il suo debito verso i paesi che ha distrutti o devastati. Il restante dell’indennità potrà essere pagato a poco a poco col frutto del lavoro tedesco, esportando merci via via prodotte in avvenire. Altra via di farci pagare non v’è, perché non si possono portar via terreni, case, macchine, miniere, impianti, canali, ferrovie; ma si può soltanto ottenere che sia riservata a noi una parte del frutto del lavoro dell’uomo, applicato a tutti questi strumenti. Converrà ancora, per ottenere questa parte, che i tedeschi abbiano voglia, ossia interesse a produrla.

 

 

Se così stanno le cose, perché mai gli Stati uniti, in cambio degli approvvigionamenti concessi alla Germania, si fanno dare appunto quell’oro e quei titoli ed effetti che sono il solo mezzo liquido che la Germania ha di pagare le indennità dovute? Se le cose continuano di questo passo, siccome la quantità di oro, titoli ed effetti stranieri posseduti dalla Germania è tutt’altro che sterminata, presto sarà assorbita tutta. Belgio e Francia ed anche noi dovremo rassegnarci a fare fidanza esclusivamente sui frutti del lavoro futuro tedesco per ottenere ciò che ci spetterà.

 

 

Contro questa prospettiva poco seducente qualcuna delle commissioni francesi ha protestato e qualcosa pare sia riuscita ad ottenere. Non basta. Le soluzioni parziali, le transazioni fatte volta per volta possono scemare il torto, non ripararlo del tutto. Occorrono direttive generali da parte dei capi di governo. Il modo di pagamento degli approvvigionamenti tedeschi è un esempio particolare di un fatto generale. Non v’è ragione di considerare il credito degli Stati uniti o dell’Inghilterra per gli approvvigionamenti come privilegiato in confronto ai crediti per danni derivanti dalla brutalità guerresca dei tedeschi. Oggi si aiutano i tedeschi a salvarsi dalla fame, perché ciò è nell’interesse generale del mondo intiero, perché tutti gli alleati sono interessati a non veder formarsi nel centro dell’Europa un focolare di anarchia e di dissoluzione. Spesa a conto comune, anticipata dagli Stati uniti. Il ricupero deve farsi sul fondo comune, sullo stesso fondo il quale pro rata dovrà servire a rimborsare tutto il debito che per qualunque motivo gli ex imperi centrali avranno verso le nazioni alleate. Il concetto è semplice, evidente. Temiamo che, per non averlo compreso ed affermato a tempo, i più deboli degli alleati abbiano ad andare incontro a gravi disillusioni.

 

 

XI

 

Giustizia, non elemosina per i debiti interalleati

 

La questione dei debiti della Francia e dell’Italia verso le due potenze anglo-sassoni non ha fatto molti passi innanzi. Poiché non si è ottenuta una risoluzione favorevole ai nostri desideri ed ai nostri diritti, v’ha qualcuno in Italia il quale si compiace di tacciare noi d’ingenuità, quasi avessimo creduto nella buona disposizione degli americani e degli inglesi a condonarci volonterosamente i loro crediti. A noi pare che siano ingenui coloro i quali stranamente sperano di ottenere il condono, senza che da parte nostra nessuno alzi la voce per chiederlo e per incoraggiare gli amici nostri anglo-sassoni, i quali espongono idee conformi a quelle che noi andiamo sostenendo. Da sé, per creazione spontanea, nessun movimento d’opinione si forma, tanto meno un movimento il quale condurrebbe, se accolto, alla rinuncia a parecchie decine di miliardi di crediti. Bisogna creare e fomentare quel movimento, fino a che si raggiunga lo scopo od appaia addirittura assurdo ottenerlo.

 

 

I più difficili a scuotere sono gli americani. In Inghilterra sono numerosi coloro i quali dicono: «Noi saremmo ben lieti di passare la spugna sui debiti degli alleati verso di noi, circa 45 miliardi di lire italiane alla pari, se gli Stati uniti consentissero a fare altrettanto per il credito di 32 miliardi che essi vantano verso di noi». Il se è una pregiudiziale formidabile, sebbene non del tutto irragionevole. Durante la prima parte della guerra, gli Stati uniti non imprestavano un soldo all’Europa continentale se non attraverso all’Inghilterra, la quale fungeva da debitrice-creditrice intermediaria e mallevadrice. È, dunque, in parte ragionevole la richiesta inglese che, se essa deve condonare i debiti a noi, d’altro canto debba essere liberata dall’impegno corrispondente che essa contrasse per conto nostro verso gli Stati uniti.

 

 

Non mancano tuttavia inglesi i quali ritengono che, America o non America, è loro dovere rinunciare ai crediti verso gli alleati. L’«Economist», il quale fu il primo, come ricorderanno i lettori, a sostenere la teoria del «passare la spugna» insiste sulla sua idea, affermando: 1) che l’Inghilterra nulla deve chiedere agli Stati uniti, salvo il diritto a posporre per i primi anni il pagamento degli interessi allo scopo di non peggiorare troppo i cambi esteri, e 2) che, nonostante ciò, l’Inghilterra deve rinunciare incondizionatamente, capitale ed interessi, ai suoi crediti verso gli alleati.

 

 

Le nostre future relazioni con gli alleati europei non saranno avvantaggiate dal fatto che l’obbligo di trovare ogni anno il mezzo di pagare interessi passivi all’Inghilterra costituirà un impedimento all’equilibrio del loro bilancio. Noi crediamo che il nostro paese possa cancellare i prestiti loro concessi durante la guerra, che ciò avrebbe dovuto farsi da lungo tempo e che più presto sarà fatto tanto meglio.

 

 

Fosse uno solo – il che non è – il giornale il quale parla così in Inghilterra, fosse desso – il che non è – privo di autorità sul tesoro inglese, noi dobbiamo registrare la sua opinione e dire che essa è un’opinione non solo autorevole, ma saggia e lungimirante. L’«Economist» vede bene oggi, ha visto ottimamente un anno fa ciò che gli altri organi dell’opinione pubblica vedranno fra un anno o qualche anno: che nessun paese può disinteressarsi delle sorti del vicino; che non è nell’interesse dell’Inghilterra di vedere la Francia e l’Italia col bilancio in disordine, dilaniate da discordie di classe intorno al modo di riassettarlo; che val meglio essere generosi ed affezionarsi un popolo amico rendendo ossequio alla giustizia ed ai sacrifici sopportati nell’interesse comune che attenendosi strettamente alla lettera dei patti conchiusi. Molte verità che l’«Economist» predicava, solo, due o tre anni fa, ora sono divenute un luogo comune in Inghilterra. Speriamo succeda altrettanto di questa che ci riguarda così davvicino.

 

 

Coloro che fanno i sordi sono gli americani. L’ultima teoria da essi messa innanzi per giustificare il loro rifiuto – secondo quanto riferisce Stefano Lauzanne nel «Matin» – è la teoria della guardianship, dei doveri del custode della pubblica pecunia.

 

 

Fosse roba nostra, – dicono i governanti nordamericani, – potremmo disporne a nostro libito; e magari regalarla tutta. Ma i crediti del governo americano verso gli alleati sono roba pubblica; e noi non possiamo disporne. Dobbiamo rendere conto al popolo fin dell’ultimo centesimo del denaro a noi affidato; e saremmo rei di dilapidazione se vi rinunciassimo a vantaggio altrui.

 

 

Il ragionamento è vero formalmente. È una verità intuitiva che il presidente ed il suo governo non possono rinunciare di loro iniziativa neppure ad un centesimo dei loro crediti verso gli alleati; e nessuno in Francia ed in Italia pretende da essi uno sfregio siffatto ai principii della loro e delle nostre costituzioni. Nulla vieta tuttavia al presidente di proporre al congresso di considerare i crediti verso gli alleati come largamente compensati dai sacrifici sostenuti in uomini ed in ricchezze da Francia ed Italia per la causa comune; e nulla vieta a lui di trovare una maggioranza disposta a sancire il principio della compensazione. L’ostacolo formale è un ben piccolo ostacolo, quando si sia persuasi del fondamento sostanziale della nostra tesi.

 

 

Il guaio si è che in America sono persuasi di aver fatto moltissimo, di aver fatto troppo intervenendo nelle contese europee ad aiutare i difensori della libertà contro i suoi sopraffattori. Né si può negare che molto gli americani hanno fatto e si sono resi grandemente benemeriti dell’Europa col loro intervento. Ma gli americani non debbono scordare che un’opera incominciata non può essere lasciata a metà. Dopo avere salvata l’Europa, non la possono abbandonare come se si trattasse di cosa che non li riguarda, in preda ai disavanzi di bilancio, ai cambi elevati ed assurdi, alle convulsioni sociali. In questo modo l’Europa non si ricostruisce e non si salva. L’Europa rimarrà bensì debitrice; ma senza la capacità di fare onore ai propri impegni. Meglio rinunciare ai crediti, pur di vedere l’Europa socialmente e politicamente ricostruita, capace di assorbire capitali e merci e di rendere all’America servigi e vantaggi economici ben più importanti di quello che non sia il pagamento di qualche miliardo di interessi all’anno.

 

 

Del resto, l’America aveva già consentito a trattare a Parigi di un condono degli interessi per un certo numero di anni. Perché le trattative iniziate furono interrotte? Perché oggi si parla solo di un rinvio degli interessi per qualche anno? Come non vedere che l’accumulo progressivo degli interessi col capitale metterà fra qualche anno Francia ed Italia in una situazione finanziaria inestricabile; e come non vedere essere di gran lunga preferibile fare oggi volontieri quanto dovrebbe essere fatto tra qualche anno per forza e di mala grazia?

 

 

Ma gli Stati uniti non possono pretendere che Francia ed Italia, poste dinanzi alla tragica situazione delle loro finanze, stiano zitte e si contentino di dire: «Che peccato che gli Stati uniti non possano fare uno strappo alla teoria della guardianship!».

 

 

No. Francia ed Italia hanno diritto di dire alto e chiaro che l’isolamento nordamericano non ha fondamento nella realtà; che gli Stati uniti sono intervenuti in Europa sì per difendere la nostra giusta causa, ma anche e sovratutto per difendere la loro, pur giusta, causa. Essi hanno veduto che la egemonia della Germania era un pericolo prima per l’Europa e poi per il mondo. E sono corsi in Europa per la difesa di una causa comune. Se essi avessero tardato, forse noi perdevamo la partita; ma se noi non avessimo resistito fino al loro intervento e al di là, anch’essi perdevano la loro. E la loro partita probabilmente era più gigantesca e di maggior pregio, almeno economico, della nostra. Perciò quando Francia ed Italia sostengono la tesi della ripartizione equitativa degli oneri, non pretendono di essere aiutate, non chiedono soccorso alla benevolenza altrui. Reclamano una giustizia che è loro dovuta. Nonostante le ripulse, seguiteranno a chiederla. Gli uomini di stato nordamericani sono i tutori del denaro pubblico nordamericano. Gli uomini di stato francesi ed italiani hanno parimenti l’obbligo di essere i tutori del denaro dei loro contribuenti. Dovere per dovere, quello di chi tutela il povero che ha sacrificato sangue e denaro in proporzioni assai maggiori del compagno, non è il meno importante. Noi abbiamo l’obbligo morale di renderci fastidiosi a chi non vuol sentire ricordare i propri doveri verso il compagno di lotta. Anche qui, vincerà chi saprà lottare più a lungo per la vittoria del diritto.

 

 



[1] Con il titolo La fronte unica finanziaria ed un possibile tributo sul carbone [ndr].

[2] Con il titolo Problema urgente [ndr].

[3] Con il titolo La cassa finanziaria della Società delle Nazioni [ndr].

[4] Con il titolo Il primo voto ufficiale italiano intorno al fronte unico finanziario [ndr].

[5] Con il titolo L’opposizione degli Stati uniti alla fronte unica finanziaria [ndr].

[6] Con il titolo La pace ed i debiti di guerra. Realtà urgente [ndr].

[7]Con il titolo Fronte unica finanziaria? [Ndr].

[8]Con il titolo Giustizia, non elemosina [Ndr].

Torna su