Il problema dei debiti

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 03/08/1922

Il problema dei debiti

«Corriere della Sera», 3 agosto 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 796-799

 

 

 

La nota con la quale il governo britannico chiede agli alleati d’Europa di regolare la questione dei loro debiti è compilata con grande abilità esteriore e fa capire chiaramente che lo scopo della richiesta non è già quello di pretendere sul serio una impossibile sistemazione dei debiti europei, ma quello di far pressione sul governo e sull’opinione pubblica d’America perché anche oltre Oceano il problema dei debiti sia riconsiderato, e sia intesa la convenienza di una remissione generale. È dubbio però che la nota possa raggiungere il suo scopo. Fra gli stati europei debitori da un lato e l’Inghilterra dall’altro, c’è questa differenza fondamentale di fatto: che gli stati continentali non possono pagare, mentre l’Inghilterra, pur con sacrificio, può pagare. In tali condizioni l’America non potrebbe indursi a cancellare o ridurre il debito inglese se non in base a considerazioni di ordine morale e generale che non hanno fatto ancora molta strada presso gli uomini politici e sovratutto presso la popolazione degli Stati uniti.

 

 

È per questo che i più illuminati spiriti inglesi ritengono che l’Inghilterra debba procedere alla remissione dei debiti senza attendere che l’America faccia altrettanto; e a tali intelletti più aperti alla visione dei bisogni e della situazione dell’Europa attuale, la nota di Lord Balfour apparirà certo prematura e inopportuna. Prematura nel senso che non potrà ottenere né il condono dall’America (almeno per ora) né il pagamento dall’Europa; inopportuna perché, nonostante tutto lo sforzo con cui Lord Balfour ha abilmente cercato di prospettare la questione dei debiti da un punto di vista, diciamo così, universale, si sente che in fondo non ha saputo rinunciare a considerarla da un punto di vista strettamente inglese. Ciò appare chiaro quando si vede la nota mettere allo stesso piano l’Inghilterra e i suoi alleati d’Europa, e, peggio ancora, mettere allo stesso piano, dal punto di vista dei debiti verso l’Inghilterra, gli antichi alleati, gli antichi nemici e la Russia.

 

 

A Londra i debiti che gli alleati hanno dovuto contrarre per sostenere la guerra in comune con l’Inghilterra si mettono e si sommano insieme con gli impegni di pagamento che la Germania si è assunta a compenso dei danni provocati da lei con la sua guerra. Ora ripugna al sentimento veder sommate nella stessa colonna la somma che la Germania deve, mettiamo, per l’affondamento del Lusitania e le somme che la Francia o l’Italia devono all’Inghilterra per un giorno o una settimana di più di lotta e di sacrificio destinati alla causa comune e alla vittoria comune; ripugna alla logica veder l’Inghilterra – pronta a trattare bonariamente la Russia e a largheggiare con la Germania – subordinare invece la remissione o la riduzione dei debiti verso gli alleati alla remissione o alla riduzione del suo debito verso l’America. La connessione dei crediti degli alleati verso la Germania con i loro rapporti di debito e credito verso l’Inghilterra e l’America è stata ammessa in Italia e sarà ammessa anche a Parigi; ma l’errore logico sta nel subordinare tutto alla remissione del debito che l’Inghilterra ha verso l’America. A Londra si sa benissimo che se si dovessero regolare i conti così come figurano oggi sulla carta, se cioè non solo i paesi vinti, ma anche l’Italia, la Francia, ecc. dovessero mantenere tutti i loro impegni, l’Europa cadrebbe nello sfacelo. Ora è possibile che a Londra si dica: vada pure l’Europa in rovina purché il contribuente inglese non veda l’imposta sul reddito aumentata di uno scellino per sterlina?

 

 

Non tocca a noi entrare nella questione dei rapporti fra l’Inghilterra e l’America e possiamo ancora in un certo senso spiegarci gli sforzi del governo inglese per tutelare gli interessi del pubblico britannico; ma ciò che affermiamo è che l’impostazione del problema dei debiti, così come vien fatta con la nota britannica, non risponde né alla giustizia né alla possibilità pratica né agli stessi interessi inglesi.

 

 

Non alla giustizia, perché, come abbiamo detto tante altre volte, la situazione della Francia, dell’Italia, ecc. non può essere assimilata a quella dell’Inghilterra. La giustizia ci sarebbe se in guerra e in pace i vari paesi alleati fossero stati equiparati nello sforzo, nelle perdite, nei vantaggi e si trovassero oggi nella stessa condizione di potenzialità. Ora niente di tutto questo è vero. L’Inghilterra, fra i paesi d’Europa, è quello che, per rispetto alla propria potenzialità finanziaria, ha sostenuto lo sforzo minore; è quello che dalla pace ha conseguito i vantaggi maggiori, non solo per acquisto di potenza e di territori, ma anche per aver eliminato dalla lotta il suo più formidabile concorrente; è quello che per le condizioni generali economiche, per il costo della vita, per l’elasticità del bilancio, per l’imponenza della ricchezza nazionale, per l’abbondanza di materie prime e di risorse d’ogni genere, tiene ancora oggi il primato della floridezza. Non sarebbe giusto che gli alleati dell’Inghilterra, dopo essersi dissanguati per far fronte al nemico in guerra, finissero di dissanguarsi ora in pace per far fronte ai debiti verso il più ricco e più potente fra di loro.

 

 

C’è poi il problema della possibilità pratica. Già il delegato francese a Washington, Parmentier, richiesto sulle intenzioni della Francia per il pagamento del suo debito verso l’America, si è limitato a rispondere esponendo le condizioni finanziarie del suo paese. In Inghilterra le condizioni non solo della Francia ma di tutta Europa devono essere troppo ben conosciute perché occorra un’esposizione di dettaglio: si deve sapere benissimo a Londra che né la Francia né l’Italia, anche volendo, potrebbero pagare, e che, quand’anche per farlo si riducessero nelle condizioni in cui è precipitata l’Austria o in cui minaccia di precipitare la Germania, non per questo il creditore ne caverebbe alcun costrutto. Ciò si vede tanto chiaro anche a Londra, che i primi a sostenere la necessità di ridurre e regolare meglio il debito tedesco sono proprio gli inglesi. È dunque supponibile che Francia e Italia debbano essere spinte a incontrare proprio quella sorte che si vuole risparmiare alla Germania? E sarebbe interesse della stessa Inghilterra il far ciò?

 

 

Qui è l’altro punto che deve essere considerato seriamente. Il primo, il più fondamentale interesse dei paesi economicamente più forti è che l’Europa torni presto a un regime di finanza e di economia quanto più è possibile normali. Sinché ciò non accadrà, anche l’economia britannica sarà una costruzione pericolante e malferma.

 

 

Queste verità primordiali sono così evidenti che cresce ogni giorno in Inghilterra il numero di coloro che se ne rendono conto. Non è possibile che il governo inglese non le veda anch’esso; e allora la nota di Lord Balfour non può spiegarsi se non col proposito – come dicevamo in principio – di esercitare sull’America una pressione, sulla cui efficacia pratica

però è logico nutrire seri dubbi. A meno che lo scopo della nota non sia un altro: che cioè il governo britannico abbia voluto dimostrare al proprio paese e ai propri contribuenti d’aver compiuto ogni sforzo per arrivare a una remissione generale di tutti i debiti, con la fiducia che quando l’inanità di questo sforzo apparirà chiara, il pubblico inglese si rassegni a sopportare il sacrificio di pagare il debito verso l’America senza pretendere il pagamento dagli alleati d’Europa. Se questo è, e se questo risultato sarà raggiunto, allora l’atto del governo inglese troverà la sua giustificazione e produrrà i suoi benefici, ed è sperabile che l’esempio britannico faccia scuola a Washington, e apra le menti del mondo politico e del pubblico americano a una visione equa, umana, illuminata (anche dal punto di vista dell’interesse degli Stati uniti) del problema dei debiti interalleati.

 

 

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