Il problema del cambio

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 09/02/1917

Il problema del cambio

«Corriere della Sera», 9 febbraio[1], 5[2], 12[3] e 20 marzo, 8[4] e 14[5] aprile, 8 settembre[6], 15 dicembre[7] 1917, 8 gennaio[8] 1918

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 424-465

 

 

I

Dell’aumento del cambio e delle sue cause ripetutamente fu discorso su queste colonne, specie esaminando le variazioni dei cambi dei paesi belligeranti sulla Svizzera.

 

 

Principalissima tra le cause mi parve sempre l’aumento della quantità relativa e prevista della carta-moneta circolante. È fatale che l’aumento, dovuto alla necessità di guerra, della carta-moneta circolante l’abbia fatta rinvilire, come accade per ogni merce; ed è naturale che il rinvilio della carta-moneta non sia in rapporto alla sua quantità assoluta, bensì alla sua abbondanza relativamente agli scambi più o meno accentuati, alla tesaurizzazione dei biglietti da parte dei più timidi risparmiatori, ecc. ecc.; ed alla sua abbondanza prevista. Un biglietto da 100 lire vale più o meno in oro, quanto più presto o tardi si spera di vederlo di nuovo cambiato in oro alla pari dagli stati emittenti, ossia a seconda della maggiore o minore probabilità che gli stati possano ritirare in avvenire una parte dei biglietti emessi e riprendere il cambio a vista della parte restante.

 

 

Accanto a siffatto fattore fondamentale, giova por mente altresì agli scambi internazionali per spiegare le oscillazioni del cambio. Se in un dato mese l’Italia ha acquistato all’estero 500 milioni di lire-oro di merci e le deve pagare e ne ha vendute solo 300, di cui deve riscuotere il prezzo, pure in lire-oro, la compensazione fra il dare e l’avere, fra le cambiali (o divise) pagabili dall’Italia e le cambiali o divise pagabili all’Italia, si può effettuare solo in parte. I restanti 200 milioni rimangono in aria. Se lo stato contrae un debito all’estero, per esempio a Londra, di 150 milioni, acquistando così il diritto di tirare per 150 milioni di tratte pagabili su Londra, ecco che la compensazione si fa per altri 150 milioni. Si hanno 500 milioni da pagare e 300, Più 150 milioni da riscuotere. Rimangono pur sempre in aria 50 milioni. Poiché bisogna pagarli, e poiché non si possono pagare con biglietti italiani, è chiaro che coloro i quali devono pagare 500 milioni si fanno concorrenza per accaparrarsi, ciascuno a preferenza degli altri, i 450 milioni di divisa disponibile. Il prezzo in carta-moneta della divisa pagabile in valuta aurea all’estero cresce: ossia il cambio va al 20, al 30, al 40%. In tempo di pace ed in condizioni normali il cambio non può salire molto, perché si ha subito interesse a spedire all’estero oro, ovvero ad esportare merci. Queste, vendendosi a 100 lire-oro, fruttano 101, 102 e più lire-carta, dando un beneficio al produttore. D’altro canto si ha meno interesse ad importare merci dall’estero, perché, pur pagandole 100 lire-oro, ci costano 101, 102 e più lire-carta.

 

 

In tempo di guerra spesso è proibita l’esportazione dell’oro; è difficile crescere l’esportazione delle merci e sono frequenti i divieti di esportazione. Né è possibile per lo più diminuire l’importazione di merci, trattandosi di munizioni belliche, di cereali ed altre cose necessarie. Sicché il crescere del cambio non ha limite; ed il panico dei detentori di divisa estera e la speculazione potentemente contribuiscono ad esacerbare il cambio, anche al di là di quello che naturalmente sarebbe il rinvilio della carta-moneta esuberante.

 

 

Quali i rimedi contro il rialzo o, meglio, contro le esacerbazioni e le oscillazioni più violente di esso? I rimedi principi sono sempre i due ben noti: restrizione dei consumi ed aumento della produzione.

 

 

La riduzione dei consumi consente un maggiore risparmio e l’acquisto dei titoli di debito pubblico grazie al risparmio fatto. Scema così la necessità per lo stato di emettere nuova carta-moneta, e vien meno la causa più potente di un rialzo ulteriore del cambio. Se si consuma di meno, maggior copia di merci e derrate rimane disponibile per l’esercito; scema la necessità di indebitarsi verso l’estero per coprire lo sbilancio commerciale, poiché, se le compre si sono ridotte da 500 a 450 milioni di lire, cessa l’affannoso correre della domanda dietro alla offerta dei cambi.

 

 

Giova altresì lavorar più e meglio: in guisa da potere evitare alcune compre di derrate alimentari all’estero o, il che fa lo stesso, da potere accrescere le nostre esportazioni.

 

 

Oltre a questi che sono i rimedi principi, qualcosa può farsi per ottenere una minore asprezza dei cambi. Sui giornali di Torino, il prof. Sterpone ha caldeggiato con entusiasmo la raccolta dell’oro sotto la triplice forma:

 

 

  • di dono allo stato di orecchini, anelli, catene, oggetti d’oro;
  • di vendita degli stessi oggetti al valore nominale in carta, senza aumento d’aggio;
  • di vendita al valore corrente in carta, compreso l’aggio.

 

 

Tutti i tre metodi possono essere utilmente adottati e lo furono in Germania ed in Francia. In occasione del prestito odierno, anche il governo italiano accetta pagamenti in oro al corso del 130%, ed ha autorizzato gli istituti di emissione ad istituire conti correnti in oro. A parte questi ultimi, che meritano di essere illustrati appositamente, forse non converrà illudersi oltremisura sui benefici risultati della raccolta dell’oro. Non azzardo alcuna ipotesi che sarebbe avventata; ma ritengo improbabile poter raccogliere grossissime somme. In un paese, come l’Italia, dove si tratta di provvedere a coprire uno sbilancio commerciale probabilmente non inferiore ai 200-300 milioni di lire al mese, la raccolta in un anno di qualche decina di milioni di lire di oro, ammettiamo anche di qualche centinaio, potrà giovare; ma una sensibile influenza sull’aggio parmi difficile possa essere esercitata. Aggiungasi che, affinché l’effetto utile, anche piccolo, non sia neutralizzato, sarebbe necessario che lo stato non desse biglietti di carta ai portatori dell’oro ma titoli non spendibili per la durata della guerra. Altrimenti si cade dalla padella nella brace: scema l’aggio dell’1% perché lo stato ottiene l’oro per fare qualche pagamento all’estero, ma cresce dell’1% perché lo stato ha emesso all’interno altrettanta nuova carta-moneta e perché con questa i privati fanno domanda di merci all’estero o, consumando merci interne in più, creano un vuoto negli approvvigionamenti, che deve essere colmato con nuove importazioni.

 

 

Provvide la Germania a centralizzare il commercio delle divise estere presso la Banca imperiale allo scopo di moderare le oscillazioni dell’aggio; ed in parte riuscì nel suo scopo.

 

 

Purché non si creasse un nuovo ufficio governativo, purché della bisogna fosse incaricato un consorzio di banchieri sperimentati, presieduto dalla Banca d’Italia e coll’intervento del tesoro, potrebbe giovare l’accentrare tutto il commercio delle divise estere in un unico ente.

 

 

La cosa è difficile, ma non di impossibile attuazione. Se tutti i commercianti e gli industriali i quali hanno, in cambio delle merci da essi vendute all’estero, ricevuto cambiali pagabili all’estero fossero obbligati a venderle unicamente al consorzio; e se tutti coloro che hanno bisogno di fare pagamenti all’estero dovessero ricorrere al consorzio, questo potrebbe dominare il mercato dei cambi. Non dico che perciò il cambio ribasserebbe; ma potrebbero moderarsi le oscillazioni dovute al panico, alla accumulazione di divise presso i detentori paurosi di non poterle più riacquistare in seguito. Gioverebbe certamente all’uopo che il consorzio si obbligasse a dare uguale quantità di divise estere a chi avesse fatto prima analoghi depositi presso di esso. Proposi questo sistema in tempo di pace, ad imitazione di quanto si fa con successo altrove; ma l’adozione di esso in tempi di guerra sarebbe ancor più utile.

 

 

Forse il concentramento potrebbe giovare anche a ribassare alquanto i cambi. Suppongasi il consorzio detentore dei 300 milioni di divise pagabili all’estero, ricevute in cambio delle merci da noi vendute all’estero e dei 150 milioni di tratte che lo stato può tirare sulla banca di Londra, presso cui ha analogo credito. Il consorzio, il quale si trova di fronte ad una domanda di 500 milioni di lire da parte di coloro che debbono fare pagamenti all’estero per merci acquistate, farà una scelta. Comincierà a soddisfare tutta la domanda dei ministeri militari, degli industriali che lavorano per l’esercito, dei consorzi per l’approvvigionamento del grano, del carbone e delle altre merci o derrate necessarie alla vita dei soldati e dei civili. Soddisferà così ad una domanda di 450 milioni. I restanti 50 milioni si dovrebbero pagare all’estero per soddisfare acquisti di spezierie, di libri, di pellicce e di altre cose meno necessarie in tempo di guerra.

 

 

Questi saranno intieramente lasciati in asso dal consorzio. I commercianti, i quali hanno fatto acquisti per soddisfare alle fantasie di una clientela spendereccia, non otterranno in alcun modo legalmente i mezzi di effettuare i pagamenti dovuti. Faranno una pessima figura presso i loro fornitori stranieri. Tanto meglio. Dovranno affannosamente comprare di nascosto, in frode alla legge, divise estere da quei detentori che, in frode alla legge, non le avranno vendute al consorzio. Dovranno rassegnarsi a pagare prezzi di frode, ossia a subire cambi del 50, del 100, del 200, forse, in certi casi di assoluta necessità, del 1.000%. Ancor meglio. Una pelliccia che all’aggio del 30% sarebbe costata 1.300 lire, costerà 5.000, 10.000 lire e più. Strilleranno consumatori e consumatrici di cose inutili; e delle loro strida il Paese tutto si rallegrerà. In conclusione, potrà darsi che, invece di aversi un cambio, come oggi, del 35% per tutti, si avrà un cambio del 30% per i consumatori di cose necessarie e del 1.000% per i consumatori di cose inutili. Forse è difficilissimo raggiungere il fine; ma non si vede perché non si debba studiare la possibilità di impugnare un’arma che il nemico usa con non spregevoli risultati.

 

 

II

Il cambio italiano sull’estero ha raggiunto altezze impressionanti. Abbiamo superato sulla Svizzera il 59%, su Parigi il 34%, mentre la sterlina oltrepassa le 37 lire ed il dollaro raggiunge le lire 7,90.

 

 

Ad avere un concetto esatto comparativo del fatto giova tuttavia rifare il solito studio dei cambi, riferendoli ad un unico paese, ad esempio, la Svizzera. Ricordo ancora che la base fissa essendo il franco svizzero, le cifre del quadretto seguente si presentano, per così dire, capovolte in confronto a quelle che sono quotate in Italia. Se, infatti, il cambio italiano sulla Svizzera è a 150, ciò vuol dire che fa d’uopo dare 150 lire italiane per avere 100 franchi svizzeri. Ma se noi ci mettiamo dal punto di vista svizzero, diremo che per avere 100 lire italiane basterà dare 66,66 franchi svizzeri; il che ancora si esprime dicendo che la moneta italiana perde il 33,33% sulla Svizzera. Un aggio 50% in Italia è uguale ad una perdita del 33,33% della moneta italiana in Svizzera. Per conseguenza, siccome la moneta austriaca perde il 51,20% sulla moneta svizzera, ciò vuol dire che l’aggio in Austria è del 105%. Il che ci può consolare alquanto, in mezzo alle preoccupazioni che il rialzo del cambio fa nascere in Italia. Quelle preoccupazioni debbono essere nella monarchia nemica doppie delle nostre, poiché l’aggio in Austria è all’incirca il doppio che in Italia.

 

 

Fatta questa premessa, ecco il solito specchietto:

 

 

 

Massimi guadagni e massime perdite raggiunte

Fine del mese di

ALLEATI

prima dell'ottobre 1916

ottobre 1916

dicembre 1916

febbraio 1917

Inghilterra

(genn. '16) – 1,60

– 1 –

– 4,75

– 3,45

Francia

(mar. '16) – 12,80

– 10,05

– 13,35

– 14,15

Italia

(genn. '16) – 22,80

– 21,25

– 26,20

– 38,15

Russia

(genn. '16) – 42,10

– 40 –

– 43,75

– 46,90

POTENZE CENTRALI

       
Germania

(sett. '16) – 25,20

– 26,35

– 31,55

– 33,50

Austria-Ungheria

(sett. '16) – 40,35

– 43,60

– 49,55

– 51,20

NEUTRI

       
Olanda

(dic. '15) + 10,20

+ 3,10

– 1,35

– 3,30

Svezia

(apr. '16) + 13,20

+ 7,25

+ 6,20

+ 6,95

Norvegia

(apr. '16) + 13,20

+ 7,25

+ 6,20

+ 2,30

Danimarca

(apr. '16) + 13,20

+ 2,55

– 1 –

+ 0,15

Stati Uniti

(giu. '15) + 3 –

+ 0,90

– 2,35

– 3,55

Spagna

(giu. '16) + 7,15

+ 6,75

+ 7,50

+ 8,10

 

 

 

L’Italia sta ancora notevolmente meglio della Russia e dell’Austria-Ungheria e si trova a pari condizioni con la Germania. Tuttavia, è peculiare, ora, all’Italia la rapidità del peggioramento avvenuto negli ultimi quattro mesi, aggravatosi in febbraio ed accentuatosi nei primi giorni di marzo. Vi è l’impressione che il mercato sia lasciato andare un po’ alla deriva, senza che l’azione di una mano regolatrice ferma al timone si faccia sentire.

 

 

Pur nelle terribili condizioni in cui si trovano, le potenze centrali arginano i cambi con un successo che deve essere considerato come discreto, se si pensa alla quantità di carta emessa dall’Austria ed alla delusione dei tentativi di pace della Germania. Inghilterra e Francia agiscono energicamente sui cambi, sia con le vendite dei loro titoli, sia con i continui prestiti nel nord America.

 

 

Abbiamo noi fatto tutto quanto era possibile per regolare i cambi? Anche qui sarebbe desiderabile che venissero offerti al pubblico maggiori dati, perché in realtà si è costretti a brancicare alquanto nel buio. Non sembra che la causa del deprezzamento della carta-moneta italiana sia la sfiducia dei neutrali sulla nostra possibilità di far fronte agli impegni assunti. Non voglio ricordare testimonianze italiane; ma è di ieri la circolare di febbraio del Bankverein Suisse, in cui si ricordava che per le prime, fin dal 1914, la Gran Bretagna e l’Italia hanno pensato a risolvere il problema così importante della copertura definitiva degli interessi dei debiti di guerra.

 

 

È da lodare la propaganda che il governo, la Banca d’Italia e le altre banche fanno all’estero a pro del prestito; e ritengo che le somme sottoscritte in tal moda saranno superiori a quelle dei prestiti precedenti. Se anche però si riuscisse a giungere ai 100 milioni, ciò basterebbe a colmare per poco più di una settimana lo sbilancio commerciale.

 

 

Sono da lodare grandemente le iniziative di accettare i titoli esteri e l’oro in pagamento del nuovo prestito 5%. Ma per i titoli esteri perché si insiste a non voler concedere l’amnistia piena per tutta la durata della guerra; e perché si fissano all’oro prezzi inferiori a quelli del giorno? Ciò equivale a dire ai possessori dell’oro: tenetevelo, perché noi non ve lo vogliamo pagare al prezzo corrente.

 

 

Sovratutto, vi sono due mezzi che non mi sembra siano stati adoperati abbastanza fin qui: l’istituzione di un consorzio od ufficio centrale dei cambi ed i prestiti in America.

 

 

Della opportunità di istituire un consorzio centrale dei cambi ho già discorso a lungo qui sopra; e non giova ripetere le cose allora scritte. Contemporaneamente, un uomo pratico, l’on. Paratore, esprimeva gli stessi concetti; il che dimostra non trattarsi di pura escogitazione dottrinale. Ciò che è accaduto dappoi, prova la necessità di una regolamentazione. Non voglio riferire i discorsi che corrono, e di cui sarebbe difficile conoscere il fondamento. Ma è grandemente probabile che a spingere i cambi all’altezza odierna abbiano influito il panico e la tesaurizzazione delle divise estere. Chi ha divise estere non le vende per la paura di rimanere senza quando giungeranno le scadenze; e gli industriali che devono far pagamenti sono esagitati dalla paura di non trovare cambi e spingono i prezzi all’insù. Presto scadranno le tratte per le provviste di cotoni e vi sarà una nuova cagione di malessere.

 

 

Non dico che l’istituzione di un ufficio centrale dei cambi sia un tocca e sana. Vi sono cause profonde del rialzo che nessun ufficio può togliere; ma non vedo perché non si potrebbero moderare le punte speculative. Certamente l’ufficio non dovrebbe stare a Roma e non dovrebbe comporsi di funzionari del ministero del tesoro. Comprare e vendere cambi per l’industria non è loro mestiere; e prima che essi lo imparassero, i cambi potrebbero andare al 200%. Ma è davvero impossibile:

 

 

  • far divieto, a chi ha divisa da vendere, di venderla ad altri che al consorzio od ufficio centrale;
  • obbligar così tutti i bisognosi di cambi a rivolgersi soltanto all’ufficio;
  • far la scelta tra le richieste, soddisfacendo solo quelle per acquisti necessari all’alimentazione ed alla guerra, lasciando tutti gli altri richiedenti assolutamente al verde?

 

 

Non sembra impossibile costituire un consorzio fra le principali banche; e porre a gerire praticamente l’ufficio, con sede a Milano e con succursali a Torino e Genova, una mezza dozzina di banchieri ritirati dagli affari, di ex agenti di cambio, che sarebbero felici di prestare gratuitamente l’opera propria allo stato, pur di aver l’onore di servire il paese in un momento così difficile. A Roma si ha l’abitudine di considerare gli industriali, i commercianti ed i finanzieri come filibustieri o quasi; e si ignora l’arte di trarne partito a profitto della cosa pubblica. In ogni classe vi sono invece legittime ambizioni; ed una delle ambizioni maggiori nel momento presente è quella di essere creduti degni, col miraggio di una commenda o senza, di servire il paese. V’è gente competente e pratica che si farebbe in quattro, pur che il ministro del tesoro desse loro un mandato di fiducia. Perché non utilizzarli?

 

 

L’altro strumento non abbastanza adoperato è quello dei prestiti negli Stati uniti. Dopo un piccolo prestito di 25 milioni di dollari, non si è più sentito parlar d’altro. L’Inghilterra non è la sola fornitrice di denaro a mutuo. Oggi essa è sopravvanzata dagli Stati uniti, al cui mercato Inghilterra e Francia ricorrono di frequente con successo. Perché su 2.150.200.000 dollari imprestati dagli Stati uniti all’estero dall’agosto 1914 al 31 dicembre 1916 l’Italia figura con soli 25 milioni di dollari? È ragionevole ritenere che gli Stati uniti non ci ritengano meritevoli di credito? Alcune banche importanti nordamericane cercano la clientela nostra; e sono venute a impiantare filiali da noi. La colonia italiana è stimata per il suo numero e la sua operosità. Noi diamo all’America importanti ordinazioni, che formano una eccellente base per operazioni di credito.

 

 

Senonché gli Stati uniti non concedono prestiti se non ad alto interesse e ad alte provvigioni. Noi non possiamo dal nord America ottenere prestiti a saggi di favore, come li otteniamo dall’Inghilterra. Bisogna pagarli cari. Sia lecito dire però che, per quanto noi pagassimo il denaro caro in America, faremmo sempre un eccellente affare, ove si tenga conto della benefica influenza sui cambi. Se anche su 200 milioni di dollari a due anni si dovesse pagare, per ipotesi, il 10% all’anno, noi ci saremmo in definitiva obbligati solo a pagare dopo i due anni 240 milioni di dollari.

 

 

Ma se quei 200 milioni, trasformati in lire italiane, riuscissero a tener giù il cambio del 10%, ribassandolo dal 50 al 40%, l’industria italiana ed il ministero della guerra risparmierebbero subito 100 milioni di lire, pagando 1 miliardo e 400 milioni di lire quei 200 milioni di dollari che oggi si pagano 1 miliardo e mezzo. E potrebbe darsi che alla fine del biennio, a pace fatta, il cambio fosse ribassato e che per pagare 240 milioni di dollari bastasse meno del miliardo e 400 milioni di lire che oggi si sarebbero incassati.

 

 

Quando il cambio è al 50%, formalizzarsi di un 5% più o meno di interesse per un debito estero provvisorio, non ha senso. Trattasi di una piccola differenza, che può essere compensata da una oscillazione favorevole nel cambio. Qualunque banchiere riterrebbe ottima e lucrosa operazione prendere all’estero denaro a prestito anche al 20%, quando ciò fosse compensato da un risparmio del 25% nei cambi. Pagare il meno possibile è doveroso per tutti i privati banchieri e ministri del tesoro; ma il giudizio sul «meno possibile» si può dare solo in relazione al risparmio fatto sulla operazione complessa di prestito e di azione sui cambi. E nel momento presente questa deve essere il fine e quello il mezzo.

 

 

III

La questione del cambio interessa moltissimo, se almeno si deve giudicare dall’interessamento con cui giornali, uomini parlamentari e pubblico la discutono, indagando cause e proponendo rimedi.

 

 

Affinché però i rimedi proposti ed attuati siano efficaci fa d’uopo che l’opinione pubblica non sia fuorviata da erronei concetti intorno al significato ed alla portata del malanno di cui ci lamentiamo. Quanto più noi avremo idee chiare intorno al cambio, quanto minori errori usciranno dalla bocca dei nostri oratori politici o si leggeranno sui giornali, tanto più sarà probabile riuscire ad attenuare, sia da soli, sia d’accordo coi nostri alleati, la pericolosa ascesa del cambio. Credo sia possibile e doveroso richiedere la collaborazione degli alleati e principalmente del maggiore tra essi, l’Inghilterra, nella lotta contro il rialzo del cambio; ma credo parimenti che non giovi che uomini parlamentari e giornali chiedano quella collaborazione partendo da premesse che sono spropositi grossolani. Ciò non può non danneggiare la nostra causa, la quale poggia su fondamenti troppo saldi, per avere d’uopo di puntelli malfermi.

 

 

Uno dei più diffusi errori che si sentono comunemente ripetere è il seguente: è uno scandalo che gli svizzeri vogliano lucrare 50 o 55 lire per ogni 100 dei loro franchi; che i francesi guadagnino il 30% e che gli inglesi ci vendano le loro sterline per 36-37 lire nostre invece che per 25 lire. Passi per i neutri, i quali non hanno nessun vincolo verso di noi; ma gli alleati dovrebbero moralmente essere obbligati ad accettare la nostra moneta alla pari e dovrebbero resistere alla tentazione di lucrare il 30 od il 40% a nostre spese.

 

 

Se le cose stessero realmente così, il problema dei cambi sarebbe facilmente solubile; sarebbe bastato che gli on. Salandra e Sonnino avessero incluso nel patto di alleanza una clausola con cui francesi ed inglesi si fossero obbligati ad accettare alla pari la nostra lira; o basterebbe che ciò si ottenesse ora con opportune trattative, se per imprevidenza non si ottenne allora.

 

 

La verità si è che quella non è una cosa che si potesse richiedere nel maggio 1915 o che si possa richiedere oggi: perché il corso dei cambi è, salvo l’avvertenza che farò poi, un affar nostro interno; e né gli svizzeri, né i francesi, né gli inglesi, né gli spagnuoli guadagnano un centesimo sulla nostra lira.

 

 

Supponiamo per un momento che tutto il nostro commercio internazionale si svolga con l’Inghilterra e che si sia da noi acquistato per 200 milioni di sterline di merci di questo paese e si siano ad esso vendute merci per 100 milioni. Siccome con 100 milioni non se ne pagano 200, e siccome sono cessati gli incassi per rimesse di emigranti e di viaggiatori e le altre entrate sono trascurabili, né abbiamo titoli od oro da esportare in quantità apprezzabili, così è giuocoforza che il governo od i privati provvedano a pagare la differenza ottenendo in Inghilterra una apertura di credito di 100 milioni di lire sterline. In quale altra maniera si possa provvedere all’acquisto dei 200 milioni di lire sterline io non riesco a concepire. Tanto si acquista quanto si può pagare e nulla più. Se, chi vende, non pretende il pagamento e ci fa egli stesso credito, la questione è risoluta nello stesso modo: noi paghiamo col credito che il venditore ci fa.

 

 

Dal punto di vista inglese, il bilancio economico complessivo si presenta nel modo seguente:

 

 

AVERE DARE
Per merci vendute all’Italia

L.st. 200

Per merci acquistate dall’Italia

L.st. 100

  Per credito aperto all’Italia ossia per buoni del tesoro od altri titoli acquistati dall’Italia

100

Totale

L.st. 200

 

 

Le partite sono pareggiate perfettamente. Certi inglesi che hanno venduto a noi per 200 milioni di sterline ricevono il pagamento dei 200 milioni:

 

 

  • in parte da altri inglesi i quali dovevano dare a noi italiani 100 milioni di lire sterline per merci acquistate e che, pregati da noi, ne versarono invece il valsente ai nostri creditori;
  • in parte dal governo inglese, il quale, invece di mandarci materialmente 100 milioni in oro, per cui ci aveva fatto un’apertura di credito, versò quei milioni, su nostra richiesta, ai nostri creditori.

 

 

Gli inglesi, che ci vendettero carbone, metalli, cotonate, ecc., riscossero nulla più dei 200 milioni di lire sterline che erano loro dovuti; e noi non rinunciammo, per ottenere il carbone e le altre cose, a nulla più dei 100 milioni di lire sterline del prezzo dovutoci per le sete, gli agrumi, i marmi venduti all’Inghilterra e degli altri 100 milioni di prestiti fattici da quel governo.

 

 

Non si vede affatto spuntare neppure la più lontana ombra di lucro che sul cambio abbiano potuto fare gl’inglesi a nostro carico. In lire sterline vendettero merci, in lire sterline ne comprarono e ci concessero crediti; e le une si compensarono colle altre in perfetta parità.

 

 

E veniamo all’Italia.

 

 

Qui vi erano industriali, commercianti, amministrazioni di stato, che avevano comperato 200 milioni di sterline di carboni, metalli, ecc. e dovevano pagarli. Essi però possedevano lire italiane e non sterline. Per fare i pagamenti dovettero comprare lire sterline. A quali porte dovettero andare a bussare? Alle porte evidentemente di quegli italiani che avevano venduto agli inglesi 100 milioni di lire sterline di merci e che avevano in mano cambiali e pagherò – le cosidette divise estere – riscotibili a Londra in valuta inglese. Gli italiani che avevano i 100 milioni di lire sterline, vedendo che a chiederle erano in tanti e che la somma richiesta era di 200 milioni, pure di sterline, cominciarono a fare gli schizzinosi ed a chiedere di più della parità. Il contrario sarebbe successo se il rapporto si fosse rovesciato e le sterline sarebbero ribassate a 24, a 23 lire e forse meno, come successe in Spagna, in Svizzera, in Scandinavia ed altrove. Da noi successe che la sterlina andò su a 30, a 33, a 35 ed a 37 lire.

 

 

Ma chi ottenne le 33, le 35 e le 37 lire? Non gli inglesi, ma gli italiani venditori delle merci esportate, i quali si fecero pagar care le loro sterline. Le lagnanze di chi deve comprar le sterline perché deve pagare merci acquistate non vanno rivolte contro gli inglesi, i quali vendettero e comprarono nella loro moneta, ma eventualmente contro i connazionali i quali pretesero e pretendono prezzi alti per le sterline di cui sono possessori.

 

 

Forse più che contro i connazionali che hanno venduto merci all’estero e ne hanno ricevuto in cambio divise, le lagnanze andrebbero rivolte contro coloro che quelle divise comprarono a loro volta e ne fanno commercio. S’intende bene che adopero la parola «lagnanze» per conformarmi all’uso universale mentre non di lagnarsi è mestieri, ma di aumentare l’offerta delle divise per farne scemare il prezzo.

 

 

Dalle cose esposte risulta che è assurdo chiedere agli inglesi che essi ci facciano pagare la loro sterlina a 25 lire italiane; e quindi ai francesi ed agli svizzeri che essi ci facciano pagare 100 lire i loro 100 franchi. Chiedere una cosa simile è infantile. La questione del cambio, come tale, è un affare nostro interno, in cui gli stranieri non hanno nulla a che vedere.

 

 

Se non vogliamo commettere un errore inescusabile, noi dobbiamo agire sulle cause per le quali i possessori italiani (esportatori) dei 100 milioni di lire sterline sono stati per un momento in grado di farsi pagare 37 lire italiane le loro sterline. Ed i metodi possono essere diversi:

 

 

  • Esportare di più. Se invece di esportare per 100 milioni di lire sterline, riuscissimo ad esportarne 110 o 120, la concorrenza fra i venditori italiani di sterline sarebbe maggiore ed il prezzo in lire italiane della loro merce sarebbe più basso. Esportare di più non è facile in tempo di guerra; ma sarebbe desiderabile che almeno il governo non si mettesse della partita per farci esportare di meno. Sono di ieri le notizie del fermo posto ai carri di agrumi diretti in Svizzera ed ivi venduti ad alto prezzo. Furono fermati, per obbedire al clamore della stampa nevrastenica; aranci e limoni andarono in malora, furono rivenduti a vil prezzo in Italia, favorendo lo spreco in un momento in cui tutti predicano la restrizione nei consumi; si ha la consolazione di sapere che tedeschi ed austriaci non possono comperare ad alto prezzo l’acqua contenuta negli agrumi; ma frattanto il cambio sale e coloro che devono comperare il carbone lo pagano caro. È di oggi, a quanto leggo su lettere ricevute e su giornali, il diniego di esportazione dei pettini di unghia in Svizzera. Anche qui, può darsi che qualche alto funzionario tutto si rallegri pensando che i tedeschi più non potranno ravviarsi le irsute chiome coi nostri pettini, mentre la pulizia della capigliatura farà progressi in Italia, grazie al buon mercato dei pettini. Intanto il cambio sale. I bimbi nostri avranno i capelli bene ravviati: ma bisognerà loro misurare un po’ più il latte ed il pane.
  • Importare di meno. Se si riuscisse a diminuire, col divieto assoluto di importazione di tutte le cose non necessarie ed urgenti, i nostri acquisti all’estero da 200 a 195 milioni (mi contento del fattibile e non pretendo l’impossibile) sarebbe tanto di guadagnato. Perché i funzionari, i quali fanno perdere il tempo e la pazienza ai nostri esportatori di agrumi e di pettini, non rivolgono la loro attenzione alle merci importate? Sono minutaglie; ma di ogni piccola cosa occorre preoccuparsi in tempi di strettezze.
  • E così il disavanzo sarebbe ridotto alla differenza fra 195 e 110 invece che a quella fra 200 e 100, ad 85 invece che a 100 milioni di lire sterline. Qui entra in campo la funzione del tesoro. Oramai solo il tesoro può procurare, ottenendo un’apertura di credito in Inghilterra o, coll’intermediario inglese, negli Stati uniti per 85 milioni di sterline (nell’esempio ipotetico fatto). Ottenutolo, è in suo potere di dominare i cambi. Quando il nostro debito per merci comprate sia di 195 ed il nostro credito per merci vendute e per accreditamenti del tesoro sia di 110+85= 195 milioni di lire sterline, è questione di abilità tener testa a chi vuoi spingere all’insù il prezzo delle lire sterline. Per altre ragioni, che qui sarebbe troppo lungo spiegare, non è probabile si possa riportare la sterlina a 25 lire, ed i 100 franchi francesi e svizzeri a 100 lire; ma non deve essere impresa impossibile ad un ufficio centrale, situato a Milano, e composto di persone perite e rotte al mestiere, stabilizzare i cambi intorno ad una misura tollerabile e sovratutto relativamente costante.

 

 

Aggiungo che tanto più forte sarà il nostro governo nelle trattative occorrenti per ottenere sui mercati stranieri, ossia direttamente in Inghilterra o col suo intermediario negli Stati uniti, i necessari crediti per ristabilire la bilancia economica quanto più vigoroso sarà stato, prima e durante le trattative, il nostro sforzo per ridurre al minimo i nostri acquisti di merci inutili e per spingere al massimo le vendite di cose sovrabbondanti verso tutti i paesi esteri e di cose inutili alla guerra anche verso i paesi nemici.

 

 

IV

Il discorso dell’on. ministro del tesoro è stato assai notevole, sia per i dati che egli ha fornito intorno alle cause dell’altezza attuale del cambio, sia per i rimedi che egli ha annunciato essere allo studio o di imminente attuazione.

 

 

Quanto alle cause, è manifesto che nel momento presente tutta l’attenzione va rivolta allo scopo di restringere quanto più è possibile le importazioni di merci inutili e di mettere un freno alla mania di vietare a dritta ed a manca le esportazioni anche di merci, di cui sarebbe utile scemare il consumo fra noi o che a noi sono superflue. L’on. Carcano promise di fare un «prudente» uso della facoltà di deroga ai divieti di esportazione contenuti nel decreto del maggio 1916. Giova sperare che l’uso sia prudentissimo dove si tratti di merci e derrate necessarie alla condotta della guerra ed alla alimentazione «spartana» degli italiani; ma che della «prudenza» si faccia gitto in tutti gli altri casi.

 

 

Sempre in rapporto alle «cause» del cambio alto, l’on. Carcano ha insistito, come è oramai costume antichissimo di tutti i ministri italiani del tesoro, nel negare efficacia alla abbondanza della circolazione cartacea. Come sempre in passato, egli ha sciupato, con una dottrina sicuramente erronea, una pratica buona, anzi ottima. La dottrina erronea è quella che io chiamerei «aulica» perché radicata, non si sa perché, in tutti gli ambienti ministeriali ed ufficiali italiani. Appena uno studioso afferma che il biglietto italiano è deprezzato, in primo luogo perché esso non è convertibile in oro ed in secondo luogo perché di biglietti ve ne sono più di prima, saltano su ministri del tesoro – non alludo in modo speciale all’on. Carcano, il quale ha anzi esposta la teoria «aulica» in tono misurato – e scrittori ufficiosi ad affermare che l’abbondanza della circolazione non ha niente a che fare coll’aggio. Come se fosse possibile di negare che se il biglietto si cambiasse a vista in oro e se di biglietti perciò non vi potesse essere ridondanza, i biglietti circolerebbero a parità coll’oro. Come se fosse possibile negare che l’unico paese belligerante, l’Inghilterra, la quale gelosamente conserva il cambio a vista dei biglietti in oro, ha un cambio, il quale non supera i punti metallici, cresciuti per le maggiori spese di trasporto e di assicurazione, o li supera solo verso quei paesi, come la Svizzera, l’Olanda e la Scandinavia, verso cui è vietata l’esportazione dell’oro e rispetto a cui il cambio in oro perciò non funziona. Il corso forzoso e l’abbondanza della circolazione sono incontrovertibilmente l’ambiente in cui prospera il cambio alto, quello che si suole chiamare aggio. Fuori di questo ambiente l’aggio è una assurdità impensabile. I ministri del tesoro che, durante la guerra presente, in Italia, in Francia ed in Germania, hanno affermato che l’abbondanza della circolazione non influisce sull’aggio, hanno detto sicuramente un errore.

 

 

Se il male si limitasse ad una cattiva teoria, il guaio sarebbe piccolo. Il male si è che l’on. Carcano ha perduto l’occasione di giustificare bene la sua condotta che, in questa materia, è stata buona, sana, patriottica. Egli avrebbe potuto rispondere ai deputati che lo accusavano di avere aumentato la circolazione: «Sì, è vero, io ho aumentato la circolazione, e in tal modo è stato possibile il sorgere dell’aggio. Ma qual paese ha potuto sottrarsi a questa necessità? La guerra richiede tali spese, dà luogo a tali perturbazioni nel credito e nel commercio, che l’aumento nella circolazione è una necessità assoluta. Dura necessità, contro cui è inutile tentare di ribellarsi. Ciò che unicamente il paese poteva pretendere da me, era di contrastare questa necessità con tutte le mie forze, era di emettere biglietti per la minore quantità possibile. Ed io ciò ho fatto. Sono di ieri le seguenti cifre pubblicate dalla sede di Londra del Bankverein Suisse e riprodotte nell’ultimo numero del più reputato giornale della City, l’«Economist»:

 

 

Aumento della circolazione cartacea dopo il giugno 1914

(in milioni di lire)

%

Gran Bretagna

4.001

544,0

Russia

17.395

426,0

Germania

10.810

359,3

Austria-Ungheria

4.577

189,0

Francia

10.622

175,6

Italia

2.252

144,6

 

 

«E dalla tabella risulta che l’Italia è il paese dove l’aumento della circolazione è stato il minimo, sia in cifre assolute che in cifre proporzionali. Senza giurare sulla esattezza delle cifre, difficilissima ad ottenersi in argomenti siffatti, la situazione comparativa è quella che risulta da esse. Che cosa si poteva pretendere di più dal tesoro italiano? Che, nonostante l’aumento necessario della circolazione, ristabilisse il cambio a vista dell’oro? In pochi mesi i nostri istituti di emissione sarebbero rimasti privi di riserve. Poté conservare, nonostante l’incremento della circolazione, il cambio a vista l’Inghilterra; epperciò i suoi biglietti non sono sviliti. Ma trattavasi per essi di una questione essenziale; e giovò a tutti gli alleati che Londra continuasse ad essere il centro monetario mondiale. Non noi potevamo ristabilire ciò che tutti gli altri belligeranti si affrettarono ad abolire».

 

 

Se il ministro del tesoro avesse detto queste o consimili parole, avrebbe dimostrato che al tesoro dominano teorie giuste, il che è sempre qualcosa; ma sovratutto avrebbe dimostrato viemmeglio che, in tema di circolazione, la condotta del tesoro italiano fu sana. Aveva fatto tutto ciò che era possibile per diminuire al minimo gli inevitabili danni del corso forzoso e delle emissioni di carta – moneta; quale migliore elogio si può fare oggi di un ministro del tesoro?

 

 

L’opera del tesoro non fu altrettanto efficace o fortunata rispetto all’altro punto del problema: le oscillazioni del cambio. Se è inutile sperare che il cambio sulla Francia o sulla Svizzera, finché la circolazione rimane quella che è, torni al 100 o la sterlina a 25 lire, è possibile e ragionevole ritenere che possa il cambio essere stabilizzato attorno ad una certa cifra, che io non mi azzardo ad indicare ma pare debba essere inferiore al livello odierno. I commerci e le industrie sono danneggiati non tanto dall’altezza del cambio, quanto dalla sua instabilità. La sterlina a 36 lire è un guaio; ma il guaio più grosso è di non poter prevedere se domani la si dovrà pagare ancora 36 od invece 38 o 34 o 30 lire. Ciò perturba i calcoli, disorganizza i commerci, mette l’industria in balia dell’impreveduto e dell’assurdo.

 

 

Qui ed altrove fu invocata la costituzione di un ufficio centrale dei cambi. Il ministro del tesoro ha annunciato come imminente la costituzione di un consorzio di banche, destinato a funzionare come organo regolatore dei cambi.

 

 

Benissimo. Tutto starà nel modo come il consorzio sarà organizzato. Se predomineranno i funzionari e se per comprare un cambio sull’estero occorrerà attendere per un mese il disbrigo della pratica, la cosa finirà male. Finirà male anche se al consorzio parteciperanno solo alcune banche ad esclusione di altre. L’ufficio direttivo dovrebbe essere composto di banchieri od agenti di cambio, non aventi oggi interessi in nessun istituto esercente l’industria del credito, insieme con un rappresentante della Banca d’Italia ed uno del tesoro. Le banche dovrebbero essere solo le consulenti e le clienti dell’ufficio dirigente. Come al solito tutto sta nel trovare le persone perite sul serio od attualmente non interessate. Per trovarle bisogna cercarle. Hanno ben trovato il sen. Bianchi; e non è assurdo trovare gente rotta al mestiere e disposta a lavorare per lo stato. Il consorzio dovrebbe avere la sua sede o le sedi dove si tratta la maggiore quantità di cambi: ossia a Milano, Torino e Genova. Altrimenti le perdite di tempo saranno grosse.

 

 

Bene ha fatto l’on. Carcano a respingere le critiche infondate che sono state mosse alla camera all’azione della nostra alleata inglese. Poteva aggiungere alcune cifre, pubblicate ogni settimana sui giornali britannici, le quali indicano lo sforzo finanziario compiuto dalla nostra alleata per conto proprio e per conto degli alleati e delle colonie. Dal primo agosto 1914 al 3 marzo 1917 ecco i dati delle spese e dei mezzi per sopperirvi (in milioni di lire italiane):

 

 

Provento dei tributi

25.293

Provento dei Prestiti per proprio conto

54.020

Provento dei prestiti fatti per conta degli alleati e delle colonie

22.445

Totale delle spese

101.758

 

 

È uno sforzo gigantesco, che nella storia non ha uguali. Bene l’on. Carcano aggiunge che la nostra alleata non arretra dinanzi a nuovi e più grandi sacrifici. Il successo del recente prestito e arra di ciò che essa può fare per sé e per la causa comune. È patriottico augurare che l’Inghilterra possa venirci in aiuto con più larghi prestiti e con piacere fa d’uopo prendere nota delle assicurazioni date dall’on. Carcano che le trattative a tal uopo sono a buon punto. Tutto ciò fa parte del principio della fronte unica; e dell’appoggio che il forte deve dare al più debole per la causa comune. Ben fece perciò il ministro del tesoro a rintuzzare le grossolane ingiurie e falsità che oratori neutralisti da strapazzo pronunciarono contro l’Inghilterra allo scopo di seminare zizzania fra alleati. Dinanzi alle cifre citate sopra resta solo il diritto dell’Italia a che il suo sforzo sia adeguatamente apprezzato a Londra; e che si trovi il modo di ottenere il massimo risultato comune utilizzando le risorse che il mirabile organismo economico inglese sa creare.

 

 

L’on. Carcano accennò altresì al recentissimo deliberato del Federal Reserve Board di revocare la sua circolare precedente, con cui raccomandava alle banche nordamericane di astenersi dal far impiego dei loro fondi in buoni del tesoro di stati esteri ed in altri mutui ai belligeranti. A ragione disse che questa era una circostanza altamente favorevole e significativa per noi. Ma non aggiunse altro.

 

 

Se la riserva è spiegabile in bocca sua, è doveroso insistere sulla necessità di fare ogni sforzo per procurarci crediti negli Stati uniti, astrazion fatta dai maggiori crediti inglesi, che furono chiaramente annunciati. Torno a ripetere che l’altezza maggiore o minore del saggio dell’interesse è un elemento di secondaria importanza, di fronte alla necessità di moderare o stabilizzare i cambi. In tema di noli e di carboni, di noli e grano, di noli e metalli, il nolo apparentemente caro può essere a buon mercato se riesce a farci avere quei carboni, quei metalli, quel frumento di cui abbiamo bisogno. Così in tema di prestiti, fa d’uopo guardare all’operazione nel suo complesso. La perdita nel saggio dell’interesse può essere ad usura controbilanciata dal guadagno sul cambio. Le persone inviate negli Stati uniti a contrattare prestiti – ed Inghilterra e Francia inviarono uomini noti e largamente affiatati nel mondo bancario – debbono non solo contrattare il prestito per se stesso, ma contrattarlo in vista del fine che si vuol raggiungere: che è di permettere a noi di acquistare e pagare merci, le quali ci sono necessarie.

 

 

V

Come sempre, la relazione del comm. Stringher ai suoi azionisti è frutto di esperienza e di meditazione e va accuratamente studiata da quanti vogliono conoscere le condizioni dell’economia italiana nel momento presente.

 

 

Limitandomi per ora alle pagine in cui lo Stringher studia il problema del cambio, giova dar rilievo ad alcune osservazioni preziose da lui fatte e che finora non si erano ancora lette, almeno con tanta precisione, in nessun documento ufficiale:

 

 

  • Dalla fine del maggio 1915 alla fine del febbraio 1917 il tesoro e gli istituti di emissione italiani restrinsero le loro giacenze metalliche di circa 450 milioni di lire; il che vuol dire che in gran parte questi 450 milioni di lire sono stati depositati presso la Banca d’Inghilterra. È questa la operazione che fu detta dei pegni d’oro dati all’Inghilterra; e di cui a gran ragione lo Stringher assume, insieme col governo, la responsabilità e merita la lode. «Abbiamo contribuito noi pure – egli dice – in giusta misura alla raccolta dell’oro nelle mani possenti del colosso inglese, nell’interesse comune degli alleati». Auree parole, che andrebbero meditate da coloro i quali biasimarono l’invio d’oro in Inghilterra.

 

 

Non sono d’accordo con lo Stringher, quando in un altro punto della sua relazione nota che non fu possibile «attingere in paese nuove notevoli scorte auree, capaci di fronteggiare proporzionatamente la crescente circolazione cartacea». Giusto il lamento; ed opportuni gli sforzi fatti per invitare l’oro a depositarsi nelle casse del tesoro e degli istituti di emissione. Erroneo invece il concetto, del resto manifestato con commovente unanimità dai direttori delle principali banche d’emissione dei paesi belligeranti, salvoché dagli inglesi, che l’oro debba servire a fronteggiare proporzionatamente la crescente circolazione cartacea. È questo un residuo della vecchia e sbagliatissima teoria della «garanzia» per cui si dovrebbe possedere e conservare molto oro per garantire i biglietti, teoria erronea, perché i biglietti si garantiscono e si mantengono apprezzati con l’oro che si dà via in cambio di essi e non con l’oro che si serba in cassa, mentre i biglietti sono a corso forzoso. Tanto varrebbe, fu detto, calcolare nelle riserve bancarie l’oro che si trova depositato nelle viscere della terra; e fu detto giustamente.

 

 

Del resto tesoro e banche in Italia agirono in base alla teoria giusta e non a quella sbagliata: perché inviarono parecchie centinaia di milioni in Inghilterra, dove l’oro ha potuto adempiere al suo vero scopo: che è quello di essere dato via e non conservato. Che cosa sarebbe successo dei paesi dell’intesa se neppure la Banca d’Inghilterra avesse potuto mantenere il cambio a vista dei suoi biglietti? Se anche la sterlina fosse deprezzata del 20 o del 30%? A qual punto sarebbe giunto lo scredito dell’Inghilterra e con essa dei suoi alleati? Non sarebbero divenuti ancor più difficili d’oggi gli approvvigionamenti d’ogni fatta? La mente rifiuta di perdersi in un tale abisso di immagini paurose; ed è perciò indotta a proclamare ben altro che l’invio di oro in Inghilterra da parte nostra, da parte della Francia (1 miliardo e 600 milioni depositati a Londra; e 1 miliardo e 57 milioni inviati negli Stati uniti) e da parte della Russia fu provvedimento altamente benefico e patriottico, sovratutto nell’interesse nostro.

 

 

  • Nello stesso periodo di tempo il tesoro italiano ottenne, quasi soltanto a Londra, aperture di credito per 4 miliardi in oro. È un risultato grandemente apprezzabile in confronto al sacrificio minimo, anzi nullo, di aver dovuto inviare poche centinaia di milioni di lire di oro all’estero. Qui si vede la funzione degli invii di oro a Londra. L’Inghilterra, per ottenere essa a mutuo 4 miliardi di lire, che essa ridà poi a mutuo all’Italia, ha pur d’uopo di avere un fondo d’oro di scorta per poter far fronte a tutte le domande di rimborso in oro che le fossero presentate dai suoi creditori. E poiché essa, con la politica tradizionale del dar via l’oro delle sue riserve, ha sempre avuto scorte auree debolissime, fu necessario che Francia, Russia ed Italia, ciascuna nei limiti delle sue disponibilità, le fornissero la base aurea necessaria per potersi procacciare quei crediti che essa poi trasmetteva a noi. Nelle casse delle banche francesi, russe ed italiane quell’oro non serviva a nulla; perché nei paesi a corso forzoso non v’ha bisogno di tenere oro per cambiar biglietti. Trasportato a Londra, quell’oro servì per creare le più vaste aperture di credito che il mondo abbia mai viste. E di esse si giovarono gli alleati.

 

 

Per questo rispetto non fa mestieri d’altro che d’incoraggiare tesoro e banche sulla via intrapresa. Ora che le più aspre difficoltà a nuovi prestiti negli Stati uniti sono tolte, tesoro e banche sapranno spingere al massimo possibile i prestiti esteri, sia in Inghilterra che direttamente negli Stati uniti. Gioverà, imitando quanto assai opportunamente lo Stringher ricorda aver fatto la Francia, che non ci si limiti ad un prestito di stato nel nord America; ma che il tesoro e gli istituti di emissione «cooperino, agevolino e garantiscano operazioni finanziarie limitate o di mediana grandezza a favore di gruppi bancari, di enti industriali o di grandi e ricche città italiane». Pronte ed assolute esenzioni tributarie per i titoli emessi da enti italiani all’estero durante la guerra gioverebbero a facilitare non spregevoli operazioni di prestito da parte di enti diversi dallo stato.

 

 

Lo Stringher annuncia che i titoli di stati alleati e neutrali, già accettati in pagamento delle sottoscrizioni all’ultimo prestito nazionale, verranno accettati, in via continuativa, nel pagamento dei buoni del tesoro a cinque e tre anni, di cui si è ripresa l’emissione col primo aprile. Ottimo annuncio; che il comm. Stringher, confidiamo, otterrà venga completato:

 

 

  • con l’allungamento dello ancora smilzo elenco dei titoli esteri accettati. Perché non si accettano le rendite svizzere 3,50% e gli svariati tipi di obbligazioni cantonali e ferroviarie svizzere, di cui nelle provincie di confine esistono somme non indifferenti?
  • con l’amnistia completa per tutta la durata della guerra ai titoli esteri e con l’abolizione di ogni inciampo alla esportazione all’estero di qualunque titolo, amico, neutrale e nemico. È incomprensibile il motivo per cui il governo non si è ancora deciso a due provvedimenti così semplici e così urgenti.

 

 

Nella sua relazione lo Stringher si dichiara fiducioso che la corresponsione dell’aggio corrente attrarrà ai forzieri pubblici valute d’oro. Se queste parole vogliono significare l’abbandono dell’attuale sbagliato sistema di accettare l’oro a prezzi fissati con decreto ad un livello inferiore ai prezzi correnti, sia data lode allo Stringher di aver fatto prevalere la tesi del buon senso. Se si vuole che l’oro esistente in paese, poco o molto che sia, affluisca alle casse pubbliche, uopo è pagarlo al prezzo corrente.

 

 

L’eminente direttore della Banca d’Italia si dimostra scettico rispetto alla proposta di istituire un ufficio o consorzio centrale dei cambi. Le ragioni di dubbio sono essenzialmente due:

 

 

  • Si dubitò assai intorno alla convenienza dell’ufficio centrale in Germania ed in Austria-Ungheria; che pure sono mercati chiusi. Tanto più si deve dubitare in un paese a mercato aperto e con regime bancario discentrato come il nostro.

 

 

È difficile vedere bene la portata della obiezione. In Germania si dubitò, come far si deve per ogni cosa nuova; ma pur si fece con risultati non spregevoli. Il mercato italiano è aperto? Non parrebbe. Od almeno si deve fare una grande fatica mentale per considerare aperto un mercato dove vige il corso forzoso, dove è proibita l’esportazione dei metalli preziosi, dove l’importazione è in gran parte fatta dallo stato o per conto suo e dove l’esportazione è colpita da ogni sorta di vincoli. Se questo si chiama un mercato aperto, quali saranno mai i mercati chiusi?

 

 

È vero che il mercato bancario italiano è discentrato ma è ciò appunto che diede vita a movimenti speculativi di oscillazione. Non l’aggio alto e dannoso, ma l’aggio oscillante, e se l’altezza dell’aggio è, come osserva bene lo Stringher, determinata da cause non eliminabili, le sue oscillazioni possono essere entro certi limiti frenate.

 

 

  • Il monopolio di un ufficio centrale torrebbe stimolo agli sforzi delle banche e dei privati di acquistare cambi all’estero. Oggi la speculazione cerca aperture di credito all’estero; ad esempio di milione di franchi svizzeri, allo scopo di poter rivendere i cambi relativi in Italia al prezzo di 1.550.000 lire italiane. Verrebbe meno tale interesse se tutti i cambi fossero monopolizzati da un ufficio centrale. E quindi sarebbe diminuita la produzione e la vendita dei cambi.

 

 

Anche questa obiezione non è facile a capire. Allo speculatore non importa sapere a chi vende il suo milione di cambi, se a privati o ad un ufficio centrale; ma di venderli con profitto. È probabile che l’interesse a procacciarsi aperture di credito all’estero ed a vendere i cambi relativi in Italia cresca e non diminuisca quando si vede che i cambi sono stabilizzati, non hanno più una tendenza all’aumento – nel qual caso lo speculatore può temere di dover al momento della restituzione del milione di franchi ricomprare a 1.600.000 od 1.700.000 lire i cambi da lui acquistati a 1.550.000 lire -; ma rimangono stazionari o tendono alla diminuzione. Ho sempre letto e visto che nei paesi a corso forzoso ed a cambio alto la stabilizzazione dei corsi era un incitamento all’importazione di capitali dall’estero e quindi una causa di discesa dei cambi. Può darsi che ora il mondo vada alla rovescia; ma nessun fatto avvenuto sinora autorizza a crederlo.

 

 

VI

La relazione dello Stringher agli azionisti della Banca d’Italia e come una miniera dalla quale si possono ricavare a iosa notizie preziose e dati interessanti. Uno dei punti che richiamano maggiormente l’attenzione del lettore è la dimostrazione del buon mercato di quello che si suole chiamare in linguaggio di banca e di borsa «il denaro» e che sarebbe poi il saggio di interesse per i prestiti a breve scadenza (sconto di cambiali commerciali,

riporti ed anticipazioni su titoli).

 

 

Le operazioni di sconto cambiario, nel 1916, furono notabilmente meno elevate degli anni precedenti presso gli istituti di emissione e, in genere, presso tutti gli istituti di credito, i quali ridussero a 4,50 e a 4% la misura dell’interesse per siffatte operazioni, allo scopo di attrarre, per i loro portafogli, ottime cambiali, divenute sempre meno abbondanti e meno offerte al risconto.

 

 

Le cambiali, gli assegni bancari e gli altri titoli, scontati nel 1916 dalla Banca d’Italia furono 737.561 in numero per un importo di 1 miliardo e 816,7 milioni di lire, contro 1.880 307 in numero e 3 miliardi e 296,4 milioni di lire in importo nel 1915. L’ammontare massimo di queste operazioni si riscontrò, alla fine di dicembre, in 540 milioni, rimpetto a 364 milioni nel maggio del 1915; e devesi avvertire che la cifra del 1916 è ingrossata di circa 204 milioni per sconto di buoni del tesoro. La banca, per ottenere questa massa diminuita di materia scontabile, ritenne di dovere ridurre lo sconto in molti casi al disotto del tasso ufficiale che prima era del 5,50%, ma fu poi diminuito al 5%. Invero il 35,95% delle operazioni di sconto fu fatto al tasso del 5,25%, il 32,50% a quello del 5%, il 0,02 al 4,75%, ma il 24,00% al tasso del 4,50% ed il 5,29% a quello del 4%, oltre all’1,55% a tassi diversi. Come spiega lo Stringher il fatto? «Con la riduzione degli affari privati e con lo straordinario aumento delle pubbliche spese, alle quali si provvede in porzione, davvero non trascurabile, con l’emissione crescente, sebbene non dilagante, di carta-moneta. La massa dei biglietti nuovamente emessi alleggerisce, pro tempore, la situazione del mercato monetario, e, mentre rincara i prezzi delle merci, deprime il prezzo al quale viene offerto il denaro disponibile per le operazioni correnti di credito».

 

 

Senza entrare nel pelago delle discussioni condotte dagli economisti intorno alla influenza dell’abbondanza della moneta circolante sul saggio dei prestiti a breve ed a lunga scadenza e pur rammentando che una delle influenze fondamentali è verso il rialzo del saggio dell’interesse, è probabilissimo che temporaneamente, come ben dice lo Stringher, l’afflusso di nuova carta-moneta – come, in altri paesi ed in altri tempi, di oro – provochi abbondanza di disponibilità bancarie e quindi offerta di prestiti a breve scadenza a basso interesse.

 

 

Il quale effetto è opposto a quello che la stessa abbondanza della carta-moneta esercita sul prezzo delle merci, rincarandole. Teoria impeccabile, la quale dimostra che, se talvolta lo Stringher, come tutti gli aderenti alla teoria aulica dell’aggio in Italia, è portato a magnificare le altre cause del rialzo dell’aggio, ad un certo punto è tratto dalle abitudini mentali invincibili dell’economista ad affermare l’importanza preminente su tal fenomeno dell’abbondanza della carta-moneta. Quando invero si dice che l’abbondanza della carta-moneta ha fatto aumentare, ad esempio, il prezzo, espresso in carta, delle merci del 40%, che altro si dice se non che la stessa abbondanza ha fatto aumentare anche il prezzo dell’oro – il quale è una di quelle merci – espresso in carta all’incirca nelle stesse proporzioni? All’incirca, perché se il rialzo generale medio delle merci è del 40%, il rialzo specifico di ognuna delle merci, e quindi dell’oro, può oscillare più o meno, per cause particolari ad ogni merce, attorno a quel livello generale. Interessantissimo è per fermo lo studio delle cause particolari che provocano rialzi maggiori o minori; ma esse non ci devono far chiudere gli occhi dinanzi al fatto principe, che è l’abbondanza della carta-moneta.

 

 

Importa quindi evitare con ogni sforzo che si producano i due effetti gemelli: ribasso del saggio dell’interesse e rialzo dei prezzi delle merci, restringendo la circolazione al minimo compatibile con la necessità della condotta della guerra.

 

 

Nella relazione dello Stringher è riportata una tabellina dei saggi dello sconto ufficiali e liberi in Europa, che io riproduco aggiungendovi alcune cifre per il 31 marzo 1917:

 

 

31 dicembre 1914

31 dicembre 1915

30 giugno 1916

31 dicembre 1916

31 marzo 1917

SAGGIO UFFICIALE
Londra 5 5 5 6 5,50
Parigi 5 5 5 5 5
Berlino 5 5 5 5 5
Roma 5,50 5,50 5 5 5
SAGGIO LIBERO
Londra 5 5 1/8 5 3/32 5 27/32 4 3/16
Berlino 3 4 1/8 4 5/8 4 5/8

 

 

Una tendenza recente al ribasso si nota generalmente; ma si può osservare che mentre la massima piazza nemica, Berlino, non fa sforzi per tenere elevato il saggio dello sconto, anzi quasi fa sfoggio del buon mercato del denaro, la massima piazza nostra regolatrice, Londra, cerca, per quanto può di tenere su il saggio dello sconto. Rarefare il denaro sul mercato, è questa la divisa londinese; e si cerca di raggiungere lo scopo offrendo buoni del tesoro a condizioni vantaggiose.

 

 

Poiché la buona carta commerciale da scontare è scarsa, importa invero sostituirla con la carta di stato, ossia coi buoni del tesoro, la quale è altrettanto buona e fa rientrare nelle casse i biglietti che erano stati emessi. in tal modo si raggiunge il duplice benefico effetto, di non spingere i prezzi delle merci all’insù e di frenare la tendenza del tasso dello sconto breve a ribassare.

 

 

Il freno è sommamente utile, non già perché il saggio dello sconto basso sia per se stesso un male; quanto perché, nel momento presente il saggio basso dello sconto, la facilità del denaro spinge a movimenti speculativi di rialzo dei titoli in borsa che non mi paiono affatto opportuni. Non partecipo per nulla alla fobia di molti verso la «speculazione» e gli «speculatori»; e ritengo anzi che costoro siano una molla potente di progresso economico. Ma vi sono momenti in cui è compito dei dirigenti ostacolare il movimento al rialzo, perché se ne prevedono facili danni. Oggi, a quanto si sente dire, il denaro in borsa è estremamente a buon mercato; ossia coloro che hanno acquistato titoli, nella speranza di vederli rialzare, trovano denaro a prestito al 4% e talora a meno, per potere riportare le loro operazioni di mese in mese. Se il denaro costasse agli speculatori il 5 od il 6%, molte compre speculative non avverrebbero.

 

 

Una intesa fra istituti di emissione e banche ordinarie per rialzare il saggio dello sconto sarebbe utile, non solo per devolvere tutte le disponibilità allo sconto di buoni del tesoro, ma anche per evitare i movimenti di rialzo di cui discorsi sopra.

 

 

Se la guerra fosse finita, se l’orizzonte economico del dopo guerra fosse chiarito, se si conoscesse l’avvenire probabile delle varie industrie, un movimento al rialzo non sarebbe né lodevole né biasimevole. Potrebbe essere un fatto naturale. Nel momento presente, si impone invece una estrema prudenza. Non è affatto utile che la crisi inevitabile di riassestamento del dopo guerra sia complicata da un’eventuale crisi di borsa per il precipitare di titoli, i quali si fossero spinti troppo innanzi, in previsione di avvenimenti che potrebbero in seguito non essersi verificati.

 

 

Seguito a spigolare nella relazione Stringher.

 

 

A proposito dell’industria siderurgica lo Stringher scrive:

 

 

Si assicura che, nell’anno decorso, siano stati montati più di venti nuovi forni Martin Siemens di media e grande portata: così che molti, non senza fondamento di ragione, si chiedono se vi saranno poi il minerale sufficiente ad alimentarli e il combustibile occorrente a tenerli accesi.

 

 

Parlando dell’industria della produzione e distribuzione di energia elettrica, e dei risultati finanziari notevolmente superiori al normale, aggiunge:

 

 

Dicesi peraltro, che una situazione somigliante a quella che si ebbe nel 1916, benché accenni a ripetersi in quest’anno, vada considerata come eccezionale, e che non sarebbe consigliabile di riferirsi ad essa per fare apprezzamenti intorno all’avvenire.

 

 

Nell’anno di che si discorre, le industrie chimiche hanno avuto un andamento ottimo e un grande risveglio. Febbrile è stata la produzione degli esplosivi. Alcune fabbriche, le quali erano poco fiorenti o pericolanti, si sono consolidate definitivamente. Ne sono sorte parecchie di nuove, l’avvenire delle quali dipenderà dalle condizioni generali e daziarie che si avranno dopo la guerra.

 

 

Parole caute e prudenti; e niente affatto scoraggianti. Poiché nel dopo guerra si potrà trar profitto dei grandi progressi industriali che la guerra ha provocato, solo «se si penserà e si agirà a tempo, se si sarà previdenti, e se la volontà, nel governo e fuori, sarà ferma e ben diretta». Affinché si possa liberamente scegliere la via, la quale meglio ci converrà in seguito, occorre dunque essere prudentissimi oggi. Rarefare i capitali disponibili disoccupati: ecco il porro unum et necessarium nel momento presente, nell’interesse della tranquillità futura delle industrie e dei consumatori presenti di merci. Ed il mezzo è uno solo: far assorbire al mercato buoni del tesoro, e poi ancora buoni del tesoro.

 

 

VII

Il ministro del tesoro, di fronte all’inasprirsi dei cambi, si e deciso a provocare due decreti, l’uno luogotenenziale e l’altro ministeriale, intorno al commercio delle divise ed ai pagamenti all’estero. Parrebbe che lo scopo dei due decreti fosse l’istituzione di un controllo centrale simile a quello che da molte parti ed anche su queste colonne fu invocato non per impedire l’ascesa, in certe condizioni inevitabile, dei cambi, ma per evitarne le repentine e dannose oscillazioni.

 

 

È dubbio però se il metodo prescelto sia atto a condurre allo scopo. Dice invero il primo decreto che, a partire dal primo ottobre 1917, e per la durata della guerra le banche, le ditte bancarie ed in generale tutti coloro che esercitano il commercio delle divise ed operano in cambi su l’estero sono obbligati, sotto pena di un’ammenda da lire 200 a lire 2.000, a tenere un apposito registro, in cui siano indicate tutte le operazioni sia di acquisto, sia di vendita, insieme al nome, la nazionalità e la residenza del compratore e del venditore, le qualità delle valute, la natura e le condizioni delle operazioni. Il ministero del tesoro può inviare ispettori allo scopo di accertare l’esattezza del registro, la regolarità delle scritture, e di prendere conoscenza delle operazioni compiute.

 

 

Il secondo decreto istituisce, presso il ministero del tesoro, una commissione per regolare e coordinare i pagamenti ed i modi di pagamento che l’Italia deve fare all’estero, sia nell’interesse dello stato, sia in quello delle industrie nazionali. La commissione è presieduta dal ministro o dal sottosegretario al tesoro, ha per segretari due primi segretari dell’amministrazione del tesoro, ed è composta del direttore generale del tesoro, del direttore generale per la vigilanza sugli istituti di emissione, del rappresentante del ministero dell’industria, commercio e lavoro, del direttore generale delle gabelle, del contabile del portafoglio dello stato, dei direttori generali della Banca d’Italia, e dei Banchi di Napoli e Sicilia, del presidente dell’Associazione laniera e di altri tre rappresentanti, da designarsi dalla Unione delle camere di commercio, per le altre categorie d’industria.

 

 

È facile vedere come l’idea, la quale aveva mosso taluni pratici e studiosi ad invocare un ufficio centrale dei cambi, sia stata sfigurata nei due decreti ora riassunti. Sembra che la guerra abbia affinata la tendenza della burocrazia ad impadronirsi di qualunque idea, buona o cattiva, agitata dall’opinione pubblica, per deformarla, renderla dannosa all’interesse pubblico ed utile soltanto a fini particolari di incremento della burocrazia.

 

 

Chiedevasi un ufficio, provveduto di qualche decina di milioni di lire di fondi – persone peritissime asserivano che 10 milioni bastavano – composto di persone esperte nei cambi, temporaneamente non dedite all’esercizio dell’industria bancaria per proprio conto, il quale, con rappresentanti in qualche piazza estera, ed in Italia, a Milano, a Torino ed a Genova, e se vuolsi anche a Roma, comprasse e vendesse cambi, moderando le oscillazioni dannose agli industriali ed ai commercianti? Doveva essere un ufficio non statale, rapido; altrimenti da tutti se ne riconosceva l’inutilità ed il danno.

 

 

Che cosa è venuto fuori dalle non pronte meditazioni ministeriali?

 

 

In primo luogo un ufficio di ispezione. È fatto obbligo ai banchieri di tenere un nuovo registro ed è data la possibilità alla direzione generale del tesoro di mandare alcuni suoi impiegati a fare studi retrospettivi su quei registri. In che modo questi registri e questi ispettori possano evitare le oscillazioni dei cambi lo saprà forse il compilatore del decreto; ché io non riesco ad immaginarlo.

 

 

In secondo luogo l’istituzione di un’altra delle innumerevoli commissioni, che la guerra ha fatto sbocciare nei ministeri romani, composta in prevalenza di funzionari, la quale terrà seduta, consumerà diarie (articolo del decreto), diarie irrisorie, come in genere le remunerazioni di stato per i lavori di carattere pubblico, ma sempre inutilmente costose per i contribuenti, accetterà pareri, di cui i segretari compileranno verbali. E tutto finirà lì. Si può immaginare un corpo più macchinoso e più lento a muoversi di una commissione, presieduta da ministri e sottosegretari, in tant’altre faccende occupati, da direttori generali ed alti funzionari dei ministeri, dai direttori generali degli istituti di emissione, e da tre o quattro rappresentanti di industrie, residenti non si sa dove, i quali dovranno essere avvertiti almeno una settimana prima per ogni seduta? Quali lumi possono apportare costoro nella faccenda dei cambi, se si eccettuano i tre direttori di banca, e quale prontezza di azione si può sperare dall’opera di questa commissione, per risolvere problemi che cambiano d’aspetto di giorno in giorno e quasi di ora in ora?

 

 

I due decreti hanno un solo, evidente significato: che il ministro del tesoro ed il direttore generale della Banca d’Italia – faccio i nomi delle sole due persone le quali contano nella commissione, essendo ben noto che tutti gli altri sono semplici comparse, messe lì per far numero sono persuasi che non c’è nulla da fare in questa materia dei cambi di diverso da quanto si è fatto sin qui. Essi sono persuasi che l’azione del ministro del tesoro e della Banca d’Italia è, tenuto conto delle circostanze di fatto, la migliore la quale poteva e potrà essere esercitata. Non è questa l’opinione di tutti; ma è un’opinione chiara, semplice, rispettabilissima. Almeno si sapeva che, finora, la responsabilità dell’azione di governo nel controllo dei cambi era degli on. Carcano e Stringher, ossia di due persone a cui tutti riconoscono altissime qualità nell’esercizio delle loro funzioni. Che bisogno v’era di rendere in apparenza ossequio ad una richiesta dell’opinione pubblica, ed in sostanza creare istituti ed organi destinati a non far nulla? Perché disturbare banchieri ed agenti di cambio con nuovi registri, perché dare incremento ad una nuova burocrazia di ispettori dei cambi, perché creare una commissione, priva di scopo pratico e pronto, quando il risultato finale di tutto ciò è lasciare le cose come stanno, ossia affidate, come fin qui, alla chiaroveggenza ed alla abilità degli on. Carcano e Stringher? Almeno finora si avevano due uomini, in carne ed ossa, a cui dirigere lodi e biasimi. A che pro creare fra essi ed il pubblico, il paravento di una commissione?

 

 

VIII

La questione del cambio è ridivenuta, dopo la fine di ottobre, viva ed urgente: un aggio oscillante dal 40 al 55% su Francia, dal 90 al 105% su Svizzera, dal 60 al 70% su Londra, dal 55 al 65% su New York, grava, sia per la sua altezza che per le sue oscillazioni, in modo durissimo sul prezzo a cui possono essere importati i generi ed i prodotti necessari alla sussistenza ed alla difesa, accresce il costo dei noli marittimi, rende costoso il pagamento di qualsiasi debito all’estero.

 

 

Il recentissimo decreto Nitti mette il problema sulla via di una soluzione tollerabile. Perché la soluzione non possa essere perfetta e le nostre aspirazioni più alte si debbano limitare ad uno stato di cose tollerabile si vede chiaro pensando alla causa del lamentato fenomeno.

 

 

In verità, la diagnosi più ovvia e più diffusa della malattia dell’aggio alto, quella che banchieri, industriali e commercianti accettano senz’altro come dimostrata dalla pratica, farebbe credere alla possibilità di rimedi radicali. La spiegazione è questa: le importazioni di merci dall’estero superano di gran lunga le esportazioni; quindi la moneta estera – sotto forma di divise o cambiali pagabili all’estero – è molto richiesta dagli italiani, i quali devono fare forti pagamenti all’estero per la merce importata, mentre la moneta italiana è poco richiesta dagli stranieri i quali debbono pagare poca roba comperata in Italia. Quindi accade ciò che è consueto in questi casi; la moneta straniera diventa cara e la moneta italiana rinvilisce. Si aggiunga a ciò la speculazione, la quale fa incetta di divisa estera ed esagera le difficoltà di trovare i mezzi di pagare all’estero ed approfitta delle notizie politiche e belliche; ed ecco spiegato l’alto corso dei cambi esteri.

 

 

Ripetutamente ho manifestato il mio reciso dissenso da questa spiegazione, la quale si raccomanda soltanto per essere ovvia e semplice. Ma vera non è. Gli squilibri fra importazioni ed esportazioni possono forse e tutt’al più spiegare le oscillazioni dei cambi da un giorno ad un altro. Non possono spiegare il fatto permanente del rialzo e la sua tendenza ad accentuarsi. Potrei fare qualche lungo ragionamento per spiegare la mia affermazione. Mi limiterò a ripetere ancora una volta un solo argomento, che già invano misi innanzi: prima di affermare che l’altezza dei cambi è dovuta alla grande eccedenza delle importazioni sulle esportazioni, bisognerebbe aver dimostrato che questa eccedenza esiste. Ora pare a me sicurissima cosa che questa eccedenza esiste solo nella immaginazione di chi non vuole soffermarsi a meditare un istante sull’argomento.

 

 

È vero: dallo scoppio della guerra europea alla fine di luglio 1917 – cito le cifre delle ultime statistiche doganali venute alla luce -, le importazioni di merci eccedettero le esportazioni di merci per circa 8 miliardi e mezzo di lire. Forseché però queste di merci furono le sole esportazioni da noi fatte all’estero? Mai no. Senza parlare dei guadagni della marina mercantile, delle rimesse di emigranti, le quali pur seguitano a venire, sebbene in somme minori di prima, non è forse vero che lo stato italiano ha esportato all’estero per miliardi di lire di titoli di debito? Far debiti all’estero è lo stesso che vendere od esportare all’estero nostri titoli di debito. Cifre precise sui debiti fatti all’estero non se ne possono dare perché il modo con cui questi dati sono riportati nel conto del tesoro non è perspicuo. Ma io ritengo che i debiti fatti dall’Italia in Inghilterra e negli Stati uniti sieno stati sufficienti per coprire lo sbilancio tra importazioni ed esportazioni. Sì; noi comprammo 8 miliardi e mezzo di lire-carta di più di merci di quante non ne vendemmo all’estero; ma questi 8 miliardi e mezzo li pagammo con i crediti che ci furono aperti all’estero. Bastarono 6 miliardi e mezzo circa di lire – oro di crediti esteri per pagare tutti gli 8 miliardi e mezzo di lire – carta dell’eccedenza delle merci importate sulle esportate.

 

 

Se questo è vero, come è possibile affermare che l’alto cambio derivi da una eccedenza che non esiste? Il bilancio dei pagamenti internazionali non si compone solo di merci contro merci, ma di merci importate contro merci e titoli esportati.

 

 

Se anche i titoli esportati non giunsero precisamente ad 8 miliardi e mezzo il conto tornò lo stesso perché bisogna, come dissi sopra, tra le nostre esportazioni, ossia tra le nostre ragioni di credito, tener calcolo delle rimesse degli emigranti, dei guadagni della marina mercantile, ecc. ecc.

 

 

Il preteso sbilancio è dunque un equivoco od una fantasia. Se il cambio alto potesse concepirsi derivante da questa causa, noi avremmo il cambio alla pari. Un oculato e forte governo del tesoro e degli istituti di emissione basterebbe non solo a fare scomparire le oscillazioni del cambio, ma l’aggio medesimo al disopra della pari.

 

 

Se il cambio alto invece esiste, bisogna concludere che esso è dovuto ad altra o ad altre cause. Anche qui, per non fare lunghi discorsi, mi limiterò a dire che cambio alto è sinonimo di deprezzamento della moneta cartacea, della lira-carta in confronto all’oro.

 

 

Sono due espressioni che vogliono dire la stessa cosa. Ed a sua volta «deprezzamento della moneta cartacea» in confronto all’oro vuol dire che la carta italiana compra meno merci di quante ne compri l’oro. Infatti è accaduto che dal luglio 1914 al giugno 1917 i prezzi in lire sterline siano aumentati in media da 100 a 221 (numero indice dell’«Economist»), mentre i prezzi in lire italiane sono cresciuti da 100 a 305 (numero indice Bachi, illustrato nell’annuario «L’Italia economica»). Ciò vuol dire anche che oggi per comprare quella stessa quantità di merci per cui in Inghilterra bastano 100 lire-oro, occorrono in Italia 138 lire-carta. E di ciò nessuna altra spiegazione ragionevole si può dare se non questa: che in Italia le lire-carta sono relativamente più abbondanti rispetto alle merci esistenti in Italia di quanto non siano in Inghilterra le lire-oro rispetto alle merci colà esistenti; sicché occorre dare più lire-carta per avere l’identica quantità di merci. È una vecchia storia che si ripete: quando una merce, nel caso nostro le lire-carta, diventa più abbondante, essa deprezza rispetto alle altre merci. Se fosse possibile ridurre la produzione delle lire-carta, ossia la circolazione di biglietti di qualche miliardo, subito si vedrebbero le lire-carta aumentare di pregio rispetto alle merci, ossia i prezzi delle merci diminuire. Purtroppo non è possibile oggi ridurre la circolazione. Contentiamoci di sapere che il governo italiano fu uno dei più prudenti tra i belligeranti nell’aumento delle emissioni di biglietti e non pretendiamo l’impossibile. Ma non pretendiamo neppure di far scomparire l’aggio, che è la conseguenza inevitabile delle cresciute emissioni.

 

 

Senonché si dice acqua e non tempesta. Gli italiani si rassegnerebbero per ora ad un cambio medio del 35-40%, ossia a dare 135-140 lire-carta per avere 100 lire-oro. Ma gli aggi attuali del 50, del 65, del 90% sembrano esorbitanti. Il livello a cui dovrebbero adeguarsi i cambi sembra a me dover essere uguale all’incirca al relativo maggiore deprezzamento della carta-moneta italiana in confronto alle merci. Se occorrono 135-140 lire-carta italiane per comprare tante merci quante in Inghilterra si comprano con 100 lire-oro, ossia 4 lire sterline, per qual ragione bisogna pagare 160 lire-carta italiane per avere 100 lire – oro inglesi, ossia 4 lire sterline? Se due quantità sono uguali ad una terza, sono anche uguali tra di loro. Se 135-140 lire-carta italiane e 4 lire sterline comprano amendue un quintale della stessa merce, si dovrebbe potere con 135-140 lire italiane comprare 4 lire sterline, ossia la lira sterlina dovrebbe costare 33-35 lire italiane. Invece ne vale circa 40 e giunse anche a 42, come dai listini ufficiali.

 

 

Questa è una incongruenza, dovuta ad attriti ed imperfetto funzionamento del meccanismo monetario e bancario.

 

 

Toglierle di mezzo è appunto lo scopo che si propone l’on. Nitti col recente decreto per un istituto nazionale dei cambi. Non parlo dell’altro decreto, col quale si proibisce il collocamento nel regno di titoli esteri di stato, nonché di obbligazioni ed azioni di qualunque specie senza l’autorizzazione del ministro del tesoro. Il decreto eserciterà una influenza trascurabile sui cambi, perché ritengo sia esigua la corrente di acquisti di valori esteri da parte di italiani nel presente momento. L’aggio alto che occorre pagare rende l’acquisto proibitivo; ed informazioni di pratici mi fanno ritenere che sia di gran lunga più rilevante la corrente inversa di acquisti esteri di valori italiani o, più spesso e con lo stesso risultato, la rinuncia da parte di stranieri ad incassare per ora l’ammontare di crediti e di fatture stilate in lire italiane.

 

 

Il decreto veramente importante è quello che istituisce il monopolio del commercio della divisa estera da parte dello stato. L’esperimento ha per iscopo, ricordiamolo bene per non far nascere speranze eccessive, non di far tornare il cambio alla pari, ma soltanto di moderarne l’altezza e le oscillazioni. Lo stato deve provvedere a gran parte dei pagamenti esteri facendo debiti in Inghilterra e Stati uniti. È ragionevole che, mentre si fanno debiti cospicui per imperiose ragioni pubbliche, non si consenta ai privati di far debiti per ragioni di vanità, di comodità o di lusso. È logico che se l’Italia possiede per tre miliardi all’anno di crediti per merci esportate, neppure una lira sia dedicata a pagare cose inutili. Non far debiti se non per cose necessarie è un dovere. Tanto peggio per la gente vanesia che si lamenterà di non poter comprare e pagare pellicce, brillanti ed altre inutilità consimili. Siccome i debiti che si possono contrarre all’estero non sono una quantità indefinita, la limitazione dei pagamenti inutili gioverà all’equilibrio della bilancia dei pagamenti internazionali.

 

 

Il monopolio da parte dello stato del commercio delle divise estere permetterà anche, in condizioni di equilibrio permanente raggiunto, di evitare le oscillazioni dei cambi. Gli alti e bassi non sono fatali, ma derivano da cattivi aggiustamenti tra domanda ed offerta di giorno in giorno. Il monopolio di stato potrà giovare all’uopo, purché si osservino talune condizioni:

 

 

  • che la gestione sua sia rapida, commerciale, fatta da uomini veramente del mestiere. Il nome di «istituto nazionale», oramai divenuto sinonimo di enti ingombranti e lenti, mi fa pronosticare male. Meglio sarebbe stato fare la cosa, con uomini di fiducia, anche senza alcun nome solenne;
  • che il commercio e la banca abbiano l’assoluta sicurezza che si tratta di una istituzione assolutamente provvisoria, destinata a cessare col finire della guerra. Guai se l’istituto dovesse avere direttori, impiegati, stipendi, ecc. ecc.! Diventerebbe l’ottava peste d’Italia. Negli Stati uniti il signor Hoover, dittatore degli approvvigionamenti, sta facendo miracoli, perché affidò la gestione delle singole branche del suo colossale dicastero a privati uomini di affari, i quali, chiamati, risposero all’appello; e lavorano accanitamente senza stipendio e coll’unico proposito di farsi onore durante la guerra, ben decisi di tornare dopo alle proprie aziende. Bisogna assolutamente che il nuovo istituto sia in mano di persone, le quali per ambizione lo servano ora ed abbiano interesse ad abbandonarlo dopo. In Italia queste persone si devono trovare;
  • che il monopolio non sia esclusivo, nel senso che non abbiano preponderanza in esso taluni piccoli gruppi bancari a scapito di altri. L’accenno, troppo solito in simili decreti del tesoro, alla costituzione del consorzio bancario, in cui entrerebbero solo i maggiori istituti di credito ordinario italiano che le banche di emissione, previo assenso di due ministri, crederanno conveniente di aggregarsi, è un accenno fastidioso. Ha tutta l’aria di creare o perpetuare una specie di oligarchia bancaria, quella stessa i cui nomi si vedono sempre in calce ai manifesti per i prestiti pubblici. L’ufficio dei cambi deve essere indipendente, costituito da persone di fiducia degli on. Nitti e Stringher e deve operare per mezzo di tutti i banchieri i quali meritino fiducia.

 

 

Se queste condizioni saranno osservate, il nuovo monopolio potrà essere fecondo di bene al paese. Altrimenti creerà noie ed imbarazzi senza fine.

 

 

IX

Altri problemi e la mancanza di spazio mi hanno impedito di seguire, come per lo passato, mese per mese il corso dei cambi internazionali sulla Svizzera. Oggi, però, al chiudersi d’un anno ed all’annuncio del nuovo prestito italiano, un rapido sguardo è utile, o meglio, è necessario. Il quadro, che segue, è compilato nel solito modo. Tutti i cambi sono tradotti in guadagni o perdite percentuali sul franco svizzero. Le cifre rispondono alla domanda: dando cento lire italiane, o cento franchi francesi, o cento unità di lire sterline ridotte in franchi alla pari dei cambi, quanti franchi svizzeri di meno o di più di cento si ottengono in cambio?

 

 

Intesa

Fine luglio 1914

Fine luglio 1915

Fine luglio 1916

Fine luglio 1917

Fine dicembre 1917

Inghilterra

– 0,20

+ 1,50

+ 0,03

– 14,15

– 17,35

Francia

+ 0,03

– 5,40

– 10,25

– 21 –

– 23,40

Italia

– 0,55

– 15,75

– 18,25

– 37,10

– 47,40

Stati uniti

– 0,80

+ 3,50

+ 2,20

– 11,60

– 15,85

IMPERI CENTRALI

         

Germania

0,65

– 11,85

– 23,40

– 48,55

– 30,35

Austria-Ungheria

– 1,05

– 23,35

– 37,50

– 61,20

– 50 –

NEUTRI

         

Olanda

– 0,35

+ 3,70

+ 5,30

– 9,25

– 9,35

Svezia

– 0,60

– 0,65

+ 9,05

+ 8 –

+ 5,65

Norvegia

»

»

»

– 1,35

+ 3,85

Danimarca

»

»

»

– 4,60

– 2,50

Spagna

– 3,51

+ 1,50

+ 6,75

+ 5,50

+ 6- 

Russia

– 6,0

– 30,60

– 39,25

– 62,85

– 73-

 

 

 

Nessuno oserebbe certamente meditare senza serie riflessioni le cifre ora esposte. La catastrofe russa si riflette nel tracollo dei suoi cambi; il successo militare degli imperi centrali contro di noi e l’approssimarsi della pace separata con la Russia sono rivelati dal notevolissimo miglioramento nel pregio del marco e della corona; mentre per contrapposto tutte le valute alleate peggiorano in misura maggiore o minore.

 

 

Questo l’aspetto politico del problema, il quale domani potrà mutare, continuando la resistenza militare e morale dell’intesa e dileguandosi le probabilità di una pronta pace tedesca, che è stato il coefficiente massimo della sostenutezza recente degli indici economici degli imperi centrali. Non muta tuttavia il sostrato ultimo della cattiva valutazione delle monete dei paesi belligeranti. In fondo, anche la condotta militare e morale della guerra si rispecchia nella sua condotta finanziaria ed economica. Un paese forte, in cui alta sia la coscienza politica dei cittadini, non solo dà prova della massima resistenza militare e morale, ma sa sottoporsi per tempo ai massimi sacrifici di denaro con imposte e con prestiti propriamente detti, né ricorre alle emissioni dei biglietti se non nella misura strettamente necessaria. Emettere biglietti, ossia stampare carta-moneta per provvedere alle spese di guerra è metodo facile, ovvio ma dannosissimo. Il rialzo dell’aggio, che ne è la conseguenza fatale, ed il rialzo dei prezzi di tutte le merci, derrate e servigi infliggono il peso di una imposta grave, mal ripartita, sulle classi che sono meno capaci di sopportarlo. Il problema acutissimo degli impiegati a stipendio fisso in Italia è la conseguenza del disaggio della nostra carta-moneta.

 

 

Tutti gli stati hanno peccato gravemente in questa materia. A tacere della Russia, dove da 4 miliardi e 358 milioni di lire (calcolato il rublo alla pari) di biglietti emessi il 21 luglio 1914 si era già saliti il 29 ottobre 1917 alla cifra spaventevole di 48 miliardi e 965 milioni di lire e dove rapidamente ci si avvia verso un tracollo simile a quello che colpì, durante la rivoluzione, l’assegnato francese; persino in Inghilterra la circolazione è alimentata da 733 milioni di lire italiane il 23 luglio 1914 a 6 miliardi e 525 milioni, compresi i biglietti di stato, il 26 dicembre 1917, sicché l’«Economist» di Londra, diretto oggi dal Withers, una delle teste più chiare e uomo veramente rappresentativo della tenacia e prudenza inglese, non sa trattenersi dal condurre con linguaggio moderato una acerrima campagna critica contro il gabinetto ed il cancelliere dello scacchiere, che egli accusa di mancanza di coraggio e di finanza facile.

 

 

Sebbene l’imposta sul reddito sia stata una prima volta raddoppiata e il totale sia ora stato cresciuto del 40%, ciò sembra poco all’«Economist», il quale a ragione vorrebbe aumenti ancor più rilevanti, sia per evitare emissioni di biglietti, sia per costringere la gente balorda ed egoista a risparmiare ed a non consumare.

 

 

In Francia la circolazione di biglietti è salita da 6 miliardi e 912 milioni di franchi il 23 luglio 1914 a 22 miliardi e 354 milioni il 20 dicembre 1917; in Germania da 2 miliardi e 364 milioni di lire italiane (assumendo il marco alla pari) il 23 luglio 1914 a 21 miliardi e 381 milioni, comprese le note delle casse di prestito circolante del pubblico, il 7 dicembre 1917. In Austria – per cui si ebbero, finalmente e per la prima volta, notizie in occasione d’una recente assemblea straordinaria della Banca austro-ungarica – mentre l’oro in cassa diminuiva da 1 miliardo e 150 milioni di lire italiane prima della guerra a 278 milioni il 7 dicembre 1917, la carta-moneta in circolazione cresceva nello stesso periodo di tempo da 6 miliardi e 305 milioni a 37 miliardi e 200 milioni di lire italiane. Cifra, quest’ultima, poco meno spaventevole di quella russa. Ed in Italia? La circolazione totale dei biglietti di banca, la quale era di 2 miliardi e 138 milioni al 30 giugno 1914 ed era salita il 31 maggio 1915 a 3 miliardi e 772,3 milioni, giungeva il 31 ottobre 1917 a ben 6 miliardi e 575 milioni; a cui bisogna aggiungere i biglietti di stato, i quali aumentarono da 485,8 milioni al 30 giugno 1914 a 1 miliardo e 681 milioni al 28 novembre 1917. In totale e in cifre tonde, siamo passati da 2 miliardi e 700 milioni a 8 miliardi e 250 milioni di lire di biglietti circolanti.

 

 

Si vorrebbe forse, di fronte a queste cifre, che la carta-moneta dei paesi belligeranti non svilisse? L’on. Nitti ha operato molto bene a pubblicare nell’allegato 17 alla sua esposizione finanziaria una tabella la quale mette definitivamente nel nulla la teoria assurda, secondo cui l’aggio dipende dallo sbilancio del commercio internazionale. Non speravo di avere tanto presto un appoggio così autorevole alle osservazioni ovvie che, in contrasto con l’opinione dominante, avevo fatto per dimostrare che il preteso sbilancio commerciale non esisteva. Ora, per merito del Nitti, si conoscono le seguenti cifre:

 

 

Sbilancio commerciale

Incassi del governo italiano per crediti ottenuti all’estero

Luglio-dicembre1915

1.245,0

1.269,6

Anno 1916

5.296,6

2.900,1

Gennaio-ottobre 1917

5.031,9

5.622,2

Totale

11.573,5

9.791,9

 

 

È evidente che in complesso non vi fu sbilancio, perché il debito per il sovrappiù di merci importate su quelle esportate si poté pagare con gli incassi fatti dallo stato italiano per crediti apertigli in Inghilterra e Stati uniti appunto per regolare quegli acquisti. Soltanto nel 1916 gli incassi furono inferiori allo sbilancio; ma è probabilissimo che abbiano provveduto alla differenza incassi fatti per rimesse di emigranti tornati in paese e crediti procacciatisi privatamente da industriali e banchieri italiani; tant’è vero che nel 1916 l’aggio rimase su Londra e New York sul 27-30% e persino diminuì, quando i deficit erano massimi e gli incassi minimi, al 20-21%. Invece l’aggio prese la rincorsa negli ultimi mesi del 1917, sebbene oramai di sbilancio non possa assolutamente più parlarsi essendo gli incassi del tesoro per debiti contratti all’estero notevolmente superiori al sovrappiù delle importazioni sulle esportazioni.

 

 

Quale conseguenza fa d’uopo dedurre da tutto ciò? Che l’unico modo efficace, pratico, serio, per ridurre i prezzi, per mitigare il rincaro della vita è di risparmiare fino al limite del possibile. Se gli italiani, i quali hanno un reddito superiore al minimo necessario per mantenere se stessi e la famiglia in condizioni di salute e di capacità al lavoro, non rinunciano ad ogni consumo inutile, è vano, è stolto che essi si lamentino del rincaro della vita ed invochino rimedi i quali non possono non essere illusori empiastri da cerretani di piazza. Se non si risparmia abbastanza, se lo stato non riceve sufficienti somme a prestito, giuocoforza è stampare biglietti per fronteggiare le spese della guerra e giuocoforza è che i prezzi salgano, senza veruna possibilità di rimedio. A che giova lagnarsi del male quando si vogliono o si lasciano tranquillamente persistere le cause del male? A che lagnarsi del governo, quando non si fa quanto è necessario per rendere l’opera sua efficace? Si ascoltino piuttosto le parole sacrosante del ministro del tesoro:

 

 

Il pubblico deve convincersi che il modo migliore di evitare ulteriore aumento di prezzi è fornire più largo credito allo stato. Chi nega il credito determina aumenti di circolazione, cioè una svalutazione nuova della ricchezza posseduta. In occasione di nuovi Prestiti tutti devono concorrere nella maggiore misura possibile, se vogliono fare l’interesse della patria, ed anche l’interesse personale.

 

 

Oggi l’occasione, preannunciata il 19 dicembre dall’on. Nitti, è venuta. Il bando del nuovo prestito è uscito. Veggano gli italiani di fare insieme il loro dovere ed il loro interesse.

 

 


[1] Con il titolo La lotta contro il rialzo del cambio. [ndr]

[2] Con il titolo Il rialzo dei cambi. Non c’è davvero nulla da fare?[ndr]

[3] Con il titolo A chi profittano i cambi alti. Ancora sui rimedi e sull’azione del governo. [ndr]

[4] Con il titolo Il problema del cambio nella Relazione del direttore generale della Banca d’Italia. [ndr]

[5] Con il titolo Il buon mercato del denaro ed il momento economico in Italia. [ndr]

[6] Con il titolo Due recenti decreti sui cambi. Come è stata attuata la proposta di un controllo centrale dei cambi. [ndr]

[7] Con il titolo Il monopolio dei cambi e le condizioni del suo successo.[ndr]

[8] Con il titolo Cambio alto, rincaro della vita e prestito. [ndr]

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