Il problema della carne

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 10/09/1915

Il problema della carne

«Corriere della Sera», 10 settembre 1915

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 237-242

 

 

La questione della carne continua ad interessare vivamente l’opinione pubblica, nelle città per l’alto prezzo a cui la carne è giunta, nelle campagne per le requisizioni ordinate a causa del disordinato aumentare dei prezzi. Sembra che le commissioni militari procedano con molta prudenza, allo scopo di non allarmare i contadini, i quali non di rado sono, alla pari dei consumatori, gravemente colpiti dall’aumento di prezzo verificatosi nel bestiame. Il che accade per il bestiame da lavoro, che agli agricoltori è giuocoforza possedere e di cui potrebbero essere privati dalle requisizioni ad un prezzo inferiore a quello da essi sborsato, se le commissioni non facessero ogni sforzo per evitare casi individuali di danneggiamento, che inasprirebbero inutilmente gli animi delle popolazioni campagnuole.

 

 

Il problema assillante rimane pur sempre quello, che sulle colonne del «Corriere» fu già sollevato egregiamente dal collega prof. Eteocle Lorini, della limitazione del consumo. Non tutti sono rimasti persuasi delle cose da lui esposte; ed in alcune lettere che abbiamo ricevuto si vuole dimostrare che l’allarme è ingiustificato e che in Italia possediamo abbastanza carne da macello da provvedere ai bisogni della popolazione civile e dell’esercito.

 

 

Attualmente – leggesi in una di queste lettere – vi sono in Italia 7 milioni di capi bovini, i quali, se non sono per il momento tutti maturi per la macellazione, lo addiverranno a mano a mano quando il governo sappia giustamente regolarne l’incetta e fissarne il giusto limite del prezzo.

 

 

Il decreto che ha limitato la macellazione dei vitelli sotto il peso dei 200 chili, ha fatto sì, malgrado le eccezioni concesse a talune zone, che gli allevamenti in Italia siano stati enormi, tanto più che la convenienza di essi è intensificata dall’abbondante raccolto di fieno che quest’anno si è fatto. Lo scrivente, per ragioni del suo commercio, da mesi gira in lungo ed in largo l’Italia e, contrattando bestiame, non trova che stalle piene ad esuberanza di bestiame già pronto per la macellazione, come per allevamento. Di questo si calcola siano allevati nella sola regione emiliana più di 2 milioni di capi. È vero che gli allevamenti non saranno pronti per la macellazione che tra un paio di anni, ma si risponde che i 7 milioni adatti alla macellazione con giusta parsimonia bastano per i bisogni del consumo presenti e futuri, dato anche il contributo assai modesto, ma certo non disprezzabile, che il governo può portare fornendosi all’estero di carne congelata.

 

 

Che negli ultimi anni gli allevamenti siano notevolmente cresciuti in Italia – continua lo scrittore della lettera -, è dimostrato dal fatto che, se nel 1911 e 1912 la importazione del bestiame dall’estero si era intensificata ed erasi accentuato altresì l’arrivo di carne congelata dall’Australia e dall’Argentina, tutto ciò ebbe a cessare nel 1913, quando le stalle italiane cominciarono a mandare sul mercato quantità crescenti di bestiame da macello. L’importazione, dal 1913 in avanti, fu limitata a capi di riproduzione ed allevamento dalla Svizzera ed a pochi capi di tori ingrassati francesi, che si vendettero a Torino ed a Milano.

 

 

L’aumento dei prezzi cominciò solo colla dichiarazione di guerra all’Austria; e fu dovuto non alla effettiva mancanza di capi di bestiame, ma ad alcuni errori commessi nei primi tempi di incetta per l’esercito, principale l’istituzione dei parchi buoi, tra cui si sviluppò largamente l’afta. Di qui la necessità di nuovi frettolosi acquisti, che fecero salire i prezzi. Ma a questi inconvenienti si pone ora riparo, con le requisizioni a prezzo fisso equamente ripartite in tutti i comuni italiani.

 

 

Sarebbe certo augurabile che non si dovesse nudrire alcuna preoccupazione rispetto all’alimentazione carnea italiana. Ma non fa d’uopo di essere o di dimostrarsi preoccupati, quando occorre sovratutto e soltanto essere saggiamente previdenti e parsimoniosi.

 

 

Che siano necessarie previdenza e parsimonia, è chiarito dalle stesse poche cifre le quali sono accolte senza controversia dagli scrittori delle lettere da noi ricevute. Il censimento del 1908 dava un totale di 6.198.861 bovini in tutta Italia; ma nel numero dei bovini erano compresi tori, buoi, vacche, vitelli; e così pure si deve dire per la maggiore cifra di 7 milioni di capi, a cui pare ammonti l’attuale consistenza della nostra popolazione bovina. Si afferma invero che nella sola Emilia i capi d’allevamento giungano ad oltre 2 milioni, mentre il censimento del 1908 dava per quella regione appena una esistenza totale di 961.217 capi. Le statistiche tentate così all’ingrosso, solo per sentito dire e per esperienza personale visuale, sono soggette per lo più ad errori gravissimi in più od in meno; cosicché prudenza vuole si ritenga improbabile che i capi bovini esistenti nell’Emilia e nell’Italia siano aumentati nella proporzione strabocchevole che l’esperienza personale anche di persone peritissime farebbe ritenere.

 

 

Quale proporzione si può consumare dei 7 milioni di capi bovini che costituiscono la dotazione italiana? Se si adotta la proporzione del 25%, sono 1.800.000 capi; spingendo l’utilizzazione sino al 35% all’anno e facendo a fidanza sul rimpiazzo accelerato negli anni venturi mercé il maggior numero di giovani allievi attuali, giungiamo a 2.450.000 capi. La media mensile risulta da 150 a 200.000 capi, a seconda delle ipotesi fatte; assai bene al disotto di quei 270.000 capi mensili, che il Lorini calcolava necessario macellare per provvedere 10.000 quintali di carne all’esercito e 10.000 quintali alla popolazione civile.

 

 

La popolazione civile, si obietta, non consuma più 10.000 quintali al giorno. Gli alti prezzi della carne ne hanno fatto diminuire moltissimo il consumo; il 25% dei macellai ha chiuso o sta per chiudere i negozi.

 

 

A questo punto mi pare che il problema si stia avviando alla sua logica conclusione. La riduzione del consumo della carne è appunto lo scopo necessario, utile a cui si vuole giungere. Noi, che scriviamo facendo ogni sforzo per giungere a conclusioni che siano consone all’interesse nazionale, cerchiamo di dimostrare la necessità assoluta per ogni italiano di fare economie all’osso, in questo tempo di guerra: nel mangiare, nel bere, nel vestire, nel divertirsi. Dal punto di vista nazionale fa d’uopo fare economia, affine:

 

 

  • di dare a mutuo allo stato tutto il nostro risparmio; e
  • di non pagare all’estero a prezzi eccessivi tutto il nostro fabbisogno.

 

 

Se fosse possibile di ridurre da 10 a 5.000 quintali al giorno il consumo carneo della popolazione civile, sarebbero almeno 100.000 lire al giorno risparmiate, ossia 35-40 milioni di lire all’anno. È una somma non indifferente da fornire allo stato per la condotta della guerra; ed è inoltre, se noi potremo fare a meno di importare tutto questo quantitativo di carne dall’estero, una corrispondente minore pressione sui cambi esteri ed un corrispondente minore inasprimento dei prezzi in carta del frumento, della lana, delle munizioni.

 

 

Tutto ciò è oramai stato detto tante volte, che deve essere penetrato nelle menti di tutti la persuasione della convenienza e della moralità di ridurre i consumi e di fare economia. Ma spesse volte la persuasione di dovere agire in un certo modo rimane puramente intellettuale e non spinge all’azione effettiva, se non è suffragata da argomenti più persuasivi. Chi non è persuaso che l’ultimo quarantennio di relativa pace europea e di grande, straordinario incremento della ricchezza aveva spinto tutti a vivere molto meglio di prima? Chi non è convinto che, ove soltanto si avesse la forza morale di tornare a vivere come vivevano le generazioni intorno al 1870, noi potremmo risparmiare la metà del nostro reddito? E, dicendo noi, intendo accennare non solo a certe classi, ma anche alle masse: ricchi, agiati, impiegati, professionisti, contadini, operai oggi consumano quantità maggiore e qualità più raffinate di cibi, bevande, vestito, casa, ecc. di quanto consumassero mezzo secolo addietro. Tutto ciò è un bene; poiché è indice di un più diffuso benessere e di un migliorato tenor di vita. Ma tutto ciò in tanto può essere reputato un bene, in quanto noi siamo sicuri di conservarlo senza vergogna. Per potere negli anni venturi, al ritorno della pace, ritornare a vivere così come si viveva finora, per potere continuare liberamente e indipendentemente nello sviluppo spirituale e morale, senza di cui il semplice miglioramento nel tenore materiale di vita sarebbe un orribile regresso di gente schiava e contenta di vivere bene pasciuta sotto la ferula altrui, uopo è che, finché la guerra dura, si sopportino alcuni sacrifici materiali. Vi sono i nostri fratelli che rischiano la vita al campo; possiamo ben noi deciderci a mangiar carne una sola volta al giorno od un giorno su due.

 

 

Ma, ripeto, tutto ciò rimarrebbe spesso un mero ozioso convincimento intellettuale, se in suo aiuto non venissero altri fattori. Due principali si possono additare; uno spontaneo ed è l’aumento del prezzo, l’altro costrittiva ed è il razionamento legale. Come ben disse il Lorini, l’aumento del prezzo della carne è benefico ed è patriottico. Come persuadere i consumatori della necessità nazionale di ridurre il consumo della carne, quando i prezzi rimanessero quelli di prima? Tutti direbbero che gli articoli degli ammonitori sono prediche di gente spaurita e nessuno vi darebbe retta. Cresca invece il prezzo della carne; e tutti cominciano a fare i conti nella propria tasca. A Torino, dove i gusti dei consumatori, anche e forse sovratutto operai, vanno verso la carne tenerissima e costosa del sanato, si comincia a trovare ragionevole il bue. Altrove al bue si sostituirà la vacca; qua e là non si esclude che la carne di cavallo cominci ad essere trovata sopportabile; il coniglio ritrova una clientela che il raffinarsi dei gusti aveva singolarmente rarefatta.

 

 

Tutto ciò risponde ad una vera necessità; ed è un bene, spesso per la salute, sempre per la borsa e certamente per il paese. Se l’aumento dei prezzi non fosse bastevole, occorrerebbe ricorrere al razionamento, ossia alla fissazione legale per decreto del quantitativo massimo di carne che ogni settimana ogni italiano può consumare. Fa d’uopo riconoscere che il razionamento della carne presenterebbe maggiori difficoltà di quello, pur difficile, del pane. Rilevo una sola fra le differenze. Tutti consumano pane; e quindi il consumo massimo legale non si discosterebbe molto dal consumo medio effettivo. Ma la carne è consumata dagli uomini in misura variabilissima da caso a caso. Per ridurre il consumo della popolazione civile a 5.000 quintali al giorno, farebbe d’uopo che il consumo medio non superasse i 16 grammi al giorno. A quale punto si dovrebbe fissare il consumo massimo per ottenere una media di soli 16 grammi a testa? Coloro che desiderassero consumare carne in quantità superiore al massimo non potrebbero acquistare buoni di carne da coloro che abitualmente non usano consumarne? E in tal modo lo scopo del razionamento non sarebbe frustrato? Ciò che non accadrebbe od accadrebbe in ben minori proporzioni per il pane, nessuno volendo rinunciare ai propri buoni a vantaggio altrui.

 

 

Il razionamento, dunque, potrebbe avere praticamente solo un valore morale. Sarebbe l’espressione del convincimento dei reggitori dello stato intorno alla necessità di limitare il consumo della carne. Il valore morale di questa dichiarazione sarebbe grande. Efficacia reale tuttavia l’ha sovratutto l’aumento del prezzo. Riconoscere che l’aumento fu provvido e necessario non è gettare l’allarme nella popolazione, non è un lasciar credere che all’Italia stia per venir meno il bestiame da macello. Tutti sanno, in Italia ed all’estero, che noi possediamo 7 milioni di capi bovini: né questi si possono essere d’un tratto volatilizzati. Importa, però, che tutti in Italia si persuadano che, per ottenere la vittoria sul nemico e per rimanere poscia economicamente pronti a riprendere il nostro cammino ascendente, fa d’uopo ora usare con molta parsimonia delle nostre ricchezze. E la notizia sicura che in Italia così si opera, prudentemente e previdentemente, non può non giovarci all’estero, presso amici e presso nemici.

 

 

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