Il problema della circolazione bancaria

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 16/01/1900

Il problema della circolazione bancaria

«La Stampa», 16 gennaio 1900

 

 

 

Negli ultimi tempi una agitazione, che anche nelle apparenze esterne sembra strana, è cominciata in Italia per aumentare la circolazione cartacea al disopra dei limiti attuali.

 

 

L’agitazione sembra strana quando si pensi che l’aggio è al 7 percento, in gran parte appunto perché, secondo l’opinione di molti, i biglietti sono molti, ed anzi troppi perché si possa sperare in una più o meno lontana cessazione dell’attuale larvato corso forzoso.

 

 

Un memorandum stampato ai signori deputati si fa appunto eco delle lagnanze del pubblico a corto di biglietti e propone un aumento nella circolazione con argomenti che meritano di essere esaminati e spassionatamente discussi. Nel momento più acuto della crisi bancaria trascorsa, ossia al 31 dicembre 1893, la circolazione dei biglietti, esclusi i debiti a vista, ascendeva a L. 1,221,633,523 garantiti da una riserva metallica di lire 446,651,785, ossia del 32.61% della circolazione. Al 31 ottobre 1899, ossia in un momento in cui gli affari si svolgevano attivamente, la circolazione ascendeva a lire 1,191,070,911 coperte da una riserva metallica od equiparata di L. 579,833,377, ossia del 43.01 percento.

 

 

Così, mentre l’attività del Paese cresceva, l’ammontare della circolazione non coperta, puramente fiduciaria, diminuiva di lire 150,599,993. Si aggiunga che, in virtù della legge del 1897, la circolazione avrebbe dovuto ridursi ulteriormente a 1,010,100,000 lire.

 

 

Il guaio sarebbe ancora piccolo se tutti i 1191 milioni che rappresentano la circolazione odierna di biglietti fossero a disposizione dell’attività economica del Paese. Se così fosse, lo stesso memorandum riconosce anzi che la somma potrebbe essere esuberante al bisogno. Invece le lagnanze del commercio continuano vivissime, e tali da far ritenere che l’ordinamento bancario costituisca ora il solo ostacolo al progresso della produzione e dei traffici italiani.

 

 

Conviene esporre i motivi per cui l’ordinamento bancario attuale viene accusato di una colpa così atroce, quale è quella di imporre una cappa di piombo sul promettente e rigoglioso sviluppo economico del nostro Paese. I motivi si riducono in sostanza ad uno solo: che non è vero che i 1191 milioni di biglietti siano in effetto destinati a favore dell’attività nazionale. Per convincersene basta guardare ad uno degli ultimi bilanci delle Banche.

 

 

Quello del 31 ottobre indica che nel portafoglio, ossia nello sconto di cambiali, erano impegnati appena 424,457,000 lire, e nelle anticipazioni 65,158,720 lire. In tutto la Banca impiega in sconti ed in anticipazioni, ossia in vero e proprio ausilio all’economia produttrice e commerciale, soltanto 489 milioni di lire, ossia il 41 per cento della circolazione totale.

 

 

Il restante dei biglietti (701 milioni) è come se non esistesse per l’economia nazionale. Per 384 milioni di lire sono impiegati in immobilizzazioni, per 207 milioni in titoli di Stato italiani, per 50 milioni in anticipazioni al tesoro, per 37 milioni in cambiali sull’estero, per 43 milioni in buoni del tesoro esteri, ecc. Tutti questi sono impieghi infecondi ed immobilizzazioni le quali non ridondano a vantaggio di chi lavora e produce.

 

 

Il fatto strano si è dunque che, mentre in Italia la circolazione sembra altissima (1191 milioni), nella realtà quella parte di essa che soccorre il commercio si riduce a 489 milioni. Se si pensa che le Banche d’emissione sottraggono colle loro riserve alla circolazione monetaria metallica una somma di 517 milioni di lire, e ne impiegano, sotto forma di biglietti a favore dell’attività produttrice, soltanto 489 milioni, si deve concludere che la circolazione non è esuberante, ma anzi deficiente, e merita di essere aumentata.

 

 

Per ottenere delle cifre di sconti e di anticipazioni così basse come quelle del 1889, bisognerebbe risalire prima dell’ultima crisi, al periodo 1879-84. Ma dopo d’allora, ed anche dopo l’ultima crisi, il nostro Paese ha progredito straordinariamente.

 

 

Tutto, industrie, commerci, bilancio nazionale ha provato un notevole incremento. Sarebbe troppo lungo dare le prove di questo incremento. I giornali, del resto, da parecchio tempo ne riboccano. Nel 1899 il commercio di importazione e di esportazione si è aggirato intorno ai 2 miliardi e 700 milioni, con un incremento di mezzo miliardo sul 1898, raggiungendo un punto appena superato dal 1887, l’anno della nostra massima espansione commerciale. I depositi delle Casse postali di risparmio ordinarie, da 1 miliardo e 258 milioni alla fine del 1893, sono balzati fino a due miliardi. Il valore del prodotto delle cave, delle miniere e delle officine che ne dipendono salì in tre anni di 55 milioni; e la produzione delle fornaci, fra le quali primeggia quella dei cementi, ha oggidì un valore che supera i 100 milioni.

 

 

E si tratta di un risveglio nell’economia produttrice, il quale è reale ed è utile. Non si può, come fanno molti, paragonare l’attuale movimento di operosità col periodo di speculazione edilizia che funestò l’Italia prima dello scoppio della crisi ultima.

 

 

Per dimostrarlo basta pensare che su 227 nuove Società, per un capitale nominale di 321 milioni e versato di 115 milioni, formatesi dal 1896 ad oggi, tutte rappresentano un lavoro solido e promettente. Il gruppo più forte è dato da 40 Società per l’esercizio delle industrie elettriche, con 21 milioni di capitale versato; promessa d’una rigogliosa utilizzazione delle nostre cascate d’acqua e di futura emancipazione dall’importazione del carbon fossile straniero.

 

 

In tutte le 227 Società create in quest’ultimo periodo non se ne trova una sola che non stia a rappresentare una produzione industriale economicamente vantaggiosa, fondata sopra bisogni reali del consumo e non eccedente questi bisogni, o per attuare le nuove applicazioni scientifiche ad industrie destinate ad accrescere il lavoro del Paese o con esso la ricchezza nazionale.

 

 

Ora gli Istituti di emissione non debbono ostacolare il movimento del mercato sulle azioni delle Società industriali. Il riscatto dei titoli di Stato all’estero, per circa 200 milioni, ha assorbito una gran parte delle disponibilità monetarie del Paese. Se per agevolare il movimento dei titoli industriali, per dar tempo al risparmio del Paese di assorbirli stabilmente, banchieri e commercianti si decidono a riscontare il loro portafoglio bancario; se essi, o anche dei privati possidenti, per ottenere disponibilità da impiegare in valori industriali chiedono anticipazioni sopra una parte di quei titoli a debito dello Stato, o da questo garantiti, nei quali si viene assorbendo tutto il risparmio nazionale, non si comprende per quale ordine di considerazioni economiche o finanziarie le Banche di emissione possano e debbano rifiutare codeste operazioni; né per quali considerazioni sociali o politiche lo Stato possa o debba impedire, direttamente con divieti, o indirettamente, ponendo un limite alla circolazione affatto insufficiente, alle dette Banche di fare le operazioni medesime.

 

 

Dunque si ripristini alla circolazione il limite di 1097 milioni, e non si proceda, cioè, a diminuire la circolazione a 1010 milioni, come vorrebbe la legge del 1897. Inoltre si dia facoltà d’una circolazione straordinaria di 200 milioni con tassa straordinaria limitata ad 1/4 del saggio dello sconto; oppure, il che sarebbe più utile all’economia monetaria, senza tasse straordinarie, ma con una copertura metallica del 50% pei primi 100 milioni, e del 60% pei secondi 100 milioni. Secondo questa proposta si avrebbe una circolazione massima di 1297 milioni, coperta da una riserva metallica o equiparata di lire 548 milioni.

 

 

Questi i motivi della proposta riforma, la quale in sostanza si concreta nell’affermare la necessità di accrescere di 200 milioni la circolazione. Vedremo un’altra volta quali critiche si debbano muovere alle argomentazioni ed alle proposte ora imparzialmente esposte.

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