Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Il problema delle materie prime

«Corriere della Sera», 4 maggio 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 710-715

 

 

 

La questione delle materie prime, di cui continua a parlarsi alla conferenza di Genova, merita di essere nuovamente esaminata, affinché l’opinione pubblica possa formarsi un’idea della possibilità di giungere a qualche accordo internazionale obbligatorio per le parti contraenti.

 

 

Bisogna innanzi tutto ricordare che la questione è sorta in un’epoca in cui le materie prime, insieme con molte altre secondarie e terziarie, erano rare e care. I consumatori dei paesi europei, e dell’Italia in particolar modo, ebbero l’impressione che fosse ingiusto che i paesi possessori di materie prime abusassero della loro posizione e che si dovesse quindi immaginare qualche espediente, in virtù del quale quelle materie prime fossero «equamente» distribuite fra i paesi bisognosi. Durante la guerra, un congegno di simile natura fu trovato nei vari «esecutivi» od uffici centrali incaricati di ripartire il cotone, il grano, il carbone, il tonnellaggio, ecc. ecc., disponibili tra gli alleati. Ma il meccanismo, giustificato dalla necessità di sopperire con mezzi comuni ad uno sforzo comune, non poté durare quando venne meno l’urgenza del pericolo. Scomparsi gli «esecutivi», si ebbero, dopo l’armistizio, un primo periodo di scarsità di materie prime e di alti prezzi, durante il quale furono messe innanzi le proposte sovraccennate di equa distribuzione delle materie prime, ed un secondo periodo, che è quello presente, in cui le materie prime sono diventate abbondanti ed a buon mercato, tantoché i paesi esportatori si lagnano di essere costretti a venderle a perdita. S’intende in lire oro buone, che sono le sole che contano, non in lire carta cattive, le quali non contano nulla sui mercati internazionali. Perciò il problema sollevato dalla delegazione italiana alla conferenza di Genova non è un problema di importanza attuale. Esso può essere considerato come una reminiscenza di tempi trascorsi ovvero una precauzione per l’avvenire.

 

 

In tesi generale, il problema delle materie prime non consente a una soluzione legislativa o convenzionale (tra stati) in tempo di pace. Solo la necessità di guerra può costringere paesi alleati a mettere in comune le proprie disponibilità, sia per sottrarle al nemico, sia perché esse non manchino in nessuno dei punti dove il nemico può assalirci. Siccome oggi non si vuol risolvere un problema di guerra, così è bene non indugiarci sopra questo punto. Dico che il problema in tempi normali è insolubile con trattati fra stati.

 

 

Non è possibile definire in primo luogo che cosa siano le materie prime. Il carbone pare che lo sia sicuramente; e così il minerale di ferro; ma la ghisa che si fabbrica con amendue è anch’essa una materia prima per le industrie metallurgiche e meccaniche. Il frumento è materia prima per la produzione della farina; ma la farina lo è per il fornaio o il fabbricante di paste. Se è materia prima un vegetale o un minerale, non si capisce perché non siano materia prima i luoghi donde i minerali o i vegetali sono cavati. Una industria italiana tra le principalissime è quella dei forestieri, la quale ha come materie prime i monti, le valli, i golfi, la luna, il Colosseo, i musei e le altre bellezze italiane. Il Nilo è per l’Egitto una materia prima nello stesso senso in cui lo sono per l’Inghilterra le miniere di carbone o per gli Stati uniti i campi di cotone. Se la partigianeria più evidente non ci fa velo e se ammettiamo che gli stranieri possano fare per le cose nostre gli stessi ragionamenti che noi facciamo per le cose loro, fa d’uopo concludere che a voler regolare le materie prime bisogna ridursi a regolare tutto il creato.

 

 

Distribuire equamente le materie prime vuol dire calmierarle, requisirle, tesserarle. L’esperienza della guerra non ci ha insegnato ancora nulla? Non è risaputo che non basta calmierare soltanto, ma occorre requisire e tesserare se non vogliamo che la merce calmierata scompaia? Dunque la equa distribuzione delle materie prime vuol dire la istituzione di uffici internazionali i quali abbiano la facoltà di requisire carbone, ferro, zolfo, frumento, lana, cotone ai produttori – non ai paesi produttori, ma agli individui produttori, ché nessun paese produsse mai niente – pagandoli ad essi a prezzi fissati di autorità, per ripartirli ai consumatori secondo tessere e prezzi fissati pure di autorità. Qualunque persona di buon senso ammetterà che simile impresa è perfettamente insensata e darebbe luogo a tali camorre, mangerie, soprusi, tirannie di lestofanti intrufolatisi negli uffici distributori a curare il proprio vantaggio, di fronte a cui gli inconvenienti non piccoli verificatisi durante la guerra impallidirebbero.

 

 

Perciò dobbiamo lodare il ministro Teofilo Rossi di aver lasciato cadere tacitamente l’ordine del giorno della nostra commissione parlamentare consultiva, che voleva tutte queste belle cose. Il governo italiano ben fece a non porre un problema assurdo.

 

 

Tuttavia il governo italiano ritenne di dover fare qualche cosa e si indusse a proporre che i vari stati dovessero obbligarsi ad abolire i dazi ed i divieti di esportazione sulle proprie materie prime ed a proibire i prezzi diversi per i consumatori nazionali e gli stranieri. Con il primo divieto si vuole impedire che un paese ben provveduto di carbone (Inghilterra) o di oggetti d’arte e d’antichità (Italia) ne renda troppo caro il prezzo agli stranieri o addirittura ne vieti il consumo ad essi, colpendoli con un dazio di esportazione. Con il secondo divieto si vuole impedire che un paese faccia pagare 10 ai forestieri quella stessa merce che i nazionali pagano 5.

 

 

Le due proposte rientrano, a differenza dell’ordine del giorno Baldesi, nel novero delle cose discutibili, perché non mirano a regolare l’universo. Tuttavia è fortemente da temere si tratti ancora di proposizioni generalissime, non suscettive di soluzione sinché non si riducano a casi particolari e nettamente definiti.

 

 

Vietare in generale i dazi di esportazione? Ma ci possono essere dei paesi i quali vivono di questi dazi: esempio il Cile, il quale probabilmente non potrebbe formare il proprio bilancio se non potesse istituire un dazio di esportazione sul nitrato di soda. Ci possono essere ottimi motivi nazionali per ostacolare l’uscita di una data merce da un paese. Noi, con l’editto Pacca e con leggi posteriori, abbiamo imposto un diritto progressivo di uscita sui quadri e sugli oggetti d’arte e d’antichità. È un mezzo per impedire il depauperamento dell’Italia di certi oggetti, che il legislatore ha ritenuto d’interesse nazionale conservare in paese. Altrove, come in Inghilterra, partendo dal concetto dell’esaurimento del carbone e del pericolo che il paese correrebbe rimanendo privo di tale combustibile, fu ripetutamente discusso se non fosse necessario ostacolare con un dazio l’esportazione del carbone. Il dazio fu istituito, tempo fa; e poi tolto perché se ne lagnavano i coltivatori di miniere. Ma dal punto di vista delle generazioni avvenire quel paese ha indubbiamente diritto a risolvere il problema nel senso ritenuto più conveniente per se stesso. Negare quel diritto all’Inghilterra per il carbone equivale a negare a noi stessi l’analogo diritto, a cui a nessun patto vorremmo rinunciare, per i quadri e gli oggetti d’antichità.

 

 

Altra volta possono essere motivi transitori i quali consigliano uno stato di applicare un dazio: per esempio, in Germania e negli altri paesi a valuta deprezzata, se gli stranieri potessero acquistare merci ai prezzi correnti in marchi o corone, il paese potrebbe rimanere sprovvisto di quelle merci, prima che i prezzi interni si siano equilibrati coi prezzi esteri. È dubbio se il mezzo riesca al fine; ma è ammissibile che il legislatore di quegli stati, nell’angoscia di salvare dalla spogliazione i connazionali, si risolva a ricorrere al dazio di esportazione.

 

 

Del resto, il problema parmi non abbia una importanza tale da richiedere una legiferazione internazionale. Il dazio di esportazione riesce sovratutto dannoso ai produttori nazionali, a cui vieta di esportare. Gli stranieri possono perciò rimanere tranquilli. Novantanove volte su cento basterà l’interesse dei produttori nazionali a far abolire il dazio di esportazione. È bastato in Inghilterra per il carbon fossile; ed è bastato a far abolire le migliaia di dazi che deliziavano i nostri proavi prima della rivoluzione francese. Contro questa forza interna non resisteranno se non quei dazi i quali siano imposti da necessità superiori nazionali (dazi d’uscita sul nitrato di soda nel Cile o sui quadri in Italia). Può darsi che resistano anche taluni dazi utili a qualche potente interesse privato interno, come, ad esempio, i nostri dazi d’uscita sugli stracci utili ai cartai italiani o sui cascami di seta, richiesti da una nostra potente società. Ma, per fortuna, trattasi di piccole mangerie, per cui non vale la pena di far muovere una stupefacente macchina internazionale. Questa dovrebbe forzatamente ammettere tante eccezioni da ridursi ad un nome vano senza contenuto.

 

 

Ancor più complicata sarebbe l’applicazione del divieto di prezzi diversi e più alti per i consumatori forestieri che per quelli nazionali. Intanto si noti che il fatto più comune è l’inverso, ben noto, anzi famigerato sotto il nome di dumping. Tempo fa, tutti in Italia strillavano contro la Germania, la quale ci vendeva le sue rotaie a 10 mentre le faceva pagare 12 o 15 ai suoi nazionali. E si diceva che tale orrendo delitto – quello di venderci la sua roba a buon prezzo – era perpetrato dai tedeschi per rovinare le nostre industrie. Adesso ci lamentiamo del fatto opposto, e vorremmo che nessun produttore straniero potesse vendere a noi a 12 quella merce che fa pagare solo 10 ai suoi nazionali.

 

 

Ambe le pretese sono di pressoché impossibile esaudimento. I prezzi multipli sono un fatto universale ed antichissimo. Non si trova sulla faccia della terra un solo mattonaio che non faccia pagare i mattoni cari al vicino, il quale non ha convenienza ad andare altrove, e a buon mercato al lontano, il quale potrebbe rivolgersi al concorrente. Per lo stesso viaggio, per la stessa rappresentazione teatrale, viaggiatori e spettatori pagano prezzi diversissimi, giustificati, per salvar la faccia del venditore, da esteriorità sostanzialmente poco importanti, come un po’ più o un po’ meno di velluto sulle panche, braccioli sì o no alle sedie e simili bazzecole. Ogni buon negoziante tira più o meno su il prezzo a seconda della faccia, del vestito o della dabbenaggine del cliente.

 

 

Far pagare a Tizio un prezzo 10 mentre a Caio si fa pagare 9 non vuole ancora dire che si rechi danno a Tizio. Caio, forse, non può comprare la merce a 10, non avendone i mezzi. Se il produttore può, tuttavia, vendergli una parte della sua produzione a 9, pur guadagnando un po’ meno, si farà rimborsare da lui parte delle sue spese generali e potrà caricare di meno, per questo motivo, su Tizio. Se una legge gli vieta invece di vendere a due prezzi diversi, egli non può crescere il prezzo a Caio, che più di 9 non è in grado di pagare; e non vendendo più a lui nulla, sarà costretto a caricare tutte le sue spese generali sulla merce venduta a Tizio e quindi ad aumentargli il prezzo ad 11. Tizio ora è un consumatore nazionale, ora è uno straniero; e così dicasi per Caio. Mettere le mani in questi complicati rapporti è come cacciarle in un nido di vespe.

 

 

In certi casi, come le ferrovie, lo stato ha potuto vietare tariffe differenziali tra cliente e cliente; ma ha dovuto consentirle tra spedizioni a carro completo e a piccole partite, tra brevi e lunghe distanze. Non è escluso che vi siano casi particolarissimi, in cui si possano utilmente impedire le discriminazioni di prezzi. Ma non è con proposizioni generali che si scoprono quei casi particolari. Le proposizioni generali servono soltanto ad inasprire uno contro l’altro i singoli stati, i quali si ritengono lesi nel loro diritto di sovranità e si abituano a guardare con sospetto all’idea inspiratrice di una società o comunanza di scopi fra nazioni. Perché l’idea trionfi, è necessario che essa proceda a passo a passo, risolvendo problemi concreti, specifici, precisi. Ogni passo fatto avanti ne genererà altri. Io non saprei suggerire nessun caso di possibile legiferazione internazionale rispetto ai dazi di esportazione ed ai prezzi differenziali. Giova credere però che i proponenti avessero in mente qualche caso concreto; e bisogna augurarci che essi sappiano esporlo con competenza e con precisione: soli mezzi per ottenere un vero successo.

 

 

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