Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Corriere della Sera

Il problema delle materie prime

«Corriere della Sera», 29 agosto 1943[1]

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 299-303

 

 

 

 

La pace che tutti vogliamo ha esigenze economiche rispetto alle quali è facile assumere fantasmi per realtà, errori per verità, ed essere perciò spinti ad agire in maniera contraria allo scopo che si vuole perseguire. Il vocabolario economico è stato così pervertito nell’uso quotidiano, da farci considerare garanzie di pace quelle che invece sono indubbiamente cagione di gelosie internazionali e fomite di guerra. Ad assicurare pace ed indipendenza si invocano autarchie, sfere d’influenza, possesso di materie prime, ripartizione di colonie; e si seminano invece germi di conflitti e di guerre.

 

 

Nessuna disputa più funesta di quella sulle materie prime; e nessuna cagione più potente di conflitti internazionali dell’idea, divulgata in solenni discorsi, della loro “giusta” ripartizione. Ripartire “equamente” le materie prime significa precisare uno o parecchi criteri, in base ai quali diplomatici e periti, riuniti attorno al tavolino verde di una conferenza internazionale, ripartirebbero tra le diverse nazioni del mondo le cosidette materie prime. Quali siano i criteri, nessuno finora ha mai dichiarato in modo intelligibile.

 

 

Che cosa sono, innanzitutto, le materie prime? Il carbone, il minerale di ferro, i metalli vari, la gomma elastica o non anche il frumento, la lana, il cotone, la seta, il riso, le olive, l’uva, le arance, i limoni? Ogni sostanza la quale sia estratta dalle viscere della terra ed ottenuta con la coltivazione della stessa è materia prima. Non sono forse materia prima di industrie grandiose le spiagge del mare, le montagne, la bellezza del panorama, la salubrità dell’aria? Esiste un criterio logico per distinguere l’una materia prima dall’altra?

 

 

Se anche si supponga, per assurdo, eliminata questa prima inestricabile difficoltà, la quale dovrebbe costringere ogni nazione a mettere nel monte delle cose da ripartire il meglio e la maggior parte dei beni prodotti sul suo territorio, quali i criteri della “giusta” ripartizione? Se i criteri debbono essere, come sarebbe evidentemente necessario, semplici, oggettivi, sottratti all’arbitrio dei ripartitori, ci si presentano primi ed ovvi quelli della proporzionalità al numero degli abitanti, alla superficie produttiva dei singoli paesi. Ma subito, dobbiamo scartarli perché essi non hanno alcun, neppur lontanissimo, rapporto con la capacità di utilizzazione delle materie prime. Distingueremo tra uomini gialli, bianchi e neri? Scenderemo a distinzioni fra uomini e donne, vecchi ed adulti e giovani e ci fermeremo sugli adulti?

 

 

Ma bisognerà precisare ancor più perché vi sono adulti di tante specie e solo alcune specie di adulti sono atte ad utilizzare bene le materie prime. Se badiamo alle superfici produttive dei diversi territori nazionali, quali i criteri per misurare l’attitudine delle diverse qualità e positure dei terreni ad utilizzare le infinite specie di materie prime? Quante migliaia di periti dovrebbero essere convocati per accapigliarsi, ognuno tirando l’acqua al mulino della propria nazione, intorno al “giusto” modo di ripartire le materie prime? e quanta materia di conflitti si appresterebbe a diplomatici ed a fautori di guerre?

 

 

Assumeremo invece come criterio la capacità di assorbimento delle industrie consumatrici delle materie prime? Ma tra quelle industrie non potrebbero noverarsi per fermo le non ancora nate. Come misurare la capacità di utilizzazione di ciò che non esiste, di ciò che è ancora nello stadio del progetto più o meno vago? Ebbimo, anche in Italia, applicazioni del criterio di distribuire qualcosa in base alla capacità produttiva quando si diede a commercianti ed industriali diritto ad importare talune merci straniere in base a ciò che ognuno aveva importato in non so qual semestre, parmi, del 1934. Funestissimo metodo, il quale consacrò il privilegio dei già noti, di coloro che erano già impiantati, ad esclusione di quei commercianti di quegli industriali, i quali, se avessero potuto liberamente provvedersi sul mercato di ciò che a lor bisognava, avrebbero potuto iniziare nuove intraprese, muover concorrenza ai vecchi, produrre e vendere a costi minori.

 

 

Nessun criterio più sbagliato e più dannoso può immaginarsi della proporzionalità alle posizioni acquisite. Quel che importa assicurare e promuovere non è mai quel che esiste, l’impresa già fondata, l’iniziativa, già sviluppata, il mestiere florido; si invece quel che non esiste, l’idea nuova feconda la quale deve ancora tradursi in atto, i giovani che domani prenderanno il posto dei vecchi, l’impresa appena iniziata, la quale supererà presto quelle anziane, l’invenzione nuova la quale distruggerà i profitti di quella già applicata. Quel che esiste è il passato, che domani sarà superato e morto. Quel che non esiste è il nuovo, è il progresso, è il servigio migliore reso all’umanità.

 

 

Chi potrà mai, al tavolo verde della “giusta” ripartizione delle materie prime, scoprire i criteri per misurare il non noto, il non nato; chi ardirà di valutare l’importanza relativa dei progetti non attuati, delle invenzioni non ancora sperimentate?

 

 

Non esistono, dunque, per quanto si sappia, i criteri oggettivi per ripartire “equamente” le materie prime, ed i criteri arbitrari hanno un solo significato: conflitti e guerre.

 

 

Eppure l’esperienza storica aveva, sovratutto nel secolo d’oro del progresso economico che corse dal 1814 al 1914, scoperto il modo automatico di fare la migliore giustizia umanamente possibile nella ripartizione delle materie prime; ed era che governi, diplomatici, periti e tavoli verdi non si occupassero affatto di questa faccenda, ed era di lasciare che le materie prime andassero con le loro gambe a chi più le meritava.

 

 

Fa d’uopo, certamente, sbarazzarsi dell’idea infantile e grottesca la quale è il sostrato di tante vane discorse intorno alle materie prime: che queste siano qualcosa che in certe contrade del mondo gli uomini trovano per le strade per accidente o si procacciano senza fatica o con fatica minima. Non esistono materie prime le quali non siano costose e non debbano essere pagate a chi le produce. Normalmente, le materie prime che più fan colpo sull’immaginazione umana sono le più costose. Che cosa v’è di più attraente dell’oro? Che cosa v’ha che più dell’oro sembri ai più “trovato per caso” e fonte di ricchezza insperata?

 

 

Eppure è fatto certissimo, noto a tutti coloro che hanno studiato il problema, che il prezzo corrente dell’oro non rimborsa in media le spese di cavar l’oro dalle viscere della terra. Vi sono, è vero miniere fecondissime ma ve ne sono assai più, di gran lunga assai più, di infeconde, nelle quali si spendono capitali e lavoro senza alcun pro. Purtroppo, “a priori”, non si possono distinguere le buone dalle cattive miniere, e si è costretti a coltivare ambedue; sicché il costo medio di produzione dell’oro supera il prezzo di vendita. Così fu dall’origine del mondo; e se agli uomini non piacesse correr dietro alle venture nessuno coltiverebbe miniere d’oro.

 

 

Sbarazzata la mente dall’idea balorda della gratuità delle materie prime, riconosciamo la logica perfetta del criterio adottato nel secolo XIX per distribuirle: che è la vendita al più alto offerente. Chi paga le materie prime al più alto prezzo ha giusto diritto ad ottenerle.

 

 

Altri dica che il criterio è materiale e mercantile; io replico che nessun criterio è più giusto e morale. Dare le materie prime a chi le paga a più alto prezzo significa darle all’industriale capace e negarle all’incapace; darle a chi ha spirito inventivo e negarle a chi lavora secondo sistemi già conosciuti; darle all’inventore che ha trovato le nuove vie di combinare i fattori produttivi e negarle agli arrivati i quali lavorano oggi come ieri. Che cosa vuol dire dare le materie prime a chi le paga dieci invece che a colui il quale è disposto a pagarle soltanto nove? Significa darle a colui il quale dalla stessa qualità e quantità di materie prime è capace di trarre prodotti di pregio maggiore, che sono meglio desiderati dal pubblico e sono da questo meglio pagati.

 

 

Esiste o può essere immaginato un motivo plausibile per cui le materie prime debbono invece essere date a chi dimostra, col fatto di non volerle pagare abbastanza, di non essere capace a produrre merce buona e desiderata, così come lo è invece il suo concorrente?

 

 

In verità, il problema delle materie prime, il suo trasporto cioè dal piano economico privato, nel quale esso trova la sua razionale automatica soluzione, al piano politico, nel quale esso è assolutamente insolubile, fu una tragica invenzione di periti economici messi al servigio degli attizzatori di conflitti internazionali e di guerre. Il problema delle materie prime non esiste. Esso è una invenzione artificiosa, che deve rientrare nel nulla, dal quale non avrebbe mai dovuto uscire.

 



[1] Con il titolo Materie prime [ndr].

Torna su