Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Il problema dell’emigrazione in Italia[1]

«La Stampa», 16 marzo 1899

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 115-119

 

 

Nel settembre scorso a me è capitato di dover far da segretario d’una conferenza, dove un vescovo, parecchi senatori e deputati, molti missionari, alcuni egregi rappresentanti diplomatici e consolari dell’Italia all’estero, i delegati di potenti società di navigazione e di case di commercio si erano dati convegno, dietro iniziativa dell’associazione nazionale per soccorrere i missionari cattolici all’estero, e della commissione ordinatrice della mostra degli italiani all’estero, per studiare e discutere il grave problema dell’emigrazione italiana. La conferenza era privata, e sui giornali cittadini, ingombri allora di resoconti di congressi, non se ne parlò, se non per accennare alle pubbliche letture tenute da alcuni dei membri della conferenza nella sala delle missioni dell’esposizione dell’arte sacra.

 

 

Ora che l’eco dei congressi di ogni genere tenuti nel 1898 si è spenta, perdura invece nel mio animo il ricordo di quelle discussioni fra sacerdoti e laici, fra i rappresentanti della chiesa, dello stato, delle industrie e dei commerci; e la impressione che su di me fece l’accordo spontaneo di gente disparata e proveniente da paesi lontani, si rinnova leggendo l’elegante e denso volumetto che la tipografia Roux Frassati e C. ha di questi giorni pubblicato.

 

 

Il testo delle quattro conferenze tenute dai vescovi Bonomelli e Scalabrini, dal missionario Maldotti e dal comm. Malnate, ispettore di pubblica sicurezza del porto di Genova; il resoconto delle discussioni fatte e degli ordini del giorno votati dalla conferenza; una memoria succosa e pratica del dott. Maranghi sulla Nazionalizzazione del trasporto degli emigranti” ed uno scritto del P. Cherubino Fasil sulle Relazioni colla Cina: ecco in breve schema il contenuto di questo volumetto che, non dubitiamo, verrà meditato da quanti si interessano ad uno dei problemi più gravi dell’Italia contemporanea e sovratutto dagli uomini di stato, chiamati a dare il proprio voto sui due rivali progetti di legge sulla emigrazione, dovuto l’uno all’on. Visconti – Venosta ed accettato dal presente ministero, e l’altro all’iniziativa parlamentare dell’onorevole Pantano.

 

 

Nella contesa fra coloro che si apprestano a fornire nuovi rimedii ai mali antichi del nostro movimento migratorio la pubblicazione recente è destinata ad apportare alcuni preziosi elementi di dilucidazione e, quel che più monta, molti consigli disinteressati e pratici.

 

 

In Italia siamo in troppi; è doloroso il riconoscerlo; ma, data la densità media della popolazione italiana di 107 abitanti per km² mentre in Germania è di 97, di 80 in Austria e di soli 72 in Francia, è assurda la speranza di poter riversare l’annuo incremento di circa 300 mila abitanti (differenza fra i nati ed i morti) sulle nostre terre incolte, che, del resto, se si eccettuano le terre incoltivabili per essere letti di fiume, greti di torrenti asciutti o cime di monti alti e nevosi, si riducono a qualche cosa come un milione di ettari.

 

 

La colonizzazione all’interno – facile argomento di retorica a tribuni di piazza e di studi ponderosi ed interminabili a commissioni ministeriali – è un’impresa troppo lenta e costosa per offrire uno sfogo adeguato ad una popolazione esuberante di braccia e priva di capitali desiderosi di investimenti. Finché i capitali non si decidano (e sarebbe anti-economico lo sperarlo) a coltivare ad un saggio tenuissimo di interesse le terre incolte d’Italia, è d’uopo che i lavoratori, estenuati dalla miseria e dalla disoccupazione forzata, si dirigano verso altre terre più ospitali e più feconde, dell’agro romano o dei pascoli della Sardegna. «Le funzioni migratorie – bene dice il vescovo Scalabrini – come si compiono da noi, rispondono alle necessità attuali politiche, territoriali ed economiche del nostro paese, non superano la sua potenza riproduttiva, e come tali hanno il carattere di fenomeni permanenti e sono fonti di benessere individuale e collettivo». La emigrazione in Italia ha la tendenza ad aumentare.

 

 

Non giovarono a restringerla le circolari del Cantelli, vere leggi longobarde, che punivano l’emigrante, e le provvisioni dei ministri di sinistra, che l’emigrazione proclamarono libera, inceppandola nelle strettoie ufficiali. A nulla giovò la famosa circolare Crispi che nel 1891 ristabiliva in Italia la servitù della gleba, vietando ai prefetti il rilascio dei passaporti ai contadini che, a denuncia dei proprietari delle terre, non avessero prima regolarizzati i contratti d’affitto o di mezzadria od anco di soccida. Nessuna efficacia ebbero le ordinanze del governo vietanti l’emigrazione al Brasile; e i bollettini ufficiali dei nostri consoli, recanti a tinte fosche la sorte toccata ai nostri emigranti, ebbero questo strano risultato: che la nostra emigrazione cresceva, cresceva sempre e si moltiplicava per le località più sconsigliate dei nostri rappresentanti diplomatici e consolari.

 

 

Crescit eundo: negli ultimi 22 anni da 19.000 emigranti permanenti siamo saliti a 165.000 nel 1897 dopo avere rasentato una volta i 200.000. Nel ventennio ultimo il Malnate ha visto partire dal porto di Genova per l’America latina un milione e mezzo di emigranti, di cui ritornarono a mala pena 500.000. I rimasti, insieme colle famiglie, compongono ora una popolazione variamente valutata da 2 a 3 milioni d’italiani. Nell’America latina è lo sfogo più fortunato della nostra emigrazione. Dagli Stati uniti gli italiani sono respinti da leggi restrittive e dalla diversità di costumi di linguaggio e di tenor di vita. Nell’America meridionale, Argentina e Brasile i contadini ed i braccianti italiani possono trovare una nuova patria e spesso una modesta agiatezza. La statistica del ventennio accerta che il terzo dei nostri emigranti partiti per l’America meridionale ritorna in patria. Ritornano chi dopo pochi anni e chi dopo molti; ma, ciò che monta, ritornano nei due terzi con discreta fortuna, che varia in ragione del più o meno lungo soggiorno colà; gli infelici i quali ritornano indigenti, ben di poco superano il 10% dei partiti dall’Italia. E la fortuna dei contadini è fortuna di una delle maggiori industrie nazionali: la marina mercantile.

 

 

Immemore delle tradizioni delle repubbliche marinare del medio evo, le quali, come Genova, accordavano sussidi a quelle navi che trafficavano con le piazze levantine dove più fitta era la colonia genovese, lo stato italiano sovvenziona di ben dieci milioni di lire all’anno, o poco meno, la linea della defunta emigrazione fra l’Italia e il Levante e nega 100 mila lire per sovvenzionare i viventi nostri emigranti poveri. La logica dei fatti è però più forte degli errori dei governanti.

 

 

Il porto di Genova ogni anno dà alla bandiera nazionale (marina a vapore) circa 27 milioni di lire e alla bandiera straniera ne dà 55; ma è da rilevare che in tutte le linee del vecchio mondo non dà a noi che solo 4 milioni di lire appétto a 40 milioni e mezzo dati agli stranieri, mentre la linea dell’America meridionale frutta all’Italia marinara, da Genova, 23 milioni di lire appétto a soli 7 milioni e mezzo dati agli stranieri.

 

 

Su tutti i mari del vecchio mondo e dell’Oriente la bandiera degli stranieri conta 91 parti su cento; invece, sui mari dell’America meridionale fin d’ora la bandiera italiana è vincitrice nella lotta mondiale della concorrenza, vincitrice con 75 parti su cento.

 

 

Urge dunque difendere dalle arpie che ne succhiano il sangue (otto milioni di lire prima e quattro ancora adesso, malgrado i rigori della legge) le legioni dei poveri emigranti italiani, che sfollano la madre patria sovrabbondante di mano d’opera, creano una nuova Italia al di là dell’Atlantico, e pongono le fondamenta su cui si può erigere una forte marineria mercantile ed un intenso e remunerativo scambio di prodotti agricoli ed industriali.

 

 

Creazione di asili per gli emigranti a Genova, Napoli e Palermo; proibizione dell’indegno traffico di carne umana da parte di agenti e subagenti privi di scrupoli; responsabilità effettiva delle compagnie di navigazione; prescrizioni severe sulla velocità delle navi, sulla capacità cubica dei dormitori, sul vitto e sulle medicine durante il viaggio di mare; alberghi per gli emigranti nei porti di arrivo e nelle regioni dell’interno; assistenza all’imbarco da parte di commissari governativi, negli stati americani da parte di un numeroso personale consolare aiutato da missionari ecclesiastici e laici; questi in massima i voti della conferenza torinese, che si trovano riassunti nel libretto del quale raccomandiamo la lettura a tutti quelli che amano avere delle idee chiare, non intorbidate da spirito di parte o di interesse, sul grave argomento.

 

 

Se anche raggiungesse questo solo scopo, l’opera dei promotori della conferenza sarebbe stata molto benemerita di quella patria che tutti ci auguriamo di veder crescere in grandezza ed in potenza; anche se dagli organi del governo si continua a chiudere gli occhi alla luce che sugli inani sforzi africani ed orientali gitta il rigoglioso svolgimento delle libere colonie americane.

 

 



[1]Gli italiani all’estero (emigrazione, commerci, missioni), Tipografia Roux Frassati e C., Torino 1899, lire 1.

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