Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Il problema Ford

«Corriere della Sera», 18 gennaio 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 558-562

 

 

 

Ford, il grande industriale americano, dà noia ai membri del congresso del suo paese. Forse non a tutti, certo a coloro i quali hanno bisogno di una «piattaforma» popolare alle prossime elezioni politiche.

 

 

Se l’ho capito bene, attraverso alle successive trasmissioni giornalistiche, il problema non è solo americano. È il problema di tutti i paesi nei quali esistono due tipi d’imposta sui redditi: l’una di base, sui redditi prodotti dalle singole imprese, aziende, ditte, società; l’altra sul reddito complessivo che il contribuente – persona ricava dall’insieme delle sue attività e proprietà. A cagion d’esempio, in Italia, esistono le tre imposte sui terreni, sui fabbricati e sulla ricchezza mobile, le quali colpiscono tutti i redditi, ad uno ad uno, quando sono prodotti, con una aliquota che, per semplicità, possiamo supporre uniforme, nella misura del 30%. In aggiunta, c’è, per ora in una forma sconclusionata, ed a partire dall’1 gennaio 1925, in forma razionale, l’imposta sul reddito complessivo del contribuente, progressiva dall’1 al 10%.

 

 

La sovrapposizione dell’imposta, relativamente nuova, alla prima, più antica, fa sorgere il problema Ford.

 

 

Finché Ford era un piccolo o medio industriale, il quale guadagnava 10.000 o 100.000 dollari all’anno, egli li guadagnava nella sua azienda privata. Pagava prima, sui 100.000 dollari, la imposta che in Italia si direbbe di ricchezza mobile, che negli Stati uniti chiamano con un altro nome, ed esempio flat tax od imposta di base o normale o proporzionale, in quanto produttore. Poi, pagava l’imposta progressiva sullo stesso reddito di 100.000 dollari che, essendone l’unico proprietario, si presumeva egli non solo guadagnasse, ma «ricevesse» dalla sua industria.

 

 

Col tempo, Ford diventa un grandissimo industriale. Possiede molti stabilimenti, esercita svariate industrie. Non le può dirigere personalmente tutte, nei particolari minuti. Perciò le trasforma in «corporations» come si dice là, in «società anonime» come diciamo noi. Le sue corporations sono in pratica «società con un azionista solo». Lui, Ford, è il solo o quasi solo azionista. Ma il sistema è conveniente, per affermare le responsabilità dei suoi amministratori, ed attribuire ad ognuno di essi il merito ed i profitti che gli spettano. Gran conoscitore di uomini è Ford; ed uno dei mezzi di cui si serve per spronarli, per premiarli è di metterli a capo di qualcuna delle «società» che sono sue, ma che egli preferisce abbiano una vita a sé, una individualità propria. Non è geloso dei suoi dipendenti, come non lo era Carnegie, come non lo sono mai i grandi capitani d’industria.

 

 

Ora Ford guadagna, attraverso a tutte le sue creazioni, non più 100.000 dollari all’anno, ma 400.000 dollari al giorno. Paga su tutto l’imposta-base, quella che noi chiamiamo di ricchezza mobile e che negli Stati uniti dicono corporation-tax. Se li guadagnasse come individuo, come contribuente privato pagherebbe la flat tax; guadagnandolo attraverso le sue società, paga la corporation-tax. Cambia il nome; ma la sostanza è la stessa. All’imposta-base non sfugge un centesimo, come nulla sfugge in Italia all’imposta di ricchezza mobile.

 

 

Il guaio o la disuguaglianza comincia con l’imposta progressiva. Finché Ford era un industriale privato la legge supponeva che egli incassasse come privato tutti i 100.000 dollari all’anno che guadagnava come industriale; e li tassava. Adesso che Ford ha molte e grandi imprese, ma le gestisce a mezzo di società anonime, Ford preferisce non farsi pagare dividendi dalle sue società. Le sue società guadagnano 400.000 dollari al giorno, ma poiché lui, Ford, ha pochi bisogni, lavora tutto il giorno, non ha tempo da perdere in divertimenti e non ama il lusso, lascia stare quasi tutti i redditi nelle società e si contenta di distribuire a se stesso, come privato, un modesto dividendo. Poiché egli dalle sue società riceve, supponiamo solo 20 milioni di dollari all’anno di dividendi – qualcosa bisogna pur ripartire, anche se egli non spende tutto – mentre le sue società ne guadagnano 140, ecco che egli è tassato solo su 20 milioni dall’imposta progressiva sul reddito.

 

 

Qui saltan fuori i membri del congresso e gridano all’ingiustizia. Il piccolo Ford è tassato, dall’imposta progressiva, su tutti i 100.000 dollari che guadagna con la sua azienda privata. Il grandissimo Ford, magnate dell’industria, paga solo su 20 milioni invece che sui 140 milioni guadagnati dalle sue società. Poiché egli preferisce reinvestire i suoi guadagni nella industria, eseguire impianti grandiosi, creare città, fabbricare automobili a costi ridicoli, sicché tutti gli americani ormai ne posseggono una, egli non paga la imposta progressiva. Bisogna togliere lo scandalo, vietare che un uomo solo possa dominare l’America con le sue ricchezze e col potere che le ricchezze danno sugli uomini.

 

 

I congressmen hanno torto. I sistemi tributari quali esistono con linee pressoché uniformi dappertutto, in Inghilterra, in Francia, negli Stati uniti, in Italia, hanno ragione. Tutto ciò che si può a questi sistemi rimproverare è che essi maltrattano i piccoli Ford, non che essi esentino ingiustamente i grandi Ford.

 

 

L’uomo che investe i suoi guadagni nella sua industria è il sale della terra. Sembra che egli lavori per sé, che sia un egoista, un avaro che non spende, che non fa partecipare gli altri alla sua fortuna. In realtà egli lavora solo per gli altri. Egli accumula ricchezze al solo scopo di farne profittare gli altri. Che cosa sono i modesti agi che Ford si procura in confronto al benessere che dalle sue fabbriche irradia in tutta la collettività? Questa è la grandezza della civiltà che si usa chiamare capitalistica: che i posti più alti, che i comandi più eccelsi sono riservati a uomini i quali si pascono di cifre, che amano la potenza, che ambiscono il primato; ma tutto ciò possono ottenere soltanto a condizione di lavorare accanitamente, di saper scegliere uomini capaci di lavorare con uguale accanimento e passione e sete di grandezza.

 

 

Tutto ciò essi ottengono ad una condizione: di non godere dei proprii redditi o, meglio, di fare esclusivamente consistere il proprio godimento nelle vittorie della propria creatura: produrre automobili a sempre minor prezzi; consentire alle moltitudini condizioni di vita più decorose e più belle, mettere la campagna alla portata dei cittadini, costruire città con case sane, ariose, gaie, in cui possano centinaia di migliaia di operai riposare dal lavoro giornaliero ed apparecchiarsi a rendere di più, con minor fatica e con guadagni più alti. Sic vos, non vobis mellificatis apes; mai il motto latino si poté applicare più aggiustatamente che ai capi dell’industria moderna.

 

 

Hanno forse inventato, i congressmen americani, un altro metodo più efficace per spingere al risparmio, alla creazione delle imprese grandi produttrici di benessere per le vaste moltitudini? Che cosa sono stati capaci di fare, essi, i preoccupati della prepotenza futura dei miliardari, se non debiti e navi incapaci a tenere il mare, le quali, se si fanno navigare, cagionano dolore e fatica ai contribuenti chiamati a pagarne le spese?

 

 

A che si preoccupano i politicanti del pericolo sociale costituito dai due o tre Ford i quali potrebbero diventare i padroni del paese?

 

 

Se ciò accadrà, sarà colpa dei politicanti e non dei veri capitani d’industria. Dei politicanti, i quali con i dazi doganali, con i protezionismi, con i favori di concessioni governative, creano il tipo del falso capitalista, del falso imprenditore, il quale, per vivere, e per arricchire, ha bisogno di comperar giornali, di influire sulla burocrazia, sui parlamenti e sui governi. Questo è l’unico e gravissimo pericolo sociale e politico del momento presente. Se voi stessi non create il vostro dominatore, dalla libera industria, da quella che vive di concorrenza, da quella che vive riducendo i costi di produzione, il dominatore della patria non sorgerà. I creatori liberi delle imprese industriali sono troppo innamorati della propria creatura per aver voglia di guastarla, facendola servire al raggiungimento di un fine non suo, come è il dominio politico. Lo faranno, se costretti a lottare contro le vostre minacce. E non temete che la dominazione libera industriale si prolunghi nelle generazioni. Si tramandano ai figli, ai soci le arti dell’intrigo per ottenere favori e dazi; poiché queste sono qualità accessibili a molti figli degli uomini. Si tramandano più di rado le qualità di comando, di creazione, di organizzazione. I figli conserveranno l’impresa paterna, ma i nepoti la dissolveranno. Distribuiranno in dividendi, ahimè! tassabili, assai più di quanto non avranno guadagnato.

 

 

Piuttosto gli uomini di governo che vogliono essere davvero politici e mirare all’avvenire, ricerchino il modo di trattare i piccoli, nascenti Ford alla stessa stregua dei grandissimi. Consentano anche ad essi – dopo che hanno pagato l’imposta normale o di base o di ricchezza mobile su tutto il reddito prodotto – di pagare quella progressiva personale soltanto su ciò che essi consumano. La istituzione in Italia, per recente decreto De Stefani, di un’imposta facoltativa comunale sul reddito consumato è un lieto auspicio. Ma si può andare al di là. Bisogna studiare e favorire tipi di società piccole, a responsabilità limitata, con rigide norme per la resa di conti, da cui il proprietario, anche unico, possa farsi pagare soltanto quelle somme che egli vuole consumare; e per cui soltanto egli dovrebbe essere tassato, in sede di imposta progressiva personale. L’ingiustizia del caso Ford non sta nell’esentare gli utili da lui reinvestiti nell’industria. Sta nell’aver messo in luce che i piccoli ed i medi, i quali non possono creare anch’essi la società anonima, sono ingiustamente tassati anche su ciò che essi reinvestono. L’imposta rende difficili i primi passi nella lotta di concorrenza ad uomini nei quali forse può essere contenuto il germe di altri Ford. Ciò è contrario allo spirito della civiltà capitalistica, secondo il quale a tutti debbono essere aperte le vie per spodestare coloro che sono arrivati. Il primato si conquista e si mantiene dimostrando ogni giorno, ad ogni ora di saper rendere, meglio dei rivali, servigio alla collettività.

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