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Corriere della Sera

Il progetto per la Calabria

«Corriere della sera», 9 dicembre 1905

 

 

 

Abbiamo atteso qualche giorno a parlare dei provvedimenti proposti dal Governo a favore delle Calabrie, perché volevamo con un attento esame vedere se era giustificata la condanna sommaria di assoluta insufficienza pronunciata dai rappresentanti delle Calabrie riuniti a Montecitorio sotto la presidenza dell’on. Chimirri. E dopo questo attento esame, crediamo doveroso conchiudere che, se il disegno di legge non risolve la questione calabrese – e forse non può essere risoluta con nessun progetto di legge anche larghissimo – contiene però alcuni provvedimenti abbastanza bene congegnati, sicché una diligente discussione può giovare assai più che non il mettere innanzi desideri che, a ragione o a torto, l’opinione pubblica giudicherebbe smodati.

 

 

Due erano gli scopi principali che il disegno di legge per la Calabria doveva proporsi: rimediare ai danni diretti del terremoto e svolgere un’azione efficacemente intesa a sollevare le Calabrie da quella condizione economica e sociale arretrata, che era stata dolorosamente e per i più inaspettatamente rivelata dal terremoto. Quanto al primo punto il Governo propone innanzitutto che siano confermate le sospensioni temporanee delle imposte dirette già sancite per decreto reale e provvede affinché i Comuni non abbiano a trovarsi in gravi strettezze sospendendo del pari il pagamento degli interessi e delle quote d’ammortamento alla Cassa Depositi e Prestiti e alla sezione del Credito comunale e provinciale. Per ricostrurre le case e riparare i danni del terremoto propone si diano 5 milioni e mezzo che andrebbero in aggiunta alle 250 mila lire già date dal Governo ed ai milioni della beneficenza privata. Tre milioni sono stabiliti per riattare le carceri e gli altri edifici pubblici dello Stato. I Comuni e le Provincie sono autorizzati a farsi mutare sino a 5 milioni di lire dalla Cassa Depositi e Prestiti per riattare i loro edifici. Il prestito sarà estinguibile in 50 anni e metà degli interessi e dell’ammortamento sarà a carico dello Stato. A diversi Enti – Casse di Risparmio, Banco di Napoli, ecc. – è concesso finalmente di far mutui a quei privati che non potessero da sé ricostruire e riparare le proprie cose sino all’ammontare massimo di 25 milioni. I mutui si estingueranno in 30 anni, rimanendo a carico dei proprietari per interesse ed ammortamento solo il due e tre quarti per cento. Tutto il sovrappiù andrà a carico dello Stato, il quale stanzia a tale scopo il fondo di un milione di lire nel suo bilancio per un trentennio.

 

 

Noi non potremmo dire se tutti gli stanziamenti siano proporzionati alla grandezza del male che fu immenso; e del resto la insufficienza potrebbe essere stabilita soltanto da progetti particolareggiati. L’impressione complessiva però è che il sacrificio imposto dallo Stato salga a somme egregie; e che per la Calabria si sia voluto fare altrettanto e forse più di quanto si fece in simile tristissima occasione per la Liguria. Alcune particolarità ci lasciano in dubbio. Perché imporre, come condizione essenziale del mutuo di favore che le cose siano ricostrutte sull’istesso luogo di prima, salvo vi ostino ragioni di sicurezza e d’igiene? Non si è detto ripetutamente che sarebbe stato opportuno profittare del terremoto per costrurre – anche all’infuori delle ragioni di sicurezza e di igiene – le case in località diverse dalle antiche ed economicamente più opportune?

 

 

Perché con una legge imporre la continuazione di uno stato di cose giudicato cattivo?

 

 

Ancora: perché non prevedere il caso che la morte del capo di casa renda a vedove ed orfani gravoso seguitare il pagamento delle quote di interesse e di ammortamento agli Istituti di Credito? Una qualche forma di ammortamento misto ad assicurazione sulla vita potrebbe essere applicata con successo ed eviterebbe che da qui a qualche anno le case costruite con sacrificio dello Stato passassero a persone diverse da quelle che si vollero beneficare.

 

 

Più complessa è la serie dei provvedimenti intesi alla risurrezione sociale ed economica delle Calabrie. Avversi, come già dicemmo nella conclusione all’inchiesta sul Mezzogiorno, ed ogni eccessivo sviluppo del Credito di Stato, non troviamo ragionevole l’appunto che i deputati calabresi hanno fatto a proposito delle tre Casse provinciali di Credito agrario da istituirsi a Catanzaro, Cosenza e Reggio Calabria. Un milione di lire per ciascuna cassa, essi dicono, è irrisorio per l’efficace funzionamento del Credito agrario; e troppo elevato è anche l’interesse fissato nella misura massima del 4 per cento. Ma il milione è la dotazione delle Casse e nulla impedisce che queste possano operare con altro denaro ricevuto in deposito o sovvenuto da altri Istituti di Credito. Certo, se noi vogliamo imporre alle Casse di mutuare ad un interesse troppo basso, inconcepibile persino nel settentrione, esse non troveranno credito; ma noi reputiamo che il credito non debba proporsi di fare della beneficenza: e che quelle sole industrie meritino di vivere che possono dare l’interesse corrente sul mercato. Altrimenti avremo una coltivazione artificiosa di industrie tisiche, che abbisogneranno di ogni sorta di protezioni e di serre calde per poter vivere. Del resto il disegno di legge assicura una ulteriore produzione di mutui per 18 milioni di lire ai Monti frumentari, Casse agrarie e Consorzi agrari, accollandosi lo Stato il pagamento della differenza dell’interesse fra il 3 ed il 5 per cento fino al massimo di 30 mila lire all’anno per provincia. Date le difficoltà che il Banco di Napoli incontra nell’esercizio del Credito agrario nel Mezzogiorno, noi reputiamo che le provvidenze stabilite nel disegno di legge a questo proposito siano per ora sufficienti. L’esperienza insegnerà che cosa si debba mutare e dove importi accrescere i benefizi largiti dallo Stato. L’augurio nostro è che le Calabrie, data quella spinta iniziale, sappiano trovar credito per virtù propria, senza abbisognare di altri aiuti dello Stato.

 

 

Per favorire l’istruzione agraria e professionale il disegno di legge propone che si istituiscano tre cattedre ambulanti di agricoltura nei capoluoghi di provincia, si rafforzino le tre scuole industriali di Catanzaro, Cosenza e Reggio Calabria e si creino poderi dimostrativi e campi sperimentali. Qui crediamo che i deputati calabresi abbiano ragione di lamentarsi. La legge par fatta apposta per creare una burocrazia inutile all’agricoltura e costosissima per lo Stato. I poderi dimostrativi sono una vera superfluità. Nella relazione del progetto si dice che i poderi dimostrativi devono essere condotti con intendimenti strettamente economici e mirare a dimostrare come un terreno incolto e mal coltivato possa essere trasformato in una azienda economicamente attiva. Chi crederà sul serio che possa essere attivo un podere in cui il valore d’acquisto del terreno è di 10.000 lire, e si spendono poi 60.000 lire per la costruzione delle case coloniche, stalle, magazzini, ecc.: 10.000 lire per macchine, attrezzi e scorte, 5.000 lire per capitale circolante? La sproporzione è tale da rendere evidente che non di poderi dimostrativi, ma di gingilli costosi si tratterà; tanto che lo stesso disegno di legge, paventando le eventuali perdite di esercizio – e si noti che il capitale di acquisto e dotazione è a fondo perduto e non richiede interessi – stabilisce che esse debbano andare a carico della Cassa provinciale di credito. Non gingilli sono necessari; ma uno stuolo di professori ambulanti; ma una schiera di maestri elementari pratici di agricoltura; ma la diffusione massima dell’istruzione elementare per mettere i calabresi in grado di comprendere i consigli della scienza. Nessun contadino si muoverà mai per aver sentito dire che nel capoluogo della provincia c’e` un podere dove si ottengono raccolti strepitosi spendendo fior di quattrini; ma tutti i contadini cominciano a meditare appena vedono il campo del vicino dare un raccolto doppio di prima.

 

 

Bisogna cominciare dall’elevare l’istruzione di alcuni: i quali saranno la leva del perfezionamento di tutto il resto.

 

 

Di opere pubbliche e di rimboschimento si occupa anche il disegno di legge; stanziando per le prime 70 milioni di lire in 15 anni e promuovendo il rimboschimento con l’esenzione dalle imposte per trent’anni per i boschi d’alto fusto, per quindici anni per i boschi cedui, dando premi sino al massimo di 100 e 50 lire per ettaro rimboschito ed attribuendo allo Stato l’obbligo di rimboschire direttamente i terreni demaniali e patrimoniali. I deputati calabresi non si sono curati del rimboschimento che non procaccia voti, e per cui può sembrare non grande la spesa di 100.000 lire all’anno per i primi cinque anni e di 200.000 lire per altri quindici; ma hanno subito detto che 70 milioni per le opere pubbliche sono troppo pochi. A noi sembrano parecchi codesti milioni; e sovratutto vediamo che in 15 anni – data la necessità di compilare i progetti, la deficienza di personale tecnico e l’inopportunità di assumerne del nuovo in servizio in troppo gran numero per licenziarlo subito dopo – non sia possibile di spendere utilmente una somma maggiore. Passati i 15 anni, se nuove opere pubbliche saranno necessarie, si discuteranno allora, tenuto conto dei bisogni insoddisfatti e delle nuove esigenze dell’economia nazionale.

 

 

Dove a noi sembra che il disegno di legge, se non difettoso per quello che dice, sia assai manchevole in troppe cose che non dice, è dal punto di vista tributario. Qui si riproducono parecchie eccellenti cose della legge sulla Basilicata; ma non si fa un passo più in là. Anche noi abbiamo vivamente invocato per tutto il Mezzogiorno l’acceleramento delle operazioni catastali; e siamo lieti che per la Calabria si stanzino 500 mila lire all’anno a tal uopo. Ma che non ci sia davvero nessun mezzo per anticipare i benefici della riduzione d’imposta in confronto dell’1 gennaio 1911?

 

 

Buone anche le esenzioni per 15 anni dall’imposta fondiaria dei terreni guadagnati sugli alvei dei fiumi e dei torrenti, le concessioni gratuite per un ventennio di acque pubbliche, le esenzioni dall’imposta di ricchezza mobile per dieci anni alle società o ditte che usino di quelle acque per l’impianto di nuovi opifici, per dieci anni alle industrie nuove e per cinque anni alle industrie vecchie ampliate. Ma perché non estendere le stesse esenzioni anche alle nuove industrie agrarie, con vantaggio certo assai maggiore dei poderi dimostrativi? E perché esentare per cinque anni solo i fabbricati ricostruiti e riparati e non addirittura i fabbricati nuovi, che potrebbe essere assai conveniente sostituire in altra località ai vecchi?

 

 

Nulla sovratutto è detto rispetto ai più gravi problemi tributari del Mezzogiorno; i fabbricati rurali posti nel concentrico degli abitati e gli sperequati tributi comunali, dazio consumo, imposte di famiglia, sul bestiame. Si dirà che tutto ciò è rimandato a future leggi sulla riforma tributaria. Chi è scettico sulla probabilità che una grande riforma sia condotta presto in porto, avrebbe però desiderato che si cominciasse dalla Calabria, dove i bilanci comunali debbono essere non poco dissestati. Lo sperimento avrebbe giovato non poco per l’applicazione ulteriore nelle altre regioni del Mezzogiorno. Noi non diciamo che si possa per le sole Calabrie modificare il regime del petrolio o del grano o dello zucchero o ridurre le tariffe ferroviarie. Sono queste riforme la cui utilità è subordinata all’estensione a tutta Italia. Ma i tributi locali possono essere riordinati regione per regione, anzi tanto meglio saranno riordinati quanto più si terrà conto delle svariatissime condizioni locali.

 

 

A noi rincresce assai che il Governo abbia sciupato una splendida occasione per iniziare una riforma che è nei voti di tutti, come pure ci duole che non abbia saputo far di più per promuovere l’istruzione elementare e professionale. Sono questi i due difetti massimi del disegno sulle Calabrie, che nelle restanti parti imita e talvolta migliora ciò che in passato si fece per la Liguria e la Basilicata.

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