Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Il programma economico e finanziario del governo

«Corriere della Sera», 9 aprile 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 105-109

 

 

 

 

Si può dire, in lode del programma governativo esposto nella relazione al re, che in esso manca l’annuncio di nuove stravaganze demagogiche. In tempi nei quali il cittadino ha sempre ragion di temere, svegliandosi al mattino, di leggere sui giornali l’annuncio di qualche nuova tegola capitatagli tra capo e collo, la quale gli impedisce di lavorare, di muoversi, di prendere nuove iniziative e nel frattempo, lo carica di nuove imposte inspirate a criteri di Odio e di persecuzione, è un gran motivo di soddisfazione poter dire: «stavolta niente di nuovo; i malanni che ci si minacciano sono quelli antichi, che conoscevamo già». C’è, dunque, nelle materie economiche, finanziarie, amministrative, la speranza di un progressivo rinsavimento? Ancora sarebbe prematuro confidare con sicurezza, poiché le luci si alternano con le ombre.

 

 

Afferma la relazione, in primo luogo, che «al regime di monopolio è sostituita la completa libertà commerciale, limitata soltanto, e per poco tempo, in quanto riguarda gli approvvigionamenti del grano». L’affermazione fatta in tono talmente categorico, che vien voglia di credere siano davvero definitivamente scomparsi i monopoli del caffè, dei suoi surrogati, delle lampadine elettriche, i vincoli al commercio dello zucchero, del latte, i consorzi dei colori, i privilegi concessi a non si sa quali istituti cooperativi governati da rossi per il commercio con la Russia; e si immagina per un momento che sia abolito completamente il regime dei permessi di importazione e di esportazione per l’estero. Finché tutto ciò non sia passato dal regno dei sogni nella realtà concreta, discorrere di instaurazione di una «completa» libertà commerciale è dunque una figura retorica che ha un vago sapore di ironia. Nulla dice la relazione dei propositi del governo rispetto al regime doganale; né il silenzio è atto a disperdere i dubbi nutriti circa il probabile accoglimento di domande di protezione cotanto stravaganti che se fossero davvero accolte anche soltanto in parte, la libertà del commercio potrebbe andare a nascondersi.

 

 

Più esplicito è il discorso del capo del governo sul problema finanziario:

 

 

«Poiché il disavanzo oramai ridotto da 14 a 4 miliardi, possiamo nutrire ferma fiducia di potere in tempo non lungo pareggiare le entrate con le pose con la rigida applicazione delle imposte già approvate, con qualche ritocco, che, migliorandone l’ordinamento, ne accresca l’efficacia e con una forte politica di economie».

 

 

Se saranno attuate seriamente, queste sono promesse piene di buon senso. Su queste colonne, il grido «basta con nuove imposte!» fu gettato da tempo; ed era infatti con terrore che si assisteva al diluviare di nuovi balzelli, uno più stravagante dell’altro, i quali si annullavano a vicenda, impedivano all’amministrazione di lavorare con calma e di ottenere risultati duraturi a pro della finanza. Pare che finalmente si sia capita l’elementare verità, che dieci imposte rendono più di venti, se amministrate bene; e che a correre dietro a tutte le idee balzane di progettisti, come si è fatto negli ultimi anni, si fa il danno della finanza. Coordinare, temperare, applicare con fermezza le imposte vigenti e non inventarne alcuna nuova: ecco il piano meglio atto a giungere al pareggio; ecco il piano che parrebbe finalmente essersi imposto al governo. Qualche incertezza di pensiero esiste tuttavia, come quando, poco sotto, la relazione soggiunge che occorre «una eccezionale energia per stabilire la più rigida giustizia nella distribuzione dei pubblici pesi, esigendo da tutte le classi di contribuenti, ed in ispecie dalle più ricche, i necessari sacrifici». No, l’eccezionale energia non deve rivolgersi contro le classi «più ricche», ma contro quei contribuenti «di tutte le classi», i quali si sottraggono alle imposte che alla loro classe legalmente spetterebbe pagare.

 

 

Non sono, oggi, le classi più ricche in generale, le quali siano sottotassate in confronto alle classi medie e proletarie. Affermare ciò è dire cosa lontana dal vero. Soltanto coloro i quali non pagano imposte hanno la faccia tosta di asseverare che gli agiati ed i ricchi sono; poco tassati in Italia. Con la patrimoniale, che per le rate in corso arriva, da sola, al 30% del reddito per i patrimoni di 100.000 lire, al 50% per quelli di 1 milione e al 100% per i patrimoni di 10 milioni di lire, con le imposte complementari, di famiglia, di ricchezza mobile, fondiarie, sui sovraprofitti, avocazione, amministratori, ecc. ecc., sono numerosissimi di questi tempi i contribuenti i quali debbono alienare parte del loro patrimonio per pagare le imposte. I vecchi, i professionisti e commercianti ritirati, che si erano col risparmio formato un piccolo peculio, col frutto del quale vivevano – ed avevano diritto di vivere con almeno altrettanta giustizia di quella per cui si riconosce agli impiegati il diritto ad una pensione – debbono oggi rimpiangere il giorno in cui, invece di fare un vitalizio, esente da patrimoniale, hanno comprato rendita 3,50 o consolidato 5%, nella speranza di lasciar qualcosa ai figli. Adesso, per pagare le imposte, debbono vendere a 72 la rendita acquistata a 106 od a 75 il consolidato sottoscritto ad 87 od a 90,o 95. Dire che le classi ricche non pagano abbastanza è oggi in Italia una perversa menzogna.

 

 

Il governo avrebbe reso ossequio alla verità se avesse, invece della solita affermazione demagogica di persecuzione fiscale contro i ricchi, affermato il proposito di lottare con energia contro le frodi, da chiunque provengano, atte a sottrarre allo stato il dovuto. Nessuna classe è immune da colpe a questo riguardo. Contro a centinaia di migliaia di contribuenti, i quali hanno fatto il loro dovere nella denuncia del patrimonio, vi è una grossa schiera – con ogni probabilità tuttavia meno numerosa di quella dei contribuenti onesti – di gente provveduta di beni di fortuna, la quale ha denunciato poco o nulla. Ma perché dimenticare ad arte che sugli almeno 80 miliardi annui di salari e guadagni di operai e contadini, sono tassati solo quelli che lo stato conosce perché pagati da esso stesso e da enti pubblici e forse neppur quelli?

 

 

A ragione, il capo del governo vuole instaurare le più rigide economie nell’amministrazione dello stato; ma perché riparare la propria responsabilità dietro il paravento di una delle consuete commissioni parlamentari, chiamata a proporre ciò che solo uomini energici e capaci di governo possono compiere? Riformare, decentrare, riordinare è un programma buono per l’anno duemila; ma sciogliere definitivamente gli uffici istituiti durante la guerra, non rendere stabili i servizi che avevano carattere straordinario, ma licenziare gli avventizi incapaci od inutili è cosa che si può fare di giorno in giorno, è cosa che non si fa, sebbene sia la sola praticamente efficace; ed è cosa che solo il governo può fare.

 

 

Le ombre del recente passato offuscano la vista del compilatore del solenne documento anche quando accenna ai compiti ricostruttori e trasformatori della nuova camera. Gran rimproveri egli fa alla disciolta assemblea perché non legiferò abbastanza sulle cooperative, sulle rappresentanze agrarie, sul latifondo, sul controllo. Frusti rimasugli, salvo quest’ultimo, di programmi così detti democratici con cui gli uomini politici immaginano, vere mosche cocchiere, di provvedere al risorgimento della economia nazionale. La cooperazione è il mezzo con cui una minoranza di operai o contadini scelti, laboriosi, risparmiatori riesce ad elevarsi, purché non sia aiutata dallo stato. Generalizzata per legge e messa a balia del tesoro pubblico, la cooperazione diventa strumento di corruzione politica e cagione di infingardaggine economica, alla pari dei premi alle industrie e dei dazi doganali. E lasciamo stare il latifondo, che non scomparve mai per virtù di leggi, ma si dileguò a poco a poco da sé dove nuove classi di contadini operosi e capaci seppero comprare e meritare la terra. Le rappresentanze agrarie sono vive ed operose finché sono libere; quando una legge le creerà dappertutto e darà ad esse diritto di mettere imposte, diverranno uguali alle camere di commercio, le quali sono bensì le rappresentanze legali non certo la emanazione amata ed operosa degli industriali e dei commercianti. Il controllo sulle industrie non è ancora vecchio; ma le speranze che alcuni illusi avevano in esso riposto sono oramai fugate dinanzi all’esperienza di ciò che vogliono i capi dei nostri operai ed a quella che si fece all’estero. Solo il capo del governo può ancora olimpicamente parlare del controllo come di «un grande coefficiente di pacificazione». L’esperienza tedesca, austriaca, russa, universale ha provato inconfutabilmente che il controllo, checché sia scritto nelle leggi, è fonte di lotte inacerbite tra capitale e lavoro, di disturbi e sospensioni irritanti di lavoro, di sospetti reciproci e di diminuzione di produzione.

 

 

Gli uomini politici meritano plauso solo quando parlano di cose che sanno e non schizzano programmi intorno a problemi di cui non dovrebbero occuparsi. Non è affare del governo di impacciarsi di industrie, di agricoltura e di commerci; e le cose che la relazione dice a questo proposito sono miserande. Invece è affare del governo di amministrare bene, fare economie, mettere imposte perequate, far controllare dal parlamento la pubblica spesa. Ed abbiamo veduto che, su questo punto, il governo dice cose sensate. La più sensata di tutte, l’idea veramente ottima del programma, l’on. Giolitti la espone quando ricorda alla nuova camera che

 

 

«essa dovrà riprendere per intero l’esercizio della sua alta missione, richiamando al parlamento la funzione legislativa; dovrà adempiere alla grande funzione di controllo che si esercita con la discussione dei bilanci, la quale da sette anni è completamente abbandonata; dovrà esercitare sul paese quella vera direzione politica e morale che è forse la più alta delle sue missioni, sebbene non scritta nella carta costituzionale».

 

 

Non era possibile dir meglio e più scultoriamente. La futura camera avrà invero soddisfatto interamente al suo compito di cooperare alla ricostruzione del paese se, astenendosi dalle inframmettenze inutili care al politicantismo nostrano e purtroppo anche al capo del governo, ricomincerà a compiere il suo primo dovere: discutere i bilanci. Ognuno faccia il suo dovere; e cominci la camera a dare il buon esempio. Così si ricostruiscono i paesi, così rifioriscono economie private e finanze pubbliche. Invece vanno a fondo quando ognuno pretende di fare il mestiere degli altri; e tutti trovano mal fatto ciò che gli altri fanno.

 

 

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