Il programma finanziario dell’on. Giolitti

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 29/05/1920

Il programma finanziario dell’on. Giolitti

«Corriere della Sera», 29 maggio[1]; 20[2], 25[3], 26[4] e 29[5] giugno; 3[6] e 6[7] agosto; 24 settembre[8]; 12[9], 13[10] e 19[11] novembre; 1 dicembre[12] 1920

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 754-796

 

 

 

I

 

Le proposte del deputato

 

Le dichiarazioni finanziarie dell’on. Giolitti si riferiscono a problemi intorno ai quali si è oramai formato un consenso unanime di uomini politici e di studiosi. In seguito alla propaganda insistente e fastidiosa di anni ed alla rude lezione della esperienza, oramai non vi è più alcuno il quale non creda alla necessità assoluta di rompere definitivamente il torchio dei biglietti. Gli uomini di governo, dopo aver negato l’importanza preminente delle eccessive emissioni di biglietti nel determinare il rialzo dei prezzi e il rincaro della vita, hanno cominciato a riconoscerne il peso in concorrenza con altri fattori ed hanno finito coll’ammettere, per bocca dell’on. Schanzer nel suo giro di propaganda per l’ultimo prestito, che era assolutamente necessario non emettere più nuovi biglietti. Da quel che si sa essi hanno tenuto fede alla promessa fatta. La circolazione totale (biglietti di banca e di stato) che era di 17 miliardi e 497,9 milioni al 31 ottobre 1919, data dell’ultima esposizione finanziaria, era salita ancora a 18 miliardi e 552,6 milioni al 31 dicembre 1919; ma poi si è fermata lì; anzi al 20 marzo 1920 era retrocessa a 17 miliardi e 879,3 milioni di lire. Dichiarazioni esplicite degli on. Luzzatti e Schanzer affermano che nessun aumento si è verificato in seguito.

 

 

L’on. Giolitti non fa una scoperta quando afferma che la situazione finanziaria è, ciononostante, di una gravità somma. Si continua a spendere troppo di più di quanto non si incassi. Questo giornale, che predica le economie da gran tempo e sempre affermò che le prediche non giovano se l’esempio non viene dal governo, è lieto di riconoscere che il verbo delle economie fino all’osso è diventato oramai un luogo comune ammesso da tutti, come l’altro del rompere il torchio dei biglietti. L’essenziale è che non rimanga nel limbo dei luoghi comuni e diventi fatto reale invece che sterile punto programmatico di uomini politici aspiranti al potere!

 

 

Che cosa propone l’on. Giolitti per assicurare nuove entrate allo stato? Che siano applicate rigidamente le decretate imposte sul capitale e sui guadagni di guerra. Ma le parole, evidentemente studiate, dell’on. Giolitti dimostrano aperto che egli non ha nulla da obiettare contro la struttura delle imposte esistenti. Le aliquote esistenti del 20, 30, 40 e fino del 50% dell’imposta patrimoniale e quelle ancora più forti delle due vigenti imposte sui guadagni di guerra gli paiono già atte a procurare un grande contributo al tesoro. Forse l’on. Giolitti si fa qualche illusione quando ritiene che i 70 miliardi di titoli al portatore esistenti in Italia siano «in buona parte» concentrati nelle «grandi» fortune, le quali dovrebbero pagare le aliquote maggiori. È probabile che i titoli stessi, di cui quelli pubblici sono cinque settimi, siano molto più disseminati fra le piccole e le medie fortune di quanto non si creda. Le prime indagini sulla distribuzione della ricchezza dopo la guerra in confronto all’anteguerra hanno dato inaspettati risultati: la ricchezza sembra oggi più diffusa di prima. Alcune grandi nuove fortune sorsero ma altre vecchie scemarono; e nel complesso crebbero più i piccoli e medi patrimoni che i grandi e i grandissimi. In Inghilterra, dove prima di far le leggi, studiano i fatti, si discute molto su queste rivelazioni statistiche a proposito dei risultati sperabili dalle riforme tributarie.

 

 

Comunque sia di ciò, l’on. Giolitti non ha fatto che ripetere una opinione oramai, dopo tanto battagliare, universalmente ammessa, riconoscendo che il compito massimo dell’ora presente non è di far nuove leggi tributarie, ma di applicarle severamente. Egli insiste a questo riguardo sulla nominatività. Noi abbiamo già spiegato come a questo proposito il problema consista non già nel proclamare il principio, oramai pacifico, bensì nell’apprestare, con un rapido e ponderato lavoro, i mezzi con cui la nominatività possa funzionare entro pochi mesi senza alcun turbamento economico del paese. Qui si parrà la virtù degli on. Nitti e Schanzer: bisogna creare il meccanismo e disporre le norme grazie a cui la nominatività possa funzionare.

 

 

L’on. Giolitti ha però dimenticato che questa dei titoli al portatore non è neppure la più gran falla del nostro congegno tributario. Per varie ragioni, è probabile che dei 70 miliardi una buona parte verrà dichiarata e tassata fin d’ora, in regime di titoli al portatore. I fatti si incaricheranno di dimostrarlo. Del residuo, un’altra buona parte non dovrà essere dichiarata e tassata neppure in regime di titoli nominativi, perché spettante a patrimoni inferiori a 50 mila lire; né lo stesso on. Giolitti propone di abbassare il limite, corrispondente per verità, data la odierna svalutazione della moneta, ad un patrimonio tenuissimo. È difficile far previsioni; ma pare esagerato ammettere che la nominatività possa far scoprire più di 20-30 miliardi di materia imponibile, oltre quella che, senza di essa, sarà possibile accertare. È molto; e val la pena di farlo, anche per dare la sensazione a tutti della giustizia. Ma è inutile illudersi che con ciò si sia risoluto il problema tributario. Ben altro occorre. Importa valutare presto e bene i terreni ed i fabbricati, i quali oggi daranno, tutti e due insieme, non più di 25 miliardi di materia imponibile e dovrebbero darne da 30 a 50 di più. Questa è la più gran falla, e su questa falla l’on. Giolitti sorvola. A ripararla non c’è altro rimedio fuorché nel curare a fondo la creazione di un corpo scelto di funzionari accertatori delle imposte. Questo è il vero problema capitale della finanza nel momento presente. La nominatività potrà dare qualche centinaio di milioni di più all’anno; ed è ben fatto riscuoterli; ma la giusta tassazione dei terreni, delle professioni, delle industrie deve dare miliardi e questi li possono dare soltanto uomini probi, ben pagati, istruiti, indipendenti, i quali prestino fede ai contribuenti, quando questi meritano fede, i quali siano rigidi, ma non arbitrari, i quali scoprano i trucchi, ma non li inventino. Per ottenere ciò, per creare una classe di accertatori veramente adatta al suo compito, occorrono anni di improbo lavoro. Ciò non figura bene in un programma; ma è sovratutto ciò che occorre fare.

 

 

L’on. Giolitti ha sollevato la questione della revisione dei contratti di guerra. Il «Corriere della sera», fin dal 6 ottobre 1916, insisteva sulla circostanza che ben meglio di tassare i profitti di guerra sarebbe stato non lasciarli fare, quei profitti, grazie alla incompetenza e leggerezza dei funzionari incaricati di stipulare i contratti e additava quanto si faceva all’estero in proposito. Contro la revisione dei contratti non crediamo che vi sia nessuna pregiudiziale. Meglio sarebbe stato, come si diceva noi, provvedere in tempo. Oggi, se si bada bene, rivedere i contratti di guerra si riduce ad una modificazione dell’imposta sui profitti di guerra. Si tratterebbe – invece di adottare l’attuale sistema che funziona a braccia e colpisce un po’ alla cieca e guai a chi tocca! – di riprendere contratto per contratto, affare per affare e dare un giudizio sulla normalità od eccessività dei guadagni fatti. Se Tizio ha fatto un affare collo stato di 1 milione di metri, ma ha guadagnato solo 10 centesimi per metro, costui è una persona onesta e va lasciato in pace. Caio, invece, il quale, vendendo lo stesso milione di metri, ha jugulato lo stato lucrando 5 lire per metro, sia obbligato a restituire il sovrappiù mal tolto. Va benissimo. Sarebbe stato meglio che questo sistema, come era su queste colonne proposto fin dal 6 ottobre 1916, fosse stato adottato subito. Oggi è un po’ tardi e le indagini saranno difficili. Nulla vieta però che quel che non si è fatto prima, si faccia ora. Sebbene dubitiamo molto che i risultati concreti abbiano ad essere apprezzabili. In Francia, dove la cosa fu tentata, pochissimo si ottenne e quegli uomini di governo, che ragionano in punto di lire, soldi e denari, non ne sperano alcun ristoro effettivo al tesoro dello stato. In ogni caso, se la revisione si farà , non se ne dia il carico agli agenti delle imposte, almeno finché il loro numero non sia molto accresciuto. Altrimenti, per correre dietro ai soldi, si perderanno i milioni di lire e si comprometterà l’applicazione dell’imposta sul patrimonio e dell’imposta sul reddito, di quell’imposta sul reddito che l’on. Giolitti aveva promesso fin dal 1893, senza mai attuarla e che entrerà finalmente in vigore nel 1921 ma non per merito dell’on. Giolitti.

 

 

II

 

I propositi del presidente del consiglio

 

Se l’on. Giolitti riuscirà ad attuare insieme agli altri due capisaldi del suo programma: giustizia sociale ed osservanza della legge, anche il terzo caposaldo della restaurazione finanziaria ed economica, avrà reso un grande servigio al paese e tutti saranno lieti di riconoscergliene il merito.

 

 

Prima condizione all’uopo necessaria è che il suo ministro del tesoro faccia una chiara e veridica esposizione della situazione finanziaria italiana. Dall’esposizione Schanzer pur così ricca di dati, del 16 dicembre 1919 in poi, parecchie cose debbono essere cambiate. Il debito pubblico, che allora era calcolato in 83 miliardi e 719 milioni, deve essere aumentato di quasi 20 miliardi e mezzo del ricavo del sesto prestito nazionale, diminuito di forse 10 miliardi di buoni del tesoro non più riemessi. La massa dei prestiti, tenendo conto anche dell’aumento da 20 a 21 miliardi dei debiti verso l’estero, deve probabilmente aggirarsi sui 9.5 miliardi, di cui 62 fruttiferi, 12 infruttiferi (biglietti di stato e per conto dello stato) e 21 verso l’estero.

 

 

Non è questo il più inquietante tarlo roditore del bilancio. La smania da cui tanta gente è presa di volere rimborsare in fretta e furia il debito di guerra è priva di serietà . Non c’è alcuna fretta di ridurre il debito estero, il quale dovrà curarsi da se stesso e secondo giustizia dovrebbe trovare la sua logica liquidazione nella cessione che noi possiamo fare agli alleati del nostro credito verso i vinti. L’intesa che sembra essere stata raggiunta nell’ultima sua gita a Londra dal sen. Sforza, secondo cui anche l’Italia, come la Francia, pagherà i suoi debiti verso l’Inghilterra a mano a mano che la Germania pagherà a noi le indennità dovuteci, è un buon passo su questa via.

 

 

Neppure c’è fretta di rimborsare i 12 miliardi di debito infruttifero. I lettori sanno con quanta pertinacia sia stato qui invocato l’arresto nelle emissioni di nuovi biglietti. Fortunatamente, dall’ottobre in qua marchiamo il passo. Sebbene dati recentissimi non siano pubblicati, sembra probabile che la massa dei biglietti circolanti non sia troppo alimentata in confronto al massimo del 31 dicembre 1919. Grazie al sesto prestito, il tesoro ha potuto fare i pagamenti correnti senza emettere nuovi biglietti. Per ora, è il caso di dire hic manebimus optime. Emettere nuovi biglietti sarebbe una sciagura, un delitto inescusabile. Nuovi rialzi di prezzo, cresciuto malcontento, torbidi ed agitazioni senza tregua ne sarebbero la conseguenza. Altrettanto pericoloso sarebbe però ridurre rapidamente e notevolmente la circolazione. Per fortuna, i prezzi tendono già, in misura varia e meno accentuata di quanto fantasticano i novellisti, al ribasso. Sta bene che i prezzi ribassino da sé, specie per la parte di aumento nei prezzi al minuto che supera il proporzionale aumento dei prezzi all’ingrosso; ma gli scervellati, i quali pronosticano prezzi ridotti in quattro e quattr’otto alla metà , al terzo, al quarto di quelli odierni, hanno riflettuto alle conseguenze della discesa precipitosa? Alle industrie in crisi, al fallimento di molti, alla impossibilità per lo stato di esigere imposte sui sovraprofitti e sul patrimonio, alle crisi di disoccupazione, agli scioperi di resistenza al ribasso di salari? Tribolata di spine fu l’ascesa dei prezzi; ma altrettanto e forse più spinosa sarebbe una discesa rapida. Né il ministro del tesoro può volere il fallimento dello stato. In conseguenza del rialzo dei prezzi, la cifra monetaria dei redditi degli italiani salì da 15 miliardi di lire nel 1914 a forse 60 nel 1920. È possibile pagare, sui 60, circa 10-12, forse anche 15, compresi gli enti locali, miliardi di lire di imposte. Ma se i prezzi ribassassero ed i redditi tornassero a ridursi da 60 non dico a 15, ma anche solo a 30 miliardi, sarebbe impossibile prelevare su di essi da 10 a 15 miliardi di imposte. Bisognerebbe valutare in meno del 50% in media il reddito di tutti i cittadini; ossia, poiché i ricchi pesano poco sul totale, cominciare la riduzione dei salari e dei redditi dal 40% per operai, contadini e piccoli impiegati per andare al 90% per i maggiori redditieri. Ciò è assurdo; e quindi è chiaro che il ribasso eccessivo dei prezzi provocherebbe il fallimento dello stato.

 

 

Neppure c’è da affannarsi a rimborsare tanto presto i 62 miliardi di debito fruttifero. Il provento dell’imposta patrimoniale se l’è bell’e mangiato il nuovo caro-viveri degli impiegati; ed esso non può essere adoperato due volte per usi differenti. Del resto, la pretesa di rimborsare subito il debito di guerra è una delle solite chiacchere inconsistenti della finanza impressionista di orecchianti. Quando mai un miracolo consimile si è verificato; e perché dovrebbe verificarsi proprio in Italia? Qual sugo vi è a fare il miracolo? In fondo i 62 miliardi ci costano 3 miliardi di interessi all’anno. Non è forse più vantaggioso, grandemente più vantaggioso al paese lasciare ai privati le loro terre, le loro case, le loro industrie, fino a concorrenza dei 62 miliardi affinché essi ne ricavino 5, o 6 o 10 miliardi e ne paghino 3 allo stato per il servizio del debito, piuttostoché obbligarli a consegnare allo stato stesso od ai suoi creditori terre, case, industrie, producendo un trambusto senza fine, distruggendo probabilmente i 5 o 6 o 10 miliardi di reddito, ossia facendo gravare sulla collettività un danno ben maggiore dei 3 miliardi di imposte attuali?

 

 

No. Il vero cancro roditore del bilancio non è nel debito già esistente. È invece nell’aumento di debito che si prevede nell’avvenire. È nell’instabilità del bilancio delle entrate e delle spese. Prima di rompersi il capo ad aggiustare le cose del passato, bisogna rimettere la casa in ordine per l’avvenire.

 

 

L’on. Giolitti nella intervista con la «Tribuna» che preluse alla sua riascesa al potere, affermò che il disavanzo corrente del bilancio giunge a 18 miliardi di lire in un anno. Purtroppo, devo dire che da una serie di indizi qua e là raccolti la cifra dell’on. Giolitti risulterebbe confermata. Lo stacco fra entrate e spese del 1920-21 deve aggirarsi precisamente intorno a quella cifra: 10 miliardi di entrate e 28 di spese. Questo il fatto brutale, impressionante. All’incirca, riterrei che sui 28 miliardi di spese, solo 13 appartengano al bilancio ordinario. Un disavanzo ordinario di 3 miliardi all’anno non sarebbe, se fosse solo, tale da impensierire soverchiamente. Purché si metta un freno al crescere incomposto delle spese, i 3 miliardi dovrebbero essere coperti in pochi anni. Le imposte già in atto e decretate sono capaci di questo sforzo. Certo bisogna aver pazienza e fare sul serio. Il ministero attuale può fare molto bene e molto male al paese sotto questo rispetta. Se esso perfezionerà i tributi esistenti, sovratutto se esso si metterà al lavoro ingrato, ma unico fruttifero, di esigere le imposte vigenti, se darai i mezzi all’uopo, in pochi anni il bilancio ordinario sarà a posto e l’economia del paese, libera dall’ossessione del fallimento, rifiorirà . Se invece esso farà della finanza demagogica, se minaccerà confische, persecuzioni fiscali, se aumenterà le aliquote già spropositate, non incasserà se non pochi soldi e deprimerà le iniziative industriali e commerciali così da ridurre il gettito delle altre imposte ben più di quanto otterrà con le imposte confiscatrici.

 

 

Rimangono fuori conto i 15 miliardi di spese straordinarie. Come questa grossa cifra precisamente si decomponga, dovrà dirlo alla prima occasione l’on. Meda. È suo stretto dovere; poiché solo dalla conoscenza della realtà può ottenersi la salvezza. A occhio e croce, direi che quella cifra si divide in tre parti quasi uguali: 5 miliardi di residui passivi rinviati al 1920-21 dagli esercizi precedenti, 5 miliardi di perdita sul pane e 5 miliardi di liquidazione delle spese di guerra, di risarcimenti dei danni, di disavanzo ferroviario e marittimo. Finiranno col 1920-21 questi eccezionali dispendi? Quali provvedimenti intende prendere il governo per fare scomparire dal bilancio queste spese? Che cosa intende fare per il pane? Che cosa per l’assestamento dei nostri confini, per l’Albania e per la Tripolitania?

 

 

Sia lecito a me di preoccuparmi, in particolar modo, di alcune partite economiche che rientrano negli ultimi 5 miliardi. Fu detto a suo tempo che le ferrovie di stato costano da 500 milioni a un miliardo all’anno di disavanzo; e che forse ad altrettanto ammontano le perdite che lo stato sostiene per il traffico marittimo delle navi requisite e per l’approvvigionamento carboni. È vero quanto si legge qua e là a spizzico sui giornali? Se è vero, deve preoccupare quasi più che la perdita sul pane. Questa, con volontà decisa, aumentando il prezzo del pane per chi può pagare ed è la gran maggioranza, può essere fatta scomparire. Ma per far scomparire il disavanzo ferroviario, bisogna riorganizzare la gestione, inspirar nuovamente il senso del dovere. Di che non si vede alcun segno.

 

 

Un altro grosso bubbone è quello del risarcimento dei danni alle provincie invase. Parlasi di 30 miliardi; ma si è riflettuto che l’indennità tedesca deve già servire a compensare i debiti con gli alleati; e che tutto il provento dell’imposta patrimoniale, già del resta accaparrata per il nuovo caro-viveri, nell’ipotesi più ottimista, non giungerà anzi starà bene al disotto di 30 miliardi? Si è riflettuto che la ricchezza di tutta l’Italia difficilmente starà molto al disopra di 300 miliardi e che i territori invasi e danneggiati sono ben lungi dal costituire una decima parte del territorio nazionale? Moderazione ci vuole nelle pretese. Altrimenti, se tutti si fan piccoli quando devono pagare, e tutti si gonfiano quando avanzano pretese di risarcimenti, il bilancio dello stato andrà irremissibilmente alla rovina. Mostrare i denti: ecco il primo, direi il solo dovere dell’on. Meda nel momento presente. Nessuna novità di rilievo è possibile nel campo delle imposte, salvo che una, rilevantissima, che è di esigere le imposte che la legge prescrive. Per ridonare al bilancio il pareggio, non è possibile e sarebbe pericoloso spingere le imposte di stato oltre i 12-13 miliardi. Bisogna invece ridurre le spese da 28 a 13. La salvezza sta nelle economie. Le economie fatte dallo stato saranno anche il miglior esempio per le economie le quali debbono essere fatte dai privati.

 

 

III

 

Economie difficili ed imposte insufficienti

 

Coloro i quali attendevano dal discorso dell’on. Giolitti la parola rivelatrice la quale ridonasse l’equilibrio al bilancio italiano e indicasse la via sicura per arrestare l’economia e la finanza del paese sulla china del precipizio, devono essere rimasti disillusi. Giova notare però che nella disillusione non ha colpa l’on. Giolitti; ma l’hanno gli ingenui i quali sperano sempre nel messia capace di dire la parola di salvezza. Tutto è stato detto, dicono invece i saggi; e ben difficile, per non dire impossibile, è trovare alcunché di nuovo in una materia così tormentata e discussa come la finanza.

 

 

L’on. Giolitti ha detto il vero affermando che se si vuole evitare il fallimento dello stato (95 miliardi di debiti, 5 miliardi di perdite sul pane, 1 e mezzo sulle ferrovie e sulle poste, una cifra non precisata per la liquidazione delle spese di guerra e 5 miliardi di disavanzo permanente in bilancio, astrazione fatta dal pane e dalla liquidazione della guerra), bisogna agire energicamente, riducendo le spese e accrescendo le entrate. Il proposito non nuovo è esposto con giusta enfasi; e farebbe piacere sperare che ai propositi abbiano finalmente a seguire gli atti.

 

 

Quanto alle economie, il discorso del presidente del consiglio fa una esplicita promessa, la sola che abbia valore sostanziale, e di cui è doveroso mettere in chiaro l’importanza. Il governo promette di abbandonare il sistema dei decreti – legge, salvo quando si tratti di sopprimere istituti o impieghi divenuti inutili. Perciò riprende pieno vigore la legge 11 luglio 1904, in virtù della quale i ruoli organici e gli stipendi e assegni degli impiegati e di tutto il personale pagato sul bilancio dello stato non possano essere variati se non per legge speciale, oppure dopo che i fondi occorrenti siano stati concessi colle leggi del bilancio. Quando si pensi che un solo decreto di caro-viveri aumentò alcuni giorni or sono di punto in bianco di almeno 600 milioni all’anno la spesa dello stato, non si può non lodare il governo per il proposito manifestato di mettere un punto fermo alla baraonda dei decreti-legge, con cui ogni classe di pubblici funzionari strappava a ministri impressionabili centinaia di milioni a ogni piè sospinto con la minaccia di ostruzionismi e scioperi. In avvenire, tra gli assalitori e il bilancio, sarà frapposto il parlamento. Fragile schermo, utile sovratutto, per la sua forza di inerzia e per la sua scarsa capacità a deliberare rapidamente!

 

 

Purtroppo il discorso delle economie è guasto da una insanabile contradizione. Per ossequio a tendenze popolaresche, l’onorevole Giolitti ha creduto necessario promettere una lotta a fondo contro le «delittuose speculazioni» dei produttori, dei rivenditori, degli intermediari e degli accaparratori di merce; un’altra lotta contro le illecite speculazioni sui cambi; una terza lotta contro i proprietari di terre che non coltivano a sufficienza grano e coltivano troppo altre derrate più remunerative; una quarta campagna per limitare il consumo interno degli oggetti di lusso; una quinta per lo sfruttamento del sottosuolo ecc. ecc. Ora tutte queste lotte non servono a niente e implicano calmieri, requisizioni, regolamentazioni, nugoli di funzionari e di ispettori; mezza Italia occupata a sorvegliare e a non lasciar lavorare l’altra mezza Italia. Con metodi simiglianti non si farà crescere una spiga di grano di più e si dovranno istituire o ricostituire a centinaia e a migliaia quegli «uffici nuovi non necessari, talora nocivi» che l’on. Giolitti a ragione condanna con linguaggio concitato.

 

 

Le parole dell’on. Giolitti dimostrano a chiare note che egli non ha alcuna idea precisa di ciò che di fatto si può attendere dai programmi roboanti di requisizione e di coltivazione delle terre incolte. Sono due mesi che in Italia si requisisce e si invade e si ordina di coltivare grano. L’unico risultato è di farne coltivare sempre meno: risultato fatale, su cui tutti gli esperti, tutti i veri conoscitori del mezzogiorno sono concordi. I più terribili nemici del frumento oggi non sono i proprietari: sono i contadini, sono i coltivatori diretti. È possibile immaginare una politica di costrizione contro le masse agricole?

 

 

Ho gran paura che questo programma crescerà, anziché diminuire, la spesa di 5 miliardi che lo stato oggi sostiene per il pane. L’on. Giolitti usa un linguaggio tale da potersene dedurre logicamente che egli intenda porre fine al dispendio; ma non propone alcunché di concreta in proposito. Falla cospicua in un programma di ricostruzione; poiché questo non è concepibile finché il bilancio dello stato non sia salvo dalla rovina. Nulla si propone per sopprimere la perdita; e si annunziano invece campagne a favore della produzione intensa del frumento, campagne per cui si fa affidamento su cooperative di contadini per la coltivazione delle terre incolte. Ora una cosa è certa: che i contadini vogliono le terre coltivate e invadono le terre migliori. Se si vorrà indurli a coltivare le terre realmente incolte, saranno centinaia di milioni, saranno miliardi che occorrerà profondere per non giungere ad alcun risultato apprezzabile. È una visione terrificante di disavanzi futuri che si profila dinanzi alla mente.

 

 

Perciò comprendo benissimo come l’on. Giolitti prudentemente concluda che le economie non potranno coprire se non piccola parte del colossale disavanzo. Ma è difficile essere d’accordo con lui, quando egli manifesta la fiducia di ottenere di più dai provvedimenti fiscali da lui annunziati.

 

 

Alcuni sono pura polvere negli occhi, mezzi demagogici per aver l’aria di far giustizia. La confisca dei sovraprofitti di guerra renderà assai meno della imposizione esistente. Se una imposta che va fino al 90% ha reso o renderà, ad ipotesi larga, 5 miliardi, quanto frutterà il restante 10% che manca ad andare a 100? Ognuno può far da sé il conto.

 

 

Tutto il resto rende altrettanto poco. La revisione dei contratti ha fruttato, dove si tentò , delusioni; l’imposta sulle successioni è già arrivata da noi ad aliquote che sono fra le più alte del mondo e che in poche generazioni danno allo stato tutta la ricchezza privata. Le automobili possono ancora fruttare qualcosa. Ma sono bazzecole.

 

 

L’unico provvedimento a notevole gettito è la nominatività dei titoli. Se escludiamo i buoni del tesoro, rispetto ai quali ha ragione l’on. Giolitti quando riconosce la impossibilità di metterli al nome, sono 60 miliardi in capitale che sicuramente divengono accertabili agli effetti dell’imposta patrimoniale e dell’imposta successoria, e 3 miliardi di reddito annuo per l’imposta complementare sul reddito: risultato notevole certamente, di cui non occorre tuttavia esagerare la portata. Sui 3 miliardi di reddito – ragioniamo sul reddito, il quale del resto è un’altra faccia del capitale – una buona parte era già denunziata anche col sistema del titolo al portatore soggetto all’imposta speciale del 15%; un’altra parte notevolissima non dovrà neppure in avvenire essere denunziata perché spettante a enti morali o a persone provvedute di capitali esenti o minimi. Riterrei esageratissimo affermare che la vera nuova materia imponibile superi i 1.500 milioni di reddito ed i 30 miliardi di capitale.

 

 

Ridotto in cifre, il nuovo gettito sperabile dalla nominatività si riduce a qualche centinaio di milioni all’anno, a cui si contrappone la perdita del frutto del tributo speciale del 15% sui titoli al portatore. È un risultato apprezzabile, il quale mi auguro sia ottenuto senza un costo eccessivo per l’economia nazionale. Per dare su questo punto un giudizio, farà d’uopo vedere i particolari di attuazione della nominatività. Alla stato attuale, la nominatività vorrebbe dire difficoltà grande di comperare e di vendere titoli, e quindi diminuzione del credito dello stato, degli enti locali e delle società anonime. Bisogna che il governa provveda sul serio a rendere facili rapide e poco costose le transazioni, passando sopra alle pretese di legulei, alle complicazioni amministrative, agli imbrogli di intermediari che già si apprestano a divorare le sostanze dei privati senza vantaggio per l’erario. Tutto ciò è necessario e sarà fatto.

 

 

Ma anche quando sarà fatto, converrà riconoscere che con la nominatività si è ben lungi dal colmare il baratro dei 5 miliardi di disavanzo permanente annunziati dall’on. Giolitti. Per colmarlo non vi è che una via, e duole non aver visto alcun accenno ad essa in un programma di ricostruzione. Bisogna applicare bene, fermamente le leggi vigenti d’imposta. Rimestare leggi e aliquote non serve a niente; ché oramai le imposte sono giunte al massimo del tollerabile.

 

 

Il problema, fa detto qui infinite volte, non è di leggi, ma di uomini atti ad applicare le leggi. Tutte le amministrazioni finanziarie, tutte senza eccezione, soffrono di mancanza di uomini e di malcontentezze che talvolta giungono all’esasperazione negli impiegati in carica. Agenti delle imposte, ricevitori del registro e demaniali in genere, doganali, ingegneri e verificatori delle imposte di produzione, ingegneri e geometri del catasto, ecc., tutti sono savraccarichi di lavoro, sono mal pagati e malcontenti. I due ministri del tesoro e delle finanze dovrebbero finirla una buona volta con l’illusione di imposte nuove e di riforme meravigliose per far denaro. Facciano una cosa sola: ricostruiscano la loro amministrazione. Con quella dell’interno, l’amministrazione finanziaria è quella che ha ancora le migliori tradizioni. Ma sta dissolvendosi ed attraversa un periodo criticissimo. Bisogna salvarla e tornar a farla marciare come ai tempi di Quintino Sella. Di lì debbono saltar fuori i miliardi.

 

 

Duole di non aver letto nel discorso dell’on. Giolitti, il quale pure visse a lungo nell’amministrazione finanziaria, un cenno su questo punto centrale.

 

 

IV

 

Nominatività, avocazione e controllo dei prezzi

 

I disegni di legge presentati dall’on. Giolitti alla camera sulla nominatività dei titoli, sull’avocazione allo stato dei profitti di guerra, sul controllo dei prezzi, sono brevissimi, schematici. In due o tre articoli si afferma un principio, e basta.

 

 

Debbo dire che, data l’incapacità del parlamento a legiferare ponderatamente e la necessità di uscire dal regime dei decreti-legge, questa mi sembra provvisoriamente una buona soluzione. L’abbandono del metodo dei decreti-legge resta ancor sempre un’aspirazione più che una realtà. Il potere esecutivo, con lo strumento dei decreti reali, continuerà a far esso le leggi; potrà liberamente interpretare i principii generalissimi votati dal parlamento, ponendo quelle norme particolari, le quali sono le sole che contano. Poco sarà mutato in sostanza in confronto a quanto si fece sinora. Il sistema della legiferazione per decreto avrà tanto maggior agio di svilupparsi, in quanto il governo si è riservata la facoltà di emanare nuovi decreti-legge quando si tratta di revocare o di modificare decreti-legge non ancora convertiti in leggi. Poiché pochissimi decreti-legge hanno ottenuto la conversione, si può dire che il governo si è riservata la facoltà di legiferare su tutte le materie regolate con decreti-legge dal 1915 a oggi; ossia, praticamente, su tutta la vita civile, economica e finanziaria del paese. Non c’è quasi alcun rapporto giuridico il quale non sia stato toccato d’urgenza con decreti-legge; e perciò non c’è quasi alcuna cosa che il governo non possa fare in virtù di questa capitalissima riserva.

 

 

Leggi brevissime, enunciative di un puro principio generale; facoltà regolamentare, ossia legislativa, devoluta al governo; riserva di modificazione dei vigenti decreti – legge: ecco i tre espedienti escogitati dall’onorevole Giolitti per affermare il principio democratico del rispetto al parlamento e serbare ciononostante al potere esecutivo amplissimi poteri. Forse ciò era necessario; ma si può chiedere: o non sarebbe opportuno che il governo facesse, sempre in via transitoria, e finché non sia possibile uscire sul serio dal sistema dei decreti-legge, un uso discreto della sua facoltà regolamentatrice, sottoponendo i regolamenti e i decreti-legge all’avviso preventivo di commissioni miste permanenti parlamentari? Si è adottato il metodo delle commissioni per la politica estera; perché un metodo consimile non potrebbe essere, senza danno per la rapidità delle deliberazioni, accolto per la legiferazione? Sarebbe una via per ritornare sostanzialmente e non solo pro forma al metodo normale di fare le leggi; e potrebbe essere un metodo utile per avviare permanentemente alle difficoltà reali, le quali crescono vieppiù, di ottenere dal parlamento leggi tecnicamente ben fatte.

 

 

Forse uno dei più diffusi, nella sua sobrietà, fra i disegni nuovi, è quello contro gli eccessi dei prezzi. V’è una prima parte la quale deve trovare tutti consenzienti. Sopprimere gli uffici carta, lane, cotone, tessili, calzature va magnificamente, anche se, per imbonire i socialisti e i popolari, si prescrive la vendita delle provviste governative a cooperative e a consorzi, ossia probabilmente a prezzi di favore con notevole danno per lo stato. Va benissimo anche la prescritta riduzione delle voci a cui si applicano i divieti di importazione e di esportazione. È tanto tempo che si dice di voler lasciare libero il commercio e si annunziano norme di libertà, che si poteva credere che dei vecchi divieti non rimanesse neppure più la coda. E oggi si scopre che bisogna ancora studiare, rivedere e ridurre, e che tutto ciò si farà entro tre mesi. Speriamo che i tre mesi non passino inutilmente.

 

 

La seconda parte del disegno di legge è un’amplificazione dell’articolo del codice penale contro gli accaparramenti, con qualche pizzico di imitazione del Profiteering Act inglese: reclusione e multe contro gli accaparratori, contro i partecipi a consorzi (trusts) di limitazione di offerta o di divisione di zone di vendita di materie prime, generi alimentari o altre merci di esteso uso popolare. Il paese classico delle leggi contro gli accaparratori e i trusts sono gli Stati uniti; ma sarebbe esagerazione dire che tutte le innumerevoli leggi americane abbiano sortito un notevole pratico effetto. Durante la guerra, ed in vista dell’espansione commerciale del dopo guerra, si è dovuto mettere molta acqua nel vino della legislazione antitrustistica. Giova sperare che i tribunali italiani applichino con discrezione le norme che il parlamento vorrà approvare, le quali sono innocue solo finché adempiono all’ufficio delle solite grida di manzoniana memoria.

 

 

Hanno sapore più moderno, e cioè di ritorno all’«antico», le inchieste che potranno essere ordinate dal ministro dell’industria per investigare sui prezzi e sui costi delle derrate e merci di uso generale. Io ho davanti agli occhi alcune fra le magnifiche inchieste che su costi e prezzi si fecero negli Stati uniti e in Inghilterra, fonti preziose di studi per gli economisti. Mi auguro che i migliori statistici italiani trovino, nel partecipare a lato a periti pratici in inchieste, un freno alla mania da cui sono presi di sublimare in eleganti ed esili formulette tutti i fatti umani.

 

 

Probabilmente l’utilità delle inchieste sarà soltanto scientifica. Che cos’è il costo di produzione? L’araba fenice introvabile. Qual è il costo giusto, in base a cui il ministro dell’industria dovrà determinare i prezzi massimi delle merci di grande consumo? Mistero profondo, se si pensa che il costo di una merce può andare dalle 10 lire del produttore abile, capace ed innovatore, alle 20 e alle 30 e 40 lire della maggioranza dei produttori mediocri e incapaci. L’esperienza ha provato che l’ubbia di determinare d’autorità i prezzi a norma del costo di produzione è stata una causa costante di spinta dei prezzi all’insù. Se i prezzi sono liberi, i concorrenti non hanno scrupoli di mandare in malora i produttori meno capaci. Ma qual ministro, quale commissione, avrà l’audacia di dire ai produttori: «Voi siete asini e inetti, ed io vi fisso un prezzo inferiore al vostro costo di produzione»? Succederebbe una casa del diavolo; si griderebbe alla sopraffazione e all’ingiustizia; gli operai, nei cui salari si risolve quasi tutto il costo di produzione, minaccerebbero scioperi ed agitazioni. I produttori meno capaci sono quasi sempre i più numerosi, i più procaccianti, i più influenti politicamente. In Germania, dove chiamarono dopo la rivoluzione gli operai a controllare i prezzi con i produttori e con sedicenti rappresentanti di consumatori, si videro subito i produttori e gli operai fare combutta per spogliare allegramente i consumatori.

 

 

Non c’è teoria più comoda del costo di produzione per spingere i prezzi alle stelle! Almeno, fosse dato diritto ai professori di economia politica di citare dinanzi alle commissioni del giusto prezzo il ministro del tesoro per abuso nella vendita della carta-moneta al disopra del suo costo di produzione! Non c’è scarto più enorme di questo, fra il costo di pochi centesimi e il prezzo di decine, centinaia e migliaia di lire; e lo scarto è la causa vera di tutti gli aumenti, di cui sono colpevoli gli untori e untorelli che vanno in giro.

 

 

Al primo e maggiore dei profittatori, il disegno di legge presentato dall’on. Giolitti non commina alcuna penalità. Se l’avesse fatto, avrebbe troppo svalutata la campagna che per l’ennesima volta s’inizia ora a pro di quella entità metafisica che è il giusto prezzo.

 

 

V

 

Il problema delle spese straordinarie

 

Le cifre annunciate dal ministro del tesoro alla camera non differiscono troppo da quelle che qualche tempo fa erano state qui calcolate: 9 miliardi di entrate effettive e 1,5 miliardi di ricuperi per vendita di materiali bellici; in totale, 10 miliardi e 500 milioni di entrate. Vi si contrappongono 11 miliardi e 535 milioni di spese ordinarie e 13 miliardi e 200 milioni di spese straordinarie (pane 5 miliardi e 500 milioni, militari 2 miliardi e 850 milioni, terre liberate e redente 2 miliardi, traffico marittimo e approvvigionamenti 1 miliardo e 300 milioni, assistenza militare 300 milioni, nuova indennità caro-viveri 650 milioni, disavanzo straordinario ferroviario 600 milioni), in tutto 24 miliardi e 700 milioni. Il disavanzo – anche tenendo conto di non dover pagare i 972 milioni di interessi sul debito estero non può valutarsi a meno di 14 miliardi. Il ministro del tesoro non ha parlato dei residui degli esercizi precedenti, di cui piacerebbe conoscere la cifra se di 4 o di 5 miliardi; perché, sebbene non si riferiscano all’anno 1920 – 21, imporranno a questo esercizio oneri rilevanti di cassa.

 

 

Se l’esposizione è esatta e sobria, e se perciò l’on. Meda merita i più vivi elogi, i rimedi paiono insufficienti. Al bilancio ordinario provvederanno le imposte già decretate. Ma i mezzi indicati per mettere termine al dispendio straordinario appaiono incerti ed inadeguati. Non si può fare assegnamento sull’imposta straordinaria sul patrimonio, che il ministro dice accantonata per la diminuzione del debito pubblico, e che in realtà diventerà necessariamente un’entrata effettiva, utilizzata in spese ordinarie, mentre si attende il crescere del gettito delle imposte permanenti. Non vi provvedono la nominatività dei titoli, il cui frutto non può superare qualche centinaio di milioni di lire e la confisca dei sovraprofitti di guerra, che potrà dare al più una metà di quanto già ebbero a gittare, o devono ancora dare, le vigenti imposte sui sovraprofitti. E, del resto, tutto ciò è già conteggiato e accaparrato per il bilancio ordinario.

 

 

Il bilancio straordinario rimane tutto scoperto. A eliminarlo il ministro del tesoro non enuncia nulla fuori che la speranza di un ribasso futuro dell’aggio; e quando la speranza non si avverasse, non aggiunge altro fuori del concetto che il parlamento debba studiare i modi coi quali i cittadini agiati siano chiamati a sgravare lo stato dal peso formidabile del prezzo politico del pane. Ed è tutto. Troppo poco in verità per una finanza che dovrebbe essere restauratrice.

 

 

Il problema era tuttavia chiaramente posto. Le entrate non possono spingersi più in là dei 10, o 11, o 12 miliardi di lire. L’altezza delle aliquote è giunta ad un punto tale che ogni ulteriore aumento distruggerebbe la materia imponibile e frustrerebbe lo scopo medesimo che si vuole ottenere. Le entrate cresceranno dai 9 miliardi del 1920-21 a 10, o 13 miliardi; ma lentamente, ma con buoni ordini amministrativi e accertamenti severi; cosa di cui il ministro non ha parlato.

 

 

Per far scomparire il disavanzo non v’è altra via che far scomparire alcuni grossi capitoli delle spese straordinarie. Primo fra essi, il capitolo del pane. Che cosa propone di fare il ministro per colmare questo abisso? Non v’è contradizione insanabile tra il lasciare aperta questa ferita e lo sperare in un ribasso permanente dell’aggio? La politica demagogica di spaventare il risparmio e di conservare le cagioni principali di spesa non può avere per effetto di crescere la fiducia nello stato e di scemare l’aggio. In se stessa considerata quella politica produce l’effetto opposto.

 

 

VI

 

Politica timida ed illusoria

 

L’esposizione annonaria del commissario Soleri ha avuto certamente una virtù ammonitrice. Un raccolto interno assai inferiore ai 40 milioni di quintali contro una media di 48; sicché, dedotte le semenze e le razioni della popolazione produttrice, rimangono disponibili per la popolazione civile appena 12 milioni di quintali. Poiché il fabbisogno invece supera i 42 milioni, fa d’uopo acquistare all’estero ben 30 milioni di quintali. L’on. Soleri crede che la provvista sia difficile per la scarsità delle esistenze nei paesi produttori e per la concorrenza dei paesi consumatori, aumentati ora dai popoli tedeschi. Si può dubitare della fondatezza di questa previsione di difficoltà materiali di approvvigionamento, quando l’Istituto internazionale di agricoltura, autorevolissimo osservatorio in materia granaria, conclude invece che all’1 agosto 1920 le rimanenze mondiali disponibili non devono essere inferiori ai 24 milioni di quintali, e che nella campagna entrante l’India potrà riprendere le esportazioni sospese l’anno scorso; e l’America del nord potrà esportare di più che nella campagna ora finita, sicché «le prospettive non sembrano tali da giustificare preoccupazioni». Non si può però dubitare che ai cambi attuali e nonostante la discesa dei noli l’acquisto dei 30 milioni di quintali è un problema formidabile per la nostra finanza. Su questo punto, che è il vero essenziale problema, l’on. Soleri rimase zitto, sicché a ragione l’on. Giuffrida poté rimproverargli di essersi preoccupato eccessivamente delle disponibilità mondiali, tacendo invece sul punto unico intorno a cui tutto il problema si aggira. E poté l’on. Giuffrida, riscuotendo approvazioni da una parte ed un forzato silenzio dall’altra, ricordare che pareva per lo meno eccessivo il timore di aumentare di qualche cosa il prezzo del pane quando le masse lavoratrici – proprio esse e non la borghesia, la quale beve poco o nulla o, quando è ricca, beve forse sovratutto acque minerali – possono permettersi il lusso di destinare ben 10 miliardi del loro reddito al consumo di vino.

 

 

La verità è che la politica economica e finanziaria del momento presente oscilla tra due estremi politici ugualmente biasimevoli, della timidezza e della ciarlataneria. Timidezza politica nel ridurre le spese; ciarlataneria politica nel far credere di aver proposto e condotto in porto mezzi taumaturgici atti a dare gettiti larghissimi ed immediati a ristoro della finanza. Che cosa si è fatto nei due mesi dacché il gabinetto presente è al potere per ridurre il confessato disavanzo di 14 miliardi? Nulla; ed anzi ripetutamente il capo del governo ha insistito sulla difficoltà di ridurre le spese e sulla necessità di ricorrere a nuove entrate. Il che vuol dire che il programma del governo è di lasciare perpetuarsi il disavanzo spaventoso; non essendo certamente atti i provvedimenti finanziari approvati alla quasi unanimità dalla camera a dare un gettito regolare e permanente neppure lontanamente avvicinabile a 14 miliardi annui. Unica, la nominatività darà un provento apprezzabile; ma fu detto qui assai volte, fu ripetuto da valenti oratori alla camera e non fu potuto contradire da nessuno, che il vantaggio fiscale della nominatività non supera le alcune centinaia di milioni all’anno e non arriva certamente, neppure da lontano, al miliardo. Il resto, che cosa vale? Fiscalmente, pressoché nulla. La confisca dei sovraprofitti darà , per una volta tanto, qualche miliardo. Non si sa quanti, ma quei pochi sicuramente esigibili in molti anni, se non si vuole mettere all’asta l’industria italiana. Il governo giuoca dinanzi al volgo, sull’idea infantile che i sovraprofitti confiscabili esistano l’uno sull’altro in tanti biglietti da mille negli scrigni dei profittatori. Mentre in realtà per la massima parte si sono convertiti in edifici, in macchine, in forze idrauliche, in navi; e a meno di farsi consegnare tutta questa roba, occorrerà dar tempo ai contribuenti di ricavare in un congruo numero di anni dai nuovi redditi dell’industria le somme necessarie al pagamento dell’imposta confiscatrice.

 

 

Gli inasprimenti dell’imposta successoria e di quella sulle vetture automobili daranno alla lunga un risultato negativo. Le aliquote consacrate nei nuovi provvedimenti hanno raggiunto siffatte altezze da uccidere la materia imponibile. I politicanti che vivono eccitando le più malsane passioni della folla hanno un bel gareggiare nel crescere le aliquote dell’imposta successoria persino in linea retta e nell’assimilare parenti vicinissimi agli estranei e nel portare sino al 70 e più per cento le aliquote sugli estranei. Tutto ciò può essere finanza socialista o popolare o democratica: ma è per fermo finanza antifiscale. Di giorno in giorno, a mano a mano che la sensazione dei provvedimenti si diffonde fra le classi risparmiatrici, a mano a mano che si accentua il timore che la gara perversa tra i partiti politici conduca a peggiori propositi, si alza il grido: si salvi chi può ! E salvarsi vuol dire spendere; vuol dire godersi la vita finché si è in tempo. Ognuno di noi ha sorpreso in se stessi, negli amici, nei conoscenti noti un tempo per le loro abitudini di risparmio gli effetti di questa nuova psicologia di godimento: a che vale faticare e risparmiare quando in vita od in morte i risparmi ci saranno portati via dal fisco? Le imposte alte rendono meno delle tollerabili ed eque: non giova fare come lo struzzo e nascondere il capo nella sabbia per disimparare questa verità proclamata dalla saggezza dei tempi. La verità è più forte della ciarlataneria politica; e non passeranno molti anni che si dovrà toccar con mano quanto funesto sia stato l’errore commesso nello spingere le aliquote alle altezze attuali. Del pari gli inasprimenti stravaganti sulle vetture automobili uccidono la gallina dalle uova d’oro. Come per le biciclette, come pel petrolio, così per le automobili accadrà che a tassa maggiore corrisponderà un gettito basso ed a tassa diminuita un gettito elevato.

 

 

Gli interessi del fisco sono identici con quelli dell’economia nazionale; non è possibile maltrattare questi, senza che siano maltrattati quelli. Non è possibile spaventare industriali, commercianti, risparmiatori con sempre nuove gravezze, tenerli con l’animo sospeso con discorsi pronunciati dal banco del governo, nei quali, quasi a scusarsi della propria timidezza dinanzi ad energumeni sovreccitati, si dichiara che taglie sino al 27% in linea retta e al 70% tra parenti abbastanza vicini sono modesti esperimenti, a cui potranno seguire in avvenire incisioni più gravi; non è possibile fare una finanza demagogica, senza che ad essa seguano immancabili effetti.

 

 

Gli effetti si vedono da tutti: il consolidato 5%, ribassato in poco tempo a 75 lire, il cambio sulla sterlina risalito a 70 lire. È inutile novellare di speculazione e di simiglianti fandonie buone per uccellare i gonzi. Prezzo del consolidato ed altezza del cambio non dipendono da fantasie o da cospirazioni interne ed estere. Sono duri fatti che nascono da fatti ugualmente reali. Ripetiamolo sino alla noia: lo speculatore non specula sulla base di preconcetti, di animosità e di odi. Tempo addietro, il municipio socialista di Milano emise un prestito a condizioni meno favorevoli per il pubblico dei prestiti di stato; e lo collocò in un batter d’occhio. Perché? Socialismo o non socialismo, risparmiatori e banchieri erano persuasi che gli amministratori di Milano avrebbero in ogni caso mantenuto fede alle promesse fatte, avrebbero cercato di mettere ordine nel proprio bilancio e non avrebbero commesso spropositi troppo grossi ed irreparabili. Venga domani al governo d’Italia un gabinetto socialista o cattolico o conservatore, qualunque sia il nome, il quale faccia economie nelle spese, consegua la pace per l’Italia, stabilisca imposte severe, ma tollerabili e fruttifere sul serio; ed il consolidato rialzerà ed il cambio diminuirà . Prezzi del consolidato e corsi del cambio sono indici dell’opinione che in Italia ed all’estero si ha della condotta economica e finanziaria del governo. Non sono fatti artificiali, creati dai manipolatori del mercato. Questi non hanno nessuna potenza di creare l’artificioso; e non ne hanno l’interesse. Se un governo fa una finanza buona, si può essere sicuri che alla lunga il bilancio si metterà in ordine, che il suo credito si rialzerà, che i risparmiatori volontieri compreranno i suoi titoli; che il tesoro non avrà bisogno di emettere biglietti e che quindi i biglietti apprezzeranno in confronto alle valute straniere. Il rialzo del consolidato e il ribasso dei cambi in siffatte contingenze sono fatti in vista, inevitabili, certi come è certa la vicenda della notte e del giorno. Perché lo speculatore dovrebbe mettersi contro l’inevitabile? Perché dovrebbe vendere allo scoperto ciò che egli sa, egli prevede di dover poi ricomprare, con perdita, ad un prezzo più elevato? No. Quando un governo fa una buona finanza, lo speculatore compera ed anticipa il rialzo.

 

 

Se invece i prezzi dei titoli pubblici cadono, se il cambio rialza, ciò accade perché l’opinione pubblica seria crede che la finanza pubblica sia cattiva. Le mie parole non vogliono significare che sia cattiva la politica quotidiana di tesoro dell’on. Meda. No. Egli è un valoroso uomo, un probo e rigido amministratore ed ha il merito di avere impostata la finanza italiana su quella riforma dei tributi diretti che oggi si guarda con compatimento per correre dietro a fisime demagogiche, ma che è invece la vera chiave di volta della nostra finanza. Egli fa parte tuttavia di un gabinetto, il quale non sa affrontare le grandi economie e si balocca, facendo gli occhi corruschi, con giocattoli tributari. Perciò anche l’on. Meda ha dovuto riconoscere che, nei due mesi del suo governo di tesoro, la circolazione è aumentata di un miliardo di lire. Non giova dire, come egli ha fatto, che l’aumento è avvenuto nella circolazione per conto del commercio e non in quella per conto dello stato. Lo Stringher nel suo prezioso volume recente di Note statistiche su la circolazione ed il mercato monetario durante e dopo la guerra ha dimostrato in modo irrefragabile che quella distinzione fra commercio e tesoro, non stata mai molto perspicua in passato, ha perso ora gran parte della sua ragion d’essere e che la circolazione per conto del commercio è in gran parte una maniera velata di circolazione per conto dello stato. Quando si perseguita il risparmio, non si collocano bene i buoni del tesoro e si deve forzatamente aumentare la circolazione. Ciò è causa di aumento nei prezzi e nei cambi e di scredito per lo stato. I prezzi del consolidato scemano e scemano i corsi dei valori privati. Molti detentori non possono più tenere i titoli, su cui hanno perduto il margine che era di loro proprietà; e son costretti a vendere. Altri, per procacciarsi denaro, danno a pegno i titoli e provocano aumento di circolazione.

 

 

Questo è il quadro poco lieto del momento presente. Adirarsi contro chi lo fotografa così come è, è un comportarsi da bambini, i quali battono la pietra su cui sono caduti; irritarsi contro chi prevede ciò che deve accadere e, speculando, lo anticipa, è voler sopprimere il sintomo, illudendosi di sopprimere la malattia. Un solo rimedio vi è al male ed è fare una politica buona di economie severe e di tributi equi e ragionevoli. Chiunque la faccia, qui sarà lodato, incoraggiato ed aiutato.

 

 

VII

 

Le ritorsioni de «La Stampa»

 

Il giornale giolittiano non è contento del giudizio che ho dato su queste colonne della politica giolittiana e fa delle ritorsioni. Saremmo noi i timidi ed i ciarlatani; timidi perché avremmo voluto continuasse la politica dell’illusionismo nittiano, il quale «per risparmiare al pubblico ingrate sensazioni» a nulla provvedeva; ciarlatani perché avremmo nei primi mesi della guerra descritta questa come bella e facile e poco costosa: appena 6 miliardi in tutto.

 

 

Ricordo perfettamente l’articolo in cui nel giugno del 1915 sulla rivista da me diretta «La Riforma Sociale», ho fatta quell’ipotesi finanziaria dei 6 miliardi di spesa; e ne sono tanto poco vergognato che lo ristamperò testualmente in una silloge di miei articoli. Ma perché il giornale giolittiano non ricorda la tesi fondamentale di quell’articolo? Che la guerra sarebbe stata lunga e dolorosa; che essa non ci avrebbe recato alcun vantaggio materiale immediato ma sacrifici grandi di uomini e di denaro; che appunto perché essa non sarebbe stata la bella guerra e la guerra facile e la guerra senza costo, essa avrebbe dato al paese risultati morali e politici di altissimo pregio; e che tanto maggiori sarebbero stati i vantaggi morali quanto più vivo fosse lo spirito di sacrificio economico con cui gli italiani l’avrebbero intrapresa. Allora, la cifra di 6 miliardi di costo pareva ai più una cifra molto superiore alla probabile; e nessuno aveva fatto ipotesi di durata quali poi effettivamente si ebbero. Oggi, colla facile sapienza del poi, le cifre di un tempo paiono irrisorie; ma non sembrerebbero tali, nemmeno ora, se si fosse seguita subito la politica delle alte imposte immediate, istituite durante la guerra, che ho sempre propugnato e innumeri volte inculcato su queste colonne, quando si era in tempo a stabilirle e quando lo stabilirle avrebbe avuto per conseguenza che non 90 miliardi di debito bellico si avrebbero oggi, ma neppure 30 e forse nemmeno 20, sebbene la guerra sia durata fino alla fine del 1918 e di fatto lo stato di guerra duri ancora oggi. I 90 miliardi di debito sono tutta una fantasmagoria cartacea dovuta alla mancanza di coraggio dei governi succedutisi nello stabilire per tempo imposte dure e produttive. Se le imposte fossero venute subito, non si sarebbero emessi miliardi di carta-moneta, i prezzi ed i profitti non sarebbero saliti e le spese di guerra sarebbero rimaste inferiori ad un terzo di quello che furono. Sempre, ininterrottamente, su queste colonne chiedemmo una politica tributaria e monetaria sana e sincera, sempre invocammo imposte tali da rendere effettive, entro i limiti ragionevoli imposti dal tempo e dalle circostanze, le ipotesi di costo fatte all’inizio della guerra.

 

 

Frattanto gli altri, i neutralisti, stavano zitti. Non una parola mai, finché si era in tempo, fu detta per incitare la popolazione civile a risparmiare, a non spendere, a rinunciare ad ogni godimento, a denti stretti, nella ferrea volontà di riuscire ad ogni costo. Questa era la nostra meta e la nostra volontà: riuscire e vincere. Il costo passava e doveva passare in seconda linea. «A qualunque costo» fu il motto di coloro che amavano la patria; mentre coloro che dicevano semplicemente di augurarsi non venisse il giorno in cui si riconoscesse la loro ragione, tutto fecero per seminare la sfiducia, per ingrandire nella immaginazione del popolo i sacrifici che si dovevano necessariamente compiere, per rendere difficile agli uomini di governo di seguire la via giusta delle imposte forti ed immediate, infondendo in essi la preoccupazione non ingiustificata di suscitare una reazione troppo viva in un popolo diviso, e di cui troppi avevano interesse a fomentare il malcontento.

 

 

Quando venne, nonostante tutto, la vittoria, dopo un momento di smarrimento, in cui sembrò quasi si riconoscesse da parte neutralista di aver avuto torto, subito ricominciò la campagna perversa di denigrazione della vittoria. Questa fu dichiarata peggiore di una sconfitta; e fu mantenuto in Italia uno stato psicologico degli animi, sia nei rapporti interni come esterni, che rese impossibile la smobilitazione ed il ritorno rapido a condizioni normali. I due anni di armistizio ci costano più di due anni di guerra guerreggiata. Forseché la colpa di questo è di coloro i quali vollero che in guerra l’Italia facesse ogni sforzo per conseguire la vittoria e, ad armistizio firmato, volevano una politica la quale rapidamente ci facesse cogliere i frutti della vittoria ed impedisse lo sperpero inutile di forze materiali e morali?

 

 

Ora, l’antico contrasto continua. Il giornale giolittiano vuol far credere ai suoi lettori che l’alba della rigenerazione finanziaria dello stato sia spuntata solo quando l’on. Giolitti ha presentato ed ha fatto approvare i progetti sulla nominatività dei titoli, sulla confisca dei sovraprofitti, sulle successioni e sulle automobili. Ed annuncia, per l’autunno, nuovi provvedimenti più gravi, più dolorosi di quelli ora deliberati. Speriamo che quelli futuri siano provvedimenti produttivi sul serio; quantunque l’esperienza provi che nulla è possibile trovar di nuovo in materia di imposte; e che la novità quasi sempre consiste nelle parole e non nei fatti. Per ora, a parte la nominatività, qui invocata prima che l’on. Giolitti la annunciasse alle turbe nel discorso di Dronero e che ora, coerenti, diciamo tornare ad onore dell’onorevole Giolitti di aver fatto approvare, quel che si è fatto è pura ciarlataneria politica, polvere negli occhi finanziaria. Gli inasprimenti delle imposte sulle successioni e sulle automobili sono provvedimenti antifiscali. Tra qualche anno si vedrà chi abbia ragione: noi che vogliamo le aliquote sopportabili, perché sono le sole le quali fruttino all’erario; o chi vuole le aliquote alte per ingraziarsi i favori della folla. Quanto ai sovraprofitti, con qual verità si può affermare che i ministeri precedenti non hanno fatto nulla, quando l’on. Giolitti non ha fatto altro che spingere l’imposta da quello che era, ossia un’imposta assorbente dal 50 al 91% dei sovraprofitti, al 100%? Almeno ci vorrebbe un po’ di pudore e riconoscere che nel più sta il meno; e che, dopo che quattro gabinetti, Salandra, Boselli, Orlando e Nitti, avevano portato via ai profittatori dal 50 al 91%, l’aumento al 100% non era davvero, salvo l’effetto sul pubblico, quella novità portentosa che si vuol far credere. Non do lode né ai ministeri precedenti né all’attuale per ciò che han fatto rispetto ai sovraprofitti. Tanto il 91% di prima, quanto il 9% dell’on. Giolitti sono essenzialmente imposte improduttive ed apparenti. Quando si potranno fare i conti, si vedrà che tutta questa imposta sui sovraprofitti è stata una colossale partita di giro. Lo stato avrà ripreso una parte di ciò che aveva prima dato di troppo e che i fornitori si erano fatti dare di troppo appunto in previsione della imposta e della confisca. Il risultato netto sarà stato uno spreco enorme di sforzi e di capitali.

 

 

Il giornale giolittiano promette che il ministero attuale risolverà anche il problema del pane. Se lo farà, lo loderemo senza sottintesi, così come facciamo per la nominatività. Né ci inquieteremo se, per osare di risolvere il problema del pane, avrà voluto prima dare la sensazione di aver confiscato i sovraprofitti. Se questa sarà la condizione psicologica necessaria per fare scomparire i 5 miliardi di disavanzo del pane, sarà dover nostro dire che la confisca dei sovraprofitti, la quale in se stessa finanziariamente è pura polvere negli occhi, avrà prodotto un effetto utilissimo; e sotto questo rispetto loderemo anche la confisca.

 

 

Finora però le spese non si riducono; anzi con nuovi progetti demagogici si vogliono aumentare. Questo giornale ha sempre combattuto la bardatura di guerra, i consorzi, gli sperperi e tutti gli altri imbrogli interventistici, e non ha mai risparmiato critiche vivaci e talvolta violente contro tutti i ministeri, compreso quello Nitti, succedutisi durante e dopo la guerra. Per ciò oggi ha il diritto di dire che i progetti contro l’aumento dei prezzi e per l’ampliamento delle colture alimentari presentati dall’on. Giolitti sono una brutta copia delle pessime cose compiute in questa materia dai ministeri bellici; che quei progetti non hanno la virtù di far diminuire di un centesimo i prezzi o di far crescere una sola spiga di grano; che essi avranno per effetto soltanto di frastornare industriali, commercianti ed agricoltori; che, per usare le parole di uno dei maggiori conoscitori dell’agricoltura meridionale, l’Azimonti, la lettura del progetto di legge sulla coltura obbligatoria dei cereali «fa tanta pena da augurarsi una sollevazione in massa degli agricoltori, nell’interesse proprio e del paese, per respingere le inconsulte disposizioni»; che, mentre essi produrranno distruzioni di ricchezza pubblica e privata, creeranno nuove falangi di sorveglianti, di ispettori, di mangiapane a tradimento. Forseché non è pura ciarlataneria rimproverare agli altri di aver accresciute le spese mantenendo la bardatura di guerra, quando si vuole rendere, con provvedimenti illusori, più pesante quella bardatura medesima?

 

 

VIII

 

Nominatività, avocazione e inasprimenti di imposte non risolvono il problema

 

Roma, 23 settembre, notte

 

 

Oggi al senato è finita la discussione sui provvedimenti finanziari; e tutti i quattro progetti, sulla nominatività , sull’aumento delle tasse di successione e di quelle sulle automobili e sull’avocazione o confisca dei guadagni di guerra, sono stati così definitivamente approvati. Non senza critiche, le quali si appuntavano specialmente sulla improbabilità che i provvedimenti dessero il risultato finanziario che il governo sembra ripromettersene. Ad uno dei progetti il sen. Riccardo Bianchi aveva premesso, a nome della commissione di finanza del senato, una relazione, il cui succo poteva ridursi a questo: che i fortissimi incrementi di imposta calcolati in base ad una formula tecnicamente sbagliata avrebbero impedito lo sviluppo dell’uso delle automobili industriali, utile al progresso dei rapporti commerciali e dei trasporti: sicché un’augurabile diminuzione delle imposte non avrebbe mancato di dare notevole beneficio di maggior gettito all’erario. Il che vuol dire, in lingua povera, che gli inasprimenti ora votati, oltre a recare grave danno all’economia del paese, probabilmente daranno acerbe delusioni alla finanza. E a chi gli osservava che il medesimo risultato di perdita netta per l’erario poteva temersi dagli inasprimenti della tassa di successione, il ministro del tesoro non seppe dare assicurazioni tranquillanti e fondate su dati di fatto precisi.

 

 

L’impressione pii viva che il dibattito lasciò nell’animo degli ascoltatori fu dunque questa che i provvedimenti approvati non solo non risolvono il problema finanziario, ma non lo avviano neppure alla soluzione. È una goccia d’acqua nel mare del disavanzo. O siano 14 miliardi circa, come vuole il sen. Carlo Ferraris, relatore della commissione di finanza, o siano avviati a diventare nel 1923-24 solo 4, come replicò l’ex ministro Schanzer, il problema non muta. Il disavanzo è enorme anche tenuto conto degli effetti probabili dei provvedimenti ultimi e non scenderà da 14 a 4 se non si pigliano provvedimenti coraggiosi per tagliare nel vivo dei 6 miliardi di perdita per la vendita a sotto costo del pane e del disavanzo delle ferrovie dello stato gravate di una spesa annua di 3 miliardi e 675 milioni contro 615 milioni del 1913-14 e per arrestare le straordinarie spendite per servizi marittimi e per spese indefinitamente prorogate di liquidazioni della guerra.

 

 

Ma nessun affidamento venne dai banchi del governo che si farà quanto occorre per ridurre energicamente quel disavanzo che minaccia di riuscire fatale per la vita dello stato. Ostinatamente muti rimasero i ministri alle richieste da varie parti venute affinché fosse applicata la legge fiscale a tutti i redditi, anche a quelli dei professionisti e lavoratori che siano superiori al minimo dichiarato esente nella legislazione vigente o anche al minimo due o tre o sei volte superiore a quello ordinario. Specialmente rispetto al prezzo del pane, il governo apparve privo di orientamenti precisi. In realtà si trema dinanzi a qualunque minaccia della parte più frenetica dei sovversivi. Commissioni interministeriali si radunano per studiare il modo migliore di risolvere il problema, ma appena l’«Avanti!» pubblica una noticina per ammonire che, se il prezzo politico sarà aumentato, il ministero Giolitti cadrà come cadde il ministero Nitti, un terror panico si impadronisce dei responsabili e si dirama un comunicato per avvertire che non si è deliberato niente, che si studia ancora, che c’è tempo a decidersi, che nulla è per ora pregiudicato, ecc. ecc.

 

 

Al senato, il presidente del consiglio, posto di fronte ad un ordine del giorno Pellerano, il quale esplicitamente chiedeva che si aumentasse il prezzo del pane, pur senza aggravio delle più modeste economie private, non seppe far nulla di meglio che svalutarlo compiutamente, dichiarando che il governo riconosce bensì la necessità di far fronte alla perdita sul pane, ma che si riserva ogni libertà di azione intorno ai mezzi concreti di risolvere il problema, fra cui ricordava la possibilità di ricorrere ad un aumento della tassa sul vino.

 

 

Ora, se queste parole hanno un significato, sembrano voler dire che il prezzo del pane non sarà aumentato o sarà aumentato in maniera tale da lasciar sussistere la massima parte della perdita odierna dei 6 miliardi; e che alla perdita perdurante si farà fronte con un aumento della imposta sul vino. Ora, a quanto dovrebbe ammontare l’imposta sul vino per coprire la perdita sul pane? A 40 milioni di ettolitri sarebbero necessarie 150 lire di imposta per ettolitro per ottenere un rendimento di 6 miliardi, e siccome nessun governo, e tanto meno il presente, avrà il coraggio di aumentare l’imposta sul vino da 10 lire a 150 e neppure a 100 e neanche a 50, così è evidente che per tale via il problema non si risolve. Che se il governo ha paura della parte più facinorosa fra gli operai quando si tratta di elevare il prezzo del solo pane fino, lasciando invariato quello del pane comune, oserà esso affrontare l’opposizione dei bevitori i quali tengono più al vino che al pane?

 

 

Insomma nessuna luce è venuta dal governo intorno ai mezzi per far scomparire il disavanzo. Si vede che un programma non esiste e che non esiste sovratutto la volontà di fare qualche cosa di serio.

 

 

Si va avanti alla ventura, impegnandosi per centinaia di milioni e per miliardi di nuove spese, non riducendo le vecchie e proclamando a gran voce che il pericolo maggiore del momento presente è il fallimento dello stato. Tra le parole e i fatti vi è contradizione stridente.

 

 

IX

 

Irresoluto il problema del pane

 

Empirismo, timidità, consumo del grano in erba: ecco il giudizio che sommariamente si può dare dei provvedimenti finanziari con cui si pretende risolvere il problema del pane.

 

 

Si pretende, dico; perché in realtà i provvedimenti finanziari non hanno nulla a che fare con la soluzione del problema del pane. Di questa, il «Corriere» scrisse già ieri. Con il prezzo del pane portato a 1,30-1,40 centesimi al chilo non si provvede che ad una parte della spesa sostenuta dal governo. Secondo l’on. Soleri, il governo oggi spende infatti per l’acquisto dei cereali destinati all’alimentazione 9 miliardi e 300 milioni di lire, di cui ottiene il rimborso soltanto per 2 miliardi e 480 milioni, rimanendo scoperti ben 6 miliardi e 820 milioni di lire. Il rialzo del prezzo frutterà 2 miliardi e 726 milioni, cosicché il ricavo complessivo andrà a 5 miliardi e 206 milioni, sottraendo i quali dalla spesa di 9 miliardi e 300 milioni, si ha un deficit residuo di 4 miliardi e 100 milioni di lire. Ma l’inchiostro non si era ancora asciugato sulle cartelle scritte dall’on. Soleri, che il rialzo del cambio rendeva le sue cifre anacronistiche. Col dollaro a 30 lire, stando ai dati primi del commissario agli approvvigionamenti, il disavanzo del pane, pur dopo il rialzo del prezzo, balza ancora a 4 miliardi e 670 milioni. Sono ancora quasi 400 milioni che lo stato dovrà perdere al mese. Siccome tutta questa perdita, checché dica il governo, è coperta esclusivamente con debiti, e siccome i debiti si stentano a fare, tutto ciò vuol dire scredito, torchio dei biglietti ed aumento del cambio. Il costo del frumento estero crescerà ancora, crescerà il costo della vita per tutti gli altri capitoli del bilancio familiare dei cittadini e il disavanzo del pane tornerà ad essere presto di 6 o di 7 miliardi di lire. E saremo da capo. Ieri il «Corriere» diceva che per arrivare ad una soluzione seria bisognerebbe aumentare il prezzo del pane ad almeno 2 lire. Sulla scorta dei dati offerti dall’on. Soleri si può oggi dire che, per risolvere il problema, bisogna portare il prezzo del pane a lire 3,20 per la generalità dei consumatori, salvo dare a lire 1,40 una quantità , limitata al frumento nazionale, ai consumatori più bisognosi e dimostrati tali da certificati del comune, della congregazione di carità e delle agenzie delle imposte. In tal modo si eliminerebbe, oggi, il disavanzo del pane. Oggi e non domani. Se si lasciano andare le cose alla deriva, domani non basteranno 4 e poi 5 lire. Forse saliremo più in su per il pane a prezzo ordinario. Per il pane nazionale, non ci potremo fermare ad 1,40; ma dovremo, anche per i più poveri, aumentare i prezzi in proporzione agli aumenti che si dovranno concedere forzatamente ai produttori di grano, quando la lira italiana varrà , a causa della nostra politica del pane e d’altre cose, ancor meno d’adesso e, nonostante ogni minaccia, essi non potranno pagare i cresciuti salari senza ricevere di più per il frumento.

 

 

Il governo pretende di colmare un altro miliardo e 960 milioni di lire del disavanzo del pane con inasprimenti di imposte. È una pretesa illusoria, alla quale non mi so capacitare come abbia potuto dare il suo consenso l’on. Meda. Ripetutamente, nella relazione Soleri, si parla di chiarezza di conti e di bilancio a proposito di questo metodo di coprire una spesa con date entrate. Il metodo, che è quello ben noto dei buchi in cui si ficcano certe entrate, si deve invece qualificare della oscurità e della insincerità. È oscuro, perché un bilancio chiaro è solo quello in cui tutte le entrate affluiscono ad una unica cassa e l’unica cassa paga tutte le spese. Solo così si sa quanto si incassa e quanto si spende; si conosce l’avanzo e il disavanzo del bilancio e si provvede in conseguenza. I governi che hanno voluto imbrogliare la matassa ed oscurare la verità, hanno sempre usato il metodo opposto dei buchi di bilancio; delle casse speciali, a cui sono assegnate certe entrate. Così nessuno capisce più niente della situazione vera, che è quella complessiva. Il metodo è anche, come tutte le cose oscure, insincero. Un maggior provento di imposte di 2 miliardi, a parte ogni giudizio sulla scelta delle imposte, è il benvenuto perché necessario. Ma necessario perché? Forse per tappare la falla del pane? Mai no. La logica e il buon senso insegnano che le nuove imposte debbono innanzi tutto servire a coprire il disavanzo delle spese ordinarie sulle entrate ordinarie. Anche se si parla diversamente, anche se si ha la pretesa di ficcare i 2 miliardi di imposte nuove nel buco del pane, la realtà sarà sempre più forte dell’apparenza. La realtà dice che è assurdo, che è impossibile pretendere di fronteggiare una spesa straordinaria, come quella del pane, lasciando in disavanzo il bilancio ordinario. Lo si voglia o non lo si voglia, lo si dica o lo si taccia, i 2 miliardi entreranno a far parte delle entrate di bilancio e serviranno innanzi tutto a coprire le spese ordinarie. Non basteranno neppure; se è vero che le spese ordinarie oscillano dai 12 ai 15 miliardi e le entrate ordinarie corrispondenti oscillavano sinora tra gli 8 e gli 11 miliardi. Rimarremo probabilmente ancora in disavanzo sul bilancio ordinario. Ed a fortiori, il deficit residuo del pane, calcolato nella relazione Soleri in 4,1 miliardi, in realtà già salito in pochi giorni a 4 miliardi e 670 milioni e destinato a salire ancor più, rimarrà tutto quanto campato in aria. Il tentativo di mascherare questa elementare ed evidente verità giustamente fa tacciare il governo di oscurità e di insincerità nel manipolare il bilancio. Colpe vecchie, nei ministri del tesoro italiani; ma duole moltissimo che di questa colpa abbia consentito a macchiarsi l’on. Meda.

 

 

X

 

Continua il sistema delle sciabolate tributarie

 

Dopo avere esaminato i provvedimenti governativi per elevare il prezzo del pane, restano da discutere i provvedimenti destinati a rendere 2 miliardi annui a diminuzione della passività del bilancio pane.

 

 

Credo che tutte le persone ragionevoli daranno il loro pieno consenso ad un solo provvedimento: l’aumento per il 1921 dell’imposta sul vino da 10 a 30 lire. Il governo se ne ripromette – dall’aumento – solo 600 milioni. Ciò suppone una materia tassabile di 30 milioni di ettolitri. Dovrebbero essere di più se si superasse l’ostinata protervia di talune plaghe agricole sobillate da deputati socialisti e popolari e se si abolisse I’esenzione concessa al consumo privato dei contadini produttori.

 

 

A parte questo ottimo provvedimento, tutto il resto è un pasticcio senza nome. Non val nemmeno la pena di analizzare provvedimenti, che ci riportano all’epoca del peggiore empirismo tributario e riabilitano il sistema delle «sciabolate» che, nonostante la guerra, avevano meritato nel 1915 e nel 1916 critiche severe.

 

 

A tacere, per brevità, dell’ostinazione di impasticciare ancor più una inapplicata e non applicabile imposta sui consumi di lusso, quando si ha dinanzi agli occhi l’esempio francese della coraggiosa abolizione del primitivo imbroglio, su cui noi ci siamo modellati, e della sua sostituzione con un nuovo congegno, il quale ottiene successi insperati; si prorogano e si raddoppiano imposte, come quella sugli amministratori delle società e l’altra complementare sui redditi superiori a 10.000 lire che la riforma dei tributi sancita con il decreto-legge 24 novembre 1919 giustamente aboliva, siccome incompatibili con la nuova imposta progressiva sui redditi la quale dovrebbe cominciare ad attuarsi appunto a partire dal 10 gennaio 1921. Logica e giustizia vietano che sullo stesso oggetto si applichino due imposte con lo stesso nome e con le medesime finalità.

 

 

La resurrezione di quel vecchio e frusto ciarpame tributario che è la sperequata e spropositata complementare sui redditi superiori a 10.000 lire vuol forse dire la soppressione della nuova, moderna, ben ripartita imposta complementare progressiva sul reddito? L’amministrazione finanziaria, impotente a mettere in assetto la nuova imposta, per deficienza di personale e per l’accavallarsi di tante novità tributarie, ha voluto forse in questo modo conservare il gettito delle vecchie imposte, le quali, sebbene atrocemente sperequate, tuttavia funzionano già? Se l’intenzione è questa, lo si dica apertamente; ed il ministero cosidetto restauratore avrà il vanto di avere rinviata nel limbo delle cose che mai non furono la vera riforma tributaria e di avere perpetuato i peggiori arnesi fiscali che l’empirismo frettoloso del passato aveva saputo escogitare. Ma la contemporaneità dei nuovi e dei vecchi congegni è assurda. I nuovi tributi sono un sostitutivo degli antichi, non una aggiunta agli stessi. Altrimenti, gli stranieri, che già ci pigliano in giro osservando che la finanza italiana deve essere la migliore del mondo perché l’Italia è il solo paese del mondo dotato di due ministri del tesoro (tesoro e finanze), aggiungeranno che l’Italia deve essere un paese dotato del più straordinario sistema tributario, essendo il solo il quale si piglia il lusso di avere non una, ma due o tre o quattro imposte sul reddito (non siamo anche alla vigilia di una proroga dell’imposta di famiglia, ossia di una vera imposta sul reddito?).

 

 

Un solo motivo ragionevole poteva la finanza addurre della proroga al 1921 delle vecchie strampalate e sperequate imposte sul reddito e del rinvio al 1922 (non ancora dichiarato, ma logicamente inevitabile) della nuova giusta imposta sul reddito globale: ed era l’impossibilità dell’amministrazione di attendere nel 1921 alla nuova delicata bisogna degli accertamenti dei redditi soggetti alle imposte normale e complementare. Manca il tempo, si poteva dire, per fare bene. Concludiamo prima gli accertamenti dell’imposta patrimoniale; finiti questi, daremo mano alla normale ed alla complementare.

 

 

Se questa era forse l’intenzione dell’amministrazione, essa è di fatto annullata da quell’altro empirico provvedimento che ha nome di anticipo di un’annualità nel pagamento dell’imposta patrimoniale.

 

 

I fatti hanno subito e clamorosamente dimostrato la vanità delle basi supremamente professorali e dottrinarie di questa imposta. Professori dottrinari, chiudendo gli occhi a quanto facevano gli inglesi ed i francesi, i soli i quali conservino la testa sul collo in materia finanziaria, hanno importato in Italia e fatto accettare al governo questa idea balzana che si potesse riuscire ad operare una falcidia sui patrimoni privati, esistenti in un dato istante. Per un momento parve che il buon senso prevalesse, quando l’imposta fu fatta rivedibile e ripartita col decreto del 24 novembre in 30 anni. Ma, di fronte ai clamori degli energumeni eccitati dai dottrinari della finanza, il periodo fu abbreviato a 10 e a 20 anni. Oggi lo si riduce a 9 e a 19; praticamente, con future repliche, a 5 e a 10 anni. E il governo non si accorge che la nuova imposta è già divenuta un anacronismo vivente; che in pochi mesi nessun contribuente paga più l’imposta su ciò che effettivamente possiede. I titoli, che il legislatore ha fatto la bella pensata di considerare come più realizzabili dei terreni e dei fabbricati, sono oramai invendibili. Molti sono deprezzati della metà e dei due terzi. Certi contribuenti oggi pagano imposte uguali formalmente al 10, al 20, al 30% del loro patrimonio; in realtà uguale al 20, al 40, al 60%; mentre altri paga assai meno. Il raddoppiamento dell’aliquota per il 1921, ché a tanto si riduce l’anticipo di un anno, accentuerà i pessimi risultati finora ottenuti: liquidazioni forzate, tracolli di borsa, impossibilità di pagare se non ricorrendo a riporti in banca, necessità di aumentare la circolazione per permettere alle banche di anticipare all’8 o al 10% le somme occorrenti ai contribuenti per pagare l’imposta su titoli senza mercato; inasprimento del senso di irritazione giustificata nei contribuenti, i quali pagheranno l’imposta su un consolidato del valore di 60 lire come se valesse tuttora 80 lire.

 

 

Tutto ciò è assurdo, provoca le frodi, le vendite a qualunque costo per far denaro. L’anno venturo la finanza si troverà in mano uno strumento tributario sgangherato, che farà acqua da tutte le parti e che occorrerà profondamente modificare. Ciò sarà inevitabile, appena a capo del ministero delle finanze si troverà un industriale come Bonar Law o Chamberlain o un banchiere come Francois Marsal, il quale comprenda che le imposte devono essere pagate come diceva la buon’anima di Adamo Smith, economista anche lui, ma quanto diverso dagli odierni dottrinari della finanza democratica! – con la minore possibile irritazione dei contribuenti e col massimo gettito per il pubblico erario.

 

 

XI

 

La caccia grossa ai grossi guadagni

 

Ho scritto che il complesso dei provvedimenti finanziari appiccicati all’insufficiente aumento del prezzo del pane è un pasticcio senza nome. Di esso non può darsi neppure quella giustificazione che, per un migliore congegno, si sarebbe potuta addurre: essere cioè necessario da un lato almeno far mostra di voler coprire il disavanzo del pane con imposte a carico dei ricchi e dall’altro essere opportuno far passare, coll’argomento del pane, imposte buone per altri scopi, ma difficili a trangugiarsi senza l’assillo di dover risolvere un problema così grosso. Il primo scopo suppone che la furberia non sia cucita a filo troppo bianco per non saltare agli occhi di tutti. Chi può lasciarsi ingannare per un sol momento dalla pretesa che certi incassi servano al pane e non a tutto il resto? Il secondo scopo sarebbe legittimo se si trattasse davvero di imposte buone, le quali meritano di essere conservate ed inasprite. Invece le imposte prorogate o raddoppiate sono tutte, senza eccezione, imposte pessime, la più parte delle quali dovrebbe essere, come già era in virtù del decreto 24 novembre 1919, abolita ed una, quella patrimoniale, profondamente trasformata. So bene che, così parlando, vado contro alla tendenza dominante, la quale non vede che imposte e tasse, purchessia, senza distinguere fra imposta e imposta, tra imposte corrette ed imposte prorogate. A gara, i partiti vociferano alla camera e alla Giunta generale del bilancio per inasprimenti di imposte: e quando il governo chiede il 20%, gridano: ohibò ! il 20% è nulla, ci vuole il 40%. E se il governo propone il 40%, fanno le meraviglie e non ci stanno a meno dell’80%. Orbene, questa è una forma di pazzia: pazzia demagogica, di gente che non paga nulla o cerca i voti di coloro che non pagano nulla. Bisogna ritornare a dire che tutto ciò è puro banditismo tributario; che la caccia grossa a chi si lascia sorprendere tra i boschi e nelle strade deserte può fruttare qualcosa per i primi tempi, ma poi lascia in secco la finanza. Carità di patria costringeva ad attenuare le critiche finché si era in guerra o in armistizio. Oggi, che l’ultima pace è firmata, ognuno riprende la propria libertà assoluta di parola. Me ne servo subito per dire aperto e tondo al ministro del tesoro, verso cui ho tanta stima per il suo ingegno e per la sua rettitudine, che egli manca al suo dovere tollerando questi impronti assalti al pubblico tesoro. Ché lasciar istituire imposte cattive, per il piatto di lenticchie di un illusorio rendimento immediato, è lasciar disseccare la fonte dei proventi fiscali e danneggiare l’erario.

 

 

A tacere di due tra le imposte prorogate, quella sui redditi superiori alle 10.000 lire e l’altra sui canoni – le quali sono al disotto di qualsiasi critica, una vera macchia della nostra finanza -, dove è il senso di giustizia nel raddoppiamento dell’imposta speciale sugli amministratori delle società commerciali e di quella patrimoniale?

 

 

In termini semplici, l’imposta sugli amministratori significherà che se un uomo dedica la sua attività a fare l’avvocato, il medico, l’ingegnere, il propagandista, l’organizzatore, il tecnico, il commerciante, l’industriale, qualunque mestiere o professione capace di fruttargli più di 10 mila lire all’anno, pagherà sull’eccedenza le imposte ordinarie di ricchezza mobile, di famiglia, complementare, camerale ecc. ecc. Un professionista che guadagni 100 mila lire all’anno – e metto grosso subito per poter fare il paragone con gli amministratori, di cui il pubblico fa ascendere i redditi a cifre alte – pagherà il 18% di imposta di ricchezza mobile, il 16% di complementare, il 3 o 4% di tassa di famiglia. In tutto si vede portato via dal 35 al 40% del reddito. Sono aliquote alte su redditi di lavoro, che spingono alla frode e abbassano il gettito dell’imposta.

 

 

Ma che dire della imposta speciale sugli amministratori delle società? Costoro, oltre a pagare il 35-40% che pagano gli altri, dovranno ancora, sull’eccedenza oltre 10 mila lire, pagare un’imposta particolare, che comincia col 10% e giunge prestissimo al 40%. Se l’amministratore ha 100.000 lire di reddito, facilmente arriva al 75% d’imposta e non se la cava con meno del 65%. Dai due terzi ai tre quarti del reddito sono assorbiti dal tributo. Di fronte a queste forme di vera mania di persecuzione tributaria, il contribuente più onesto ed ossequiente alla legge è spinto a diventare disonesto.

 

 

Perché, di grazia, gli amministratori devono essere fatti bersaglio, in modo speciale, ai colpi del fisco?

 

 

Il loro lavoro non è forse un lavoro nobile e utile come qualsiasi altro lavoro? Sono forse tenitori di postriboli, o predicatori di odio, o di saccheggio o di rivolta a mano armata? Costoro sono soggetti alle sole imposte ordinarie, che non pagano, anche se guadagnano, come non di rado accade le 30, le 50 e le 100 mila lire l’anno, perché gli agenti delle imposte si vergognano o non sanno o non osano tassarli. Gli altri, che spendono la loro giornata lavorando più di ogni loro dipendente, sono colpiti dall’imposta speciale. Di nuovo, chiedesi: perché questa imposta che i nostri vecchi avrebbero senz’altro classificata tra le odiose? L’amministratore di una società in nome collettivo o in accomandita o anonima è un cane rabbioso che merita di essere posto al bando della società, mentre il commerciante singolo, il professionista, l’impiegato che si trovi nelle stesse condizioni, e guadagni l’istessissima somma deve essere risparmiato? Tutto ciò non ha senso, non regge ad alcuna critica ed è spiegabile in un solo modo: nell’odio che la turba degli alti funzionari e degli uomini politici nutre contro coloro che amministrano con successo imprese industriali e commerciali. Questa è un’imposta dettata dall’invidia e dall’ignoranza. In apparenza gitta qualche milione. In realtà è una taglia posta sullo spirito di intrapresa; e cresce il costo e il prezzo dei pochi uomini capaci di gerire bene le imprese industriali. Lo stato incassa 20 milioni: il pubblico paga in aumento del costo delle merci una somma assai più grande. La finanza raddoppia le aliquote su costoro, perché i loro redditi risultano da bilanci e non c’è da far fatica nel cercarli. Cieca e stolta politica, la quale seguita l’andazzo di decenni: pigliar denari a casaccio dove si trovano. Certamente, i denari vengono e subito, in questo modo. Lo osserva il ministro Facta; ma è osservazione a cortissima portata. Non col violare sfacciatamente la giustizia tributaria si tutelano le ragioni dell’erario; ma con l’osservarla, s’intende entro i limiti del possibile. Ed invece noi ci allontaniamo ogni giorno più da quell’osservanza.

 

 

XII

 

Il raddoppiamento della rata della patrimoniale

 

Ad una domanda dell’on. Bevione, membro della Giunta generale del bilancio, ossia di quel corpo, il quale sembra essersi imposto lo stravagante compito di chiedere inasprimenti di tutte le proposte tributarie, anche le più sperequate ed inique, fatte dal governo: «se i contribuenti possano pagare nel 1921 due annualità dell’imposta straordinaria sul patrimonio dato il tracollo subito dai valori di stato e dai titoli industriali e data la paralisi del credito che opprime la vita economica della nazione»; pare che il ministro delle finanze abbia risposto che i calcoli da lui fatti gli permettevano di concludere di sì.

 

 

Chi si contenta gode; e il ministro delle finanze deve essersi contentato di ben smilzi calcoli per dare una risposta così olimpicamente serena. Per difetto suo intrinseco ed irrimediabile l’imposta sul patrimonio, concepita come un prelievo fatto una volta tanto sul patrimonio posseduto dal contribuente ad una certa data, è uno dei tributi più sperequati che si possano immaginare. Essa dice al sole «fermati», e dicendo un’impossibilità , porta all’assurdo. Ha detto alla rendita 3,5 ed al consolidato 5%: state fermi ad 81,27 e ad 87,04; perché io voglio supporre che i vostri possessori abbiano quelle somme di patrimonio. Ed invece rendita e consolidato sono caduti a 65 ed a 67 lire ed ora valgono sulle 75-76. Ha detto alle azioni della Fiat: state ferme sulle 373 lire, alle Terni di rimanere sulle 1234 lire, alle Ansaldo sulle 234, ecc. ecc., mentre ora valgono rispettivamente sulle 270, 760 e 152 circa ed erano cadute assai più giù. La pretesa più bella era ed è che tutti questi valori stessero immobili, sull’attenti, per 10 o 20 anni, per far piacere al tesoro, che deve incassar l’imposta su quei valori: sub specie aeternitatis. Il decreto del 24 novembre aveva cercato di ovviare in parte a queste pazzie, dividendo il periodo di 30 anni in varie sezioni e variando le valutazioni di tanto in tanto. Era ancora la vettura di Negri in confronto alle imposte sul reddito, le quali colpiscono i redditi che di mano in mano si formano; tuttavia il difetto era meno stridente. Ma il temperamento fu tolto e fu fatta l’altra bella pensata che i terreni e le case potessero pagare solo in 20 anni, il che è ragionevole, ma i titoli, perché più vendibili, potessero pagare in 10 anni. Manco a farlo apposta, i fatti si incaricano in pochi mesi di sbugiardare queste fantasticherie professorali. Non c’è nulla, oggi, di meno vendibile, di meno mobile, dei cosidetti titoli «mobiliari». Ogni tanto vi è un po’ di effervescenza; ma appena vengono fuori sul serio titoli in vendita, la quota crolla. Non c’è paese al mondo in cui i titoli mobiliari siano così bassi come in Italia, spesso persino più bassi dei prezzi ante-bellici, sebbene prima si trattasse di lire da 100 centesimi ed oggi di lire da 25 centesimi. Molti fattori determinano il fatto: la paura del bolscevismo, il controllo, l’occupazione delle fabbriche, la nominatività, che si teme, in mano della burocrazia, sia un impedimento alla permutabilità dei titoli, ecc.

 

 

Ma c’entra anche l’ultima stravaganza commessa dal governo: di concentrare in un anno solo il pagamento di due annualità d’imposta. Quei bravi dottrinari, i quali avrebbero voluto che l’imposta dovesse essere pagata in un colpo solo, per costringere alla liquidazione, ossia alla vendita di una parte del patrimonio dei contribuenti, possono essere contenti del successo ottenuto. Fino al patrimonio di 1 milione forse non si arriverà sempre alla necessità della vendita. Chi ha 1 milione di patrimonio e 50.000 lire di reddito, dovrà pagare l’anno venturo per sola patrimoniale 18.700 lire. Se le altre imposte non sono troppo forti e non superano le 10 o le 12 mila lire, egli potrà col resto vivere come una buona famiglia operaia, in cui ci siano due persone che guadagnino il salario di un casellante ferroviario. Chi ha 5 milioni, probabilmente dovrà vendere, dovendo pagare in un anno 156.200 lire di sola patrimoniale ed essendo probabile che egli non riceva nessun dividendo da parecchi dei titoli da lui posseduti. Chi ha 10 milioni quasi certamente dovrà vendere, perché avrà una forte dose di titoli del tipo di quelli che sono ribassati della metà e non daranno dividendo. Supporre un reddito netto da 300 a 400.000 lire è fare un’ipotesi benigna per il 1921. Orbene l’imposta gliene porterà via 391.000 e qualche altra decina di migliaia di lire gli sarà richiesta per altri titoli tributari. Vendere diventerà una assoluta necessità per lui.

 

 

Badisi bene che, facendo queste osservazioni, non si vuol dire che le imposte debbano essere diminuite a carico dei contribuenti dal milione in su. No. Si parte dalla premessa che il contribuente non debba pagare neppure un centesimo di meno. Ma si osserva che è antieconomico, dannoso alla collettività fare pagare, in fretta e con danno grave dei privati, quella stessa somma che meglio, con gli interessi composti, può essere pagata in un periodo lungo. Lo stato ha bisogno di denari subito. E chi dice che col far pagare in fretta, li ottenga sul serio subito? Ciò che accade è un’altra cosa, tutta diversa. Di questi tempi, le banche pagano a milioni e a decine di milioni le imposte per i loro clienti. È chiaro che nessuno vuol vendere i titoli, nonostante l’avviso contrario dei professori. Nessuno vuol vendere, perché non si può vendere se non a prezzi rovinosi. Le banche, per far prestiti ai clienti, chiedono risconti alla Banca d’Italia. E la circolazione aumenta. E – continuiamo con la filastrocca degli e – quella imposta patrimoniale, la quale doveva servire (nell’intenzione della buona gente che l’ha ideata così  , invece di lasciar vivere la patrimoniale perpetua del progetto Meda) a rimborsare i debiti, a ridurre la circolazione, a ridurre i prezzi e tante altre belle cose, serve invece, e fatalmente serve, a far finta di tappare i buchi dell’elemosina del pane, ed è causa di un nuovo aumento di circolazione e di nuovi inasprimenti dei prezzi. Così cade un altro pezzo dal castello incantato creato dal dottrinarismo e dalla demagogia tributaria; e si impara ancora un’altra volta coll’esperienza : che l’imposta straordinaria una volta tanto è un’ubbia e che le sole imposte buone e redditizie sul serio sono le imposte annue, moderate, permanenti. Comunque si chiamino: sul reddito o sul patrimonio.

 

 



[1] Con il titolo Il programma finanziario dell’on. Giolitti [ndr].

[2] Con il titolo Mostrare i denti [ndr].

[3] Con il titolo La politica finanziaria. I propositi e gli atti [ndr].

[4] Con il titolo I progetti finanziari. Il controllo dei prezzi [ndr].

[5] Con il titolo Il disavanzo e i rimedi [ndr].

[6] Con il titolo Politica finanziaria illusoria [ndr].

[7] Con il titolo Finanza e demagogia [ndr].

[8] Con il titolo Il programma finanziario del governo [ndr].

[9] Con il titolo Finanza debole ed empirica [ndr].

[10] Con il titolo Finanza debole ed empirica. I nuovi provvedimenti tributari [ndr].

[11] Con il titolo Continua la politica delle sciabolate tributarie [ndr].

[12] Con il titolo Alienare i titoli per pagare le imposte [Ndr].

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