Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Il programma per la pace di Wilson e la revisione dei nostri programmi doganali[1]

«Corriere della Sera», 10 marzo 1918

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 632-636

 

 

Il terzo dei capisaldi del programma del signor Wilson per la pace mondiale, nuovamente confermato nel messaggio del 12 febbraio, dice: «Soppressione per quanto sarà possibile di tutte le barriere economiche e creazione di condizioni commerciali eguali fra tutte le nazioni che consentiranno alla pace e si associeranno per mantenerla».

 

 

I commenti della stampa economica e finanziaria italiana su questo terzo punto del programma di Wilson si possono distinguere in due categorie. Gli uni hanno creduto opportuno di non darvi importanza, notando che si trattava di affermazioni dottrinarie, le quali non avevano nessuna probabilità di essere tradotte in atto e su cui ci sarebbe stato tempo, ad ogni modo, a discutere pacatamente, prima e dopo la pace. Gli altri hanno esplicitamente dichiarato che i propositi del Wilson non solo erano visionari, ma anche condannabili perché contrari ai più evidenti interessi di una nazione giovane, come l’Italia, la quale avrà d’uopo di chiudere nel dopo guerra le sue porte all’invasione delle merci straniere e principalmente tedesche.

 

 

Tra le due correnti di opinione, la seconda ha il privilegio della franchezza. Trattare da teorico o da visionario il Wilson, solo perché parla e scrive nello stile evangelico caro ai grandi scrittori e politici americani, vuol dire non conoscere la storia americana e l’energia inflessibile dei suoi uomini. Uno dei pochissimi articoli miei di cui io sono, a distanza di tempo, orgoglioso, cosa che, suppongo, qualche rara volta e lecito, fu pubblicato col titolo Apologia di Wilson nella «Voce» del Prezzolini del 13 novembre 1914, quando del Wilson e delle sue note si occupavano in Italia prevalentemente i giornali umoristici. Dimostravo in quell’«apologia» che sulla scena politica nordamericana «non era comparso, dopo Lincoln, nessun presidente così sincero, fedele ai propri programmi, coraggioso e fervido nell’operare come Wilson». In quattro capitalissime questioni: la riforma della tariffa doganale, la riforma della circolazione e delle banche, il trattamento differenziale alla bandiera americana sul canale di Panama e il problema del Messico, il Wilson aveva assunto un atteggiamento nettamente conforme al proprio programma e nettamente contrario agli interessi dei gruppi di minoranza protezionista ed imperialista del proprio paese. Ed aveva fatto trionfare nei fatti il proprio idealismo. In seguito, anche i ciechi hanno veduto che le note del Wilson alle potenze belligeranti erano redatte secondo un programma e finivano in fatti tangibili. Non vi è perciò nessuna ragione per credere che il terzo punto del programma di pace del Wilson sia stato scritto, come purtroppo si usava in Italia dagli uomini politici in voce di furberia, solo per fare bella figura. No. Quel punto condensa un proposito chiaro, preciso del presidente, che questi si sforzerà con ogni sua possa di tradurre in realtà. Sarebbe un vivere nelle nuvole immaginare che l’Europa possa non tener conto di quel proposito.

 

 

Quel punto, giova riconoscerlo, è in netto contrasto con alcuni dei deliberati della conferenza economica degli stati dell’intesa tenuta a Parigi dal al 17 giugno 1916, e con le conclusioni di commissioni governative e private italiane a proposito dei futuri trattati di commercio.

 

 

Dicevano le conclusioni della conferenza di Parigi per il periodo del dopo guerra che i paesi alleati dovevano cercare di rendersi indipendenti in modo permanente dai paesi ora nemici sia per ciò che concerne le sorgenti di rifornimento delle materie prime e dei manufatti essenziali sia per ciò che riguarda la loro organizzazione commerciale, finanziaria e marittima; ed aggiungevano che per un certo periodo di tempo il commercio con le potenze ora nemiche dovrà essere sottoposto ad un trattamento speciale, assoggettando le merci originarie da quei paesi a divieti o ad un regime efficace di protezione.

 

 

Sulle orme della conferenza di Parigi, in Italia la commissione reale per lo studio del regime doganale e dei trattati di commercio faceva voti, il 22 maggio 1917, a favore di una tariffa a due colonne: l’una con dazi più elevati, da applicare su tutti gli stati, i quali non ci accordino il trattamento più favorevole, l’altra con dazi minori da applicarsi, in tutto od in parte, agli stati dai quali si sia ottenuto un trattamento di favore. E complicava la sua proposta in modo che, come dimostrò benissimo l’on. Giretti alla camera, le tariffe doganali sarebbero state cinque o sei, se non più, a seconda del grado di amicizia dei vari paesi esteri col nostro. I voti della commissione reale erano stati preceduti da voti analoghi del comitato nazionale per le tariffe doganali, che in Milano il 24 aprile 1917 si pronunciava in favore di una tariffa doganale doppia ed eventualmente multipla.

 

 

Il contrasto fra il programma del Wilson e quello della conferenza economica di Parigi, accolto dalla nostra commissione reale, non potrebbe essere più stridente. È il vecchio contrasto fra libertà degli scambi ed uguaglianza di trattamento da un lato e protezionismo ed esclusione dall’altro.

 

 

Dice il programma che chiamerà, per brevità e per andare al concreto, della nostra commissione reale: dopo la pace politica, farà d’uopo continuare nella guerra economica; escludendo con tariffe alte i prodotti degli attuali nemici ed applicando tariffe degradanti ai neutrali, agli attuali alleati ed alle nostre colonie.

 

 

Dice, invece, Wilson: se pace politica non vi sarà e se dopo la pace vi saranno nazioni le quali non aderiranno ai mezzi escogitati ed alla lega la quale si dovrà istituire per mantenerla, contro le nazioni nemiche o proterve vi sarà anche la esclusiva economica. Ma se la pace politica verrà e se sarà pace giusta, tale che le nazioni possano associarsi per mantenerla, non vi dovrà essere strascico di guerra economica. Le barriere economiche, per quanto sarà possibile, dovranno essere soppresse e si dovrà concedere in tutti i paesi uguaglianza di trattamento commerciale a favore di tutte le nazioni associate.

 

 

Sto senz’altro per la formula Wilson e considero l’altra formula dannosa al nostro paese. La discussione potrebbe essere lunga, dovendo fermarsi su molti punti complicati, i quali non possono essere neppure sfiorati in breve spazio. Basti il dire per ora che questa sanguinosa guerra sarebbe stata inutile se lasciasse le nazioni d’Europa chiuse in se stesse, nemiche le une alle altre, in guerra economica non solo tra ex nemici, ma anche tra ex alleati. Molto acconciamente in uno degli ultimi numeri l’«Economist» di Londra dichiara: «È assolutamente impossibile immaginare una tariffa doganale la quale sia compatibile con una pace durevole e con le buone relazioni fra le nazioni. Attriti e contrasti, anche tra paesi i quali hanno combattuto con noi nella guerra presente per la medesima causa, sarebbero il risultato fatale dell’applicazione, in qualsiasi forma, delle screditate risoluzioni di Parigi». Se la guerra presente dovesse finire in una guerra economica, preparatrice di nuove e più sanguinose guerre, forse tra gli stessi paesi alleati d’oggi, in un avvenire non lontano, si dovrebbe davvero, a parer mio, concludere al fallimento della civiltà moderna.

 

 

Noi non possiamo rinunciare, in nessun modo e sotto nessun pretesto, all’arma più formidabile che abbiamo contro gli imperi centrali: che è l’arma della carta economica di guerra. Ma per poter maneggiare efficacemente quell’arma, fa d’uopo dire, come fa il Wilson, al nemico: o voi persistete nel negare la pace giusta e voi avrete la guerra economica o voi consentite alle esigenze del programma della pace giusta e sarete trattati a parità d’ogni altro paese nei futuri trattati di commercio. Questo è un parlare fiero, aperto, veramente minaccioso e perciò sensato, che può essere schernito come ideologico soltanto da coloro che immaginano contrasti inesistenti fra teoria e pratica allo scopo di conseguire scopi particolari contrastanti con l’interesse generale.

 

 

Ma volere, come fa la nostra commissione reale per i trattati di commercio, continuare in pace la guerra economica è un volere allontanare la pace per ragioni che non hanno niente di comune con il conseguimento dei fini ideali nazionali che noi ci proponemmo entrando in guerra. Hanno pensato gli uomini di governo alla gravissima responsabilità che essi si assumerebbero se accettassero le risoluzioni della commissione reale, ché a me parvero sempre frettolose ed irriflessive, ma oggi tanto più debbono essere giudicate tali alla luce dei nuovi fatti e passate attraverso il crogiuolo del programma, in materia economica cristallino, del signor Wilson?

 

 



[1] Ristampato parzialmente nella premessa redazionale de I programmi doganali e gli interessi delle Puglie, in «L’Avvenire delle Puglie», Bari, a. 2, n. 96, 7 aprile 1918.

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