Il programma

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 09/03/1901

Il programma

«La Stampa», 9 marzo 1901

 

 

 

Le dichiarazioni lette dall’on. Zanardelli non sono state accolte con soverchio entusiasmo.

 

 

Chi volesse indagare tutte le cause che possono aver concorso a questo risultato dovrebbe fare una analisi sottile della psicologia degli uomini e dei gruppi che compongono il nostro Parlamento; e forse l’analisi condurrebbe a mettere in luce atteggiamenti e motivi d’azione multiformi. Ma nel caso presente può affermarsi con sicurezza che – accanto a tutti gli svariati motivi che determinano un certo atteggiamento parlamentare – vi è una causa fondamentale dello scarso successo del programma finanziario del nuovo Ministero.

 

 

Grandi erano state le speranze che al suo apparire aveva destato il Ministero. Ancor freschi erano i ricordi dei discorsi tenuti dentro e fuori della Camera da alcuni attuali ministri, i quali delineavano, dal loro scranno di deputato, tutto un vasto programma di riforme tributarie a sollievo dei miseri ed a rigenerazione della operosità italiana. Nei giorni passati si erano lasciate spargere per mezzo della stampa – senza alcuna autorevole smentita – notizie di sgravi a larga base sul dazio consumo, sul sale e qualcuno aggiungeva anche sul petrolio, per 50, 60 e persino 80 milioni di lire.

 

 

Era naturale che l’opinione pubblica ed i deputati giunti da poco dalle province, dove più vivo e continuo è il contatto colla popolazione, avessero concepito speranze notevoli; e rimanessero quindi alquanto disillusi quando il capo del Governo annunciò un programma di sgravi limitato a 21 milioni.

 

 

Proposti da un altro Ministero, venuto su con un programma più modesto, ventun milioni sarebbero sembrati molti. Provenendo di un Gabinetto il quale aveva voluto accentuare il suo carattere riformatore, che aveva voluto assumere un colorito vivo di democrazia e di innovazioni, parvero pochi. Onde la freddezza del Parlamento ed i commenti non entusiastici della pubblica opinione.

 

 

La quale ricordò che già altri Ministeri avevano presentato proposte di sgravi che se non giungevano ai ventun milioni, non se ne discostavano però molto, come accadeva negli omnibus finanziarii del Carcano e del Vacchelli nel 1899, del Chimirri e del Rubini nel 1900, dai quali parecchie proposte l’attuale Ministero ha accettato quasi nella sua interezza. Sarebbe ingiusto rimproverare il Ministero di non aver mantenuto talune promesse che esso riconobbe inattuabili in pratica; ma la disillusione seguita al programma ministeriale ci prova come i governanti si debbano ognora studiare di dire meno di quello che essi sappiano di poter fare e di fare più di quanto non abbiano detto.

 

 

E ciò non perché la sincerità non sia un bene grande; ma perché l’esperienza ammaestra che purtroppo spesso non è possibile, per necessità di cose e per circostanze imprevedibili, compiere tutto il bene desiderato; talché sia consigliabile essere parchi nelle promesse per poter fare più di quanto si prometta.

 

 

Ove il programma del Governo si voglia esaminare sotto l’aspetto suo intrinseco, – lasciando da parte le maggiori speranze che il suo sorgere aveva fatto nascere, – è certo che esso rappresenta una buona tendenza ed un passo notevole sulla via delle riforme tributarie.

 

 

Non tutti forse saranno contenti della scelta fatta per dare inizio agli sgravi tributarii. Ma poiché scegliere era pur necessario, sembra a noi che l’abolizione della cinta daziaria nei Comuni minori e l’abolizione del dazio sulle farine siano provvedimenti giusti e provvidi per le classi meno favorite dalla fortuna.

 

 

Forse sotto l’aspetto politico sarebbe stato opportuno – poiché la riforma dei dazi consumo tornerà sovratutto giovevole all’Italia meridionale – compiere qualche riforma la quale riuscisse utile eziandio all’Italia settentrionale. è noto infatti come il dazio sulle farine e sui farinacei produca in tutto quasi 31 milioni, di cui 7,1 nel Settentrione, 4,6 nel Centro e 19,2 nel Mezzogiorno.

 

 

Supponendo che le proporzioni siano le stesse nei Comuni sgravati, rimane evidente che il beneficio massimo delle riforme proposte sarà per il Mezzogiorno; e che il bilancio generale dello Stato, a cui tutte le regioni d’Italia contribuiscono, dovrà distribuire i suoi sussidii più nei Comuni meridionali che nei settentrionali.

 

 

È indubbio che le riduzioni d’imposta debbono cominciare dai più gravati; e poiché i Comuni del Mezzogiorno sono maggiormente colpiti dai dazi consumo, noi siamo ben lontani dal voler muovere obbiezioni, per motivi regionali, contro una riforma che reputiamo giusta.

 

 

Il che non toglie che politicamente sarebbe apparsa consigliabile una riforma giovevole anche sensibilmente al Settentrione per togliere le eventuali opposizioni, di cui qualche timido accenno si è pure già visto nella prima seduta della Camera.

 

 

Quanto alle proposte compensatrici per le finanze dello Stato, è da approvarsi il proponimento di non fare nuovi debiti, né palesemente, né sotto forma larvata, a fine di non scuotere la reputazione del Tesoro italiano presso i creditori ed indebolire i corsi della Rendita, che tanto bisogno hanno di essere tenuti saldi.

 

 

E poiché a qualche nuovo sacrificio per compensare gli sgravi bisognava decidersi, è bene che il sacrificio si chieda alle classi elevate, mediante un’imposta progressiva sulle successioni. Sarebbe stato consigliabile in questa occasione escogitare qualche mezzo per colpire la ricchezza mobiliare, la quale ora sfugge quasi completamente all’imposta successoria. Su 8 miliardi di titoli al portatore ben 6 miliardi e mezzo, secondo i calcoli dell’ex ministro Rubini, rimangono esenti all’imposta di successione.

 

 

Ciò è ingiusto, e, per quanto l’impresa appaia difficile, si dovrà pure un giorno o l’altro pensare al modo di porvi riparo. Un punto su cui maggiormente si addensano i dubbi è quello relativo alla sufficienza dei mezzi indicati dal Ministero per sopperire ai 21 milioni di sgravi.

 

 

È vero che questi cominceranno ad aver effetto dal 1.o gennaio 1902 – altro danno questo per la loro efficacia politica e pratica; – e che perciò gli avanzi eventuali del 1901 potranno essere accumulati come un fondo di riserva per gli sgravi.

 

 

Ma – non volendo tener conto di questa incerta circostanza – non sembra che i 6 milioni e mezzo dell’imposta di successione; il milione e mezzo del marchio obbligatorio, dei contratti di borsa; e 2 milioni di economie; i 2 milioni di meno per la marina mercantile siano bastevoli all’intento. Alle spese per la marina si provvederà con il provento del plusvalore della rendita della Cassa depositi e prestiti; e si possono perciò trascurare. Però, alla differenza fra i 21 milioni di sgravi ed i 12 milioni di maggiori entrate o minori spese, come si provvederà? Col naturale incremento delle entrate, si risponde.

 

 

A noi tale criterio non sembra del tutto opportuno. Non è bene ipotecare fin d’ora l’avvenire, in modo da togliere ogni elasticità ai bilanci futuri.

 

 

E poi siamo sicuri che gli avanzi ci saranno e che il gettito delle imposte crescerà? È cresciuto bensì negli ultimi anni per l’incremento della ricchezza italiana. Ma parecchi motivi vi sono, i quali fanno dubitare che l’incremento abbia a continuare in futuro.

 

 

In quasi tutti gli Stati al periodo di grande prosperità è successo recentemente un periodo di sosta che potrebbe essere duratura e potrebbe ripercuotersi sull’Italia. Noi dobbiamo, inoltre, rinnovare i trattati di commercio, le convezioni ferroviarie e non sappiamo quali sorprese ci siano preparate da questo conto.

 

 

Fare a fidanza sull’incremento delle entrate ci sembra perciò pericoloso. La prudenza non è mai troppa in siffatti argomenti. Questo il nostro giudizio sul programma finanziario del Ministero; giudizio che vorrà essere completato, quando ci saranno noti nei particolari le proposte di legge, fra cui importantissima quella relativa ai sussidii ai Comuni; sulla quale ritorneremo ampiamente.

 

 

Quale abbia ad essere il giudizio della Camera noi non sappiamo. Vogliamo solo notare come fin dalla prima seduta si abbia avuto la conferma di quello che tante volte abbiamo ripetuto su queste colonne: essere l’amicizia dell’Estrema Sinistra infida, e malsicuro il suo appoggio. I discorsi di Ferri e Sacchi andarono dalla diffidenza alla vigilanza, le quali, per essere benevole, non cessano di essere altresì sospettose. L’on. Ferri aggiunse ancora che non avrebbe votato un centesimo di nuovi aggravi. Ed allora chi voterà le nuove imposte?

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