Il pronunciamento dei comuni

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 30/03/1905

Il pronunciamento dei comuni

«Corriere della Sera», 30 marzo 1905

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 203-206

 

 

Quando i rappresentanti dei comuni italiani si radunarono a congresso nello storico salone dei dugento a Palazzo vecchio di Firenze, pochi si immaginavano che le adunanze sarebbero state così burrascose e che per poco non si sarebbe andati a finire col «colpo di scure» dello sciopero in massa delle amministrazioni comunali. Colpa del manipolo repubblicano-socialista, si dirà, che voleva spingere le cose agli estremi. Ed è vero; ma solo in parte, poiché si videro anche uomini temperati manifestare propositi forti, se pure non estremi, e pronunciare parole vivacissime.

 

 

Quale dunque la ragione di tutta questa nuovissima agitazione, che si aggiunge alle altre molte che angustiano la vita presente italiana? Per spiegare le cose compiutamente, bisognerebbe risalire assai indietro, alle prime leggi votate dal parlamento per disciplinare le spese comunali. Sarebbe un discorso assai lungo, e che si può del resto riassumere in poche parole: lo stato di fronte ai comuni non ha saputo far altro che togliere loro entrate da una parte e rovesciare su di essi nuove spese generali e non locali. Purtroppo le finanze italiane hanno attraversato momenti assai brutti; e lo stato, in quasi tutte quelle occasioni, per evitare l’impopolarità di aumentare troppo le sue imposte e di ridurre le spese, ha trovato più comodo togliere ai comuni imposte prima ad essi assegnate e fare loro pagare funzioni di stato. Ricorderemo soltanto, fra le imposte tolte ai comuni, il caso dell’imposta di ricchezza mobile, su cui i comuni potevano sovraimporre 50 centesimi addizionali quando l’aliquota allo stato era dell’8% del reddito; e che dapprima fu avocata tutta allo stato, lasciandosi ai comuni un decimo dell’imposta esatta per ruoli, finché anche quest’ultima partecipazione fu tolta. Quanto alle spese sue, che lo stato accollò ai comuni, sarebbe troppo lungo farne l’elenco. Diremo soltanto che un giorno il governo parve in proposito rinsavire, e fu quando – dietro le insistenze dei comuni oberati di debiti – introdusse nella nuova legge comunale e provinciale del 1888 un articolo 79 (272 del testo unico del 1889), in cui parecchie di quelle spese venivano avocate di nuovo – secondo giustizia – allo stato.

 

 

«Cesseranno – recitava quell’articolo – di far parte delle spese poste a carico dei comuni e delle provincie dal primo gennaio 1893:

 

  • le spese pel mobilio destinato all’uso degli uffizi di prefettura e sottoprefettura, dei prefetti e dei sottoprefetti;
  • le spese ordinate dal R. decreto 6 dicembre 1865 sull’ordinamento giudiziario;
  • le spese ordinate dalla legge 23 dicembre 1875 per la indennità di alloggio ai pretori;
  • le spese ordinate dalla legge 20 marzo 1865 relative al personale ed al casermaggio delle guardie di pubblica sicurezza, come pure le spese per le guardie di pubblica sicurezza a cavallo in Sicilia;
  • le spese per l’ispezione delle scuole elementari;
  • le spese delle pensioni agli allievi e alle allieve delle scuole normali, attualmente a carico della provincia».

 

 

L’articolo non era gran cosa; ma era un indizio di rinsavimento; e sembrava esplicito per quanto la attuazione ne fosse rinviata al 10 gennaio dei 1893.

 

 

I comuni pur troppo avevano fatto i conti senza ricordarsi delle necessità rinascenti del bilancio dello stato. Ai 3 di luglio 1892 una leggina proroga l’attuazione dell’articolo 272 a date variabili dal 1894 al 1898; né basta, poiché una legge del luglio 1894, per tagliar corto, sospende l’applicazione del famigerato articolo «fino a nuova disposizione legislativa». Una più chiara mancanza di parola dello stato di fronte ai comuni non s’era mai vista. I comuni pazientarono, supponendo che i tempi tristi impedissero allo stato di adempiere alle promesse fatte in leggi solennemente promulgate. Vennero però gli anni buoni per la finanza italiana, vennero gli avanzi, e della «nuova disposizione legislativa» non si sentì più parlare. Anzi; il ministero Giolitti – forse immaginandosi di avere regalato ai comuni, con la sua legge sulla municipalizzazione, il toccasana di tutti i loro mali ed una fonte inesauribile di redditi – pensò subito scontarne gli effetti, accollando, coll’ultima legge per l’aumento del numero degli agenti di pubblica sicurezza, nuove spese ai disgraziati comuni.

 

 

Ecco, in brevissimo riassunto, perché i 700 rappresentanti dei comuni italiani hanno usato un linguaggio così acceso nei giorni scorsi a Palazzo vecchio di Firenze. Essi sono indignati tutti – dai cattolici ai socialisti, dai conservatori ai repubblicani – contro lo stato invadente e mancatore di parola, contro la sorveglianza minuta e noiosa che li opprime e non riesce a impedire mai le malversazioni, ed oppongono al quadro ridente degli avanzi del tesoro lo spettacolo triste del debito comunale ognora crescente e del fallimento provocato dalle leggi del parlamento.

 

 

Né è possibile a noi – come a nessun giudice imparziale – negare che il tumultuoso comizio fiorentino abbia avuto ragione nel protestare fieramente contro la noncuranza governativa e nel rammentare al parlamento che esso deve mettersi a lavorare seriamente se il paese non deve cadere in grave disordine. Ha avuto però anche ragione la maggioranza dei congressisti nel respingere l’ordine del giorno Comandini che, imponendo le dimissioni in massa a giorno fisso, avrebbe organizzata ed inasprita quell’anarchia, che tutti desideriamo possa essere tenuta lontana. Le dimissioni in massa – anche se, per impossibile potessero seriamente attuarsi – non gioverebbero per nulla a raggiungere gli scopi che i comuni si propongono: metterebbero l’opinione pubblica, malcontenta di vedere i municipi in mano di commissari regi, contro le legittime aspirazioni locali; ed indurrebbero il parlamento alla resistenza. Le dimissioni in massa potranno giovare ai partiti estremi, dove essi sono al potere, cavandoli dall’imbarazzo di amministrare la cosa pubblica; non ai comuni, i quali hanno tutto da guadagnare da una agitazione seria a favore del progetto Mariotti per una sistemazione razionale della irritante questione delle spese comunali. Il parlamento non resiste mai alle pressioni locali anche se ingiustificate; e non è da temere che possa negare ai comuni insieme fortemente riuniti il soddisfacimento di una solenne promessa oramai consacrata dalla legge. Dopo tutto, l’agitazione dei comuni ha un carattere ben diverso dalle agitazioni dei ferrovieri, degli

impiegati delle poste e telegrafi, ecc. ecc. Questi vogliono accrescere i propri stipendi a spese dei contribuenti, i quali, avendo sofferto e soffrendo ancora in silenzio, hanno un ben maggior diritto a partecipare agli avanzi di bilancio. Quelli vogliono che lo stato faccia lui certe spese sue che rovinano i comuni a cui indebitamente sono state accollate. In sostanza sono i contribuenti comunali che, vista l’incapacità dei contribuenti di stato a farsi sentire, pensano di non volere pagare più le imposte necessarie a soddisfare certe spese a cui è sufficiente l’avanzo del bilancio di stato. Contribuenti attivi contro contribuenti silenziosi: a questo siamo ridotti in Italia di dover considerare un contrasto in se stesso così poco simpatico come un minor male dell’altra lotta fra ferrovieri aggressivi e stato debole rappresentante degli interessi della collettività!

 

 

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