Il protezionismo e la prosperità inglese

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. III

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 21/09/1913

Il protezionismo e la prosperità inglese

«Corriere della Sera», 21 settembre 1913

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.III, Einaudi, Torino, 1960, pp. 560-561

 

 

 

 

Signor direttore,

 

 

Il senatore Pasquale Villari, nell’eloquente e bellissimo articolo su Due nuovi libri sull’Inghilterra ha fatto sua una credenza assai diffusa sul continente di Europa, secondo cui l’Inghilterra avrebbe raggiunto col protezionismo una grande prosperità industriale e commerciale; e sarebbe divenuta sostenitrice del libero scambio soltanto dopo riuscita ad essere così – ossia colla precedente politica protezionista – la prima e più ricca nazione del mondo.

 

 

Io non voglio affliggere i lettori del «Corriere» con una discussione, la quale, dopo tutto, ha importanza sovratutto storica ed interessa praticamente solo i liberisti nelle nostre continue querele contro i protezionisti. Mi dia concesso però di rilevare – guardando il problema da quell’alto punto di vista storico da cui si è posto il senatore Villari – che la credenza universalmente accolta sul continente europeo non sembra a molti storici imparziali avere il fondamento dei fatti. Sta di fatto che, prima delle grandi riforme doganali di Roberto Peel, l’Inghilterra menava una vita industriale travagliata, che le crisi si succedevano alle crisi, che la disoccupazione infieriva in misura oggi ignota, che la conquista dei mercati stranieri era assai meno sicura di quanto oggi non si creda; che il primato industriale inglese era così poco riconosciuto, che Ledru-Rollin poteva scrivere un libro lugubre sulla decadenza dell’Inghilterra. Sta di fatto che i trionfi della industria inglese nella seconda metà del secolo XVIII e nel primo terzo del secolo XIX sono da molti storici attribuiti non al protezionismo, il quale avrebbe anzi ritardato quei progressi, ma all’utilizzazione crescente delle miniere di carbon fossile e di ferro e ad altre cause economiche. Per citare un solo scrittore italiano in proposito, ricorderò che, in una memoria, che io ho avuto l’onore di presentare all’Accademia delle scienze di Torino, intorno al problema del combustibile in Piemonte nel secolo XVIII, Giuseppe Prato dimostrò che fino verso la fine del secolo XVIII la lotta per la supremazia industriale tra i paesi continentali e l’Inghilterra sembrava pendere più a favore del continente, ricco di boschi, che dell’Inghilterra, dove quei boschi erano già stati distrutti. La lotta fu decisa con la vittoria dell’Inghilterra solo con l’affermarsi vittorioso del carbon fossile. Con le quali osservazioni non affermo senz’altro che i liberisti abbiano ragione nel considerare come una leggenda la diffusa opinione suffragata ora dalla grande autorità di Pasquale Villari. Parmi certo soltanto trattarsi di un problema storicamente ancora assai controverso.

 

Luigi Einaudi

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