Il punto dell’oro

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 04/10/1902

Il punto dell’oro

«La Stampa», 4 settembre 1902

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 502-506

 

 

Le borse del primo giorno di settembre hanno salutato il ritorno di un fenomeno che da una quindicina d’anni più non si ricordava: il cambio ridotto al punto dell’oro.

 

 

Ai lettori poco pratici del linguaggio di borsa occorre una spiegazione. La cifra che sui listini di borsa si vede indicata col nome di cambio, per esempio 100,40, indica la somma che occorre dare in valuta legale di un paese per avere una tratta pagabile su una piazza straniera, per esempio Parigi, in confronto della quale si indica il cambio. Paesi la cui circolazione metallica è ottima si trovano talvolta nella condizione di dover pagare un cambio per avere divise estere. Ciò dipende dalle domande e dalle offerte di divise. Il cambio non può tuttavia superare – nei rapporti fra paesi a circolazione sana – certi punti che si dicono i punti dell’oro. Tra la Francia e l’Italia si ritiene che il cambio possa oscillare al massimo fra 99,55 e 100,45 il che vuol dire che per aver una divisa estera (cambiale di prim’ordine) pagabile a Parigi non si possono dare meno di 99,55 lire italiane e non più di 100,45. Questo, s’intende, quando la circolazione sia sana, ossia in Italia ed in Francia circolino a perfetta parità biglietti fiduciari e monete d’oro. Lo sconto massimo del cambio dalla parità di 100 può essere di 45 centesimi, rappresentanti la somma di spese di trasporto, assicurazione, ecc. necessarie ad inviare 100 lire d’oro dalla Francia in Italia e viceversa. Infatti se il cambio scendesse al disotto di 99,55 ossia si dessero meno di lire 99,55 per un effetto di 100 franchi pagabile a Parigi, converrebbe mandare l’effetto a Parigi, incassare i 100 franchi in oro e poi spedirli in Italia con una spesa di 45 centesimi, ricavando nette dall’operazione in Italia almeno 99,55 lire in oro. Se il cambio aumentasse al disopra di 100,45, ossia se per avere un effetto su Parigi bisognasse pagare di più di quella somma, converrebbe alla persona obbligata a fare un pagamento di 100 franchi in oro a Parigi, prendere 100 lire oro, spedirle a Parigi con una spesa di 45 centesimi e così evitare la compra dell’effetto.

 

 

Due sono dunque i limiti – massimo e minimo – del cambio, i cosidetti punti dell’oro, fra due paesi a circolazione sana; ed è evidente che quando il cambio non supera il punto dell’oro massimo, noi siamo in un paese a circolazione monetaria sana, ove l’oro può circolare a condizioni di perfetta uguaglianza col biglietto fiduciario. Infatti oggi che in Italia il cambio è a 100,40, nessuno vorrà dare per 100 lire di oro più di 100,45 lire in carta; poiché per le contrattazioni interne varrebbe meglio servirsi della carta a corso legale e per le contrattazioni esterne, per trovare convenienza a spedire l’oro, bisognerebbe pagarlo 100,40 sotto deduzione della spesa occorrente a spedirlo e ad assicurarlo, ossia dei 45 centesimi di scarto. Altrimenti converrebbe più spedire effetti esteri pagabili a Parigi, che sul mercato si trovano a 100,40.

 

 

Come va allora, chiederà alcuno dei lettori, che in Italia, da una quindicina d’anni, il cambio sia stato superiore, e talvolta di assai, al limite insorpassabile di 100,45? E come va che solo ora, dopo tanto tempo, noi siamo ritornati a quel punto dell’oro che non avrebbe dovuto essere sorpassato mai?

 

 

Dare una risposta precisa ad una domanda di questo genere in un articolo di giornale non è cosa facile; né vogliamo far tanto, contenti di poter chiarire il fenomeno solo in via approssimativa, in modo comprensibile ai più, anche se non del tutto corretto in tutti i particolari dal punto di vista scientifico.

 

 

Si suol dire che il motivo per cui il cambio può superare le lire 100,45 e convertirsi in aggio, sia la proclamazione del corso forzoso dei biglietti delle banche di emissione e dello stato. Così in Italia sino a che le banche cambiarono a vista i loro biglietti in oro, il cambio non poté superare il punto dell’oro e l’aggio comparve e crebbe quando il cambio a vista dei biglietti in oro fu in via di fatto soppresso. La spiegazione ha un certo fondamento di verità, poiché è evidente che se i biglietti si cambiano a vista in oro dalle banche, il cambio non può, per le cose già dette, superare il punto dell’oro. Ma può benissimo darsi che esista ancora il corso forzoso e che il cambio non superi 100,45.

 

 

Nel momento presente dura in Italia in vigore la legge sonniniana del 22 luglio 1894, la quale esenta lo stato e gli istituti di emissione dall’obbligo del cambio del biglietto in oro a vista ed al portatore, e ciò non ostante il cambio si mantiene entro i limiti normali. In Francia il corso forzoso durò in vigore dopo la guerra del 1870, per parecchi anni, e durante quel tempo ben di rado il punto massimo dell’oro fu superato; malgrado la mancanza del cambio a vista, l’oro continuava a circolare a perfetta parità colla carta.

 

 

Non basta dunque che il corso forzoso sia proclamato in un paese, perché l’oro fugga ed il rialzo dell’aggio stia ad indicare il sovrappiù in carta che occorre dare per avere 100 lire d’oro, come non è necessario che il corso forzoso sia formalmente abolito con una legge perché l’oro ritorni. Nessuna legge fu votata dal parlamento, e tuttavia l’oro sta ritornando a grandi passi in Italia; mentre nel 1884 si decretò solennemente l’abolizione del corso forzoso e si spesero 644 milioni per comprare oro e portarlo in Italia; e tuttavia tre anni dopo l’oro era di nuovo tutto scappato via.

 

 

Sinché le banche continuano a cambiare i biglietti in oro il cambio non supererà il punto dell’oro. Ma nessuna forza al mondo potrà consentire alle banche di prolungare il cambio dei biglietti a vista quando esse abbiano emessi troppi biglietti. In Italia poco importò che nel 1884 si introducessero 644 milioni di lire in oro per provvedere al cambio dei biglietti. Siccome di biglietti se ne erano emessi troppi; e siccome quando vi sono due monete in circolazione, – una cattiva esuberante (biglietti) ed una buona d’oro, – è sempre la cattiva che scaccia la buona; così nulla poté impedire – nemmeno la proclamazione dell’abolizione del corso forzoso – che l’oro se ne andasse via, come era venuto. E quanto più la quantità di biglietti circolanti superava il fabbisogno del paese, tanto più il loro valore sviliva di fronte all’oro e l’aggio aumentava. Se la emissione di biglietti fosse cresciuta ancora e gli affari del paese si fossero ristretti ancora più, l’aggio avrebbe potuto aumentare al di là del 16% a cui giunse, ed arrivare al 400-500%, a cui giunse nell’Argentina, od alle cifre spaventevoli della Francia all’epoca degli assegnati. All’aumento dell’aggio non vi è alcun limite a priori prefissabile.

 

 

Oggi invece l’aggio è scomparso e l’oro si scambia a parità colla carta, sovratutto, riteniamo noi, per una causa fondamentale, del resto molto complessa. In questi ultimi anni lentamente la ricchezza italiana si è andata a grado a grado sviluppando, gli scambi si sono intensificati sia nell’interno del paese, sia nei rapporti coll’estero; e mentre dieci anni fa 1.500 milioni di biglietti in carta erano esuberanti e svilivano, adesso 1.629 milioni sono a malapena sufficienti e lasciano persino di quando in quando un vuoto che deve essere colmato dall’oro che ritorna. Altre cause – come la maggiore fiducia nello stato e nel tesoro italiano, la rallentata e quasi terminata importazione di nostri titoli di debito dall’estero; la accresciuta esportazione di merci; e la accresciuta quantità di rimesse di emigranti e di pagamenti di forestieri – hanno giovato allo scopo; sintomi del consolidarsi della ricchezza nazionale e dell’intensificarsi degli affari.

 

 

Non perciò ci dobbiamo addormentare sugli allori conquistati. Tutt’altro. La cifra attuale della circolazione cartacea – 1.629 milioni – è pur sempre pericolosamente alta. Basterebbe un lieve regresso nel movimento economico per renderla di nuovo esuberante e ripiombarci sulle delizie dell’aggio. Si dice che il pericolo dell’alta circolazione è scemato poiché la proporzione della riserva metallica è cresciuta dal 39 al 49% per i biglietti delle banche e dal 0 al 30% per i biglietti di stato. Ottima provvidenza di certo; ma che da sola non basta. Se bastasse aumentare la riserva per premunirsi dell’aggio, allora il paese più sicuro dovrebbe essere la Spagna dove la riserva è fortissima. In realtà la riserva è utile soltanto quando serve all’effettivo cambio dei biglietti; ma quando deve essere conservata sotto triplice chiave, equivale ad una miniera d’oro situata nel centro della terra, ossia non serve a nulla. Noi ameremmo meglio vedere la riserva diminuire, purché si bruciassero duecento milioni di biglietti. Allora veramente si sarebbe posto uno schermo efficace al ritorno offensivo dell’aggio. Allora soltanto il corso forzoso potrebbe ritenersi abolito di fatto definitivamente, il cambio potrebbe essere tenuto entro i punti dell’oro in guisa permanente e la permuta a vista dei biglietti in valuta metallica potrebbe effettuarsi senza pericolo per le banche.

 

 

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