Il punto essenziale

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 05/07/1925

Il punto essenziale

«Corriere della Sera», 5 luglio 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 352-355

 

 

 

Il comunicato ufficioso sui risultati del convegno tra il presidente del consiglio e le rappresentanze industriali ha messo in chiaro come il fattore di gran lunga preponderante del rialzo dei cambi verificatosi tra il 27 giugno ed il primo luglio sia stato «un panico ingiustificato, che ha invaso il mercato». Fattore psicologico, dunque; il quale si è sostituito alla considerazione puramente economica del problema. Da questo punto di vista, il comunicato constata «come la situazione economico finanziaria dell’Italia non sia affatto peggiore di due o tre mesi fa». Credo sia bene insistere su questo punto della assenza di differenze percettibili fra la situazione esistente quando la sterlina valeva 100 lire e quella esistente nel momento in cui, per un minuto, poco mancò toccasse 150 lire ed oggi, in cui batte sulle 137 lire. Ricavo, dal conto del tesoro al 31 maggio 1925 le seguenti cifre:

 

 

Ribasso totale circolante dei biglietti di banca e di stato(in miliardi di lire) Prezzo della sterlina
31 dicembre 1923 19,7  
30 giugno 1924 19,9 Media del I semestre 1924 98,96
31 dicembre 1924 20,5 Media del II semestre 1924 103,88
31 maggio 1925 19,8 Media maggio 1925 119,56
    1 luglio 1925 144,15
    3 luglio 1925 137,90

 

 

Volendo, come ne avrei il dovere, essere esattissimo, dal punto di vista scientifico, dovrei cominciare a chiarire tutti i caratteri differenziali, italiani ed esteri, economici e politici, attuali e previsti, i quali possono influire sull’apprezzamento di una moneta; e poiché tutto ciò che accade al mondo ha una causa o molte cause, si dovrebbe finire per farsi un’idea della causa o delle cause le quali hanno provocato le ricordate variazioni dei cambi. Ma qui io non faccio una dissertazione scientifica. Voglio solo fare osservare che le variazioni amplissime verificatesi non hanno, come ben dice il comunicato citato dianzi, una causa economica o, se l’hanno, questa è secondaria di fronte al fattore psicologico.

 

 

Quale è, invero, la cifra la quale riassume, per così dire in un foco, tutte le possibili circostanze economiche e finanziarie? Indubbiamente è la cifra della circolazione totale dei biglietti. So bene, che volendo essere scrupolosissimi, si può disputare anche su di ciò; ma, prendendo le cose in generale, quella è la cifra significativa e dominante.

 

 

Che cos’è invero un biglietto? È una merce, come l’oro, come il frumento, come il ferro.

 

 

A parità di domanda, a parità di ogni altra circostanza, come può il prezzo di una merce, come può dunque il prezzo del biglietto deprezzare se la quantità messa sul mercato non muta?

 

 

Con un raccolto abbondante, il prezzo del frumento va giù, con un raccolto scarso va su; ma se il raccolto è invariato, grandi variazioni di prezzo non sono probabili.

 

 

Così è del biglietto. Se si volesse farne rialzare il prezzo, bisognerebbe diminuirne la quantità al di sotto dei 20 miliardi, cifra su cui la quantità dei biglietti circolanti in Italia è fissa da anni. Se la quantità aumentasse, il prezzo del biglietto diminuirebbe ossia i cambi andrebbero su. Le variazioni in un senso o nell’altro dovrebbero essere notevoli e permanenti, poiché un aumento od un calo temporaneo di mezzo miliardo od anche di un miliardo non ha importanza, essendo un fenomeno naturale perfettamente spiegabile con le variazioni normali del fabbisogno monetario da una stagione all’altra, dalla metà mese alla fine mese, dalla morta alla fine anno.

 

 

Non consta che il fabbisogno normale di moneta sia diminuito recentemente in Italia; ché anzi parecchi indizi persuaderebbero del contrario quindi, finché la circolazione rimane, come accade di fatto, sui 20 miliardi, perché il biglietto dovrebbe deprezzare?

 

 

Questa è la migliore risposta che si può dare ai profeti di sventura. Il ministero delle finanze e gli istituti di emissione hanno tenuto fede alla politica di non aumentare la circolazione. È un loro grande merito; e bisogna lodarli per ciò ed incoraggiarli a proseguire.

 

 

Tutto il resto sono amminicoli: lo sbilancio tra importazioni ed esportazioni, le coperture ritardate degli importatori, le mancate rimesse degli esportatori, la speculazione ecc. ecc. perdono importanza di fronte al punto essenziale. Il franco francese è in mala vista finché e se il tesoro francese è obbligato ad emettere biglietti nuovi. Nessuna forza umana è in grado di tenere su una merce, di cui la quantità cresce sul mercato. Se Caillaux riuscirà nel piano di non emettere biglietti nuovi e di ritirare quelli eccedenti emessi per fronteggiare le ultime scadenze, il franco sarà salvo.

 

 

In Italia, a differenza della Francia, ha detto l’on. De Stefani, il tesoro da tempo non emette biglietti nuovi, il tesoro anzi rimborsa debiti con biglietti vecchi. Seguiti su questa via. Questa è la rocca, contro di cui è certo che nessun assalto può prevalere.

 

 

Le tentazioni ad aprire una piccola porticina nella ben difesa rocca sono incessanti e lusinghevoli. Ogni tanto v’è qualche industriale – non quelli componenti la rappresentanza che conferì con il presidente del consiglio, ché essi erano persone serie e responsabili – il quale bussa agli sportelli degli istituti di emissione e chiede: «aiutatemi con uno sconto; la mia industria è sana e promettente; mi manca solo il capitale circolante per comprare le materie prime. Datemelo ed io sono sicuro di dar lavoro a molti operai, di arricchire il paese, di restituirvi puntualmente le somme ottenute a prestito».

 

 

Lusinghevoli parole, a cui fanno contrapposto le prospettive di chiusura di fabbriche, di licenziamento di operai, che sono messe innanzi per il caso in cui la domanda non venga accolta.

 

 

De Stefani ha sempre resistito ed ha dichiarato di voler ancora resistere a domande allettanti ed a quadri lugubri. Ed è notoria la ragione per cui egli ha fatto bene a resistere e per cui bisogna incoraggiare governo ed istituti di emissione a continuare nella resistenza. È una elementare verità economica, suffragata dall’esperienza del dopoguerra. Se i banchi di emissione, per ipotesi assurda, cedessero e consegnassero, contro cambiali, un miliardo, un solo piccolo miliardo, oltre i 20 già esistenti, agli industriali bisognosi di credito, per un po’ le cose parrebbero colorite in rosa. Costoro acquisterebbero le materie prime, pagherebbero operai, ecc. Ma in un secondo momento, i biglietti nuovi, aggiunti a quelli antichi, produrrebbero il loro consueto effetto. Essendoci 21 miliardi, invece di 20, di biglietti a correre dietro alle merci, queste crescerebbero di prezzo. Dopo un po’, gli industriali si troverebbero imbarazzati come prima; perché con un 5% in più di numerario, comprerebbero la stessa quantità di materie prime e di giornate di lavoro che acquistavano dianzi. Se prima non bastavano i 20 miliardi, dopo non basteranno più i 21. Gli industriali tornerebbero a presentarsi agli sportelli degli istituti di emissione a chiedere un altro miliardo, un altro piccolo innocente miliardetto. E così essi, senza avvedersene, spingerebbero il paese verso gli abissi dell’inflazione.

 

 

Questa è la umile verità economica, in base a cui sinora il ministro delle finanze ed i direttori generali degli istituti di emissione hanno sempre negato ai postulanti di aprire una porticina nella rocca del limite insuperabile della circolazione. Ma è verità degna di essere ripetuta ogni giorno, perché il sofisma che la vorrebbe incidere si insinua inavvertito sotto le più inaspettate spoglie. Anche il pubblico deve cooperare alla difesa; perché trattasi della sola efficace difesa. Tutto il resto è orpello e vaniloquio. Niente è perduto, anche se il cambio ha avuto forti variazioni, finché il limite dei 20 miliardi è osservato. Penseremo poi se e quando convenga ridurre i 20 miliardi a 18 od a 16. Frattanto, quello deve essere il Piave della nostra resistenza.

 

 

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