Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Il rapporto dei periti ed i debiti interalleati

«Corriere della Sera», 17 aprile 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 679-681

 

 

 

Il ragionamento fatto dai periti per dimostrare la capacità della Germania a pagare sembra potersi riassumere così: la svalutazione, anzi la scomparsa dell’antico marco ha alleggerito straordinariamente l’economia tedesca. I debiti, pubblici e privati, che gravavano fino a ieri i contribuenti e le imprese economiche private tedesche non esistono più. Le ferrovie tedesche, ad esempio, fruttavano prima della guerra un miliardo netto di marchi-oro all’anno, di cui una metà doveva essere consacrata al servizio del debito creato per la costruzione delle ferrovie. Ora, le ferrovie, bene amministrate possono tornare a dare, senza alcun nocumento dei fini pubblici che esse debbono raggiungere e senza alcun ribasso dei salari e stipendi normali, un reddito netto assai vicino a quello antebellico. Ma quel reddito netto non dovrà più essere decurtato dalla necessità di provvedere al servizio del debito ferroviario; perché quel debito non esiste più, essendo stato ingoiato e distrutto dalla svalutazione monetaria. La stessa cosa può ripetersi per tutte le altre intraprese di economie private: non si debbono più pagare imposte per fronteggiare gli interessi del debito pubblico volatilizzato; non si debbono più pagare interessi sui debiti ipotecari o chirografari privati. Il reddito tedesco è libero da interessi passivi. Come si può dunque sostenere che la finanza e l’economia tedesche non siano in grado di pagare una somma annua moderata di riparazioni? Occorre certo che l’amministrazione tedesca torni ad essere severa, esemplare come era prima della guerra; che non si facciano spese inutili politicantesche. I creditori debbono certamente aiutare la Germania moderando le proprie richieste durante il periodo di ricostruzione, e salendo solo gradualmente sino alla cifra normale di 2.500 milioni di marchi-oro all’anno. Ma, fatte tutte le concessioni possibili, il margine per pagare esiste.

 

 

Se non andiamo grandemente errati, il ragionamento impeccabile dei periti vuol dire che quel margine non esiste per la Francia e per l’Italia rispetto ai debiti interalleati verso gli Stati uniti e l’Inghilterra.

 

 

Nella Francia e nell’Italia, invero, c’è stata una grave svalutazione monetaria; ma né il franco né la lira si sono annullati. È vero che oggi i 600 milioni di lire-oro, che l’Italia pagava ai suoi portatori di titoli di debito pubblico prima della guerra, costano ai contribuenti un sacrificio sostanzialmente assai minore di prima; ma è vero altresì che al debito antico si è aggiunto un nuovo debito interno molto più ragguardevole, sicché il carico annuo odierno di interessi non può essere stimato a meno di 4.200 milioni di lire-carta. I contribuenti italiani pagano dunque ora 4.200 milioni di lire-carta di imposte per il servizio del debito pubblico, carico che non può essere stimato certo inferiore ai 600 milioni di lire-oro di prima della guerra. Anche se si tiene conto dei debiti privati, il carico complessivo odierno dei gravami di interessi pesanti sulla economia italiana non pare sia inferiore a quello antebellico. Poiché il reddito nazionale effettivo in cose – non quello nominale in carta – non è cresciuto tra il 1914 e il 1924, e forse soltanto, dopo le perdite belliche, sarà ora ritornato al livello antico, è chiaro che non esiste in Italia, e per le stesse ragioni non esiste in Francia, quel margine che i periti hanno ritenuto esistere in Germania per pagare le riparazioni. Non esiste un vuoto entro cui possa essere collocato il servizio dei debiti interalleati.

 

 

Per crearlo, farebbe d’uopo porre una ipotesi repugnante: che cioè gli Stati uniti e l’Inghilterra vogliano ridurre la Francia e l’Italia alle condizioni della Germania; vogliano costringerci a ridurre il franco e la lira a valore zero, così come fu ridotto il marco. Solo attraverso ad un disastro di questo genere, sarebbe possibile l’applicazione alla Francia ed all’Italia del ragionamento che i periti hanno fatto per dimostrare la capacità a pagare della Germania. Ma siffatta conclusione contrasta a sua volta con una premessa fondamentale del rapporto: che si debba creare in Germania una moneta a valore stabile. Se non esiste moneta stabile, dicono i periti e dicono giustamente, non è possibile equilibrare il bilancio tedesco e non è possibile al contribuente tedesco pagare le riparazioni. Dunque, perché l’Italia e la Francia possano fare il servizio dei debiti interalleati, occorrerebbe prima che fosse completamente annullato il valore odierno della lira e del franco, annullati i debiti pubblici e privati; e sulla rovina dei creditori e sullo sconquasso intermedio dell’economia nazionale – rialzo vertiginoso dei prezzi, distruzione delle classi medie, malcontento sociale – erigere il nuovo edificio di un sistema monetario a lira – oro allo scopo precipuo di garantire il pagamento dei debiti interalleati. Tuttociò è assurdo e sarebbe profondamente immorale. I periti inglesi e sovratutto americani con la firma apposta al rapporto, dichiararono implicitamente, se non lo vollero fare esplicitamente, che la conclusione necessaria del loro ragionamento era la intiera cancellazione dei debiti interalleati. Resta che di questa tacita unanime conclusione sia tratto sollecito profitto dagli stati debitori.

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