Il re prezzo

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Data di pubblicazione: 01/01/1954

Il re prezzo

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 218-224[1]

Alfredo Lisdero, Luigi Einaudi, el hombre, el científico, el estadista, Asociacíon Dante Alighieri, Buenos Aires, 1965, pp. 73-80[2]

 

 

 

 

C’era una volta, e c’è ancora adesso, colla corona un po’ di traverso ed ammaccata, un re del mondo economico: il prezzo. Prezzo di mercato, prezzo, usano aggiungere gli economisti, di equilibrio. Guardava, quel re, un po’ dall’alto al basso la folla dei sudditi a due colori vestiti: i consumatori mossi dalla speranza di trovare sul mercato le cose di cui avevano bisogno, i produttori accesi dal desiderio di chiudere con profitto la fatica durata nel produrre. Molti gli uni e molti gli altri, tanti che né i produttori da un canto né i consumatori dall’altro riuscivano ad intendersi tra di loro per sopraffare l’opposta schiera, sicché i produttori potessero costringere i consumatori a pagare un prezzo di strozzinaggio ed i consumatori obbligare i produttori a cedere per un boccon di pane quel che a gran costo avevano prodotto. Perciò il prezzo, che veniva fuori non si sa da dove, comandava a bacchetta, lui puro numero, idea senza corpo, ad amendue le schiere. I sudditi, che erano loici interessati ed ognuno aveva in testa un beI ragionamento per dimostrare che il prezzo “giusto”, quello che sarebbe convenuto a lui, era un altro da quello di mercato, chiedevano: perché ubbidiamo ad un re in idea, ad un numero? perché dalla ubbidienza cieca al numero non esce il disordine, anzi alla fine della giornata ognuno di noi è riuscito a soddisfare alle sue urgenze, più o meno perfettamente, sempre in misura inferiore ai desideri, ma suppergiù non peggio di ieri e non peggio di quel che l’usanza comanda al nostro gruppo sociale? Perché dall’incontro di consumatori e di produttori che non si conoscono tra di loro, né sanno quel che gli altri bramano consumare od intendono produrre e dal comando di un re astratto, il numero prezzo, esce fuori un ordine per cui i produttori recano sul mercato precisamente quel che i consumatori desiderano, ed alla sera, all’ora della chiusura, non resta nulla d’invenduto?

 

 

Chi si fosse trovato vicino al trono del numero re avrebbe forse tratto argomento a penetrare dentro nel mistero osservando che la folla sembrava sul mercato avere due facce e due colori di vestito: ed ora ti volgeva il volto ed il colore del consumatore ed or quelli del produttore. Non dunque due categorie opposte, ma due aspetti della medesima persona. Che quel numero re, prezzo incarnato in un pezzo di moneta, non fosse anch’esso un fantasma come il dualismo tra produttore e consumatore?

 

 

A Daniele Defoe, fecondo scrittore di cose economiche – e il Mac Culloch incluse il più celebrato suo scritto, Giving Alms to Charity, in uno dei volumi della sua Select Collection of scarce and valuable Economical Tracts – noi dobbiamo essere massimamente grati per avere inventato quest’ultimo fantoccio che ha nome Robinson Crusoè. Robinson, delizia della nostra fanciullezza, impara subito, appena gittato sull’isola deserta, a guardare sino in fondo alla realtà economica e trovato, in una delle prime gite di rifornimento sulla nave naufragata, un mucchietto d’oro: «Oh cianfrusaglia» – esclama – «a che cosa servi tu? Non meriti, no, la spesa di raccoglierti da terra; uno di questi coltelli vale tutto il tuo mucchio. Io non so cosa farmene di te. Resta dove sei e va pure in fondo al mare, a guisa di creatura la cui vita non val la pena di essere salvata». Che Robinson, ripensandoci, abbia finito per mettersi in tasca le trentasei lire sterline, -non si sa mai, in avvenire…! -non toglie valore alla dimostrazione della utilità prettamente strumentale della moneta in regime di lavoro diviso. Quante cose si comprendono solo ritornando ai problemi elementari della vita, come Robinson quotidianamente se li doveva proporre! Robinson, a cagion d’esempio, non avrebbe afferrato il senso del contrapposto fra produttori e consumatori; ché in lui consumatore e produttore si confondevano ed il suo io, che sentiva o prevedeva privazioni, rivolgeva al suo medesimo lui invito di fare, entro i limiti dei limitati mezzi a sua disposizione, quanto occorreva per apprestargli, nell’ordine dell’urgenza relativa, i beni necessari a soddisfare ai suoi bisogni. Crisi di scarsità e di abbondanza si succedevano, anche nell’isola famosa; ma non si parlava di sovra produzione, di sotto consumazione, di monete svalutate e sopravalutate, di cambi squilibrati ed altri enigmi venuti poscia ad affliggere gli economisti.

 

 

In verità, anche ora, ogni consumatore è produttore e viceversa. Si consuma se e perché si produce; e si produce per consumare. Le serpi della discordia sono uscite fuori dal vaso di Pandora della divisione del lavoro sociale; perché ogni uomo, ipnotizzato dal frumento, dal carbone, dal vestito da lui prodotto, ha immaginato che nel vendere al massimo prezzo il frumento, il carbone, il vestito stesse l’unico suo interesse. Il produttore parve dimenticare che, producendo frumento, egli in realtà voleva procacciarsi, ossia produrre indirettamente, pane, vestito, riscaldamento, casa, ed altro ed altro ancora senza fine; e che lo scopo vero del suo agire economico era quello di soddisfare le esigenze materiali, morali e spirituali della sua vita. Sacrificò i fini a quello che era lo strumento per la consecuzione dei fini. Il produttore consumatore ebbe la tendenza a guardare in sé il puro produttore in lotta con un mondo di consumatori, i quali non sempre assorbono, a condizioni per lui convenienti, il bene da lui offerto.

 

 

Parve e cercò dimenticare; ma non poté. Attraverso il prezzo, muto astratto re del mercato, chi dominava ed indirizzava la produzione era ed è ancora massimamente il volto di consumatore dell’uomo intiero. Il produttore ha un bel dire che la merce è costata a lui dieci e che a venderla a meno perde. Se quella merce in quella quantità soddisfa ai bisogni di un troppo scarso numero di consumatori, il prezzo scende ad otto; ed i produttori debbono mutare il loro piano produttivo, ristringersi di numero e produrre meno. Il produttore ha un bel sostenere che la merce da lui recata sul mercato è uguale anzi migliore per qualità di quella di ieri; ma se i consumatori desiderano vetture automobili invece di vetture a cavalli o vetture automobili di nuovo tipo invece di quelle di ieri, occorre che i produttori smettano di fabbricare vetture a cavallo e rechino i cavalli al macello o cambino tipo di vettura. Non essi decidono quel che si deve produrre; ché essi devono invece intuire quel che desiderano i consumatori spesso lontani, non di rado forestieri, aventi costumi diversi dai suoi. Non essi decidono chi deve produrre; ché il consumatore dà la preferenza a quei produttori i quali producono più a buon mercato o meglio quei beni che a lui piacciono di più. Solo coll’offrire merce migliore a prezzi più convenienti il produttore riesce a persuadere il consumatore di più o diversamente. Non il costo, ma il prezzo è decisivo. Precaria è la vita del produttore. Sopravvive colui che ad ogni ora, attraverso ai continui mutamenti della tecnica produttiva, alle variazioni continue dei prezzi delle materie prime, dei combustibili, dei salari operai, degli interessi dei capitali, delle spese generali riesce a tenere il costo al disotto del prezzo; questo re capriccioso, il quale muta a norma della quantità di beni che i produttori, non sapendo gli uni degli altri, favoriti od ostacolati da domeneddio, dalle stagioni e da mille altri fattori da essi incontrollabili e ad essi estranei, hanno portato sul mercato. Un qualunque piano produttivo, concepito e cominciato ad attuare, deve essere disfatto prima di essere condotto a termine. Come la tela di Penelope, il piano produttivo deve essere continuamente riveduto in funzione del variare continuo dei prezzi di costo e dei prezzi di vendita, di questi re muti i quali sono gli avvisatori economici delle variazioni da una parte nella resistenza, negli ostacoli che la natura oppone agli assalti della scienza e dall’altra parte nei gusti dei consumatori. Il re-prezzo obbliga il produttore a fare piani per rimanere coi costi entro i limiti suoi; ma son piani cangianti, fluidi, costretti ogni giorno ad adattarsi alla mutata combinazione dei dati di fatto del problema. Lenta quando i bisogni umani sono consuetudinari, i mercati ristretti, i rapporti fra paese e paese limitati, le invenzioni tecniche lente, la mutabilità dei piani produttivi si accelera a mano a mano che gli uomini imparano meglio a trovare vie alternative di provvedere a bisogni propri, ricorrendo a produttori lontani, a beni succedanei, rinunciando a talune soddisfazioni a favore di altre. La vita dei produttori diventa sempre più grama incerta rischiosa.

 

 

I più non reggono alla fatica crescente e soprattutto alla tensione nervosa; epperciò rinunciano a recarsi sul mercato. Vendono a prezzo fisso – gli operai per un salario giornaliero, gli impiegati per uno stipendio mensile, i risparmiatori ed i proprietari di terre e di case per un interesse o fitto calcolato ad anno – il diritto a vendere sul mercato la propria quota del bene prodotto. Per un certo tempo lavoratori impiegati creditori proprietari si mettono in salvo, ricuperano per un mese, per un anno, salvo a rinnovare di mese in mese il contratto, la propria tranquillità. Contro le mutevoli variazioni di umore del re-prezzo, i più degli uomini, i quali non hanno l’animo di comandare, di contrattare, di correre rischio, si trincerano, mercé la rinuncia al prezzo variabile del proprio apporto alla produzione, dentro il fortilizio di un reddito costante per un certo tempo. La trincea assicura solo a mezzo la tranquillità, tanto desiderata; ché rimane il rischio di non potere col reddito certo fisso acquistare poi sul mercato, quella massa di beni di consumo che era stata messa a base del contratto di rinuncia alla propria quota di produzione. Eliminato dal campo produttivo, il rischio rimane in quello del consumo. Ma, ridotto alla metà e diffuso su gran numero di beni, di cui le variazioni di prezzo, in un regime di moneta sana, in parte si compensano, il rischio non è rilevantissimo per intervalli di tempo anche misurati ad anno.

 

 

Il rischio delle variazioni non è, si comprende, eliminato da siffatti contratti di assicurazione; è soltanto trasportato su taluno degli appartenenti alla categoria (od aspetto di vita) produttrice e cioè sull’imprenditore. Non ignota nelle economie antiche e medievali, la figura dell’imprenditore è tipicamente propria di quell’economia moderna che dal nome di uno dei suoi fattori meno importanti, perché inanimato, fu detta “capitalistica”. L’imprenditore è colui il quale corre il rischio del prezzo. Non nel possedere capitali sta l’essenza del cosidetto capitalismo. Il domino dell’economia moderna è l’imprenditore, perché egli solo si attenta ad affrontare il re del mercato, il prezzo. Tutti gli altri si sono squagliati: operai, impiegati, risparmiatori (capitalisti), proprietari. Prima di arrivare sul mercato, hanno preferito all’angolo della piazza vendere a tempo i propri diritti, paghi di stare a vedere. Va innanzi, solo, l’imprenditore, pronto ad affrontare l’umor variabile del temuto sovrano. Natura]mente, se a lui male incoglie, se egli, dopo aver acquistato materie prime a prezzo fisso e pagato salari fissi ed interessi pure fissi ed aver per ciò speso dieci, riesce a spuntare per il bene prodotto solo otto, coloro che si sono posti al sicuro e guardano dall’angolo della piazza all’esito, lo lasciano nelle peste e filano via senza «banfare». Ma se egli vende a 12 quel che gli era costato solo 10: «Allo sfruttatore, al vampiro, al capitalista», gridano in coro, saltandogli addosso. Se, di tra cento caduti, cinquanta si salvano e, tra questi, dieci arricchiscono ed uno accumula grande fortuna: «al mostro», si vocifera, «al pericolo sociale! Perché costui non consacra tutto il male acquistato bottino a pubblico vantaggio?». Non di rado, se anche non fortuna sibbene merito ed intuito e capacità di previsione, di visione e di organizzazione lo assisterono, l’imprenditore riuscito ambisce lasciare grato ricordo di sé con opere vantaggiose all’universale; ma gli duole vedere che nessuno glie ne serberà gratitudine.

 

 

Non meraviglia perciò se anche gli imprenditori bramino sottrarsi ai rischi del mercato. Ma essi non hanno con chi contrattare la propria rinuncia all’incerto grosso profitto per un minore “equo” compenso dell’opera propria. Talvolta vi ha una gerarchia di imprenditori, come quando taluno lavora a prezzo di appalto per conto altrui, assumendo solo i rischi del costo; o quando, come accade per la lana, la seta, il cotone, i metalli, il frumento, ecc., è possibile coprirsi sul mercato a termine contro le oscillazioni di prezzo durante il tempo della lavorazione industriale vendendo speculativamente a termine una quantità di materia prima uguale a quella acquistata per contanti. Anche in questi casi, non frequenti del resto, il rischio è soltanto spostato. Qualcuno, in definitiva, corre il rischio; qualcuno deve affrontare il re-prezzo.

 

 

Perciò gli imprenditori si danno allo scavo di trincee.

 

 

La prima e più antica trincea è quella doganale. Al riparo di quella, gli imprenditori di un paese possono vendere senza temere che il prezzo ribassi per la concorrenza dei prodotti esteri.

 

 

La seconda trincea, posta per lo più su linea arretrata rispetto alla prima e di rincalzo ad essa, è l’accordo di tutti o della maggior parte dei produttori del paese. A che gioverebbe la trincea doganale, se dietro di essa i produttori paesani con lotta a coltello rovinassero il mercato? L’idea non è nuova. Gli statuti medievali sono pieni di ordini e grida contro i monopolisti, gli accaparratori, i capi d’arte i quali, in combutta tra di loro, rarefacevano la merce sul mercato per alzarne il prezzo a danno dei consumatori. Il latino medievale è ricco di vocaboli ingiuriosi indirizzati ai precursori dei moderni cartelli, trusts, sindacati, consorzi. Attraverso alle compagnie privilegiate dell’epoca colbertiana, alle “vendite” del carbone del tempo delle prime affermazioni industriali inglesi dei secoli XVII e XVIII, il metodo del trinceramento cartellistico è giunto a noi ed oggi fiorisce.

 

 

Queste son trincee scavate attorno ai produttori. Agli occhi degli scavatori brilla la luce del monopolio assoluto, che vorrebbe dire capacità di determinare unilateralmente senza vincolo alcuno la quantità od il prezzo della merce posta sul mercato, così da conseguire il massimo profitto netto possibile. La luce è troppo abbagliante perché ci si possa avvicinare. La trincea in concreto offre solo approssimazioni transitorie, limitatamente profittevoli, al punto ideale del massimo profitto che sarebbe assicurato dal monopolio assoluto.



[1] Questo articolo è la ristampa parziale di Trincee economiche e corporativismo, «La Riforma Sociale», novembre-dicembre 1933, pp. 633-656 [ndr].

[2] Tradotto in spagnolo con il titolo El rey precio [ndr].

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