Il «referendum» torinese sull’impianto idroelettrico

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 06/11/1905

Il «referendum» torinese sull’impianto idroelettrico

«Corriere della Sera», 6 novembre 1905

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 250-254

 

 

Il referendum del 4 novembre rimarrà, qualunque sia il suo esito, come un esempio doloroso del modo come le istituzioni apparentemente più utili possano essere male utilizzate, quando manchi nel ceto dirigente una chiara coscienza dei propri doveri e della propria responsabilità verso il corpo elettorale. Forse la nostra frase potrà sembrare dura; ma non è perciò meno vero che il referendum odierno di Torino è l’ultimo atto di una commedia, cominciata male e che temiamo assai andrà a finire peggio. Si agita da un pezzo a Torino una questione grave intorno al grandioso impianto idroelettrico progettato dal municipio e giunto ora alla decisione finale. La storia è cominciata con la compra fatta dal municipio per alcune centinaia di migliaia di lire di un salto d’acqua a Chiomonte e sanzionata dal consiglio comunale con la espressa riserva che la compra del salto d’acqua non avrebbe pregiudicato per nulla la questione assai più importante dell’impianto e dell’esercizio idroelettrico. È continuata con la proposta presentata alquanto tempo dopo da sindaco e giunta di approvare l’impianto, con il pretesto che non per nulla dovevano essere state spese le alcune centinaia di migliaia di lire per la compra del salto. È proseguita con la approvazione da parte del consiglio del salto nel buio di un impianto colossale in base a progetti e preventivi adottati in diciannove giorni da una commissione che nello stesso periodo ha riferito su non osiamo dire quanti altri progetti di grande importanza. Ha ricevuto la sua cresima dall’alto con la sanzione della commissione reale per la municipalizzazione dei pubblici servizi che in pochi giorni venne, vide, banchettò ed approvò; ed ora sta per ricevere l’ultimo sigillo dal voto degli elettori, ai quali si dice non dovere essi addentrarsi nella selva selvaggia delle cifre, dei preventivi e delle relazioni, ma starsene paghi a dir di sì a quanto fu trovato ottimo e vero da tante commissioni municipali e reali.

 

 

Il contegno tenuto dai partiti nell’occasione nella quale si discuteva di un’impresa tanto grandiosa, non corrispose davvero all’importanza del momento. Soli coerenti fin dal primo giorno furono i socialisti, i quali dichiararono che avrebbero votato sì per ragioni di principio, non preoccupandosi di esaminare criticamente il progetto per vedere se le sue basi fossero attendibili; pronti a chiedere ragione alla classe borghese dominante dell’insuccesso eventuale dell’impresa. Ragionamento comodo da parte di uomini persuasi di poter rovesciare sulle spalle dei ricchi il peso delle imposte nuove che bisognerà istituire per colmare le passività dell’impianto idroelettrico. Il ragionamento non si capisce da parte di chi avrebbe almeno dovuto proporsi il quesito: «Se ci sarà un disavanzo, non converrà rialzare la sovrimposta sui fabbricati, e questa non finirà a rimbalzare sugli inquilini, ossia anche e, pur troppo in gran parte, sui poveri di cui noi ci facciamo i paladini?»

 

 

All’ultimo anche i cattolici – i quali si erano occupati del problema più degli altri senza molto slancio – sentirono il dovere di farsi innanzi e sulle colonne del «Momento» aprirono in queste ultime settimane una campagna vivace e nudrita contro il progetto municipale, accusandolo di varie colpe – che erano state da noi già rilevate su queste colonne mesi or sono partendo da considerazioni puramente oggettive ed apolitiche – fra cui principalissime:

 

  • ottimismo esagerato nella valutazione del volume d’acqua da utilizzarsi, che in certi giorni fu dimostrato essere non di 4.000, ma di soli 2.600 litri;

 

  • ottimismo inspiegabile nella valutazione in 9 milioni della spesa d’impianto; la quale sarà invece molto superiore, non essendosi tenuto conto dell’imprevisto, delle variazioni inevitabili all’attuale progetto di massima; delle spese generali e legali; essendosi tenuta ridicolmente bassa la spesa degli espropri, ecc. ecc.;

 

  • insufficienza dell’impianto termico di riserva per i casi in cui venisse a mancare od interrompere l’energia elettrica; impianto che l’Edison di Milano costruì uguale alla forza idraulica, che la Società Alta Italia di Torino ha uguale ai due terzi e che il municipio di Torino per economia progetta di appena 2.000 HP sugli 8.000 HP che dovrebbe fornire l’impianto idroelettrico. Chi comprerà la forza dal municipio anche a prezzo più mite, quando non sia sicuro della continuità dell’esercizio?

 

  • ottimismo eccessivo nella valutazione delle spese d’esercizio in 500.000 lire all’anno, mentre se si spendessero solo 100 lire per cavallo alla pari dell’Edison di Milano, la spesa complessiva salirebbe a 800.000 lire. Se si tien calcolo di ciò, e se si ammette la possibilità di un aumento nel servizio interessi ed ammortamento, si vede che le promesse municipali di vendere il cavallo elettrico a 138 lire e la lampadina elettrica a prezzo finito a 10 lire sono assolutamente illusorie;

 

  • ottimismo nel prevedere di vendere la energia elettrica colla progressione di 2.000 cavalli l’anno, in guisa da aver venduto al quarto anno tutta l’energia disponibile. Il municipio arriverà sul mercato quando le società attuali si saranno già accaparrati con contratti a lunga scadenza tutti gli industriali ed avranno già venduto non solo la forza ora da esse portata a Torino, ma anche l’altra di recente acquistata dalla Cenischia;

 

  • ostinazione nel non volere servirsi per combattere il monopolio privato dell’arma assai più sicura dell’esproprio degli attuali impianti privati, esproprio che non costerebbe caro, dato che negli ultimi cinque anni la principale delle società private non ottenne un centesimo di utile;

 

  • imprevidenza per non avere acquistato a patti convenienti l’impianto della Cenischia, ora accaparrato da una società privata che se ne varrà nella lotta contro il municipio.

 

 

Si potrebbe continuare nell’elenco di accuse che il clericale «Momento» espone nelle sue colonne, basandosi, giova notarlo, sulle affermazioni di autorevoli tecnici e della maggior parte, per non dire tutte, le rappresentanze dei ceti di ingegneri, industriali ed altri maggiormente periti nella materia.

 

 

La lotta – la quale doveva essere puramente tecnica e lo sarebbe stata se gli avvocati, igienisti, professori e dilettanti della giunta e del consiglio municipale non avessero delegato l’esercizio del loro dovere di votare ex informata conscientia ad un solo assessore, ingegnere ed autore del progetto – è ora diventata una lotta politica che si combatte fra socialisti e clericali. I liberali ne usciranno colle costole rotte e cioè colla responsabilità di dover condurre a termine un impianto, di cui molti tra gli stessi assessori e consiglieri, che l’hanno votato, criticano nei segreti conversari i difetti, attribuendone la colpa a tutti, al sindaco, all’assessore dei lavori pubblici, alla commissione di studio, alla commissione reale, al referendum, a tutti fuorché alla loro inerzia, la quale fece sì che un’opera progettata per nove milioni di lire potesse avviarsi alla sua esecuzione definitiva senza che né in consiglio, né sulla stampa liberale si fosse fatta in merito una qualsiasi ponderata discussione. Il peggio si è che anche adesso che la questione è stata portata per merito altrui dinanzi all’opinione pubblica, i liberali seguitano a dire che bisogna votare per rispetto alle opinioni di tutte le autorità e commissioni, le quali hanno giocato fin qui così graziosamente a scaricabarile o tacciano di venduti alle società private gli avversari dell’impianto municipale, o affermano, provocando le più recise smentite, la necessità di addivenire all’impianto per il rifiuto pervicace delle società a trattare col municipio; o si lagnano, quando il lagnarsi è inutile, che la questione sia stata portata sino all’estremo del referendum, mentre il loro segreto pensiero era che si dovesse approvare pro forma l’impianto salvo a non eseguirlo perché disastroso ed a servirsene come spauracchio per le società. Ma di una discussione fatta a tempo e sul serio del grave problema, neppur l’ombra da parte dei liberali. Il che spiace a chiunque non sia né socialista, né clericale e tema il discredito di una istituzione dottrinalmente buona a causa del malo uso che per leggerezza si finirà col farne.

 

 

L’esito del referendum

 

 

Causa il tempo pessimo ed un po’ anche l’apatia congenita nel corpo elettorale, assai scarso fu il concorso degli elettori amministrativi chiamati oggi per la prima volta a pronunciarsi in sede di referendum circa l’assunzione diretta da parte del comune dell’impianto per produzione, trasformazione e distribuzione di energia idrotermoelettrica, nei termini deliberati dal consiglio comunale nelle sedute 11 e 23 gennaio 1905. Ecco l’esito della votazione:

 

 

Inscritti

38.454

Votanti

18.338

Votarono (cioè a favore della municipalizzazione)

12.780

Votarono no (cioè contro la municipalizzazione)

5.481

 

 

 

 

Così l’impianto idrotermoelettrico municipale, che costerà 9 milioni, venne definitivamente approvato in tutti i modi voluti dalla legge.

 

 

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