Il regionalismo e la Commissione dei 15

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 26/01/1901

Il regionalismo e la Commissione dei 15

«La Stampa», 26 gennaio 1901

 

 

 

Fra gli argomenti di cui la Commissione dei quindici si sta occupando è la distribuzione regionale dei gravami tributari esistenti e degli alleviamenti di imposte che si vorrebbero concedere.

 

 

Certo l’ideale sarebbe che i tributi gravassero uniformemente sulle varie parti del Paese; per modo che nel determinare quali tributi debbano essere aumentati o diminuiti, si dovesse unicamente partire da considerazioni di giustizia e di equità contributiva.

 

 

Ma per molte ragioni di indole economica, storica e fisica, la distribuzione della ricchezza e delle imposizioni tributarie è così svariata in Italia, che qualunque proposta di rimaneggiamento fiscale fa nascere molte questioni di indole regionale. Ed è appunto su questi argomenti che la Commissione dei quindici ha portato il suo esame per indagare quale fra i diversi sgravi sia da preferirsi per la più universale sua utilità in rapporto al territorio nazionale.

 

 

L’aumento del limite dell’esenzione concessa alle quote minime si raccomanda certo molto a parecchi fra i commissari; ma vi fu chi ha fatto notare che la sua efficacia sarebbe diversamente sentita secondo le varie provincie. Il massimo beneficio si risentirebbe nelle regioni montagnose dell’Alta Italia, dove la proprietà è frazionatissima; mentre minor sollievo ne avrebbero le pianure della stessa regione, ed in genere il Mezzogiorno. Per rendere ivi sensibile lo sgravio sarebbe necessario allargare il concetto dell’esenzione a tutte le abitazioni cittadine abitate da agricoltori che durante il giorno si rechino ad abitare in campagna; ma si ignora in qual modo questo criterio possa essere nella pratica attuato, e quali conseguenze avrebbe per l’erario.

 

 

L’abolizione del dazio di consumo sulle farine si presenta dinanzi agli occhi della maggioranza preferibile, sia per le ragioni economiche e politiche che vi sono già note, come pure perché il vantaggio sarebbe abbastanza equamente diffuso dal punto di vista regionale. È vero però che maggiormente abbondano nell’Alta Italia le città dove il dazio sulle farine è stato abbandonato in tutto od in parte, mentre l’aliquota del dazio è altissima specialmente nell’Italia meridionale.

 

 

E sembra ingiusto che lo stato venga a risarcire i danni subiti da codesti Comuni per l’abolizione del dazio sulle farine ed a dare così un premio a quei Comuni i quali si sono dimostrati più feroci tassatori dei consumi popolari, e si vorrebbe perciò che i Comuni ai quali venisse tolto il diritto di colpire le farine fossero obbligati a riparare almeno in parte alla perdita coll’incremento delle sovrimposte dirette.

 

 

Come è facile vedere, a questo punto il problema diventa molto complicato, dovendosi risolvere contemporaneamente questioni relative alle finanze dello Stato ed a quelle dei Comuni ed ai loro rapporti vicendevoli. Per togliere tutte codeste questioni in cui gli interessi di classi o di regioni potevano trovarsi in disaccordo, si era da alcuni pensato a scegliere, come oggetto degli sgravi, delle derrate di prima necessità; ad esempio, il sale, il grano od il petrolio.

 

 

Ma anche qui compaiono delle difficoltà regionali. Il sale sarebbe stato certo un magnifico mezzo per dimostrare la sollecitudine dello Stato verso le classi più bisognose; ma presenta l’inconveniente che la Sicilia e la Sardegna, essendo di già sottratte del tutto al monopolio del sale, non risentirebbero nessun sollievo tributario, e sarebbe stato necessario concedere ad esse qualche speciale riduzione d’imposta non concessa alle altre province dello Stato.

 

 

L’abolizione od almeno la riduzione del dazio sul grano sarebbe stata del pari ottima dal punto di vista del bene dei consumatori; ma coloro i quali conoscono gli umori della Camera sanno che a torto od a ragione, disinteressatamente o per motivi di lucro individuale, la grandissima maggioranza dei deputati del Mezzogiorno è fieramente avversa a questa riduzione. Anche deputati appartenenti ai partiti popolari, ma provenienti da Collegi rurali del Mezzogiorno, come l’on. Colaianni, sono molto tiepidi ammiratori della campagna abolizionista e vorrebbero continuata per qualche tempo ancora l’attuale protezione, o, almeno, una protezione non molto inferiore.

 

 

Che il dazio sul grano sia in realtà giovevole agli interessi del Mezzogiorno è dubbio; ma la Commissione dei quindici non poteva non tener conto della circostanza che la sua abolizione sarebbe stata avversata da quasi tutti i deputati di una regione i quali rappresentano delle classi sociali che al dazio sul grano ci tengono molto.

 

 

Una riforma i cui benefici si sarebbero forse uniformemente sentiti in tutta Italia sarebbe stata la diminuzione del petrolio, il cui prezzo è veramente esorbitante a causa dell’enorme dazio doganale, superiore più del doppio al prezzo di mercato fuori dogana.

 

 

Ma si è scartata l’idea di scemare il prezzo del petrolio perché è convinzione generale che più urga una riduzione nei prezzi dei generi di alimentazione ed anche perché si è riflettuto che il dazio sul petrolio può essere un’ottima arma per ottenere corrispondenti riduzioni doganali dagli Stati Uniti d’America.

 

 

Quantunque, data la facilità grandissima di mutare il sistema doganale in America, si debba osservare – e sia stato osservato da qualcuno dei membri della Commissione – che si potrebbero cominciare anche subito le trattative per ottenere in cambio di una diminuzione del prezzo del petrolio delle facilitazioni dogali sulle sete, sui marmi, sui vini e sugli agrumi. Anche rispetto ai mezzi di far fronte agli effetti degli sgravi nascono questioni regionali.

 

 

Come è noto, uno dei mezzi preferiti da alcuni sarebbe la soppressione dei premi alla marina mercantile. Sarebbero dieci milioni all’anno di meno da spendere.

 

 

Ma subito si osserva che sarebbe ingiusto, ora che la Liguria ha già tratto guadagno dai premi alla marina mercantile, ed ha già con essi ammortizzato l’impianto dei propri cantieri, abolire i premi quando appunto il Mezzogiorno e la Sicilia cominciavano anch’essi, coi loro novissimi cantieri, ad assaporare alquanto del dolce frutto dei premi governativi. Perché togliere a Palermo il vantaggio dei premi, mentre lo si è lasciato godere per tanti anni a Genova?

 

 

Né si può negare che il ragionamento presenti un qualche lato di giustizia, od almeno esprima un concetto di giusta distribuzione regionale dei premi che molti ritengono ingiustamente estorti ai contribuenti a favore di un’industria privilegiata.

 

 

Cosicché, mettendosi da questo ristretto punto di veduta regionalista, di cui si deve però tenere un certo conto nel nostro Parlamento, non si può negare che il problema finanziario non presenti difficoltà gravi. Non si possono contentare gli uni senza rendere gli altri malcontenti. La conseguenza logica sarebbe di non tener conto affatto di codesti umori regionali e di tirar diritto sulla via della giustizia. Ma è questo un consiglio che possa essere seguito in presenza di un Parlamento dove gli interessi offesi, coalizzandosi insieme, potrebbero mettere in pericolo la vitalità di ogni Governo?

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