Il ribasso dei cambi

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 24/03/1921

Il ribasso dei cambi

«Corriere della Sera», 24 marzo 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 69-72

 

 

 

Dare una spiegazione del ribasso dei cambi non è facile e può essere imprudente. Non facile, perché se si possono dallo studioso indicare le grandi linee dei fenomeni, spiegare le variazioni cicliche nei lunghi periodi di tempo, è assurdo pretendere di dar ragione delle variazioni minute le quali si verificano di giorno in giorno e per le quali occorrerebbe la conoscenza precisa delle condizioni del mercato dei cambi che solo una grande banca, provvista di molte sedi e di moltissimi corrispondenti, può avere. La spiegazione può essere altresì imprudente, perché nessuna garanzia si ha che l’attuale ribasso non sia un fenomeno temporaneo, dovuto a circostanze transitorie, e forse destinato a lasciar luogo ad un nuovo rialzo. In tal caso, colui che si fosse compiaciuto troppo del ribasso, considerandolo come permanente, potrebbe fare una cattiva figura.

 

 

Una certa ripresa del cambio si è, del resto, già avuta. Mentre la sterlina scendeva da 106,10 il giorno 12 sino a 95 il giorno 19, poi riprendeva a 98,80; e così pure il franco francese da 191,75 disceso a 170,50 ripigliava su certe piazze fino a 176; il dollaro da 27,15 caduto a 24,10 toccava nuovamente il 25; mentre invece il franco svizzero da 462 si fermava sul 430. Sono le oscillazioni di assestamento, attraverso le quali si raggiungerà la nuova situazione di equilibrio, che nessuno può oggi prevedere quale potrà essere. Si può soltanto dire che, se ce lo meriteremo e se sapremo fare una buona politica economica e finanziaria, il livello generale dei cambi dovrebbe spostarsi verso l’ingiù. Qualcosa si è cominciato a fare: la soluzione, anche parziale, del problema del pane, la diminuzione dell’enorme sbilancio dello stato, l’arresto nell’aumento della circolazione cartacea, il rinnovato senso di fiducia della borghesia italiana in se stessa sono fattori favorevoli, da cui logicamente dovrebbe discendere un ribasso dei cambi. La circolazione cartacea complessiva non pare salita oltre i 22 miliardi di tre mesi fa, lo sbilancio dello stato si annuncia ridotto a 4 miliardi di lire – e saranno più, ma è sempre una cifra di gran lunga minore di quella del novembre scorso -; il pane non è più un problema pauroso. Notisi che un ribasso iniziale diventa a sua volta cagione di ulteriori ribassi: se il cambio del dollaro ribassa da 27 a 18, il prezzo del frumento estero scende da 220 a 150 circa, ossia diventa uguale al prezzo del frumento nazionale, ossia ancora l’erario non perde più nulla e, scemando il disavanzo, diventa possibile fare meno debiti od emettere meno carta moneta; epperciò ancora, col migliorare della situazione generale, il cambio deve ribassare.

 

 

L’orizzonte non è ancora libero di nubi minacciose. La situazione industriale e commerciale italiana deve ancora subire le ripercussioni della crisi che nei paesi a moneta sana è cominciata fin da un anno fa e forse in quei paesi già accenna a diventare meno acuta. Il nostro commercio internazionale nel 1920 è alquanto migliorato; ma per essere migliorato poco, sostanzialmente si può dire peggiorato. L’importazione scese da 16 miliardi e 623 milioni di lire nel 1919 a 15 miliardi e 862 milioni nel 1920; ma il movimento di discesa, se fu in parte dovuto a minore fabbisogno di generi alimentari e di animali vivi (da 5 miliardi e 318 milioni a 4 miliardi e 233 milioni di lire), fu in non piccola parte dovuto altresì alla diminuzione dell’importazione delle materie prime gregge da 5 miliardi e 598 milioni a 5 miliardi e 14 milioni di lire. Importare poche materie prime vuol dire lavorar meno e produrre meno generi finiti, che invece chiedemmo all’estero in maggior copia (da 2 miliardi e 522 milioni a 3 miliardi e 364 milioni di lire). Le esportazioni crebbero in totale bensì da 6 miliardi e 65 milioni a 7 miliardi e 803 milioni; ma fu incremento minore di quello della Francia e dell’Inghilterra; e, sembra, decrescente negli ultimi mesi dell’anno. La diminuzione dell’incremento non si sarà forse voltata in un positivo decremento nei primi mesi del 1921, a causa della minore provvista di materie prime ottenuta nei mesi precedenti?

 

 

Notisi che siffatta situazione di disagio non fu dovuta a difficoltà di procurarci le materie prime. A questa difficoltà non credetti mai; e fin dall’estate del 1919 scrissi su queste colonne un articolo su L’incubo delle materie prime per dimostrare la stranezza dell’affanno sentito da tanti di rimanere privi di materie prime. I fatti hanno dato ragione ben presto a coloro che non si spaventarono mai del pericolo immaginario. Oggi tutti i paesi fornitori di frumento, carbone, cotone, lana, offrono queste a prezzi talvolta persino inferiori a quelli antebellici; e rapidamente si ricostituisce la situazione antica per cui tutti coloro che se le meritano hanno tutte le materie prime di cui abbisognano. Basta meritarsele; ossia dimostrarsi capaci di pagarle, di lavorarle e di rivenderle con profitto. Il punto nero della situazione italiana sono ancora le agitazioni alimentate dai professionisti della politica; il controllo, chiesto dai disturbatori e dai chiacchieroni, sebbene agli operai non faccia né fresco né caldo ottenerlo; i caro viveri domandati ad alte grida dagli impiegati dello stato, quando i prezzi accennano a scemare e quando si cominciano a vedere i primi esempi di accordi di fatto tra industriali ed operai per riportare i salari ad un livello meglio compatibile con i diminuiti prezzi dei prodotti dell’industria.

 

 

Se i cambi ribasseranno sul serio e permanentemente, andando la sterlina, ad esempio, dopo oscillazioni più o meno violente e dopo un periodo più o meno lungo, a 50-60 ed il dollaro verso il 15, avremo bisogno nel periodo di passaggio di una grandissima prudenza. Ribasso dei cambi vuol dire ribasso dei prezzi. Il numero indice del Bachi (Economista di Firenze e Roma) che aveva toccato il massimo di 844,41 in confronto al 100 del 1901-905, è caduto a fine gennaio a 770,45. Se la sterlina va a 50-60 lire, il numero indice dei prezzi dovrà scendere a 400, dimezzandosi dal massimo, pur rimanendo al quadruplo del livello antebellico. Sarà un grande vantaggio per la massa dei consumatori, specialmente per la media e piccola borghesia, per i pensionati, per i piccoli possessori di redditi fissi. Se i prezzi all’ingrosso – gli indici del Bachi sono di prezzi all’ingrosso – ribassano da 800 a 400, i prezzi al minuto, ossia il vero rincaro della vita, cadranno da 500 a 200-300; il che sarà un gran sollievo per tutti coloro che hanno maggiormente sofferto negli anni decorsi. Ma non illudiamoci che il beneficio possa essere ottenuto senza crisi. Ribasso di prezzi vuol dire fallimento di quelle imprese industriali che si sono approvvigionate di materie prime ad alti prezzi; vuol dire difficoltà di vendere i prodotti fabbricati a costi elevati. Già ora, si sente il commercio lamentarsi in coro dell’impossibilità di vendere. Se i cambi scemassero rapidamente, nessuno comprerebbe più, essendo la psicologia umana così fatta che tutti comprano quando i prezzi salgono, per la paura di arrivare in ritardo e tutti si astengono dal comperare quando i prezzi ribassano, per la speranza di acquistare a prezzi ancor più scemati. Prezzi calanti vogliono perciò dire fallimenti, disoccupazione, difficoltà finanziarie per i privati e per lo stato. Contro le industrie ree di aver ottenuto guadagni in passato, lo stato infierisce in un momento in cui quei guadagni, consistenti in prezzi gonfiati, sfumano per lo sgonfiamento dei prezzi; sicché si vede comparire una rubrica nuova sui giornali commerciali: quella dei fallimenti per mancato pagamento di imposte. Lo stato in Italia arriva sempre in ritardo a mettere come a togliere imposte. Tardò prima a far pagare quando i contribuenti avevano i mezzi di pagare; perde tempo adesso a far pagare tributi divenuti un vero anacronismo storico per le mutate circostanze in cui oggi viviamo. Momento delicatissimo dunque, in cui le ombre si alternano coi raggi di sole; e non si sa ancora se il rischiaramento sia duraturo ovvero un fuggevolissimo lampo.

 

 

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