Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. III

Corriere della Sera

Il ribasso del cambio

«Corriere della Sera», 25 agosto 1913

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.III, Einaudi, Torino, 1960, pp. 555-559

 

 

 

 

Il cambio, che aveva inaugurato l’anno con 101,42 e via via era cresciuto fino a 102,80 alla fine del primo semestre, s’è messo in questi ultimi giorni a precipitare e pare che nel momento in cui scrivo voglia andare verso il 101. Quale la causa del fatto?

 

 

La prima risposta che viene sulle labbra è: la conchiusione della pace. Come l’orizzonte internazionale scuro aveva fatto aumentare il cambio quasi al 3%, così oggi il rischiararsi delle nubi politiche, la speranza di una più o meno lunga era di pace ha rese normali le correnti internazionali monetarie. L’oro che s’era nascosto nelle cantine e nei forzieri dei privati, torna alla luce ed i cambi si raddolciscono.

 

 

Questa spiegazione, che dirò «intuitiva», come non mi aveva convinto quando il cambio aumentava, così non mi convince ora che il cambio ribassa. Come accadeva, allora, che il cambio aumentasse in Portogallo, in Ispagna, in Italia, ossia in paesi lontani dal teatro della guerra balcanica, e non si muovesse in Austria, dove era pure stato così vivo il panico finanziario, dove realmente le centinaia di milioni d’oro si erano nascoste sotto terra? Come accadeva che, sul teatro della guerra, in Turchia, in Grecia, il cambio restasse meravigliosamente alla pari od al disotto della pari? Come accade ora che le condizioni internazionali e la pace esercitino effetti così stravagantemente lontani dai punti nei quali la pace dovrebbe essere risentita? A Vienna il cambio su Parigi oscilla intorno al 100,60 senza variazioni sensibili; e Vienna è il punto in cui, se la teoria dell’influenza della situazione internazionale fosse vera, avrebbe dovuto manifestarsi il ribasso maggiore. Come pure in Grecia il cambio da due mesi sta sul 100,12 senza preoccuparsi di pace o di guerra. La lira turca era al disopra della pari e vi rimane.

 

 

Dove sono in Italia le riserve d’oro che si sarebbero nascoste durante la guerra e che improvvisamente sarebbero saltate fuori a pace firmata? Tutti erano d’accordo nel dire che le riserve fossero fortissime in Austria, specie nelle provincie di confine; ed è probabile che ivi i tesaurizzatori abbiano cominciato a riportare l’oro e l’argento alle banche ed alle casse di risparmio. Ciononostante i cambi austriaci restano suppergiù quello che erano, perché non v’è rapporto diretto tra il riaffluire dell’oro alle banche ed il corso dei cambi. Ma in Italia nessuno ha sentito parlare mai di tesaurizzamenti, di panici dei depositanti alle casse di risparmio; e l’oro che non c’era prima non può saltar fuori adesso.

 

 

Lo studioso non può spiegare tutti i fenomeni che si manifestano di giorno in giorno, perché egli ignora, e forse tutti ignorano, la moltitudine grande delle piccole circostanze le quali possono spiegare i fatti giornalieri. A mala pena si possono segnare le grandi linee del fenomeno.

 

 

Al qual riguardo io non ho che da riportarmi a ciò che scrivevo il 4 aprile scorso, discorrendo dell’ultima relazione della Banca d’Italia. Dicevo allora che gli studiosi, convinti, come sono io, che alla lunga e nelle grandi linee il rialzo del cambio, oltre il punto dell’oro, calcolato a 100,50 circa, ossia il deprezzamento della carta moneta non possa dipendere che da una eccessiva circolazione della carta, possono fare a meno che i dirigenti credano alla loro teoria, purché agiscano in base ad essa. Le credenze degli uomini in materia dottrinale valgono poco; ciò che importa sono le loro azioni. E mi congratulavo col comm. Stringher per il proposito da lui manifestato di tenere a freno la circolazione, pronosticando da ciò ottimi frutti. I quali oggi si vedono.

 

 

Nello stesso modo come l’inasprimento dei cambi nel 1912 e nel primo semestre del 1913 era dovuto all’aumento della circolazione complessiva ed al rigido e sospettoso tesaurizzamento non dei privati, ma delle riserve metalliche da parte dello stato e degli istituti di emissione, cause che produssero i loro effetti non immediatamente, ché sarebbe fuor di luogo pretenderlo, ma a lunga distanza; così il raddolcimento dei cambi odierno sembra a me dovuto a due circostanze: 1) l’arresto nell’aumento della circolazione; 2) un più libero ed opportuno uso delle riserve metalliche da parte della Banca d’Italia. Che la circolazione non sia cresciuta nel primo semestre 1913 è provato dal fatto che essa era, complessivamente per i tre banchi, di 2 miliardi e 212 milioni al 31 dicembre 1912 contro 2 miliardi e 193 milioni al 31 dicembre 1911; ed era di 2 miliardi e 149 milioni al 30 giugno 1913 contro 2 miliardi e 130 milioni al 30 giugno 1912. L’arresto nell’aumento vuol dire che la Banca d’Italia ha cessato di versare al tesoro biglietti in conto corrente, come per forse 300 milioni aveva fatto nel 1912. Dico forse perché notizie precise non si hanno più al riguardo dopo il 31 ottobre 1912, quando i biglietti consegnati al tesoro in conto corrente e che erano andati ad aumentare la circolazione assommavano all’incirca a quella cifra. Di aver cessato di aumentare la circolazione per i bisogni del tesoro e forse di averla diminuita dobbiamo congratularci vivamente coll’on. Tedesco e col comm. Stringher, esprimendo nel tempo stesso la speranza che essi vogliano offrirci dati particolareggiati e precisi sugli ultimi anni per poter permettere uno studio esatto del problema.

 

 

Il secondo fatto che a me pare di intravvedere è un più liberale uso delle riserve metalliche. Quando su queste colonne, mesi fa, espressi l’idea, del resto esposta anche da altri studiosi, come il Pantaleoni, che le riserve metalliche sono fatte per darle via e non per tenerle; che i famosi 125 milioni sarebbe stato meglio spenderli, in tutto od in parte, in oro e non in carta, dissi cosa che agli uomini politici parve un’eresia. Ma poiché era una verità di dominio comune, finì per essere riconosciuta ed eminenti uomini politici la fecero propria. Credo ora che la «superstizione dell’oro» sia svanita anche in pratica. È un po’ di tempo che le situazioni della Banca d’Italia segnalano una diminuzione di qualche milione nelle riserve d’oro e di argento. Per esempio, l’ultima situazione che ho ricevuto, che è quella del 20 luglio 1913, indica una diminuzione di 1.361.000 lire nella riserva aurea e di 3.545.000 lire negli scudi d’argento.

 

 

Lasciamo che s’allarmino coloro i quali considerano le riserve metalliche come un tesoro intangibile e congratuliamoci che delle riserve si faccia quell’uso per cui esse sono state create. Una riserva che non si potesse toccare sarebbe come inesistente. Invece le riserve sono state create apposta perché le banche vendano oro ed argento sul mercato quando vedono che il prezzo loro in carta diventa eccessivo. Forse i dirigenti hanno creduto opportuno di attendere ad esercitare questa azione modificatrice – quella moderatrice la dovettero esercitare sempre, perché altrimenti il cambio sarebbe forse andato ben oltre il 3% – dopo che la pace fu conclusa; onde perciò solo ora si risentono le conseguenze dell’azione evidentemente preparata da lunga mano. La banca cioè vende oggi via via le divise estere che a poco a poco si era procurate, anche disfacendosi di una parte delle proprie riserve metalliche; e le vendite di divise provocano il ribasso del cambio.

 

 

Ciò che importa adesso è che il miglioramento si consolidi e che il cambio si stabilisca in modo permanente intorno alla pari. Infatti non il cambio alto nuoce, ma il cambio oscillante. Se anche il cambio salisse al 200%, ma poi si fermasse lì per sempre, alla lunga ogni danno scomparirebbe. Tutti si abituerebbero a contare per due, invece che per uno; ed ogni cosa si ridurrebbe ad un mutamento di nomenclatura. Ciò che importa non è che il pane si chiami piuttosto una lira in carta o 50 centesimi in oro. La cosa è indifferente se l’operaio è pagato 8 lire in carta invece che 4 in oro, e così via dicendo per tutti i prezzi. I guai cominciano quando il cambio oscilla continuamente; perché in tal caso taluni prezzi cambiano subito ed altri no. Il pane può essere aumentato subito da 50 a 55 centesimi; ed il salario dell’operaio non essere ancora cresciuto da 4 a 4,40 lire al giorno; sicché egli rimane danneggiato.

 

 

Perciò insisto, ora che l’esperienza anche italiana ne ha dimostrato l’efficacia, a chiedere che gli istituti di emissione si assumano – dapprima volontariamente e poi per legge – il compito di stabilizzare i cambi. Le banche di emissione dovrebbero cioè obbligarsi a non lasciar salire il cambio oltre, ad esempio, 100,60, vendendo all’uopo quanta divisa estera basti a non lasciar superare tal punto. Certamente siffatta politica implica due condizioni: che la circolazione non diventi esuberante e che non si abbia paura di sbarazzarsi d’oro per comprare divisa estera da mettere sul mercato.

 

 

Se si riflette però che la prima condizione è intieramente volontaria – basta che il governo non chieda più biglietti in conto corrente – e che la seconda, quando sia soddisfatta la prima, esige l’impiego di moderatissime quantità d’oro – l’esperienza italiana attuale lo dimostra -; se si riflette che da anni l’Argentina, la Grecia, l’Austria – Ungheria praticano questa politica con successo; se si riflette, sovratutto, che lo Stringher sta applicandola oggi con successo in Italia, non sembra ardire eccessivo augurare che essa sia continuata e consolidata prima e codificata poi.

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