Il ribasso del marco è artificiale?

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 18/11/1921

Il ribasso del marco è artificiale?

«Corriere della Sera», 18 novembre 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 444-448

 

 

 

La Germania avrebbe dunque cresciuta la circolazione cartacea dai 6 miliardi prebellici e dai 49 del 31 dicembre 1919 ai 98,8 per la sola Banca imperiale del 31 ottobre 1921, ed ai 105-110 alla stessa data in complesso, allo scopo di giocare un tiro mancino ai capitalisti esteri fiduciosi nella sua rinascita economica: vender cari i marchi per ricomprarli a buon mercato, portar a casa una «colossale» differenza speculativa con cui pagare parte delle riparazioni; dimostrare la sua insolvenza e cercar così di sfuggire all’obbligo del pagamento delle rate future.

 

 

Il piano, se fosse vero, supporrebbe una dose incredibile di ingenuità negli statisti dell’intesa ed una incoscienza spaventevole in quelli tedeschi. Siccome né l’una né l’altra supposizione è ammissibile, è evidente che il piano non ha consistenza veruna. Non è credibile che gli statisti dell’intesa siano così ingenui da credere che il tracollo del marco -fosse anche a zero e specie se provocato artificialmente – significhi fallimento della Germania e sua impossibilità a pagare le riparazioni. Fu dimostrato a sazietà che le riparazioni non si pagano né in marchi-carta, né in marchi-oro, né in dollari, né in sterline. Si pagano in merci e servigi. L’accordo fra Loucheur e Rathenau ha finalmente riconosciuto queste verità e necessità incrollabili, regolando i modi di pagamento in natura tra Francia e Germania. Se vorremo essere pagati, anche noi dovremo stringere un simigliante accordo. Se così stanno le cose, la Germania risulterà fallita ed impossibilitata a pagare solo quando le sue industrie non lavoreranno più, i suoi cantieri saranno fermi e la popolazione andrà via via esaurendosi per la disoccupazione e la carestia. Badisi che io non voglio con ciò affermare che la Germania sia in grado di pagare le indennità di Versaglia. Tra i 132 miliardi, con gli interessi, del trattato ed i 50 miliardi, senza interesse, di Keynes, ci deve essere un punto giusto. Qualunque esso sia, la capacità della Germania a farvi fronte è determinata dalla sua capacità produttiva, non dal corso del marco.

 

 

Il corso del marco ha importanza non per se stesso; ma come indice e causa di disorganizzazione produttiva, di dissesto nelle finanze dello stato. Certamente, col marco in rapida discesa, la vita economica è scossa dalle fondamenta. Nessun calcolo preventivo può farsi in qualsiasi azienda. Non c’è imposta che basti a sanare il disavanzo del bilancio pubblico, nemmeno se calcolata a 40 miliardi per volta. Ma questi malanni sono tali e tanti che soltanto uomini di stato incoscienti e nemici del proprio paese possono farneticare di precipitarlo nell’abisso allo scopo di far onta e torto agli antichi nemici.

 

 

Facciamo un’ipotesi esagerata: che non 30 ma ben 50 miliardi di marchi siano stati comprati dagli stranieri ad un prezzo medio di 20 centesimi di lira-oro. È esagerata la cifra ed è esagerato il prezzo di vendita in oro equivalente a 90-100 centesimi di lira italiana. La Germania avrebbe incassato 10 miliardi. Supponiamo pure ora che il marco cada a zero, e che lo stato tedesco lo dichiari nullo e di nessun valore, come la Francia della rivoluzione fece per i suoi assegnati. La Germania avrebbe guadagnato, in questa ipotesi, 10 miliardi di lire-oro. È credibile che per questo miserabile guadagno di appena una tredicesima parte delle riparazioni, il governo tedesco abbia voluto produrre freddamente la disorganizzazione delle proprie industrie e dei propri commerci, la rovina del proprio bilancio e, sovratutto il malcontento delle masse operaie, della borghesia vivente di redditi fissi e dei proprii impiegati e pensionati? Il malcontento degli impiegati pubblici è già vivissimo; gli impiegati medi che nel 1913 guadagnavano in Germania uno stipendio quadruplo di quello dei manovali, ora guadagnano appena una volta e mezza; gli alti impiegati, invece di 7 volte, ricevono poco più di 2 volte. Ad ogni passo all’ingiù del marco, è un inferno in casa: classe contro classe; malcontenti tutti ed auspicanti alla liberazione dal disastro, ma accaniti nel tempo stesso contro fratelli di sventura. Li conosciamo, anche noi, i danni economici e sociali della svalutazione della lira. È possibile che gli statisti tedeschi vogliano disorganizzare la vita civile ed economica all’interno, spargere i germi della discordia e della rivoluzione per guadagnare quella che, dopotutto, è una piccola somma; e precipitare realmente nella miseria per riuscire a far credere agli altri di essere miseri?

 

 

No. Il tracollo del marco non può essere decentemente ritenuto il frutto di un piano machiavellico. Bastano ed avanzano i 105-110 miliardi di marchi emessi ed i molti che ancora si emetteranno, indici tutti di una situazione imbrogliatissima, che è interesse nel tempo stesso della Germania e dell’intesa di risolvere. Se si vuole che le riparazioni siano pagate nella qualunque cifra che si riconoscerà possibile a pagarsi, occorre che il bilancio dello stato tedesco sia in pareggio. Finché il bilancio tedesco non sarà in equilibrio, il tesoro seguiterà a fronteggiare il disavanzo, stampando marchi a 4 miliardi per settimana; ed i marchi seguiteranno ad andar giù e giungeranno al livello delle corone austriache. Ma il disavanzo non si copre, finché il marco oscilla e precipita; perché il suo ribasso obbliga lo stato a crescere stipendi e salari, mentre il gettito delle imposte non aumenta con la stessa facilità.

 

 

Purtroppo, non par prossimo il momento del ristabilimento dell’equilibrio nel bilancio dello stato tedesco. Con le riparazioni da pagare e con le frontiere estere chiuse ai proprii prodotti da barriere doganali sempre più alte, la situazione è tragica. L’assestamento non potrà avvenire se non nel giorno di una sincera e seria cooperazione tra vincitori e vinti. Bisogna liquidare i debiti interalleati, sistemare su basi ragionevoli di tempo e di cifre e di modalità di pagamento il problema delle riparazioni, applicare il principio, iscritto per ischerzo nel trattato di Versaglia, della equità di trattamento nelle dogane da paese a paese.

 

 

Se il giorno auspicato della pace internazionale giungerà abbastanza presto, forse il marco potrà essere sistemato. Ridonato l’equilibrio al bilancio dello stato, rimaste tranquille per qualche anno le quotazioni, lo stato tedesco potrà emettere un nuovo marco permutabile in oro. Oggi sarebbe vano tentativo, ché, sotto la pressione del disavanzo persistente, il nuovo marco scenderebbe subito al livello del vecchio marco; così come durante la rivoluzione francese i mandati territoriali fecero in pochi mesi la fine degli assegnati, i quali li avevano preceduti e di cui invano era stato rotto il torchio. In quel momento futuro di sistemazione finanziaria raggiunta, lo stato ammetterà al cambio i vecchi marchi con i nuovi, esigendone 10 o 20 o 30 per ognuno dei nuovi, a seconda del corso da tempo stabilizzato.

 

 

Ma se il giorno della sistemazione tarderà ancora a venire, c’è gran pericolo che il marco tedesco faccia la fine degli assegnati francesi, e quella inevitabile del rublo russo e della corona austriaca. Scenderà a corsi infinitesimali, equivalenti a zero. A quel punto, lo stato riconoscerà per legge lo stato di fatto e dichiarerà fuori corso i marchi di carta. Chi ne avrà in portafogli o in casa, se li terrà. E tutto finirà lì. Li vedremo adoperare per tappezzare le camere o saranno conservati nelle vecchie famiglie a ricordo ed ammonimento per le future generazioni.

 

 

In previsione di questa eventualità, che nessuno sa quanto sia probabile, ma è certo possibile, si delinea già nei paesi tedeschi un movimento detto della Flucht vom Mark o del Los vom Mark. Sbarazziamoci dei marchi. Qualunque cosa, a qualunque prezzo, fuori dei marchi. La gente ammucchia in casa gli oggetti più stravaganti ed inutili, purché siano oggetti palpabili e visibili e non marchi. Importanti ditte tedesche rifiutano di vendere merci contro marchi, anche a prezzi altissimi. Vogliono sterline, dollari, franchi svizzeri. Tutto, ma non marchi. Nel piccolo principato di Lichtenstein questo processo spontaneo di eliminazione della vecchia moneta di carta è già finito. La corona austriaca che correva in quel paese per legge, a poco a poco non fu più voluta da nessuno. Nessuno la accettò più e non si trovò più alcuna autorità che facesse osservare il corso legale di quella moneta. I cittadini di quel piccolo, ma libero ed indipendente stato, avevano tuttavia bisogno di un’altra moneta per i rapporti reciproci. Data la vicinanza, si cominciò ad usare il franco svizzero; e l’uso si generalizzò per modo che, senza alcuna legge formale, il franco svizzero è oggi la moneta corrente del principato. Una legge, a quanto sembra, consacrerà presto legalmente lo stato di fatto. Le corone rimarranno, in mano di chi le aveva, oggetti istruttivi in musei famigliari. Ecco la fine inevitabile delle monete che una energica politica di economia e di imposte non è riuscita a trattenere sulla sdrucciolevole china della eliminazione automatica.

 

 

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