Il rincaro degli affitti. Per una riforma dell’imposta sui fabbricati

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 08/04/1917

Il rincaro degli affitti. Per una riforma dell’imposta sui fabbricati

«Corriere della sera», 8 aprile 1917

 

 

 

Sig. Direttore.

 

 

Ho letto con interesse il memoriale dell’Associazione dei proprietari di case di Milano ed il riassunto dell’articolo dell’on. Chiesa. Mi associo pienamente ai rilievi fatti rispetto ai rimedi empirici contro il rincaro degli affitti. Chi avrebbe immaginato vedere risuscitare il vecchio arnese dei calmieri, spesso applicato nei tempi andati e sempre inefficace?

 

 

L’amico dott. G. Prato pubblicherà nel prossimo numero della Riforma Sociale di Torino un articolo dove dirà degli sforzi durati mezzo secolo nella capitale piemontese per impedire col calmiere e col diritto di insistenza (ossia di rimanere nell’alloggio occupato al prezzo antico) degli inquilini, la tendenza dei fitti a crescere. I risultati furono lacrimevoli e, colla distruzione dello spirito d’iniziativa dei costruttori, i fitti seguitarono a crescere.

 

 

Ma poiché il mio nome è stato fatto nella lettera dell’Associazione dei proprietari di case, mi permetta di aggiungere alle altre una mia proposta.

 

 

Veramente ho già esposta questa idea ripetutamente, anche sul Corriere; ma non è inopportuno riassumerla. Si tratta di una cosa semplice: riformare la nostra legge d’imposta sui fabbricati là dove dice che dal reddito lordo di tutti i fabbricati destinati ad abitazione si deduca una quota uniforme del 25% per spese di riparazione, ammortamento, assicurazione, amministrazione, ecc. Io vorrei si deducessero quote variabili dal 25 al 40% a seconda del tipo della casa. Vi sono delle case ben costruite, abitate da famiglie ricche od agiate, per le quali il 25% basta, e talvolta largamente a coprire tutte le spese. Ma ve ne sono delle altre, specie quelle popolari, o costruite con materiale inferiore e per una durata minore, dove si spende di più della quota legale del 25%. Che cosa ne viene? Che queste ultime case pagano l’imposta fabbricati su un reddito legale maggiore di quello reale: e che quindi i capitalisti non si sentono incoraggiati a costruirne. Quanto danno ciò produca alla risoluzione del problema delle abitazioni per la piccola borghesia, per gli impiegati, medi professionisti ed operai, non è chi non veda. Se invece si graduasse la quota deducibile per spese dal 25 al 40%, molta parte di questo inconveniente sarebbe tolta. Io credo che si dovrebbe prendere occasione dalla revisione generale dell’imposta sui fabbricati per risolvere questo problema. L’on. Rubini, nella relazione al bilancio d’assestamento dell’anno scorso, ha riconosciuto che la revisione dell’imposta sui fabbricati si impone per far cessare le sperequazioni stridenti da luogo a luogo e da casa a casa. A togliere il dubbio che la revisione sia fatta per intenti fiscali egli proponeva che l’aumento nel reddito tributario derivante dai nuovi accertamenti fosse consacrato a diminuire l’attuale aliquota dell’imposta che è del 16.25% ed è enorme ed ancor più enorme diventa per l’aggiungersi delle sovrimposte comunali e provinciali. Il concetto dell’on. Rubini è ottimo. Io proporrei però che l’aumento di reddito tributario fosse devoluto – prima che a scemare la aliquota – ad elevare le deduzioni per quote di spesa dal 25% al 25-40%. In fondo è la stessa cosa, perché siccome l’imposta si paga sul reddito netto, tanto fa pagare un’aliquota minore sul reddito lordo diminuito solo del 25% per spese, quanto pagare la stessa aliquota su un reddito lordo diminuito invece del 25-40%. Colla mia proposta si comincerebbero però a beneficare le case per cui le spese sono più elevate, mentre colla proposta Rubini si beneficherebbero nella stessa misura tutte le case. A togliere sospetti di aggravi, dovrebbe essere ben chiaro che la deduzione minima per spese sia sempre del 25%; e che la deduzione possa aumentare al 30, 35 e 40% per le classi inferiori di edifici. Nulla vieta che, se i vantaggi della revisione fossero maggiori della somma necessaria a dare questi abbuoni più alti per spese, si riducesse ulteriormente l’aliquota al disotto del 16,25%.

 

 

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