Opera Omnia Luigi Einaudi

Il rincaro del denaro

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 24/09/1911

Il rincaro del denaro

«Corriere della sera», 24 settembre 1911

 

 

 

La Banca d’Inghilterra è stata questa volta rimorchiata, giovedì, 21 corrente, a rialzare il tasso dello sconto dal 3 al 4 per cento dall’esempio di Berlino e Bruxelles, contrariamente al costume ordinario che fa sembrare naturale l’iniziativa londinese in simili avvenimenti. Fin dal 19 la Banca dell’Impero germanico aveva rialzato al 5 per cento lo sconto, che dal 18 febbraio era al 4 per cento, e dal 5 al 6 l’interesse sulle anticipazioni.

 

 

Prima ancora, il 15 corrente, la Banca Nazionale del Belgio s’era veduta costretta dalla tensione del cambio con la Francia, giunto a 100.60, ad aumentare lo sconto dal 3,5 al 4,5 per cento ; ed anche da noi, il 19 corrente, la Banca d’Italia, pur mantenendo al 5 per cento lo sconto ufficiale, doveva aumentare lo sconto minimo sulla carta di primo ordine dal 4,5 al 5 per cento. A questo passo la Banca d’Italia fu costretta sia dall’essere la sua circolazione assai tesa, sia dal rialzo inusitato del cambio, mai visto da molti anni, sino a 100.90. Adesso che la Banca d’Inghilterra ha rotto gli indugi e s’è decisa all’aumento, v’è da credere che la sua azione reagirà sugli altri paesi, inducendoli ad ulteriori aumenti per mantenere una sufficiente disparità con l’Inghilterra ed impedire che le riserve metalliche siano attratte a Londra. Come è noto, il denaro tende ad andare dove trova migliore impiego e dove è più facile riaverne la disponibilità e farne l’uso che si crede migliore. Per moltissimi motivi, Londra è il mercato più libero, l’unico forse completamente libero che vi sia al mondo. Se il tasso dello sconto è alto a Londra, il denaro tende ad andare a quella piazza od almeno a non uscirne; quindi gli altri paesi, se vogliono rifornirsene od evitare il proprio depauperamento, debbono rialzare ancor più la remunerazione che essi offrono al capitale, ossia il loro tasso di sconto. Non ci sarebbe perciò da meravigliarsi se anche Parigi, malgrado in questo momento tenga assai, per politici, a far pompa della sua meravigliosa solidità finanziaria, dovesse decidersi ad aumentare lo sconto al disopra del 3 per cento, tasso a cui si tien fermo dal 23 gennaio.

 

 

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Prospettive di crisi, altri dirà: accagionando di tutto questo tramestio la questione marocchina e l’inquietudine nervosa diffusa, per causa sua, in tutte le borse europee. Se la previsione fosse giusta e se il Marocco fosse l’unica causa del rincarimento del denaro, si avrebbe motivo di essere od inquietissimi o tranquillissimi, a seconda dei punti di vista individuali intorno alla soluzione del problema marocchino. Sarebbe come un terno al lotto, giocato sulla probabilità della guerra.

 

 

In realtà le cose non sono così chiare come vuole la spiegazione semplicistica. Molte sono le circostanze che hanno contribuito alla presente tensione monetaria; e le medesime circostanze alla lunga debbono trovare ed in parte hanno trovato già il proprio rimedio: potendosi affermare che persino la questione marocchina dovrà risolversi tenendo d’occhio la necessità di non turbare troppo il mercato monetario, quello tedesco in primo luogo, ed anche il francese in non scarsa misura.

 

 

Ricordisi in primo luogo – quante volte ce ne dimentichiamo! – che settembre ed ottobre sono i mesi sacri al rincarimento del denaro. Altra volta ho su queste colonne dimostrato, con cifre tratte dall’esperienza di un secolo, che il tasso dello sconto scende al minimo in primavera, per rimanere quasi stazionario fino a tutto agosto, salvo a crescere in settembre, toccare i massimi verso la fine d’ottobre e il principio di novembre, rimanere alto in dicembre e parte di gennaio, e cominciare a scendere in fine di gennaio. La qual vicenda è perfettamente naturale. È in autunno che il bisogno di denaro è massimo, perché commercianti e manifattori hanno bisogno di pagare in contanti i raccolti agli agricoltori. Questo anno l’autumnal drain, il drenaggio autunnale, non presenta niente di straordinario, perché i raccolti del grano, mancati in taluni paesi, sono per contro più elevati in altri; la siccità ha fatto gravi danni alla barbabietola, ma d’altro canto il raccolto del cotone si pronostica buono. Qualche preoccupazione si ha per il rialzo dei prezzi, accentuatesi per taluni generi nelle ultime settimane; e rialzo di prezzi come aumento di quantità rendono necessario l’uso di maggior copia di denaro per fare i pagamenti.

 

 

Anche il carbone è in rialzo; ma viceversa i metalli, i prodotti siderurgici, il caucciù ed altre merci sono deboli. Tutto sommato si può dire che i bisogni di denaro per l’agricoltura, industria e commercio non sono gran fatto variati dagli anni scorsi e sono tali perciò da produrre lo stesso rincarimento che era consueto per il passato.

 

 

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Certo però la situazione è più tesa che negli anni scorsi; onde la spiegazione dell’autumnal drain da sola non basta. Qualche guasto nel delicatissimo meccanismo economico del mondo si deve essere prodotto; guasto di non grande entità, ma pur meritevole di attenzione. Per fortuna è facile localizzare la malattia. Come nel 1907 la pietra dello scandalo erano gli Stati Uniti, così quest’anno è la Germania. Non per causa del Marocco, ma per altri motivi interni. Ed è appunto la conoscenza che si ha delle cause della malattia germanica che ci fa sperare che essa debba essere, astrazione fatta dal Marocco, di breve durata. Nel 1907 la crisi è stata americana, cioè esagerata, colossale, mista di pazzesche e grandiose speculazioni ed insieme di brigantaggi finanziari non meno grandiosi.

 

 

Perciò si ebbe una scossa terribile, quasi un terremoto finanziario, che distrusse completamente la fiducia nel pubblico e ridusse la società economica americana per qualche settimana alle condizioni primitive degli scambi in natura. Scomparso il denaro dalla circolazione, gli scambi si arrestarono quasi del tutto e la macchina dovette fermarsi. Da quel che si sa, nulla di simile è accaduto in Germania. I tedeschi sono un popolo serio, dove l’onestà finanziaria è la regola. Nelle crisi più severe del passato, i casi di prevaricazioni nelle Cassa di risparmio e nelle Banche furono sempre insignificanti. Anche nella gestione delle industrie i tedeschi sono sistematici, scientifici, forse fin troppo; in complesso ottengono risultati altamente remuneratori. Nel 1909-10 ben 3771 società per azioni lavorarono con un profitto di 1.504.780.000 marchi, contro 3.690 nel 1908-1909, le quali avevano ottenuto solo un profitto di 1.377.240.000 marchi: mentre le società in perdita diminuivano da 805 a 760, e le relative perdite scendevano da 183.200.000 a 153.000.000 marchi. Nel 1908-1909 il profitto andava da un minimo del 1.5 per cento per il gruppo delle imprese di navigazione al 20.5 nelle industrie dei colori chimici: nel 1909-10 il minimo rialzò al 4.5 ed il massimo andò al 22.8 per cento. Questi sono risultati di gruppi di aziende e sono soddisfacentissimi. Spiegano come nei giorni recenti di panico finanziario il ribasso sui buoni titoli tedeschi sia stato in sostanza poco rilevante. Le banche perdettero dall’1 al 3 per cento; ed i grandi stabilimenti carboniferi e siderurgici che sono i leaders del mercato non perdettero più del 4 per cento in confronto ai corsi massimi raggiunti in giugno. La malattia tedesca è stata quasi solamente speculativa.

 

 

Non paghi di espandere la loro industria, essi vollero interessarsi nelle industrie estere. Si calcola che i tedeschi abbiano impiegato un 10 miliardi all’estero; nella Russia, negli Stati Uniti, nel Canadà, ed altrove. Non tutti i loro impieghi sono stati egualmente buoni, e soprattutto furono fatti in notevole parte con denari presi a prestito o dando a riporto i titoli composti.Poiché molti affari erano o sembravano buoni vi furono speculatori e privati che comperarono il doppio, il triplo e magari 10 o 20 volte più della quantità che potevano sul serio acquistare. Il gioco andò bene finché i titoli aumentarono di prezzo. Ma quando, coll’approssimarsi dell’autunno, il denaro divenne più caro, quando la Banca dell’Impero, preoccupata delle anticipazioni a fine trimestre, vi applicò una multa e si mise a studiare altri provvedimenti repressivi della speculazione; quando l’affare del Marocco fece nascere la paura (finora pare si tratti di paura più che di realtà, almeno in parte) che il Belgio, la Svizzera e la Francia ritirassero i capitali imprestati in Germania, avvenne il tracollo.

 

 

I titoli più speculativi, ossia alcuni minori titoli tedeschi, e sopratutto i titoli americani, canadesi, russi tenuti in speculazione dovettero essere venduti dagli speculatori, pressati dalle banche a pagare grosse differenze; e tracollarono di 20, 30 e più punti in pochi giorni.

 

 

Questa è la crisi tedesca. Non crisi industriale o bancaria; ma crisi di borsa e di speculazione. Ognun sa che queste sono le crisi più facili a guarire. Se non succede nulla di straordinario, quando gli speculatori sono stati liquidati, tutto è finito, e si può magari ricominciare il rialzo.

 

 

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Anche senza Marocco dunque, la Germania sarebbe stata in crisi; della qual crisi il Marocco fu un’aggravante. Aggravante pericoloso senza dubbio, se la soluzione dovesse tardare oltre la fine di settembre, perché il ritardo renderebbe difficile la liquidazione mensile e potrebbe estendere il panico nei piccoli risparmiatori; pericolosissimo, anzi disastroso per tutti i paesi se dovesse finire in una guerra. Ma tutti gridano pace e di pace sovratutto hanno bisogno industriali e commercianti tedeschi, francesi ed inglesi insieme. I francesi fanno gli scontrosi e lasciano credere di non aver paura di nulla dal punto di vista finanziario. Ma sono finte. Già la posizione della Banca di Francia non potrebbe star tranquilla; né tranquilli starebbero i suoi industriali che hanno nell’Inghilterra e nella Germania i migliori clienti. Sarebbe un disastro per tutti; ben lo sanno i governanti; e la consapevolezza del disastro è una delle più salde guarantigie di pace.

 

 

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Se si fa astrazione dal Marocco, vi sono nel mondo altre circostanze che potrebbero portare ad una crisi economica? L’Egitto, che nel 1907 turbò non poco il mercato londinese, oggi è prospero; il Brasile vende meno bene il caucciù, ed in compenso vende meglio il caffè; il Canadà ha ottenuto un buon raccolto di grano, superiore a quello dell’anno scorso. Qualche inquietudine può venire da due paesi, misteriosi per motivi diversi; la Russia e gli Stati Uniti. In Russia il raccolto del grano non è stato buono; ma si crede che ciò non basti a distruggere i felici risultati di ripetuti ottimi raccolti negli anni passati e del miglioramento generale nelle condizioni economiche dell’Impero. Quanto agli Stati Uniti è sempre meglio non avventare giudizi, trattandosi di una macchina a sorprese. Si può osservare soltanto che le condizioni delle banche paiono solide, che nessuna voce finora è sorta di malversazioni nelle casse di risparmio, che i trusts, soggetti da qualche tempo allo scrutinio severo dei poteri pubblici, hanno seguito una condotta prudente, che la borsa non è montata al rialzo, anzi è di umore piuttosto nero, che quindi i valori sono già deprezzati e non si capisce la ragione perché debbano deprezzare ancora molto di più; che ai prezzi attuali anzi il pubblico dei veri capitalisti risparmiatori compra abbastanza largamente. Dato tutto ciò, non si vedono i prodromi di una crisi americana. Salvo, s’intende, l’imprevisto che è di regola in America, anche negli anni di maggiore prosperità.

 

 

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Concludendo, l’incaricamento del denaro è un fatto ordinario, acuito da circostanze particolari ad un paese, la Germania, circostanze per la loro stessa natura transitorie. Il rincarimento potrà procedere oltre sino a fine ottobre, come e`di regola tutti gli anni; ma, non verificandosi circostanze impreviste (metto tra le impreviste una soluzione non favorevole del dibattito marocchino e gli Stati Uniti), finirà, come sempre, quando tutto si sarà girato il capo d’anno.

 

 

In Italia, il rincaro del denaro si è fatto già sentire; e sotto la pressione del rialzo del cambio, potrebbero le Banche di Emissione trovarsi costrette ad aumentare il tasso ufficiale dello sconto anche al di là del 5 per cento. L’anno scorso, come si sa, lo sconto andò al 5,5; e faranno benissimo gli Istituti ad adoperare nuovamente lo stesso strumento, ove ne sorga il bisogno. Quando il denaro è caro dappertutto, e inutile incaponirci da soli a voler tenere lo sconto basso. Più lo terremo basso, più il denaro fuggirà o meglio ritornerà all’estero; come accade adesso, che la Francia e Svizzera ritirano i capitali che avevano impiegato in sconti di cambiali italiane, a mano a mano che queste giungono alla scadenza. Perciò il cambio è rialzato a 90 centesimi; od almeno, anche per ciò, oltreché per le minori rimesse di emigranti e di stranieri viaggianti a diporto in Italia. Per far ribassare il cambio, occorre che i capitali esteri abbiano interesse a rimanere o ritornare in Italia; il che si potrà ottenere soltanto ove si rimunerino, occorrendo quanto basta perché essi abbiano convenienza a venir da noi. Ne` gli industriali ed i commercianti si rammarichino troppo di un temporaneo rincarimento del denaro. Quanto più il denaro rincarirà a tempo tanto più presto ritornerà a buon mercato in seguito.

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