Il rinnovato problema del pane

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 19/01/1922

Il rinnovato problema del pane

«Corriere della Sera», 19 gennaio 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 523-527

 

 

 

Da qualche tempo si agita di nuovo sui giornali, ad opera specialmente dell’organizzatore operaio Antonio Violante, la questione del pane. Non è facile formarsi una idea precisa del problema dal punto aritmetico. Un tempo, si avevano talune basi fondamentali di discussione: si sapeva essere necessari, ad esempio, 130 chilogrammi di frumento per ottenere 100 chilogrammi di farina e da questi si ottenevano di nuovo i 130 chilogrammi di pane; si teneva conto, in una misura pressoché fissa, del valore della crusca e delle farinette da un lato e del costo della macinazione e panificazione dall’altro; e si concludeva che il chilogramma di pane costava tanto. Ora, tutto è cambiato; e, peggio, i conti variano da un luogo ad un altro e da un momento all’altro; sicché, dopo vani tentativi, ho posto in disparte i miei appunti, in attesa che le cose si stabilizzino di nuovo.

 

 

Ragionando all’ingrosso, il nodo del problema odierno parrebbe essere questo: che i mugnai, riuniti, a quel che si dice, in una lega monopolistica, chiamata Associazione nazionale, avrebbero comperato il frumento del governo a 128 lire al quintale, quello nazionale interno a prezzi talvolta superiori e più spesso inferiori a 128 lire e comprerebbero il frumento estero a 112 lire reso sulla banchina del porto di Genova, ossia a 115-118 lire reso franco nelle stazioni della valle padana. Invece venderebbero le farine ai fornai, come se il frumento costasse tutto 128 lire il quintale; e si apparecchierebbero, a partire dall’1 aprile 1922, quando il dazio sul frumento sarà ristabilito in lire 7,50 oro e quello sulle farine in lire 11,50 oro, equivalenti a circa 33 e 50 lire carta rispettivamente, ad aumentare i prezzi-base forse a 128+33 = 161 od almeno a 118+33 = 51 lire carta, per tutto il frumento consumato, sia quello estero nuovo, che costerà effettivamente 151, sia quello estero vecchio, che sarà costato solo 118 alle stazioni, come quello nazionale, pagato 128 e meno. Siccome il consumo mensile, per la popolazione acquisitrice, e cioè non rustica, può calcolarsi in 3 milioni di quintali al mese, sarebbero, a 30 lire per quintale, circa 90 milioni di lire al mese che i mugnai guadagnerebbero sulla pelle dei consumatori, in aggiunta ai loro legittimi guadagni industriali.

 

 

Sta di fatto che dall’1 luglio 1921 fu ripristinata la libertà del commercio granario all’interno ed a decorrere dall’1 settembre successivo si ridiede libertà di importazione dei grani dall’estero mantenendosi la sospensione del dazio doganale, prorogata per ora sino al 31 marzo 1922.

 

 

Il governo accettò, per il frumento tenero, che è quello che serve per il pane, le offerte degli agricoltori al prezzo di lire 125 per quintale e rivendette il frumento stesso ai consorzi granari a lire 128 per merce franco destino extra-tele. Le offerte allo stato giunsero a 9 milioni di quintali; altri 6 furono venduti dagli agricoltori direttamente ai mugnai ad un prezzo forse superiore a 128 lire (a minor prezzo avrebbero avuto convenienza di consegnare allo stato).

 

 

Dall’estero, i mugnai acquistarono a prezzi che in settembre furono in media di lire 135,2, in ottobre di lire 123,5, in novembre e in dicembre di lire 112,7, merce resa sotto paranco sul porto. A questi prezzi bisogna aggiungere le spese di sbarco, trasporto, magazzinaggio, ecc. ecc.

 

 

La conclusione sarebbe che dal luglio 1921 in qua i mugnai avrebbero acquistato frumento ad un prezzo decrescente da 135-140 lire in media nei primi mesi a 115-118 negli ultimi mesi, per merce resa nelle stazioni interne. Nei primi mesi, il mercato pareva orientato al rialzo ed effettivamente, costando 135 lire il frumento estero, anche il frumento nazionale consegnato ai mugnai direttamente dai privati tendeva a quel livello. Negli ultimi mesi il prezzo del frumento estero tende a ribassare e con esso ribassa anche il prezzo del frumento nazionale libero. Il prezzo del frumento di stato è rimasto invece fermo sulle 128 lire, come si disse sopra; ma è chiaro che anche esso dovrà finire per essere ceduto ad un prezzo inferiore, seguendo la tendenza generale del mercato.

 

 

Che si sia verificato in corrispondenza un ribasso nel prezzo del pane, nessuno lo potrebbe dire. Il pane è rimasto fermo sulla base di 128 lire al quintale per il frumento; mentre avrebbe potuto ridursi alla base di 118 lire. Le cause del fatto possono essere le seguenti:

 

 

  • la nota proprietà che hanno i prezzi «al minuto» di essere viscosi, in confronto ai prezzi all’ingrosso. Il prezzo del pane si muove più lentamente, tanto all’insù quanto all’ingiù, dei prezzi all’ingrosso del frumento. Mugnai e fornai attendono di vedere consumate le provviste di frumento comperate a prezzi alti per decidersi a ribassare i prezzi;

 

  • l’accordo che si dice esistente fra i grossi mugnai per sostenere i prezzi. Su di ciò, mancando documenti, che non ci saranno mai, è impossibile aver notizie concrete. Probabilmente, l’accordo può durare in tempi di transizione come l’attuale, in cui bisogna riprendere le fila rotte da tanti anni del commercio estero del frumento, ed in cui quindi, per l’enormità dei capitali richiesti, per i rischi spaventosi dei cambi, solo pochi fortissimi possono assumersi le alee del commercio granario. A cose più calme ed alla lunga, un monopolio frumentario è uno di quelli che paiono di più difficile resistenza. Il frumento accorre a Genova da tutte le parti del mondo; e tanti sono i produttori interni che la concorrenza finisce per imporsi ed eliminare i guadagni di monopolio;

 

  • la più potente causa di sostenutezza delle farine all’interno al momento presente è però probabilmente l’aspettativa del dazio doganale. Le farine potrebbero essere vendute sulla base del frumento a 118 lire per quintale? Sì. Ma si prevede che, a partire dall’1 aprile prossimo, il frumento sarà colpito all’entrata nel regno da un dazio doganale di 33 lire circa, e che quindi il frumento estero costerà, sugli scali dell’interno, circa 150 lire. E le farine perciò tendono ad essere ferme e tendono, così stando le cose, a poco a poco a rialzare, finché all’1 aprile siano trattate sulla base del frumento a 150 lire. Ciò che le trattiene dal rialzare subito sino a quel livello, è la possibilità che il governo proroghi ancora l’applicazione del dazio e che quindi all’1 aprile il frumento estero entri ancora a 118 lire, reso franco all’interno.

 

 

Tutto ciò è perfettamente naturale. I prezzi guardano sempre al futuro, mai al passato. Acqua passata non macina più. Una merce può essere costata zero in passato a chi oggi la possiede; ma se si prevede che domani costerà 100, il detentore non la cederà a meno di 100. Ed il prezzo, inoltre, tende ad eguagliarsi, anche per le partite costate meno, al prezzo della partita che oggi o domani costa di più, se questa è necessaria per soddisfare ai prezzi correnti alle richieste del consumo. Se anche ai produttori interni il frumento costa solo 125 lire, ma, in virtù del dazio, il frumento estero non può aversi a meno di 150, il prezzo tende a 150 lire e non meno per tutto il disponibile, estero e nazionale.

 

 

Tale è la legge del prezzo, passata, presente e futura. Soltanto durante la guerra ebbero corso e popolarità idee balorde come quelle di dover vendere ad un prezzo medio, ovvero al prezzo di costo, se questo era inferiore a quello corrente. Tutte scempiaggini nefaste, senza alcuna consistenza pratica, nessuna possibilità di applicazione e feconde soltanto di irritazioni, di interventi governativi costosi, di pane indigeribile, di farine avariate e simiglianti allegrie. Bisogna, oggi, ritornare alla sanità mentale e persuadersi ben bene che il prezzo delle farine, inevitabilmente e fatalmente, tenderà a modellarsi sul prezzo della porzione più cara del frumento disponibile. Oggi questa frazione più cara è il frumento estero disponibile dopo il primo aprile 1922 al prezzo di lire 150. Su questa base tende a fissarsi il prezzo del pane.

 

 

Conseguenza logica del qual discorso è che, se noi non vogliamo lasciar guadagnare somme fortissime, per ora ai mugnai e dopo ai mugnai ed agli agricoltori insieme, bisogna fare una cosa sola e non c’è assolutamente nient’altro da fare: sospendere subito e di nuovo il dazio doganale sul frumento e sulle farine non solo fino all’1 luglio 1922, che sarebbe troppo poca cosa, ma almeno sino all’1 luglio 1923. Dopo si vedrà, essendo probabile che per allora il problema doganale sarà stato definito. Questo è l’unico modo di evitare, in quanto sia possibile, l’arricchimento dei mugnai e dei grandi agricoltori a danno dei consumatori di pane. Tutto il resto è chiacchiera vana e perniciosa.

 

 

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