Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Il risanamento economico e finanziario dell’Italia nel discorso del ministro delle finanze a Milano

«Corriere della Sera», 14 maggio 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 233-237

 

 

 

Bene inquadrato in alcuni concetti essenziali, solidamente costrutto su alcune poche cifre significative e su non orgogliose citazioni di decreti già pubblicati ed in corso di attuazione, il discorso tenuto alla Scala dal ministro De Stefani ha fatto ottima impressione in chi l’ha ascoltato e dovrà farla ugualmente nei molti che lo vorranno meditare, nel suo testo e nelle ampie dimostrazioni fornite nel volume statistico allegato. Anche chi, al par di noi, avrebbe desiderato che il ministro rendesse conto dell’opera sua al parlamento che gli aveva concesso poteri tanto illimitati, è lieto di aver ascoltato il ministro parlare ai costruttori delle fortune economiche italiane convenuti nel maggior teatro d’Italia il linguaggio medesimo che sarebbe stato tenuto da quegli «uomini dell’antica destra nazionale» che a ragione il De Stefani esalta e cita ad esempio alle nuove generazioni.

 

 

Perciò noi, dando lode al ministro per l’opera compiuta e per i propositi manifestati, lode tanto più ampia quanto più a fondo ci riserviamo eventualmente di discutere i singoli punti del discorso dopo un più riposato esame delle imponenti documentazioni statistiche, non vogliamo che la lode appaia rivolta soltanto all’uomo ed al suo valore tecnico. Al di là di questo, noi diamo lode ad un’opera di governo; ché, senza la cooperazione dei suoi colleghi e massimamente del presidente del consiglio, l’opera non avrebbe potuto essere condotta al punto odierno. Naturalmente non vi sarà alcuno il quale ci possa convincere della convenienza di rivolgersi, come fa il ministro delle finanze, all’on. Mussolini come al «suo capo» il quale – lui, suo capo e capo del fascismo e non il sovrano -,«lo ha scelto per l’umile fatica». Siamo stati e rimaniamo oppositori di certe tendenze e metodi di politica interna e di qualche pericolosa riforma costituzionale che si dice voluta dall’attuale governo; ma l’opposizione nostra in quel campo è dettata dalle medesime ragioni di principio le quali ci spingono a lodare l’opera riformatrice del governo nel campo della finanza. Noi non possiamo contraddirci; ché nella vita tutto è connesso: politica e finanza, relazioni estere ed economia nazionale. Non è possibile essere liberali in finanza, epperciò approvare ed appoggiare quanto fa il governo agendo secondo principii liberali; ed illiberali in politica, approvando propositi di riforme istituzionali che sostituirebbero il dominio di un solo (o di una casta) al regime di discussione e di controllo voluto dallo Statuto vigente.

 

 

Il ministro delle finanze ha parlato alla Scala come un vecchio liberale di razza; non di quei pseudo-liberali i quali facevano consistere la loro virtù nel secondare le voglie demagogiche delle masse illuse, nel concedere a tutti, nel temere l’impopolarità; ma di quegli altri i quali stabilivano l’autorità dello stato facendolo rientrare nei suoi confini e la fortificavano col consentire libertà di iniziativa alle forze individuali e sociali. Se quel che non seppero fare gli uomini della generazione assurta al reggimento del paese dopo il 1876, facessero i governanti d’oggi, che monterebbe il nome, purché l’opera fosse quella che noi sempre auspicammo rivolta alla salvezza ed alla grandezza della nazione?

 

 

Più tardi e con maggior calma studieremo i particolari. Oggi ricapitoliamo le grandi linee, assumendo come punti fissi i dati offertici nel discorso di Milano. Li assumiamo perché abbiamo fede che l’energia del ministro delle finanze vorrà ad ogni costo che anche quelle che oggi sono semplici promesse si convertano in dura e feconda realtà. Se oggi l’annuncio della riduzione del disavanzo ferroviario da 654 a 373 milioni per il 1923-24, ed a 110 nel 1924-25 ed a zero nel 1925-26 si fonda sulle «assicurazioni» dell’on. Torre, noi confidiamo che, facendo «aleggiare lo spirito del ministro delle finanze» anche nell’amministrazione ferroviaria, come già fu fatto per le altre – e fu questa, ossia l’avocazione al tesoro delle ragionerie dei ministeri della spesa, la maggior riforma amministrativa operata dall’attuale governo – il fine necessario venga conseguito.

 

 

Che alle promesse risponderanno i fatti, anche là dove i fatti non hanno ancora avuto, per l’inesorabilità dell’ora, il tempo di manifestarsi, è arra la netta visione che il ministro delle finanze ha della sostanza intima del suo compito. Egli, come è naturale, comincia col dar conto dell’opera compiuta di semplificazione e di perequazione delle entrate pubbliche. Ma non vi si indugia più che tanto. Egli vede che questa non è l’opera la quale massimamente gli darà diritto alla riconoscenza del paese. Premono a lui sovratutto le economie e chiaramente vede che queste possono essere conseguite in quattro principali direzioni: difesa nazionale, lavori pubblici, ferrovie e risarcimenti dei danni di guerra. Giova dire che forse i risultati maggiori il ministro delle finanze li ha ottenuti grazie alla cooperazione dei ministri militari. Noi non sappiamo se la contrazione delle spese militari entro la cifra di tre miliardi, inferiore di 338 milioni a quella scritta nel preventivo del novembre scorso, sia dovuta a contrazioni di ordinamenti – nel qual caso l’economia sarebbe permanente – o ad una più cauta e parziale attuazione dell’ordinamento nuovo – ché allora l’economia sarebbe affidata principalmente alla virtù degli uomini -; ma grande ad ogni modo è il merito di chi ha saputo, senza sminuire l’efficienza dell’esercito, costringere la spesa entro limiti che il De Stefani dichiara inferiori a quelli usati innanzi alla guerra. Nonostante le lodi fattegli perché poteva spendere 971 milioni e si contentò di 750 e perché aveva 1.300 milioni di residui disponibili, dei quali si impegnò a spenderne solo 250 all’anno, è possibile che in cuor suo all’on. De Stefani non sarebbe dispiaciuto se il collega dei lavori pubblici fosse disceso al disotto dei 1.000 milioni conservati tra competenza e residui. Sono ancora sei volte quelli dell’ante guerra, osserva il ministro; e sono di gran lunga troppi, aggiungiamo noi, se si rifletta che nessuna spesa dovrebbe superare il quadruplo d’un tempo e che in tempi di disavanzo quelle per i lavori pubblici dovrebbero subire enormi falcidie. Assai bene nota il De Stefani essere un’illusione credere che «ad una nuova domanda statale di lavoro non corrisponda una contrazione della domanda privata». Auguriamoci perciò che, lungo la via, presto si vegga l’assurdità di spendere tutta la somma, ridotta ma pur sempre enorme, iscritta in bilancio.

 

 

Non giova indugiarsi, poiché il nitido discorso è aperto a tutti, sui particolari delle economie raggiunte o fermamente volute. Basta ricordare il risultato finale: che è una riduzione del disavanzo «effettivo» dai 3.558 milioni preveduti nel novembre 1922 o, meglio, dai 4.000 milioni presunti allora per tener conto di oneri non valutabili in bilancio a 2.616 milioni. Questo è un disavanzo di competenza, ossia di scrittura fra le entrate e le spese iscritte e dovute nell’esercizio; e sulla base medesima delle cifre comunicate a Milano si potrebbe giungere alla conclusione che il disavanzo di cassa, ossia l’«indebitamento» probabile sarà assai minore. Una nube rimane a tal riguardo ancora sull’orizzonte; ed è quella relativa ai debiti esteri. L’on. De Stefani tiene sul punto un linguaggio assai misurato, come è ben naturale. Mentre, tuttavia, sembra nutrir fiducia in una non lontana sistemazione dei debiti verso l’Inghilterra, il che plausibilmente può voler significare cancellazione e compensazione, si spinge sino ad affermare nettamente che l’Italia intende far fronte ai suoi impegni, pure chiedendo «larghe agevolazioni proporzionali a quelle concesse all’Inghilterra». La dichiarazione è netta senza dubbio; ma è da augurare che essa sarà interpretata oltre Atlantico con molta larghezza; e che, ove si riscontri che un qualche debito nostro esiste davvero verso l’associato americano, non si parli di versamenti effettivi da parte dell’Italia innanzi che la lira abbia ricuperata la sua antica potenza d’acquisto e che a questo ricupero il governo americano abbia dimostrato coi fatti di voler collaborare come è suo debito, aprendo largamente le porte, oggi sprangate, degli Stati uniti all’emigrazione ed alla esportazione italiane. Siccome non è probabile che tale evento abbia a verificarsi né nell’anno prossimo né in quelli immediatamente successivi, i 2.616 milioni di disavanzo effettivo annunciati dall’on. De Stefani possono dar luogo a qualche lieta sorpresa di cassa. Si deducano invero i 1.153 milioni di lire oro di interessi all’Inghilterra ed agli Stati uniti, che non dovremo di fatto versare; si supponga – ma forse l’ipotesi è azzardata – che nel 1923-24 gli stati ex nemici ci versino il miliardo previsto di riparazioni, così come in parte fecero in passato; ed ecco, ove queste ipotesi si avverino, la cassa dello stato quasi in equilibrio; e l’unico nuovo debito rilevante in vista ridursi ai 1.500 milioni di buoni a premio ammortizzabili in 25 anni al 3,50% da consegnare ai danneggiati di guerra del Veneto. Né possono preoccupare i residui passivi, che finalmente il ministro qualifica, distruggendo la grottesca ossessione di tanti, invano deprecata su queste colonne, come un «fantasma contabile». Anche astraendo dalle riparazioni nemiche, il pareggio è in vista. Fra pochi anni i risarcimenti di danni di guerra (1.500 milioni all’anno) saranno liquidati, i 1.318 milioni di pensioni di guerra hanno già iniziato la loro discesa, i 374 milioni di disavanzo ferroviario sono condannati, purché non manchi la volontà di attuare i propositi energici, a scomparire. Il disavanzo sarà debellato.

 

 

Avevano già cominciato a combatterlo gli uomini che ressero prima del novembre scorso la finanza italiana. De Stefani rende a quegli uomini un generoso riconoscimento descrivendo, con parole toccanti «il travaglio di quelle anime per la coscienza che essi avevano della gravità del momento e della sproporzione delle forze riparatrici». Rendendo omaggio all’angoscia dei suoi predecessori, De Stefani ha osservato che gli uomini di ieri erano dominati dal senso della «stabilizzazione del disavanzo», tanto grave era il momento e tanto sproporzionate erano le forze riparatrici. L’affermazione non ci sembra giusta. Furono fatte cose grandi, come quando da Giolitti fu soppresso il prezzo politico del pane. E del resto, aumentando specialmente le entrate più che diminuendo le spese, furono compiuti passi enormi, come Luigi Einaudi ha testé dimostrato nelle nostre colonne, verso la sistemazione del bilancio. Ma gli ostacoli che frapponevano i partiti nel paese ed i loro rappresentanti in parlamento rendevano l’impresa terribilmente ardua. Vennero gli uomini nuovi e dissero: «vogliamo i pieni poteri per riuscire a superare ogni ostacolo». Li ebbero, e si posero al lavoro.

 

 

Certo essi sanno che non basta enunciare la parola magica, ma che bisogna tradurre con sforzi logoranti e quotidiani i propositi in azione. Ma è doveroso per noi, che del pari adempiamo quotidianamente al dovere ingrato di critica e di eccitazione, dire ad essi in questa occasione solenne che non v’ha in Italia chi non senta tutta la bellezza dell’opera iniziata e la grandezza di quella ben più dura che ancora li affannerà per tradurre in atto le loro promesse e per condurre a fine la grande impresa di restaurazione della pubblica finanza.

 

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