Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Il ritorno della bardatura di guerra per i consumi

«Corriere della Sera», 29 febbraio 1920

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 607-611

 

 

 

Le norme approvate dal governo per la restrizione dei consumi, sono la conseguenza della incapacità ad andare gradatamente verso un regime di normali contrattazioni. Ben 16 mesi sono passati dall’armistizio; e siamo ritornati, attraverso a oscillazioni continue, al punto di prima: le restrizioni di guerra devono essere ripristinate in tutta la loro estensione e durezza. Il governo si era proposto la soluzione di un problema tanto insolubile, quanto lo è quello del moto perpetuo; e naturalmente non l’ha potuto risolvere. Il problema era: ridurre i consumi mantenendo bassi i prezzi, e dando dei buoni consigli. La popolazione ha riso dei buoni consigli; ha aumentato i consumi ed ha accollato al paese debiti di miliardi verso l’estero. Finalmente si hanno dati ufficiali sul consumo del frumento, pane e pasta. Esclusa quella che chiamasi la popolazione produttrice, ossia i contadini diretti produttori di frumento, il consumo mensile da 2.751.380 quintali nel 1917-18, crebbe a 3.447.500 quintali nel 1918-19 e a 3.718.070 quintali nel 1919-20. Quali le cause dell’aumento? Parecchie. Innanzi tutto il più elevato tenore di vita delle popolazioni, che fa loro rinunciare progressivamente ai cereali inferiori, come il granoturco. Contro tutte le declamazioni dei politicanti e dei giornali rossi, sta di fatto che gli aumenti dei salari agricoli e operai avvenuti durante e dopo la guerra, sono stati maggiori dell’aumento medio dei prezzi. Il tenore della vita è cresciuto: si mangia dalle masse più e meglio di prima. La borghesia, la quale ha dato la massima percentuale di morti alla patria, ha dovuto, per quanto riguarda la vecchia borghesia, restringersi nei consumi e fare rinuncie dolorose. Né essa si lamenta che il suo posto sia preso, per ammontare di redditi e ricchezze di consumi, dalle masse operaie e dai contadini. Si limiterebbe a chiedere che lo spettacolo di incivismo che le nuove classi agiate (operai e contadini) e ricche (arricchiti di guerra) danno al mondo non sia pretesto a lagnanze ingiustificate di privazioni insussistenti e che essa non sia lasciata sola – essa la meno capace di tutte – a sopperire ai bisogni dello stato. Oltre all’aumento nei consumi, v’è lo spreco dovuto alla forma grossa del pane antipatica alle masse che possono spendere. C’è il fatto che i contadini produttori diretti nascondono il frumento prodotto e si iscrivono nelle liste di coloro che hanno diritto alla tessera del pane e della pasta. Qual contadino si induce a consegnare il frumento a 75 lire al governo, quando, per dare da mangiare alle bestie, deve comprare il fieno a 50 lire e il granoturco a 100 lire? Esso lo nasconde e lo dà alle bestie da ingrasso. Per il suo consumo va a farsi dare dal governo il pane a 85-90 centesimi.

 

 

Con le requisizioni, con la istituzione della tessera di macinazione per i contadini qualche risultato si potrà ottenere. Scarso, però. Con lo spirito di rivolta e di disprezzo alle leggi diffuso dappertutto, vano è sperare in denuncie veraci e nella obbedienza dei mugnai. Finché i mangimi per il bestiame saranno cari – e sarebbe pazzesco regolarli da Roma, se non si vuole fare morire di fame le popolazioni delle nostre stalle – i contadini nasconderanno frumento e granoturco. A poco gioveranno i premi di 30 lire per il grano, e di 25 per il granoturco per la maggior produzione oltre il 1918. Il distacco fra i prezzi di imperio e i prezzi di mercato resta attraente e nulla prevarrà contro l’interesse dell’agricoltore a non sprecare, dal suo punto di vista, i cereali da lui prodotti dandoli al governo a sotto prezzo, quando li può utilizzare più convenientemente nella stalla. Perché il governo non fa un tentativo, che l’esempio di Bergamo gli addita, che tanti competenti suggeriscono, destinato ad alleviare il sacrificio dell’erario? Perché non limita il calmiere del prezzo del pane alla qualità di guerra, al pane da soldato? Chi vuole la razione al prezzo basso – il quale del resto potrebbe essere fissato oramai subito a una lira per chilogrammo, uguale in sostanza a meno dei 20 centesimi dell’anteguerra; ossia a meno della metà , più probabilmente al terzo, del prezzo antico – compri la qualità ordinaria. Chi vuole pane di altra qualità – entro i limiti della tessera, per non fare nascere obiezioni che il ricco può mangiare di più del povero – lo paghi al prezzo di mercato. Il governo provveda al pane ordinario, più sano e più nutriente dell’altro, con le requisizioni interne. Chi vuole pane fino, bianco, in piccole pagnottelle, in grissini, lo paghi quanto vale, 2, 3 lire al chilogrammo, e faccia venire, se gli riesce, per mezzo del commercio privato, il frumento dall’estero. È probabile che il pane ordinario sarà richiesto solo dai veri poveri, che sono pochi, e dalla vecchia e minuta borghesia. Gli altri, che più vociferano contro le iniquità sociali, andranno a gara nel pagare caro il pane fino. Il che dimostrerà a chiarissime note quanto grande sia lo scandalo odierno di dare un sussidio, sotto forma di sotto prezzo del pane, a chi può pagare, accollandone il peso ai contribuenti, i quali, nove volte su dieci, stanno peggio dei sussidiati, decisi per giunta a non pagare imposte.

 

 

Di fronte al problema del pane, il resto passa in seconda linea. Non si può, a priori, dire se si faccia bene o male a sospendere o a ridurre gli acquisti all’estero di grassi, latticini, carni, tonno, zucchero, ecc. Tutto dipende dall’attitudine del governo ad effettuare sul serio il tesseramento e a ridurre, per questa via, il consumo. Finora, il tesseramento è stato una delle cause principali dell’aumento del consumo; perché ha abituato le menti degli uomini all’idea del diritto e della necessità di effettuare almeno un minimo di consumo delle derrate tesserate. Può darsi che, miracolosamente, ora le cose mutino; ma c’è poco da fidarsi. Avremo con tutta probabilità invece di un vero tesseramento e di una riduzione dei consumi, un mondo di guai, di cosidetti abusi, di vendite di nascosto, di querimonie reciproche, di urla incomposte da parte di chi più mangia e beve contro la borghesia detta, per ludibrio, affamatrice, e composta in realtà di gente ricca solo di desideri insoddisfatti. Sotto la pressione delle querimonie municipali, il governo dovrà riprendere gli acquisti all’estero, e forse pagare più cara la merce. La vera via d’uscita sembra quella delineatasi in una recente conferenza fra l’on. Murialdi e i produttori di latticini: obbligo da parte dei produttori di rifornire, con un quantitativo fissato e a prezzi d’imperio, i centri cittadini più molesti al governo e libertà per il resto. È una soluzione discretamente immorale; ma presenta il vantaggio di esserlo di meno della situazione odierna e di essere un contemperamento fra il timore di dare ansa ai facinorosi a turbare l’ordine pubblico e la necessità di lasciare ritrovare ai prezzi il loro equilibrio naturale, così che la produzione abbia interesse a crescere in ragione del cresciuto consumo.

 

 

Le soluzioni possibili sono certamente soluzioni di compromesso. Ma una volta incamminatisi su una via, bisogna percorrerla fino in fondo, e non pentirsi ad ogni tratto e ritornare indietro, ristabilendo tutti vincoli di guerra. Altro effetto non otterremo fuori di disseminare il malcontento, commettere imbrogli di ogni fatta e dare un’arma ai socialisti per gridare che la borghesia è incapace a risolvere i problemi del dopo guerra, mentre in realtà chi e incapace a risolverli è la burocrazia governante, la quale non fa altro se non anticipare le delizie del comunismo. Tessere, razionamenti, requisizioni, politica di prezzi bassi e di larghi consumi, sono tutti provvedimenti di puro comunismo. E il curioso è che mentre sotto i nostri occhi, il comunismo, messo in atto da burocrati comunisti, fa fallimento, i comunisti della piazza gridano al fallimento della borghesia, la quale deve, imbavagliata e legata, assistere impotente a questo disfrenarsi di esperimenti collettivistici! Ben si guardano però i comunisti dall’osservare che la riduzione a tre del numero delle portate nelle trattorie e nei ristoranti è troppo poco, e che due portate sono sufficienti a una persona morigerata. Sovratutto si guardano dal dire che la cessazione della vendita delle bevande alcooliche alle 22 e la chiusura degli esercizi pubblici compresi i circoli vinicoli alle 23, sono provvedimenti troppo blandi; e che lo spaccio delle bevande alcooliche dovrebbe essere proibito dalle 12 alle 14 e dopo le 20, chiudendosi poi completamente gli esercizi pubblici nei giorni festivi. Forse, se la memoria non falla, l’ha chiesto Turati e lo chiediamo noi; ma non lo chiedono i rappresentanti di quelle classi che nelle città e nelle campagne affollano fino allo schiacciamento i pubblici esercizi e trovano i danari, anche in piccoli borghi, per costruire edifici, i quali offrano sale da ballo, da biliardo e da divertimento ad associazioni e circoli di carattere solo apparentemente politico e sociale. A questo dovevano servire le otto ore di lavoro?

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