Il salvataggio delle Banche. Le anticipazioni allo “sconto” e le perdite dello stato

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 11/10/1923

Il salvataggio delle Banche. Le anticipazioni allo “sconto” e le perdite dello stato

«Corriere della Sera», 11 ottobre 1923[1]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 394-398

 

 

 

Milano, lì 9 ottobre 1923.

 

 

Signor direttore,

 

 

L’articolo del sen. Einaudi «I metodi e il costo dei salvataggi bancari», pubblicato nel «Corriere della Sera» del 5 corr. mi induce, poiché nessuno tra i miei ex colleghi del consiglio della Banca italiana di sconto ha creduto di rilevarne una gravissima inesattezza, a rompere per una volta quel silenzio che ho rigidamente serbato dopo la caduta di quell’istituto.

 

 

Non intendo sollevare discussioni, né certo polemizzare col sen. Einaudi, ma solo mi permetto di rilevare un’affermazione di fatto che, nei riguardi della Banca italiana di sconto, non trova fondamento nella realtà: affermazione che, lasciata passare senza rettifica, potrebbe contribuire ad aggiungere leggenda a leggenda, a confondere il giudizio dell’opinione pubblica, orientandoli inesattamente a ritenere sistemate con metodo unico d’intervento statale, come afferma il sen. Einaudi, due complesse situazioni bancarie, che in tempi distinti e da governi ben diversi vennero invece regolate con criteri nettamente antitetici.

 

 

Né intendo discutere il concetto dell’intervento statale o la misura di esso che resero possibile la sistemazione del Banco di Roma, in forma tanto piena e precisa che, dopo la sua prima seduta, il nuovo consiglio d’amministrazione ritenne doveroso «manifestare a S.E. Mussolini la sua riconoscenza per l’opera data dal governo fascista alla rinascita del Banco di Roma».

 

 

Mediante l’intervento dello stato creditori ed azionisti del Banco di Roma sono tranquilli e sicuri di percepire il cento per cento.

 

 

Ben diversa è la verità per quanto concerne la Banca italiana di sconto, nonostante il fatto che al momento della dichiarata moratoria (29 dicembre 1921) le attività della Sconto fossero tali che il governo d’allora, se avesse voluto seguire i criteri adottati dal governo attuale nei riguardi del Banco di Roma, avrebbe potuto tranquillamente sentirsi autorizzato a sistemare in sede interna la Sconto, senza procedere giudizialmente e con ben minori ripercussioni dannose sul credito pubblico, all’interno ed all’estero ed all’economia nazionale.

 

 

Di ciò gli ex amministratori daranno a tempo debito la piena e documentata dimostrazione sia in Alta corte di giustizia, sia dinanzi al tribunale di Roma in tema di resa di conto dall’ultimo bilancio approvato (31 dicembre 1920) e di formazione dell’inventario e bilancio d’inizio della liquidazione (che malgrado il lungo tempo trascorso non fu mai fatto!) e ciò secondo le norme della sentenza 9 febbraio 1923 del tribunale di Roma passata in giudicato.

 

 

Questo premesso, ciò che più mi preme di rilevare si è che, contrariamente a quanto ne scrisse il sen. Einaudi, nessun salvataggio fu usato, nei riguardi della Banca italiana di sconto, dal governo di allora (anzi: tutt’altro!) e tanto meno quello che il sen. Einaudi chiama «salvataggio coi danari dei contribuenti».

 

 

Basti in proposito la parola dell’ex ministro Belotti, il quale a pag. 39 del suo opuscolo La politica economica del ministro Bonomi, così ne parla:

 

 

«Il ministro del tesoro on. Nava, fu, come doveva essere, un inesorabile difensore dell’erario e rifiutò anche un solo centesimo. Tutti gli altri membri del governo – nessuno escluso e noi compresi – furono d’accordo con lui. Né poteva essere diversamente».

 

 

Né meno esplicitamente l’on. Bonomi, presidente del consiglio, nella sua circolare del 10 febbraio 1922, sempre a proposito della Banca sconto, dichiarava che «lo stato non può e non potrà mai trasferire sui contribuenti italiani le perdite di un’impresa privata. Una siffatta assurda pretesa, qualora fosse accolta, – diceva il presidente, – susciterebbe i comizi di protesta di tutti i contribuenti italiani».

 

 

Conformemente a questo preciso criterio di non intervento statale, il concordato della Banca di sconto venne stabilito sulla base di una percentuale del 62% (oltre il buono di ricupero) il cui pagamento è interamente garantito dalle attività possedute dalla Banca italiana di sconto. Fu solo in causa ed in dipendenza di questa condizione che i commissari stessi fecero pratiche perché gli enti sovventori (vedi sezione autonoma del consorzio sovvenzioni sui valori industriali) avessero a favorire le anticipazioni all’uopo necessarie. Anticipazioni che, come è noto, vennero calcolate in misura non superiore al miliardo (vedi decreto legge 4 marzo 1922) e per le quali l’erario e quindi il contribuente non si troverà mai esposto a subire alcuna perdita, perché più che esuberantemente garantite dal privilegio di pegno sulle attività della Sconto.

 

 

Dov’è dunque il salvataggio coi danari dei contribuenti, se lo stato non ci rimette neppure un centesimo, se i creditori hanno rinunciato ad un buon terzo dei loro averi, gli azionisti hanno perduto tutto il fatto loro e gli ex amministratori sono tuttora perseguitati nell’onore e negli averi da nuove forme di reato e presunzioni di responsabilità, le une e le altre create per la circostanza da speciali decreti legge?

 

 

Il Banco di Roma vive e vivrà, auguriamolo sinceramente sovratutto per il bene dell’economia nazionale, perché il governo dell’on. Mussolini volle e seppe assumersi la responsabilità di farlo vivere: la Banca italiana di sconto, all’incontro, per le direttive seguite dai ministri del tempo non sopravvisse a se stessa, nemmeno nel nome.

 

 

Da nessun punto di vista non esiste adunque alcuna analogia tra il salvataggio del Banco di Roma e la caduta della Banca di sconto, che il sen. Einaudi ha creduto di accumulare e parificare nelle sue censure.

 

 

Questi i fatti che non abbisognano di commenti.

 

Sen. Lodovico Gavazzi

ex amm. della Banca Ital. di sconto

 

 

Che lo stato non debba in definitiva rimettere neppure un centesimo dei danari dei contribuenti, voglio augurarmelo anch’io, insieme col sen. Gavazzi. Sta di fatto però che successivi decreti hanno imposto l’accantonamento di egregie somme di spettanza esclusiva del tesoro, ossia pagate dai contribuenti, che cifre ufficiali hanno constatato in 237 milioni 750.000 lire per il periodo dal primo luglio 1921 al 31 dicembre 1922, e che si possono calcolare in 230 milioni all’anno per gli otto anni successivi sino al 1930. I decreti medesimi hanno stabilito i termini da cui comincia e a cui finisce l’accantonamento.

 

 

Per presunzione legale quelle somme si possono considerare perdute. Se in parte verranno recuperate, tanto meglio. È impossibile ora sapere quanta parte di tali perdite, presunte ora e accertate poi, sarà dovuta al parziale salvataggio della Banca di sconto e quanta a quello, che fu annunziato totale, del Banco di Roma. Il biasimo o la lode, a seconda dei punti di vista, deve essere in rapporto all’ammontare assoluto delle somme perdute. Può darsi che un salvataggio parziale costi di più o di meno d’un salvataggio totale, la cifra della perdita sopportata dallo stato essendo in funzione di elementi vari e ignoti. Certo sarebbe ottima cosa, trattandosi di danaro dei contribuenti, che nei pubblici rendiconti della spesa apparisse con precisione quanto fu la spesa per i vari scopi a cui gli accantonamenti sono destinati, sicché i dirigenti dovessero rispondere soltanto per la quota che ai diversi Banchi singolarmente tocca.

 

 

Non perché il sen. Gavazzi l’abbia accennato, ma perché ne parlano parecchi giornali, giova notare che il mio calcolo di 230 milioni all’anno non è stato affatto un arrotondamento dei 237 milioni accantonati per i 18 mesi dal primo luglio 1921 al 31 dicembre 1922, ma è una cifra ottenuta, come si doveva, in maniera completamente indipendente. Per l’esercizio 1923-1924 la cifra è ufficialmente calcolata in 221 milioni 250.000 lire nella nota di variazione al bilancio dell’entrata per il 1923-1924 (p. 20). In generale, la cifra si deduce moltiplicando i tre quarti del saggio probabile dello sconto per l’ammontare della circolazione straordinaria. Io ho supposto quest’ultima costante, ed era l’ipotesi meno arbitraria che si potesse fare tra le due estreme, dell’aumento di essa e della sua diminuzione a zero. Badisi che si tratta della parte straordinaria della circolazione per conto del commercio, e non di quella per lo stato, la quale sola ha tendenza, per ora, a diminuire.

 

 

Quanto all’aggiunta di mezzo miliardo da me fatta e non chiarita, essa è in relazione agli elementi spiegabili di incertezza che ci sono nel valutare legalmente la circolazione «straordinaria». Questa dipende cioè da fattori che in parte sono variabili a volontà del legislatore e del governo. Se si aumentano i limiti della circolazione ordinaria, come in anni passati ripetutamente si fece, diminuisce la circolazione straordinaria, ma probabilmente cresce la perdita dello stato. Se lo stato mantiene, a cagion d’esempio, per un anno, un miliardo di lire di depositi suoi presso gli istituti di emissione, la circolazione straordinaria è pro tanto ridotta; ma vi sono da conteggiare 50 milioni di lire di perdita per maggiori interessi su un miliardo di buoni del tesoro in circolazione.

 

 

Tutti ci rallegreremo nel vedere che nessuna delle ipotesi sfavorevoli si verificherà e avranno, invece, luogo le ipotesi propizie a diminuire le perdite dello stato da due miliardi e mezzo a due o anche a un miliardo solo. Qualunque sia la perdita, questa non è creata, come sembrano dire taluni giornali, dal metodo tenuto nel sanarla. Parrebbe, a sentire certuni, che io abbia voluto il fallimento universale, perché dissi che, fra i tre metodi per liquidare una perdita avvenuta, quello classico è il fallimento.

 

 

No. La perdita è quella che è, grossa o piccola a seconda delle circostanze e dei metodi di calcolo. Ma il primo metodo, del fallimento, la riversa sugli amministratori, sugli azionisti e sui depositanti; il secondo metodo, del salvataggio privato, sugli enti affini i quali volontariamente pagano per evitare un danno maggiore; il terzo metodo, del salvataggio pubblico, l’accolla ai contribuenti. Quale dei tre metodi è più dannoso all’economia nazionale?

 

 

Evidentemente il terzo, il quale attribuisce la responsabilità del danno già avvenuto agli innocenti e distrugge alla radice un principio fondamentale del progresso economico, per cui chi corre l’alea dei vantaggi deve subire i rischi delle perdite. Guai se l’esempio fruttificasse e gli uomini agissero partendo dal principio che, se le cose vanno bene, i guadagni si incassano, se vanno male, le perdite sono dei contribuenti!

 

 



[1] Con il titolo Le anticipazioni allo «Sconto» e le perdite dello stato [ndr].

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