Il senato e le leggi operaie

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. III

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 30/01/1911

Il senato e le leggi operaie

«Corriere della Sera», 30 gennaio 1911

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.III, Einaudi, Torino, 1960, pp. 205-214

 

 

 

 

Quando si seppe che, dai membri dell’ufficio centrale del senato, i due disegni di legge sulla disoccupazione operaia e sull’ispettorato del lavoro erano stati fatti oggetto di qualche critica, i giornali di parte socialista non tardarono a rammentare ai tardi italiani che in Inghilterra si voleva tolto il diritto di veto alla camera dei signori, che in Serbia e in Grecia – paesi, come ognuno sa, progreditissimi in fatto di costituzione – il senato non esisteva e che in Portogallo i repubblicani avevano deciso di abolirlo. Inspirati dai quali nobilissimi esempi, gli italiani non dovrebbero tardare a far giustizia sommaria di un istituto cotanto reazionario da non volere ad unanimità e per acclamazione approvare i disegni che stanno a cuore a coloro che da sé si sono eletti difensori esclusivi degli interessi delle classi operaie.

 

 

Chiedo umilmente licenza di esporre un’altra tesi la quale dice che il senato non opererebbe certamente con sapienza se respingesse – cosa del resto lontana, a quanto si è sentito da alcuni autorevoli suoi rappresentanti, dai suoi intendimenti – il disegno, troppo a lungo ritardato, dell’ispettorato del lavoro: ma neppure è da augurare che esso faccia gitto del suo potere moderatore, rinunciando ad apportarvi le opportune modificazioni; né cadrà il mondo o le classi lavoratrici saranno apprezzabilmente danneggiate, se il disegno di legge sulla disoccupazione seguiterà a far la spola per un pò tra camera, senato e ministero.

 

 

Comincio da quest’ultimo e dalle 100 mila lirette di spesa che esso accolla allo Stato a titolo di «contributo alla previdenza contro la disoccupazione involontaria». Debbo avvertire subito che la proposta di far intervenire lo Stato nella lotta contro la disoccupazione non poteva essere presentata con maggior rigore di argomentazione, ricchezza di dati ben esposti e discernimento nella scelta dei mezzi atti a produrre il bene ed a schivare il male. Si legge nella relazione come il problema, assai sentito subito dopo la crisi del 1907, sia adesso sostituito in quasi tutta Italia dall’altro della «scarsità crescente delle braccia» e come soltanto nella Romagna, per la sovrabbondanza dei braccianti, nelle Puglie, per la crisi vinicola ed olearia, ed a Milano, per la forte immigrazione dalle campagne, ancora si favelli di disoccupazione. Poiché i sussidi alla disoccupazione romagnola sarebbero un rimedio peggiore del male, e poiché nelle Puglie «le condizioni del mercato del lavoro vanno mutandosi a favore dei lavoratori», probabilmente a cagion dello scomparire spontaneo della crisi vinicola, l’estensore riconosce che l’assicurazione mutua contro la disoccupazione è applicabile soltanto agli strati più elevati della massa lavoratrice, specialmente milanese; ed in Italia invero gli esempi più cospicui, oltrecché in alcune leghe cattoliche del Piemonte, del Veneto e della Lombardia, si trovano nelle associazioni le quali fanno capo all’Umanitaria di Milano. In qual guisa incoraggiare questo movimento di previdenza operaia, movimento senza dubbio fecondo, come quello che induce l’uomo a prelevare dai guadagni degli anni di intensa attività industriale i risparmi necessari a permettergli di superare i periodi in cui il lavoro manca e la fame batte alle porte dei disoccupati? In Inghilterra gli operai si sono incoraggiati da sé e là si veggono le trade-unions, forti di 1.432.649 soci nel 1908 dedicare ben 25.048.800 lire (italiane) in sussidi a pro dei disoccupati; e così in Germania le unioni operaie socialiste dedicano ben 8.134.388 marchi a soccorrere i soci disoccupati e 1.184.353 marchi a pagar loro le spese dei viaggi intrapresi in cerca di lavoro. Sembra che in Italia, sebbene i salari non siano nelle regioni industriali più progredite – alle quali soltanto il disegno di legge si applica – di tanto più bassi dei salari tedeschi, gli operai abbiano una ripugnanza invincibile a pagare alte quote di contributo alle loro leghe; sicché queste non possono, se non per eccezione, destinare qualche fondo per i sussidi ai disoccupati.

 

 

Poiché i disoccupati non sono «scioperanti» – tali per atto di loro volontà -; e sono anzi privi di lavoro involontariamente, per effetto di generali condizioni economiche, un rimedio semplice sarebbe parso il ricorso allo Stato od al comune, i quali, come organi della società intiera, sarebbero stati chiamati a riparare ai danni arrecati ai singoli incolpevoli dalla organizzazione sociale esistente. L’estensore della relazione alla camera scarta senz’altro il sistema del sussidio di Stato: poiché, essendo l’assicurazione dei disoccupati basata tutta sull’accertamento della volontarietà o involontarietà della perdita dell’impiego, gli operai non avrebbero avuto scrupolo di «giuocare la buona fede degli amministratori dello Stato, del comune o dei pii istituti sovventori»: con quale pericolo per le finanze pubbliche è agevole immaginare.

 

 

Dunque, assicurazione di Stato, no; sotto pena di veder mutarsi troppi lavoratori in disoccupati, per godere, senza far nulla, dei soccorsi governativi. Quale, dunque, il metodo da scegliere? La risposta oramai è pacifica per gli studiosi, dopo che la città di Gand, fin dal 1901 istituiva un fondo di disoccupazione. Lo Stato, gli enti locali e le loro istituzioni debbono limitarsi ad incoraggiare, con sovvenzioni parziali, la iniziativa delle stesse classi interessate. Stato e comuni debbono limitarsi a pagare un sussidio corrispondente al 20, 30 o 50% della indennità che gli interessati si sono da sé costituite associandosi ad una cassa mutua o facendo versamenti su un libretto di risparmio. In tal modo il sussidio dello Stato va soltanto a chi veramente ha sentito il bisogno di premunirsi contro i danni della disoccupazione; sono impossibili le frodi dei poltroni perché gli assicurati hanno interesse ad impedire che il proprio fondo venga depauperato soltanto per godere del sussidio di Stato; il controllo è facile, data la comunanza di vita e di abitudini, non è dispendioso, perché spontaneo, non è inquisitorio, perché preventivamente esercitato dagli stessi soci della cassa. Né è da temersi che le spese diventino preoccupanti per gli enti sovventori: a Gand nel 1902 il comune pagò 16.171 lire di sussidi su 41.210 lire spese dalle casse sindacali, nel 1908 il supplemento comunale giunse a 46.701 lire su 99.121 lire spese dalle casse; in Francia, dove una legge del 21 ottobre 1904 sanciva il soccorso di Stato alle casse di disoccupazione, stabilendo un fondo di 110 mila lire, le sovvenzioni governative poterono giungere nel 1905 solo a 27.690 lire e nel 1908 a 47.824 lire. A Milano la Società umanitaria nel 1906 pagò 5.827 lire per completare le 15.132 lire pagate dalle associazioni mutue, nel 1909 pagò 12.242 lire a complemento delle 36.056 lire delle casse mutue.

 

 

Sì è vero: se si vuole venire in aiuto alla disoccupazione, si deve scegliere il metodo proposto nella relazione ministeriale, come quello che riduce al minimo i pericoli del dare i denari dei contribuenti a coloro che affermano e dimostrano di essere involontariamente disoccupati. Non mi dorrò nemmeno troppo se il senato, rimandandola alla camera, farà correre qualche pericolo alla proposta. L’estensore della relazione ministeriale, il quale deve essere un amabile scettico, ha fatto assai opportunamente rilevare che si tratta di uno sperimento con il quale «si tenta per la prima volta nel nostro paese e che anche all’estero non ha precedenti troppo numerosi». Perché dovremmo essere proprio noi a tentare lo esperimento, quasi per i primi? Il valoroso scrittore che redasse il disegno di legge argutamente osserva che lo Stato deve intervenire perché «nei paesi latini l’esercizio della previdenza contro la disoccupazione ha trovato nelle organizzazioni operaie un campo assai meno favorevole di sviluppo, sia in dipendenza del carattere delle popolazioni, meno inclinate in genere ad imporsi la disciplina della mutualità, sia anche in dipendenza della costituzione diversa dei sindacati operai, francesi ed italiani, vivaci e battaglieri nella loro azione, ma quasi sempre sprovvisti di riserve pecuniarie». Poiché il carattere nostro «latino» è una specie di argomento di riserva che si adduce quando non si sa da che parte cominciare il discorso, io chiederò se anche le trade-unions inglesi fossero «latine» tre quarti di secolo o mezzo secolo fa, quando, in mancanza di fondi, esaurivano tutta la loro attività in vivaci battaglie, punto curandosi di sussidiare i disoccupati e se forse non sarà possibile anche alle nostre leghe italiane di guarire, a somiglianza delle leghe anglosassoni, dalla malattia della «latinità» giovanile quando, coll’andar degli anni, avranno accumulato esperienza e denari. Questo sarebbe davvero un grande «sperimento» da fare, fecondo di benefici ben più sensibili di quelli che si trarranno dalla elemosina di 100.000 lire oggi date dallo Stato alle leghe che già dimostrano di saper fare da sé!

 

 

Notisi poi che il senato dovrà rimandare alla camera il disegno di legge, non foss’altro perché la camera durante la frettolosa discussione che ne fece l’estate scorsa, ne storpiò talmente il primo articolo da togliergli ogni possibilità di stare in piedi. Veggasi la comica sgrammaticatura: «A cominciare dall’esercizio finanziario 1910-11 è autorizzata l’annua spesa di lire 100.000 per concorrere nel pagamento dei sussidi alle associazioni professionali – aventi i requisiti prescritti dal regolamento di cui all’articolo 3 – assicurino ai loro soci validi, involontariamente disoccupati e iscritti all’associazione, per detta forma di previdenza, da un periodo di tempo non inferiore ad un anno». Poiché nessuno vorrà negare che il senato abbia il dovere, almeno, di correggere questi fioretti di bello stile, così, in via subordinata, è lecito augurarsi che si trovi il modo di rimandare negli uffici statistici e nelle aule universitarie, dove elegantemente si discetta sui problemi sociali e sulla definizione del «vero disoccupato», questo disegno che vorrebbe giustificare uno sperimento di grande novità, asserendo che, per ora, non di disoccupazione si sente il lamento in Italia, bensì di crescente scarsità di braccia; ed invocando unicamente l’opportunità di serbar fede al nostro «latino» bisogno di invadenza dello Stato e di porgere un sussidio a coloro che a Milano son diventati disoccupati, perché alla grande città vennero, senza riflettere, dalle campagne.

 

 

Ben altrimenti intonato è il discorso che si deve fare intorno alla proposta di istituire definitivamente in Italia l’ispettorato del lavoro. Correzioni potranno essere apportate al disegno di legge – e vi accennerò fra breve -; ma ciò che sovratutto importa è che presto esso sia approvato dal parlamento. Si può avere una limitatissima fiducia nella ragionevolezza della moderna mania di regolamentare con leggi tutti i rapporti fra capitale e lavoro; ma tutti sono concordi nel ritenere che una certa dose di legislazione sociale sia necessaria. Si può guardare con scetticismo alle 100.000 lire da darsi ai contadini dell’agro lombardo venuti in cerca di disoccupazione a Milano; ma non si può misconoscere la necessità di una legge sugli infortuni del lavoro. Si può aborrire dalla regolamentazione del lavoro degli adulti ed invocare una legge di tutela delle donne e dei fanciulli; si può essere convinti della inutilità e del danno dell’arbitrato obbligatorio e riconoscere la convenienza di una disciplina sanitaria delle fabbriche. Sovratutto, qualunque siano le leggi, è d’uopo che esse siano applicate; e che vi sia un corpo tecnico di ispettori incaricato di vegliare alla loro osservanza. E d’uopo, sia per migliorarle, quando siano buone, sia per revocarle, quando siano cattive. La legislazione operaia non esce, tutta perfetta come una statua greca, dal blocco di marmo lavorato dallo scalpello del giurista; si fa nelle officine, attraverso esperienze lunghe e dolorose; e solo la conoscenza perfetta della vita della fabbrica consente la elaborazione di leggi le quali aggiungano e non scemino velocità al moto della vita industriale, tolgano e non crescano attriti nei rapporti fra imprenditori e maestranze. Se tuttavia nessuno sa come le leggi siano di fatto applicate, quale sia in realtà il lavoro che esse fanno o disfanno, nessuno mai potrà affermare che le leggi, oltrecché scritte sulla carta, siano operanti e come operino, se a crescere od a distruggere ricchezza e felicità umana. L’ispettorato del lavoro è perciò l’essenza medesima delle leggi operaie; senza di esse queste non sono ed è tolta ogni speranza di farle diventare buone. Consigli del lavoro, camera e senato discorreranno all’infinito; ma discorreranno sul vuoto, finché non sappiano come le loro parole, scritte nelle leggi, si trasformino nelle azioni degli uomini, viventi e lottanti per la conquista di una vita più alta.

 

 

L’ispettorato del lavoro, malgrado che quattro anni or sono la camera ne respingesse l’approvazione, dovette essere istituito di fatto, consenziente la camera stessa, in forma provvisoria e con personale temporaneamente incaricato, tanto era vivo il bisogno di sapere se e come le leggi operaie vigenti fossero applicate e se valesse la pena di modificarle e di aggiungervene altre. Della loro opera gli ispettori provvisori diedero già conto in un grosso e beI volume; e da alcuni mesi in un «bollettino dell’ispettorato del lavoro», che è una delle più interessanti letture che si possano fare da chi si appassioni alla materia. Nel primo dei due numeri di quel bollettino finora venuti alla luce a cura dell’ufficio del lavoro si legge, a cagion d’esempio, un suggestivo e minutissimo rapporto dell’ispettore capo del circolo d’ispezione di Torino sul lavoro dei panattieri. Il campo dello studio era singolarissimo, poiché come nota l’ispettore capo, l’industria della panificazione gode del privilegio di essere, in Italia, «quella protetta dal maggior numero di leggi operaie: sul lavoro delle donne e dei fanciulli, sugli infortuni del lavoro, sul riposo festivo e settimanale, sull’abolizione del lavoro notturno». Con tanta ricchezza di testi legislativi, a cui si aggiungono i molteplici regolamenti municipali, parrebbe che le cose avrebbero dovuto procedere liscie in quella fortunatissima tra le industrie. Ci volle e ci vuole invece tutta la agilità di mente dell’ing. Magrini, capo circolo di Torino, per ottenere non che le leggi siano osservate, ma che si verifichi un numero tollerabilmente piccolo di violazioni di leggi.

 

 

Quel che l’ispettore capo del circolo di Torino narra, con larghissima e curiosa documentazione, intorno alle difficoltà di applicazione delle leggi sui panattieri ripetono altri capi circolo nel fascicolo seguente e nel volume che rende conto della loro opera dall’1 dicembre I906 al 30 giugno 1908. Tutte queste notizie non si sarebbero avute: né sarebbe possibile di iniziare una legislazione operaia veramente efficace e sperimentale, se non fosse esistito un ispettorato del lavoro. Se altra ragione non esistesse, questa sola mi sembrerebbe potentissima a consigliare la trasformazione dell’ispettorato provvisorio in definitivo e a dare ai suoi membri poteri definitivi e precisi.

 

 

Controversie possono sorgere – ed importanti – sulle modalità della istituzione. Saggiamente il ministero proponente ha pensato a togliere di mezzo una critica fondata che poteva muoversi al vecchio disegno del 1906: il soverchio accentramento derivante dall’esistenza di un ispettore generale o centrale. Poiché molte facoltà sono dalle leggi devolute all’ispettorato, se vi fosse stato un ispettore centrale a Roma, questi avrebbe finito per togliere ogni libertà d’azione ai capi circolo ed avrebbe impresso al funzionamento delle leggi un carattere troppo uniforme. Col nuovo disegno di legge i capi circolo godranno di una libertà d’azione abbastanza larga: molte questioni potranno decidere da sé e, vivendo nei centri industriali, a contatto cogli imprenditori e cogli operai, potranno deciderle, a ragion veduta, in conformità delle esigenze della vita industriale, senza troppi impacci amministrativi.

 

 

Forse potrebbe rimproverarsi da taluno l’estensione improvvisa dell’ispettorato dai quattro circoli provvisori odierni (Milano, Torino, Brescia e Bologna) a sette futuri e cioè, oltre i quattro precedenti, uno per il resto dell’Italia centrale e Sardegna, uno per l’Italia meridionale ed uno per la Sicilia. Ma è obiezione infondata in principio, perché anche da Firenze in giù esistono industrie (si prevede di dovere ispezionare 4.200 opifici, sparsi su una distesa larghissima di territorio); e non sarebbe corretto lasciare che gli imprenditori delle regioni non ispezionate potessero, mercé impunite violazioni delle leggi, muovere concorrenza, artificialmente vittoriosa, agli imprenditori delle regioni ispezionate. La obiezione può avere un fondamento pratico per ciò solo che pare difficile poter improvvisare un corpo di ispettori capaci di adempiere degnamente all’alto loro compito. Improvvisare vuol dire reclutar male e danneggiare per una lunga serie di anni il funzionamento dell’ispettorato. L’obiezione era prevista nel disegno di legge, poiché si stabilisce di reclutare il personale in tre anni, cominciando, come è giusto, dal valersi del provetto personale provvisorio ed a poco a poco addestrando, coll’aiuto di questo, nuovi ispettori. Forse tre anni sono pochi; ed a rendere le ammissioni difficili in guisa da poter scegliere i migliori tra gli ottimi concorrenti, non sarebbe fuor di luogo allungare i termini da tre a quattro o cinque anni.

 

 

Trattasi tuttavia di osservazioni pratiche e facilmente risolvibili. L’obiezione fondamentale, che suppongo sia stata sollevata in senato, è un’altra. Per spiegarla chiaramente, basterà un rapido confronto:

 

 

Ispettorato provvisorio

attuale

 

Ispettorato definitivo

proposto

Capi-circolo

3 ingegneri

 

7 ingegneri

Ispettori

9 ingegneri

 

12 ingegneri

1 medico

Aiutanti ispettori

5 operai

 

25 operai

 

 

Lasciamo da parte gli ispettori medici che hanno proprie funzioni di ispezione igienica e sanitaria. È evidente che per gli ispettori tecnici le proporzioni odierne sarebbero profondamente cambiate. Oggi vi sono 3 ingegneri capi circolo e 9 ingegneri ispettori, in tutto 12, contro 5 operai aiutanti ispettori; domani, ove il disegno di legge fosse approvato senza modificazione, entrerebbero 25 operai contro 19 ingegneri. E poiché il disegno di legge lascia la porta aperta, sibbene non spalancata, alla promozione degli operai da aiutanti ispettori ad ispettori, non è da escludersi che il numero degli ispettori «ingegneri» venga a ridursi e che anche tra i capi circolo alcuni abbiano ad essere scelti tra gli operai.

 

 

Non vi è nulla in tutto ciò di assurdo. Niente di più naturale che la vigilanza sull’applicazione delle leggi operaie venga affidata agli operai stessi che, meglio di tutti, conoscono la vita delle officine. Se fosse possibile, vorrei che diventasse ispettore anche qualche industriale; ma evidentemente il proposito deve essere scartato perché concorrerebbero ai posti vacanti esclusivamente industriali falliti. La questione degli ispettori operai è esclusivamente di tempo e di misura. Aumentare, oggi, da 5 a 25 il numero degli aiutanti ispettori operai, sia pure in tre, o quattro o cinque anni, vuol dire costringersi a reclutar in parte questi funzionari, investiti di una funzione gelosissima, tra gli operai falliti. I guidatori di scioperi impulsivi, i prosciugatori delle casse delle leghe operaie in iniziative sbagliate non saranno pochi, per mancanza di meglio, tra i vincitori dei concorsi. Ho la più grande ammirazione per gli operai che sanno diventare gli organizzatori dei loro compagni, che sanno discutere cogli imprenditori e vincere nella discussione, che sanno costituire una lega moralmente e finanziariamente salda, e ritengo che dare a costoro stipendi da 2.000 a 4.500 lire, per incitarli ad entrare nell’ispettorato del lavoro, sia dare di gran lunga troppo poco. Ritengo tuttavia altresì che la formazione di questa classe di guidatori di uomini sia una formazione lenta; e che le leghe operaie italiane non abbiano dovizia stragrande di uomini siffatti. Di guisa che un dilemma si impone: o voi spoglierete le associazioni operaie italiane dei loro uomini migliori ed avrete arrecato un danno gravissimo all’economia italiana, complessivamente considerata, poiché anche le leghe forti e prudenti cadranno nelle mani di inesperti e di impulsivi e ne andranno di mezzo operai ed imprenditori; o voi recluterete i 20 nuovi aiutanti ispettori fra le figure di second’ordine, tra gli spostati del proletariato ed allora voi avrete rovinato la nuova istituzione, ingombrandola di uomini privi del tecnicismo proprio degli ingegneri, malveduti dagli industriali e alla lunga non stimati neppure dalla classe operaia. L’ispettore del lavoro non deve imporsi tanto colla forza della legge, quanto coll’altezza dell’intelletto e coll’autorità morale. Se questi elementi morali ed intellettuali non sono spontaneamente riconosciuti dalle classi imprenditrici ed operaie, vana è la speranza che l’ispettorato possa funzionare efficacemente. Perciò sembra a me pericolosa la proposta di nominar d’un tratto un numero eccessivo di aiutanti ispettori, che non si prevede come possano in pochi anni essere bene reclutati. I progressi futuri nell’educazione delle maestranze operaie e la formazione graduale di una classe di operai, capaci di guidare i compagni nelle lotte del lavoro, permetteranno in avvenire di migliorare ed ampliare a grado a grado l’ispettorato operaio. E una elevazione questa che spetta ai migliori tra gli operai; ma purché gli scelti siano veramente i migliori.

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