Il significato del voto

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 18/03/1922

Il significato del voto

«Corriere della Sera», 18 marzo 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 615-617

 

 

 

A grandissima maggioranza il senato ha dato voto contrario al passaggio alla discussione degli articoli del disegno di legge portante la concessione d’un secondo caro viveri agli impiegati e ai pensionati delle province e dei comuni. Non sono valse le difese del relatore della maggioranza dell’ufficio centrale sen. Bellini, del ministro Peano e dell’on. Casertano. Il senato era stato vivamente impressionato dalle brillantissime critiche esposte nella seduta di ieri dall’on. Rebaudengo e da quelle non meno efficaci del senatore Spirito, a cui oggi aggiunsero nuove critiche il sen. Rota e chi scrive.

 

 

Il voto contrario del senato non ha – è bene avvertirlo subito per impedire interpretazioni partigiane – un significato contrario alla classe degli impiegati e dei pensionati comunali e provinciali. I comuni e le province restano liberi di concedere quei caro viveri che ritengono più opportuni e più giusti ai loro dipendenti: anzi l’85% l’hanno già concesso, senza attendere la legge. Il voto del senato ha un altro significato: e cioè che è tempo di farla finita con le chiacchiere e le promesse di economie e di riforme future, da applicarsi in un avvenire lontano che forse non verrà mai.

 

 

Si dice che bisogna frenare le spese e colmare il disavanzo; si proclama che il disavanzo degli enti locali è più spaventoso di quello dello stato; e poi si propone una legge con la quale si costringono i comuni, anche recalcitranti ed impotenti, a fare nuove spese e a incontrare nuovi debiti.

 

 

Si dice, e fu ripetuto anche nel programma governativo, che le imposte sono giunte ad altezze oramai insormontabili, che non si può andare oltre nella estensione irrefrenata delle aliquote; e poi si costringono i comuni ad aumentare di altri dieci centesimi la sovrimposta mobiliare, come se dieci centesimi fossero una bazzecola e non quasi un altro 2% del reddito, da aggiungersi ad altro 30 e più per cento che sotto mille denominazioni diverse già decurta il reddito dei lavoratori e degli industriali privati e costringe questi ultimi a difendersi con la frode dalla confisca fiscale.

 

 

Si fa della retorica sul decentramento e sull’autonomia degli enti locali; e poi non si sa fare di meglio che costringere tutti i comuni in una sola strettoia, obbligandoli tutti a dare la stessa somma, comuni grossi e comuni piccoli, comuni ricchi e comuni poveri, comuni in cui i contribuenti hanno un margine e comuni in cui non l’hanno, comuni in cui la vita è carissima e comuni in cui il rincaro è sopportabile.

 

 

Il senato ha inteso, respingendo il disegno di legge, mettere coi fatti – e un fatto solo vale più di mille promesse vane – un freno al disordine finanziario creato e imposto per legge, all’andazzo di dettar norme non coordinate e di cui non si conoscono le conseguenze. Ed ha voluto restaurar forza a un principio: che lo stato non deve sostituire la sua volontà alla responsabilità degli amministratori degli enti locali. Gli impiegati non hanno nessun danno ingiusto da temere: essi debbono soltanto dimostrare la giustizia delle loro domande ai proprii amministratori, agli amministratori delle imposte con le quali è pagato ad essi lo stipendio. Chi paga deve aver voce nella destinazione e nella misura delle somme pagate. Oramai eravamo giunti al punto che gli impiegati erano più forti dei sindaci, delle giunte e dei consigli comunali. Se gli eletti del popolo recalcitravano ai loro voleri, essi premevano sul governo centrale ed erano sicuri di ottenere quanto volevano. Quale disciplina mai, quale senso del dovere poteva sopravvivere ancora in siffatte condizioni? Gli impiegati locali tendevano a diventare impiegati dello stato, senza essere pagati dallo stato: una confusione di responsabilità e di gerarchie che acutizzava straordinariamente il disordine.

 

 

È stata una gran sciagura per i maestri passare alle dipendenze dello stato: invece di una classe relativamente indipendente, legata al proprio comune, con rapporti di parentela e di possesso nel luogo dove insegnava, si è creata una classe di impiegati come tutti gli altri, in moto perpetuo, costretta a spendere il doppio di ciò che prima spendeva, e giustamente malcontenta della propria sorte. Vogliamo far lo stesso di tutti gli impiegati comunali e provinciali? Vogliamo rompere i legami di reciproco servizio e di mutua dipendenza e tolleranza che vi deve essere fra gli impiegati e gli amministratori degli enti locali? Vogliamo che gli impiegati, sapendosi protetti dal governo centrale e dalle organizzazioni nazionali, si ritengano svincolati dai legami legittimi con gli enti al cui servizio si sono posti?

 

 

Ecco ciò che è veramente impolitico e dannoso. La politica spicciola consigliava di passare sopra ai principii e di evitare agitazioni: e non mancò al banco del governo chi fece appello al solito «squisito» senso di opportunità politica del senato. Ma questo ritenne che fosse invece dovere suo badare agli interessi permanenti del paese e a quelli stessi sostanziali degli impiegati, che malamente si tutelano col costringere al fallimento i comuni e col sancire condizioni di eguaglianza per tutti coloro che si trovano in situazioni disparatissime.

 

 

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