Il significato d’una sentenza

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 03/11/1898

Il significato d’una sentenza

«La Stampa», 3 novembre 1898

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 93-97

 

Alcuni giorni fa il tribunale di Biella assolveva da ogni imputazione una ventina di socialisti, dopo un processo, il quale per parecchi giorni tenne desta l’opinione pubblica delle industri vallate biellesi. L’assolutoria pronunciata dai magistrati togati è l’epilogo ultimo di una lunga agitazione economica, sociale e politica, durante la quale si combatterono vivaci battaglie fra operai scioperanti e industriali risoluti alla difesa, fra il partito liberale ed il partito socialista.

 

 

La sentenza non è la vittoria d’un partito sopra un altro, ma il trionfo della giustizia libera ed indipendente, che alle parti contendenti ha indicato la meta luminosa verso cui devono tendere tutti i loro sforzi: il progresso dell’industria e l’elevazione morale ed intellettuale delle varie classi sociali. Assolvendo coloro che erano accusati di associazione a delinquere per mezzo delle leghe di resistenza, il tribunale di Biella ha riconosciuto che i maggiori progressi sociali sono dovuti ora, non alla sfrenata concorrenza degli individui lottanti gli uni contro gli altri per la supremazia economica, non al patronato autoritario o benevolo d’una classe privilegiata sopra le masse operaie, ma alla lotta serena, calma e pacifica fra le associazioni di mestiere e le leghe degli industriali.

 

 

È vero che nelle aule del tribunale si sentiva l’eco affievolita dei rancori passati, che dinanzi ai giudici sfilarono in falange serrata gli industriali a lagnarsi degli innegabili danni che uno sciopero inconsultamente deliberato e condotto aveva arrecato alle fabbriche delle valli biellesi, è vero che le autorità politiche andarono a gara ad affermarsi salvatrici delle istituzioni minacciate da rivolte non mai scoppiate; ma è vero altresì che il teste a difesa, onorevole Corradino Sella, uno dei più colti ed intelligenti rappresentanti della parte monarchico – liberale, rivendicò ad onore del partito suo e del partito socialista il vanto di aver mantenuto la lotta elettorale politica nell’ambito della serena discussione delle idee. La elevatezza nelle battaglie elettorali, la quale sembra essere scomparsa dai borghi putridi e dai collegi rurali d’Italia, non a caso ha brillato di una luce viva nell’industre biellese; perché solo quando ad una classe media e ricca, intelligente, operosa ed attiva si oppone una popolazione operaia addestrata dal lavoro di fabbrica all’attenzione riflessiva e desiderosa di elevarsi materialmente ed intellettualmente, noi possiamo vedere spiegarsi rigogliosi i frutti del regime parlamentare di libera discussione. E forse l’agitazione dell’ultimo anno potrà anche nel campo economico lasciare il luogo ad un rapido progresso che faccia riconquistare all’industria laniera la perduta supremazia, e metta gli industriali e gli operai biellesi a capo delle regioni d’Italia, per quanto si riferisce ai metodi di risolvere le questioni del lavoro.

 

 

Perché questo ottimismo non sia smentito dai fatti, è necessario però che le varie classi sociali sappiano comprendere la missione che loro è affidata, dopoché sulle discordie acri e velenose del passato ha steso il velo dell’oblio la sentenza di pace del tribunale di Biella.

 

 

Gli organizzatori dell’industria, coloro che la propria iniziativa o la nascita ha messo a capo delle imprese laniere, devono persuadersi che nella lotta incessante e continua coi rivali la vittoria spetta non agli infingardi ed a quelli che si contentano dei consuetudinari guadagni, ma alla gente intraprendente che applica le nuove invenzioni tecniche, scopre nuovi processi produttivi e conquista nuovi mercati alle merci prodotte. È stato con vero sconforto che ho appreso dalla bocca di uno dei più valenti industriali nostri, come il motivo principale, per cui l’industria biellese si trova in condizioni d’inferiorità di fronte ai suoi rivali esteri, stia nella minore perfezione tecnica dei suoi processi produttivi.

 

 

Il costo di produzione del filato di lana estero è molto inferiore al nostro perché nelle nostre fabbriche si filano, si tessono, si tingono contemporaneamente i numeri più diversi e le qualità ed i colori più svariati, mentre all’estero non è raro il caso di una fabbrica, la quale dedica, ad esempio, 120 mila fusi esclusivamente alla filatura di filati dello stesso numero e dello stesso colore. È lamentevole che gli industriali non si siano ancora decisi a sostituire ai telai che battono 60-70 colpi al minuto e di cui ognuno deve essere assistito da un operaio, telai nuovi più perfezionati, due dei quali possono essere curati da un solo operaio, malgrado battano ognuno 120-140 colpi al minuto.

 

 

Per stimolare l’iniziativa alquanto addormentata dei nostri industriali, il miglior mezzo è l’abolizione graduale del dazio protettivo sui manufatti di lana. Quei progressi, che non furono fatti durante il ventenne impero della tariffa protezionistica, saranno più probabilmente compiuti quando sul capo degli industriali e degli operai penderà la spada di Damocle della minacciata rovina sotto il formidabile impulso della concorrenza estera.

 

 

A salvare l’industria dalla rovina, concorreranno volenterosi gli operai. Ho sentito rimproverare questi di fare un’opposizione sorda e tenace alle macchine rapide, ai telai doppi, ecc.; e, benché, a loro difesa, gli operai alleghino la cattiva qualità della materia prima, incompatibile con una eccessiva rapidità dei movimenti, il rimprovero in alcuni casi non è infondato. Noi siamo ancora lontani dal tempo in cui, come oggi in Inghilterra, le leghe di resistenza imporranno agli operai di disertare quelle fabbriche dove non siano adottate le macchine più perfezionate e celeri, ma non è improbabile che le associazioni operaie dell’avvenire si inspirino a principii alquanto diversi da quelli seguiti fin qui. La dura necessità si incaricherà del resto di persuadere gli operai che la loro elevazione è strettamente connessa coi continui progressi tecnici nell’industria, e che essi non possono pretendere aumenti di salario o diminuzione di orario se non quando adattino ai continui perfezionamenti industriali le proprie abitudini di lavoro e la propria intensità di attenzione.

 

 

La esperienza dolorosa dello sciopero della Val Sessera insegnerà ai capi delle leghe di resistenza, rimarchevoli per acume di intelligenza e praticità di osservazioni, che gli scioperi sono armi di lotta difficili a maneggiarsi accortamente senza pericoli. Forse allora ci verrà dal Biellese un esempio, nuovo per l’Italia, di egoismo illuminato e di solidarietà sociale.

 

 

Perché, chiedono molti, gli scioperi scoppiano nei paesi dove le condizioni degli operai sono migliori, le paghe più alte e l’orario più breve? Il fenomeno è naturale, perché gli operai abbrutiti dalla miseria ricorrono alle sollevazioni sanguinose, alle jacqueries violente, mentre solo gli operai ben pagati sentono vivo il desiderio di migliorare ancora più, colle vie legali, la propria condizione; ma non è meno vero che la elevazione ulteriore degli operai superiori si frange ineluttabilmente contro l’ostacolo economico della incapacità di resistenza delle industrie a salario alto contro le industrie a salario basso. Due sono i mezzi principali per uscire dal dilemma:

 

 

  • elevare la abilità della maestranza in modo che, malgrado gli alti e crescenti salari, il costo di produzione delle merci sia minore che non nei distretti a salari bassi. Per quante affermazioni si facciano in contrario, è certo che gli industriali esteri lottano con vantaggio contro i nostri non malgrado, ma grazie ai salari alti. Anche nelle vallate biellesi, dove i salari sono alti, esiste un margine all’elevamento ulteriore delle paghe, purché vi si accompagnino una cresciuta abilità ed economicità di lavorazione;
  • stringere in un’unica associazione gli operai non delle singole vallate, ma di tutto il Biellese, ed anzi di tutta Italia, e persuadere gli operai delle vallate a paghe più alte che i sacrifici fatti per gli operai più miseri di altre regioni ridondano a loro diretto vantaggio.

 

 

L’esperienza inglese ha provato che le associazioni locali difficilmente riescono a conseguire vantaggi duraturi, perché gli industriali sono invincibilmente tratti a trasportare capitali e macchine nei luoghi dove la mano d’opera è a buon mercato. Un solo distretto a salari depressi basta a deprimere le condizioni di esistenza delle masse lavoratrici di tutta una nazione. La politica, per cui gli operai ben pagati intendono ad aumentare i salari degli operai miserabili, troverebbe lieta accoglienza presso i capi delle industrie a tipo superiore, ossia a salari alti, se essi fossero persuasi di potere più efficacemente concorrere, a parità d’armi, coi rivali che ora sono o si credono favoriti dalla tenuità delle paghe. La sostituzione delle associazioni nazionali alle locali non solo inaugurerebbe una nuova politica di egoismo illuminato e di solidarietà sociale, ma sarebbe il freno più potente contro le manifestazioni improvvise e dannose di scioperi male concepiti e peggio diretti; perché la associazione generale interverrà a difendere coi denari della cassa comune gli operai scioperanti delle singole località, solo quando i motivi siano gravi ed imperiosi e l’esito della lotta abbia un interesse generale per tutti gli operai d’Italia.

 

 

Purtroppo, però, tutta questa trasformazione della lotta sociale anarchica fra individui nella lotta civile e calma di potenti gruppi organizzati presuppone una condizione quasi insperabile: che l’autorità politica, la quale ha dato finora tante prove di inabilità e di timori irragionevoli e sussultori, voglia, permettendo la ricostituzione delle disciolte associazioni operaie (ricostituzione tanto più necessaria inquantoché le associazioni padronali espresse o tacite non furono per nulla disturbate), seguire l’insigne esempio di giustizia e di pacificazione sociale dato dai magistrati del tribunale di Biella.

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