Il sistema tributario sabaudo all’aprirsi del secolo XVIII – Parte III: I tributi nel Ducato di Savoia

Tratto da:

La finanza sabauda all’aprirsi del sec. XVIII e durante la guerra di successione spagnuola

Data di pubblicazione: 01/01/1908

Il sistema tributario sabaudo all’aprirsi del secolo XVIII – Parte III: I tributi nel Ducato di Savoia

La finanza sabauda all’aprirsi del sec. XVIII e durante la guerra di successione spagnuola, Officine grafiche della Società tipografico editrice nazionale, Torino 1908, pp.90-98

 

 

 

24. – Semplice era il sistema tributario della Savoia; e questo suo pregio, insieme colla considerazione che la Savoia, occupata subito dai Francesi, quasi in nulla contribuì alle spese della guerra nostra, ci sprona a dirne brevemente.

 

 

Delle gabelle, pagavansi in Savoia soltanto quelle del sale, del salnitro, polvere e piombo, delle poste e del lotto, comuni a tutti i paci dello Stato, dei tabacco, comune a Piemonte, Nizza ed Oneglia, della carta bollata, pure imposta in Piemonte. Recente era l’istituzione di una dogana speciale per le merci le quali dall’ estero si introducevano in Savoia. Non era alienato il tabellone o dritto di insinuazione che nel Piemonte era di spettanza del principe di Carignano e spettavano pure al fisco le “amandes et obventions”, che in Piemonte dicevansi entrate dei giuridico”. Ma fosse povertà del Paese, lontananza dalla capitale, contrabbando più esteso, le gabelle proporzionatamente davano minor provento che in Piemonte: nel 1700 non più di 800 mila lire l’anno al netto per le finanze. Qualcosa si cavava pure dalla vendita di beni demaniali, da entrate feudali e demaniali; ma era poca cosa. Proventi singolarmente copiosi davano invece i Deniers des Prets et Finances d’Offices”, finanze pagate per la compra delle cariche e della loro disponibilità. Forse la vicinanza alla Francia rendeva le cariche pubbliche oggetto di peculiare cupidigia.

 

 

Si può dire che l’unico tributo ordinario della Savoia era la taillie, corrispondente al tasso del Piemonte. Fra un’imposta levata per contingenti provinciali e parrocchiali; ed era lasciata agli amministratori delle parrocchie (in Savoia le “comunità” dicevansi “parroisses”) la cura di distribuirla fra i proprietari taillables, eccettuati sempre i beni feudali ed ecclesiastici immuni[1]. La taille era venuta crescendo coll’andar del tempo, ed al contingente primitivo s’erano andati aggiungendo nuovi contingenti, così come in Piemonte al tasso s’era aggiunto da un lato il comparto del grano e dall’altra il sussidio militare insieme coll’imposto delle 30 mila lire. In Savoia all’antica taille ordinaire s’erano aggiunti via via i deniers des utenciles ed i deniers de la decime, i quali insieme colla taglia ordinaria erano o dovevano essere pagati da tutti i taillables, ossia dai taillables roturiers e dai taillables exempts (persone e corpi privilegiati). I derniers des leuees extraordinaires, imposta straordinaria divenuta oramai, a somiglianza del sussidio militare in Piemonte, ordinaria e ripetuta tutti gli anni, erano pagati invece soltanto dai taillables roturiers. Una singolarità dei tributi di Savoia era che essi erano calcolati a multipli di una somma determinata chiamata “quartier” forse perché in origine quella somma era pagata ogni quartiere. Delle tallies ordnaires si pagavano 4 quartieri 2/3 e 1/24, dei deniers des utenciles 2 quartieri, e dei deniers de la decime 1 quartiere e 1/8; ed in tutto di queste imposte, che chiameremo antiche, si pagavano 7 quartieri e 5/6. Siccome l’unità detta quartiere importava nell’anno 1700[2] fiorini 155.346.3.4.5 corrispondenti a lire piemontesi 93.207.15.6, così il contingente totale delle imposte antiche risultava di lire 730.127.11.4.9. Dei “deniers les leuees extraordinaires” si pagavano 2 quartieri 3/4 ed 1/2, e siccome qui l’unità del quartiere era più piccola, essendone colpiti solo i taillables roturiers, ossia di fiorini 126.171.4.8.8 uguali a lire piemontesi 75.702.16.8.8, così il contingente totale era di lire 211.337.1.8.2. Se l’esenzione dei taillables exempts era la regola per i deniers des leuees extraordinaires, non a dire che non vi fossero parecchi i quali erano riusciti ad ottenere, in proporzioni diverse per ognuno di essi, l’esenzione altresì dalle taglie ordinarie, utensili e decime[3]. Vi erano della città le quali avevano, contrattato il loro debito di imposta ad un tanto fisso; come la città di Chambery che pagava 4 quartieri di 750 fiorini l’uno, e quindi godeva l’esenzione di tutta la somma che normalmente lo sarebbe toccato di pagare in più. Citeromo fra gli esenti da tutto le imposte ordinarie e straordinarie i padri di 12 figli, alcuni borghesi di Ginevra, e coloro che aveano servito all’assedio di Mommelliano; fra gli esenti soltanto dagli utensili e dalle decime i nuovi nobili, alcuni religiosi, i mastri minatori e fonditori della Moriana, alcune città, come Chambéry, Annecy e St. Jean de Maurienne, ed i borghesi della principali città della Savoia.

 

 

Riassumendo i dati contenuti nei conti della Savoia, si potrebbe così compilare il quadro dei tributi ordinari di quel paese nel 1700:

 

 

Denominazione del tributo

Tributo per quartiere

Numero dei quartieri

Tributo totale dovuto

Esenzioni

Tributo netto dovuto dai contribuenti registranti

 

Lire

 

Lire

Lire

Lire

Tallies ordinaires

93.207.16.6

4 2/3 1/24

438.853. 5.5

69.633.4.9

 
Deniers des utenciles

2

186.415.11

 
Deniers de la decime

1 1/8

104.858.14.11

 

TOTALE

7 5/6

730.127.11.4

   
Deniers des leuees extra ordinaires

75.702.16.8

2 3/4 1/24

211.337. 1.8

TOTALE GENERALE

10 30/48

941.464.13.1

69.633.4.9

871.831.8.4

 

 

26.- Le cose ora dette hanno già a sufficienza dimostrato che la Savoia era un paese assai diverso dal Piemonte. Qui un’amministrazione vicina, regolare, metodica avea ridotto ad uniformità il sistema tributario, ed avea eguagliato si può dire dinanzi all’onere delle imposte, tutti i corpi locali, lasciando sussistere soltanto le immunità antiche ecclesiastiche e feudali. In Savoia, oltre le immunità reali antiche per causa di feudo o di manomorta ecclesiastica, delle quali nel quadro precedente non vi traccia, riferendosi ai soli beni registrati, si erano andate accumulando immunità personali, spettanti ai borghesi della città e persino di Ginevra, ai nuovi nobili per beni che erano prima registrati, ai funzionari, ai minatori, ad ordini religiosi, ecc., ecc. Inoltre accanto a queste immunità, le quali risultavano palesemente dai conti, ve n’erano di quelle abusive che s’erano a poco a poco radicato mercé la connivenza degli amministratori delle parrocchia con i nobili ed i potenti, desiderosi di sottrarre al registro tagliabile i loro beni. Le lagnanze erano in proposito vivissima. Un anonimo scrittore d’una memoria sui “Moyen qui peuvent augumenter les finances de S. A. R. an Savoye du double dn Revenu present”[4], si lamentava degli abusi che si verificavano nelle esazioni. I sindici sono gente rustica, ignorante; ed i catasti o sono troppo vecchi o mancano dei tutto; cosicché sono facili gli abusi. Se vi sono degli insolventi, gli alti devono imporsi nuovamente per pagare in vece loro. Spesso accade che i sindaci appositamente non mandano gli avvisi di pagamento agli “idiota”, i quali non pagano a tempo, e sono costretti a sobbarcarsi ad enormi spese di esazione coattiva. Per la confusione esistente nei catasti vi sono molti fondi nobili che sono stati venduti o dati in enfiteusi (albergés) a privati roturiers, i quali perciò pagano poco o nulla d’imposta.

 

 

Il quadro più vivace delle condizioni della Savoia è però quello fatto nelle sue lettere al Groppello dal conte Anselme de Montjoye, il quale era stato nel 1700 inviato in Savoia per veder modo di riparare al malanno sempre crescente l’inesigibilità della taglia e di impiantare i metodi efficaci e semplici che s’usavano in siffatta materia in Piemonte. La causa prima, secondo l’Anselme, dell’impossibilità di esigere i tributi a tempo debito era certamente la miseria delle popolazioni; ma v’aveano contribuito moltissimo altre cause: l’indolenza dei tesorieri e la confusione dei libri tributari. I tesorieri aveano lasciato radicarsi l’abitudine di non cominciare a pagare le taglie se non 18 mesi dopo le scadenze; e per aver agio di malversare, non mandavano gli avvisi di pagamento ai contribuenti e non rilasciavano le ricevute per le somme riscosse. Cosicché, dopo qualche anno, essi, forti dell’usanza che i pagamenti ritardavan sempre, tornavano a chiedere per la seconda volta le somme già pagate ai contribuenti: o pur le somme pagate trascuravano di versare in tesoreria generale. Come spiegare altrimenti che i tesorieri abbiano potuto acquistare, nonostante il picciolo stipendio, sostanze considerevoli? Complici dell’universale frode erano i castellani e gli ufficiali delle parrocchie, i quali da 20, 40 e talvolta 60 anni non si erano curati né di annotare sui libri fondiari i trapassi dei fondi per morti e comprevendite, né di rifare i ruoli (cottets) dei contribuenti; cosicché quasi tutte le persone descritte sui ruoli erano morte e pochi i viventi a cui si potesse richiedere la taglia. In questa confusione tutti facevano a gara a scansare l’ufficio di esattore delle taglie, che era sempre una gragnuola peggiore di quella piovuta dal cielo, e spesso significava l’assoluta rovina, poiché agli esattori era fatto obbligo, con un dato compenso, di versare ai tesorieri l’intiero contingente parrocchiale della taglia. Nessuno presentandosi alle gare per la concessione di così tristo ufficio, doveano caricarsene i sindaci delle parrocchie; con la conseguenza che nissuno ambiva l’amministrazione della cosa pubblica, e diventavano sindaci a turno i più miserabili, indebitati ed idioti di ogni parrocchia. Costoro, tutti illetterati, non rilasciavano quietanze; e dopo aver intascata la taglia, facevano alloggiare i soldati presso chi aveva già pagato ed era costretto a pagare per la seconda o terza volta, mentre fuggivano fuor della parrocchia. Quando non erano concussori, erano gli esattori certamente miserabili ed indebitati; sicché non osavano chiedere il pagamento della taglia ai contribuenti più ricchi, per paura che costoro li obbligassero a pagare i debiti che avevano verso di loro: “aucun n’osoit faire des exécutions, crainte d’estre aussi équeuté”. Per siffatta confusione inorgoglivano i ricchi, i quali non si curavano di pagare la taglia ai poveri esattori, sicuri che costoro non l’avrebbero richiesta, per la paura di dover intentare un regolare processo in Camera a persone così altolocate e potenti, ed anticipare in spese e viaggi a Chambery più del triplo della taglia. Nei registri dei contribuenti insolvibili erano frequenti i nomi di marchesi, conti, presidenti, senatori, mastri auditori e persino di cavalieri del Supremo Ordine dell’Annunziata. Spesso poi costoro avean comprato i beni da roturiers, senza fare annotare il trapasso dei beni sui registri fondiari e sui ruoli cosicché si stavano tranquilli, mentre gli esattori invano si rivolgevano ai vecchi proprietari roturiers, insolvibili o morti. Ancora: le taglie non si pagavano, difettando la moneta per pagarle. Nel gennaio dei 1702, tutta la moneta spicciola circolante in Savoia era radunata nelle casse delle gabelle, nella tesoreria generale e nelle tesorerie provinciali, sicché il paese ne sentiva grande penuria. D’altra parte nessuno voleva pagare i tributi in scudi o luigi d’oro, perché i tesorieri volevano riceverli al corso legale troppo basso in confronto a quello corrente in Francia; né potevano pagare in moneta spicciola od erosa perché difettava assolutamente nel commercio. Il grano che nel 1702, data la scarsa raccolta, doveva valere almeno 30 fiorini il vesseau, a malapena valeva 17 o 18 fiorini; e tale era la scarsezza del denaro che, all’arrivo del conte Anselme nelle diverse località del Genevois, Faussigny e Chablaix per affrettare il pagamento delle taglie, il prezzo del grano ribassava da 3 a 4 fiorini da un giorno all’altro, perché i detentori doveano venderlo a precipizio per pagare le taglie, e non v’era chi avesse la moneta per comprarlo a contanti[5].

 

 

I rimedi a questo stato di cose non erano facili. Si poteva rialzare con un’ordinanza il corso legale degli scudi, dei luigi d’oro e delle altre monete di pregio per incitare mercanti francesi a venire in Savoia a comprar bestiami, burri e formaggi, senza pericolo di scapito nei loro fondi circolanti. Ma con semplici ordinanze non era facile sradicare le abitudini di negligenza nei tesorieri e dei contribuenti, e rimediare alla confusione dei libri tributari. I tesorieri, interrogati se volessero, al pari dei partitanti piemontesi, incaricarsi di versare in tesoreria generale le taglie ad epoche fisse, coll’obbligo del non riscosso per riscosso, rifiutarono tutti, allegando che in Savoia non si poteva far calcolo sulla puntualità dei contribuenti, i quali, non essendo soccorsi dalla vendita dei bozzoli, cominciavano a pagare ad autunno inoltrato. Sarebbe stato d’uopo ai tesorieri anticipar del proprio quasi l’intiero contingente delle taglie, o trovare il denaro ad usura eccessiva a Lione od a Ginevra, colla sicurezza di andare in rovina, perché non v’era modo di far pagare le parrocchie, a meno di angustiarle con soldatesche e commissari, laddove invece “molte devono essere compatite et maneggiate, per non ridurle in miserie tali, che si rendino in abili di continuare il pagamento de loro debiti in avvenire”. Il Saillet, tesoriere generale di Savoia, si stemperò persino in lagrime, gridando che si voleva rovinare del tutto lui e la sua famiglia; e si profferse pronto ad andare in carcere e dimettersi dall’impiego, piuttosto ché assumersi l’obbligo che il Groppello tentava di accollargli[6]. Del resto che l’esigere a tempo i tributi e l’esigerli per intero dovesse essere davvero in Savoia ardua impresa si vede dai patti offerti dal conte Anselme, quando nel settembre 1699 era stato ufficiato dal Groppello, andato in Savoia a compiere un giro d’ispezione di assumersi cotesta bega. Per esigere L. 114.591 di reliquati dei 1698 e L. 528.207 di reliquati del 119; L’Anselme pretendeva l’aggio del 10 per cento sulle somme esatte, il diritto di “retrodare” tante quote inesigibili per L. 60 mila, la facoltà di rimborsarsi sull’esatto di un vecchio suo credito verso l’erario di L. 100 mila, e di pagare il resto in nove rate mensili; e per esigere le taglie dei 1700 pretendeva l’aggio di 80 mila lire e il diritto di retrodare 60 lire di quote inesigibili[7]. Lo stesso conte Anselme, mentre faceva queste proposte, faceva notare che poco frutto poteva ottenersi collo sguinzagliare mute di finanzieri alle calcagna dei contribuenti riottosi.

 

 

Si pensò quindi di prendere altra via, più lenta, ma più sicura ed equa, rifacendo parrocchia per parrocchia ruoli dei contribuenti, depennando i morti e coloro che aveano venduto i loro beni, e sostituendo al posto i contribuenti viventi ed i compratori, ancorché ricchi e potenti. Fu fatica enorme cotesta che durò alcuni anni, dal 1700 al 1702, dei conte Anselme de Montjoye, incoraggiato vivamente dal Groppello. Conosciuti i nomi dei contribuenti, fu più facile imporre agli esattori di versare le taglie a’ debiti tempi; e per evitare che si nominassero esattori persone miserabili o idiote, si prese il partito di far assaporare il carcere ai più ricchi ed apparenti della parrocchia, ogni qual volta gli esattori scappavano coi denari della taglia od erano negligenti nel portarli in tesoreria. Non fu facile ridurre alla ragione i recalcitranti; il conte Anselme narra che persino gli uscieri erano contro di lui: mentre egli entrava da una porta in Annecy tutti gli uscieri uscivano dall’altra, ed egli non potò far comparir nessuno dinanzi al suo tribunale; talché in seguito dovette prendere con sé una compagnia di soldati di Mommelliano.

 

 

Con questi metodi energici e col rendere esatta giustizia a tutti, anche i più poveri, contro i ricchi, senza obbligarli ad andare alla Camera dei conti di Chambery, s’era riuscito in Savoia ad ottenere risultati non piccoli. Le taglie si esigevano assai più puntualmente; ed i conti della tesoreria generale di Savoia (EINAUDI, B. e C. T., 1700-713, Tabella XXI) dimostrano che, se enormi erano i “restats” da esigere ereditati dal passato, oramai non crescevano più gran fatto da un anno all’altro[8].

 

 

26. – Se s’era riuscito in parte a far pagare le taglie ai contribuenti, si dubitava che molti accampassero immunità, alle quali non avevano diritto. Le lagnanze erano vive contro i nobili, borghesi, registrati ed altri privilegiati, accusati d’aver sottratto, comprandoli da roturiers e facendoli passare per nobili, molti beni, senza dare la dovuta indennità alle parrocchie. Giova notare che in Savoia non pare vigesse il principio della realtà dei beni feudali, per cui si consideravan feudali od ecclesiastici i beni che da antica data erano tali; ma fosse invalsa la regola pericolosa che l’acquisto di un fondo roturier da parte di un nobile o privilegiato attribuiva l’immunità al fondo, salve l’obbligo di indennizzare le parrocchie per la perdita che soffrivano di registro tagliabile; e che l’acquisto di un fondo nobile da parte di un roturier faceva perdere al fondo la immunità antica. Accadeva spesso che i nobili, acquistando un fondo d’un roturier, lo rendessero immune, senza nulla pagare alle parrocchie od inducendo i sindici, intimoriti dalla prepotenza dei grandi, a contentarsi di scarsa indennità per il rejet (passaggio di un fondo dalla categoria dei taillables a quella degli immuni), mentre i roturiers ricchi, i quali acquistavano il fondo d’un nobile, non lo restituivano (déjet) alla massa dei beni tagliabili.

 

 

I Principi aveano cercato con numerosi editti, ultimo dei quali quello del 1 luglio 1701[9] di imporre ai privilegiati l’obbligo di indennizzare le parrocchie “d’une manière solide et incommutable en relâchant a la Communauté pour son indemnisation un bien dont le revenu et le fruicts détraction faite de toutes chargea seront proportionnes a la valeur des contributions qui étaientpayées auparavant le diète rejet”. Comprino i nobili, i nobilitati o gli altri privilegiati, se vogliono sottrarre all’obbligo di indennizzare le parrocchie, comprino – diceva l’editto – “des biens nobles, dont il ne manque pas l’occasion en Savoie; ce qui rendra toujours plus considérable la valeur des biens des gentilshommes de Savoye, a l’avantage et au profit de la noblesse du de pays, et bonifiera pareillement la condition des Communautés, qui ne seront pas si souvent exposées a ces sortes de rejeta; et a la nouvelle obligation dont on les charge, qui ne laisse pas d’estre encore accompagnée de quelque souffrance nonobstant cette indemnisation”. Lo scopo era nobilissimo e bella la motivazione che s’era data dall’editto, dicendo che volontà del Principe era stata d’impedire que la noblesse, qui doit estre la récompense et la nourriture de la vertu, ne serve a éteindre et étouffer cette même vertu, en opprimant par sa naissance et sa durée les Communautés de Savoye, et les veuves, les pupils et les pauvres, dont elles sont composées, étant contre toute sorte de droit divin et humain de les charger en augmentant leurs contributions pour le soulagement et accommodement des Riches; quelque grande vertu et mérite, que ceux cy puissent avoir acquis sur le public”.

 

 

Belle e forti parole che furono vane contro la resistenza accanita alla abolizione dei privilegi e degli abusi fatta dalla Camera dei Conti di Savoia che, interinando il 9 giugno 1702 l’editto con un lungo giro di frasi, inteso a dimostrare ossequio apparente alla volontà del Principe, aveva finito per dire che il rigetto del tributo pagato dai beni che diventavano o erano divenuti esenti si facesse “a l’accoutumée, sans aucune indemnisation”. Onde l’andazzo era continuato, preferendo i nobili ed i privilegiati comprare a vil prezzo la terra dei roturier che poco valeva per essere colpita da imposte gravi, e valorizzarla col renderla immune piuttosto che comprare la terra feudale, più cara perché immune fin dall’origine.

 

 

Del resto v’erano molti i quali, pur riconoscendo l’abuso invalso di non indennizzare le parrocchie per i beni dei roturiers passati in possesso di nobili, ritenevano che questa non fosse la causa maggiore della diminuzione dei beni tagliabili in Savoia; perché molti più erano i beni che i roturiers acquistavano da nobili andati in rovina e che avrebbero dovuto nuovamente entrare a far parte del registro tagliabile. Il vero malanno era che i catasti erano mal tenuti ed affatto inattendibili, tantoché non v’era modo da essi di venir in chiaro della proprietà tagliabile e di quella immune. “Nuovi catasti” ecco il grido di tutte le parrocchie, le quali sarebbero state disposte, nonostante la loro miseria, a fare dei sacrifici, pur di ottenere l’intento. Quando si sia fatta la revisione dei Catasti”, scriveva il conte Anselme, il ricco pagherà la più gran parte delle taglie ed il povero la più piccola con maggior facilità di adesso”. A facilitare la bisogna, l’Anselme proponeva che il denaro, che si sarebbe ottenuto dai nobili per l’indennità dei beni tolti al registro, fosse versato in tesoreria generale e dovesse formare un fondo per l’esecuzione del nuovo catasto[10].

 

 

Che un nuovo catasto fosse necessario, risulta chiaro da quanto fu detto fin qui; e può dedursi dal fatto che mentre il debito intiero di taglie della Savoia sarebbe salito, se tutti i contribuenti avessero pagato, a fiorini 2.425,109.7.9, in realtà si limitava a fiorini 1.455.373.6, con una perdita di fiorini 969.736.1.9[11], a causa delle sole immunità dei borghesi, nuovi nobili, città e corpi privilegiati, senza parlare delle immunità feudali ed ecclesiastiche di cui nulla si sapeva. Risultò chiarissima la necessità del catasto nuovo, quando, durante i lavori delle misure generali iniziatesi finalmente nel 1728 e compiute nel 1738, si scopersero quantità ingentissime di beni fin allora sfuggiti alla tassazione. Veggasi i seguenti confronti[12] fra il contingente del 1700 ed il tributo che nel 1738 si vide dover gravare su beni che ingiustamente D’erano stati esentati fino allora; e fra il reddito concorrente alla taglia prima del 1738 e quello che si scoperse allora dover concorrere (mancano i Balliaggi di Ternier e Gaillard).

 

 

 

Contingente tributario

Reddito

imposto nel 1700

di beni non concorrenti prima del 1738 alla taglia

concorrente alla taglia prima del 1738

di beni tagliabili che non concorreva alla taglia prima del 1738

dei pascolie e boschi non entrato negli estimi

beni borghesi

Altri beni di nobili ecc.

Totale

Savoia

281.523

50.702

63.616

114.318

1.399.500

327.359

4.358

Genevois

184.541

19.516

32.378

51.894

1.183.527

236.771

942

Faucigny

159.691

1.831

19.209

21.040

483.780

43.879

Chablaix

58.983

106

5.052

5.058

421.022

100.687

100.000

Maurienne

110.818

2.554

2.460

5.014

343.472

107.082

200.000

Tharantaise

128.540

7.410

4.382

11.792

629.684

113.282

110.000

TOTALI Lire

924.099

73.119

127.097

209.216

4.460.985

929.060

415.300

 

 

Tutti i dati portano alla conclusione che un quinto della ricchezza territoriale tagliabile sfuggiva all’ imposta. Qual meraviglia che gli altri quattro quinti sopportassero a fatica il pagamento di un tributo, che per giunta era sperequatissimo eppure le poche novità tentate dal Groppello e dai suoi funzionari suscitarono gravissimo malcontento in Savoia, sebbene si accennasse molto vagamente ad un nuovo catasto. La pubblicazione dell’editto del 21 luglio 1701, sull’obbligo dei nobili di indennizare le parrocchie per i beni tolti al registro tagliabile, indignò tutta la nobiltà. “Cet édit” scriveva allarmato l’Anselme al Groppello «consterne toutte la noblesse… Chascun murmure contre vostre ministère. On vous attribue toutes ces nouveautés. La noblesse dit hautement que vous la voillez destruire, le tiers estat que vous les avez accables, dez vostre promotion, par des surcharges de papier timbre, tabellion, douane, capitation, et augmentations de quartier de taille, et principalement de ceux pour la monnoye “. L’Anselme ne era dolentissimo; ma quanto a lui, ben sapendo che i suoi nemici l’accusavano di essere il consigliere ed il braccio destro del Groppello in tutte queste novità, faceva dei voti “pour l’heureux succes des desseins de nostre Royal Maistre; que si par malheur la chance tournoit, ma resolution est toutte prise de quitter le pays[13]“. Con tanta paura di essere fatti a pezzi dalla plebaglia sobillata dagli altolocati feriti nei loro interessi, è probabile che ai primi rumori di guerra fra Luigi XIV e Vittorio Amedeo, i funzionari fiscali abbandonassero la Savoia in gran fretta; e con la loro fuga e con l’occupazione francese si interrompeva in Savoia l’iniziata opera riformatrice.



[1]I taillables si distinguevano ancora in taillables rotaries, i quali pagavano tutti i tributi ordinari, ed in taillables exmpts, i quali erano esenti da alcuni di essi.

[2]Diciamo nell’anno 1700 perché in diritto il sovrano fissava – e poteva quindi variare – la cifra del quartiere di anno in anno. In realtà il quartiere da un pezzo era divenuto invariabile.

[3]Non potendo qui dire, per non allungare troppo il discorso, di ognuna di queste immunità, rimediano chi avesse vaghezza di conoscerle alla Tabella XX dei Deniers Comptés et non Receus in Einaudi, B. e C. T. 1700-713, pag. 266 e segg.

[4]A. S. M. E. Finanza, M. 4, n. 8.

[5]Lettere del conte Anselme de Montjoye e Groppello in A. S. F. 2 a. Capo 57. Lettere diverse, n. 652, lettera del 15 luglio 1700; n. 654, lettere del 4 e 18 gennaio, 14 febbraio, 28 marzo e 6 aprile 1702. Lo sconcio della mancanza di moneta erosa durava ancora dopo la guerra: “Il che – scriveva da Chambery al Groppello l’intendente Palma il 12 giugno del 1713 – ha intieramente interrotto il commercio del giorno del preso possesso, non ritrovandosi una più piccola moneta della pezza di soldi 3 di Francia, non vedendosi né pure un solo di Savoia, onde le lascio considerare come possi fare la Truppa e qualsivoglia Commerciante quando non ha bisogno che per un soldo o mezzo soldo di qualche specie”. Lettere diverse, n. 664.

[6]A. S. F. 2 a. Capo 57, Lettere diverse, n. 652, lettera da Chambery del conte De Robilant a Groppello del 17 gennaio 1700, e n. 654, lettera da Chambery dell’intendente generale Giuseppe Rossano a Groppello del 2 aprile 1702.

[7]A. S. F. I a. Ducato di Aosta, M. IV, n. 2, Relazione del viaggio del Generale di Finanze Conte Groppello nella Valle d’Aosta ed in Savoia nel settembre 1699.

[8]Sui risultati ottenuti vedere specialmente le lettere citate del conte Anselme a Groppello del 18 gennaio e 14 febbraio 1702.

[9]In Duboin non c’è. Ne esiste copia in A. S. M. E. Finanze, M. I di II Add., n. 8, ed in A.S.C. Inventario della Savoia, Vol. IV, Edits et Jussions. Paquet n. 3, n. 215-219.

[10]A. S. F. II a. Capo 57. Lettere diverse, n. 654. Lettere di Anselme a Groppello del 18 gennaio, 14 febbraio e 6 aprile 1702.

[11]A. S. F. II a. Capo 57. Lettere diverse, n. 652. Lettera del Conte di Robilant al Groppello del 17 gennaio 1700.

[12]I dati sono ricavati in parte da EINAUDI, B. e C. T. 1700-713, Tabella XIX (Conto del tesoriere generale di milizia del 1700) ed in parte da D. XXII. 478-80 e 537-39.

[13]A. S. F. II a. Capo 57, Lettera diverse, n. 654. Lettera del 18 gennaio 1702.

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