Il sistema tributario sabaudo all’aprirsi del secolo XVIII – Parte V: I tributi nel Principato di Oneglia

Tratto da:

La finanza sabauda all’aprirsi del sec. XVIII e durante la guerra di successione spagnuola

Data di pubblicazione: 01/01/1908

Il sistema tributario sabaudo all’aprirsi del secolo XVIII – Parte V: I tributi nel Principato di Oneglia

La finanza sabauda all’aprirsi del sec. XVIII e durante la guerra di successione spagnuola, Officine grafiche della Società tipografico editrice nazionale, Torino 1908, pp. 103-106

 

 

 

29. – Scarsissime erano le entrate del Principato d’Oneglia e proporzionate alla povertà di quel territorio. “Il Principato e Valli d’Oneglia” – narra l’intendente generale di Nizza in un suo rapporto del 1700[1]– “contiene un territorio molto angusto e si conta rillevarà al numero di 16 mila anime circa e per altro i frutti naturali del loro territorio non consistono che nelli oglij, che si ricavano dalle olive; questi per tutto quello, che da detto Principato può ricavarsi, non rilleva a più di barali 60 mila circa, quasi il terzo de’ quali spetta a Forastieri per lo più Genovesi, occupati in pagamento de’ luoro crediti, e si come detta qualità de’ frutti e raccolta non si fa che di biennio in biennio, resta per conseguenza il calcolo per ogni anno alla metà, e cioè a barali 30 mila cadun anno, da quali detratine 10 mila de Forastieri vi avanzano per quelli del Paese Barali 20 mila circa, ne quali pure v’entrano e restano ancor confuse tutte le spese che vi vogliono per la coltura, mantenimento delli Alberi, raccolta delle olive e riduttione in oglio, oltre le falanze che ordinariamente succedono in frutti così soggetti e delicati. Li sudetti oglij, fatta una comune secondo i correnti tempi, ne’ quali i prezzi sono assai sostenuti, si calcolano Lire 30 di Piemonte cadun Barale. Vi restano qualche pascoli, campi, prati e vigne, ma questi in si poca quantità e di si poco frutto, che per poco si puon calcolare, e dificilmente potran soministrar la sussistenza a 2 mila persone. Il resto di quei popoli, quali si calcolano come sovra poter rilevare al numero 16 mila anime circa, dovrebbe conseguire tutta la sua sussistenza sovra li suddetti oglij; ma sì come questo è impossibile, mentre ripartito il valore de sudetti oglij sovra il numero delle sudette persone non può rilevare per caduna persona solamente ch’a L. 37.10 annui; cossì di tutti i tempi si è benissimo riconosciuto, che la sussistenza di quel paese dipendeva e dipende più da frutti industriali che per via del comercio si puon ricavare, che da i frutti naturali del proprio paese”.

 

 

Non è meraviglia che data la povertà grande del paese, si stentasse a mettervi sopra tributi ed ancor più si stentasse a farli pagare. La città d’Oneglia avea dovuto indebitarsi per modo con i Genovesi per far fronte alle spese locali ed al pagamento dei tributi regi, da essere costretta a ritardare e spesso a non pagare più gli interessi ai creditori; ed il simile facevano quei d’Oneglia per i loro debiti privati, quando il raccolto andava male, sicché molti più non s’azzardavano d’uscir fuori dai confini del loro ristretto territorio per paura che i Genovesi li facessero sostener prigioni e sequestrassero le loro robe[2].

 

 

Il fisco avea perciò abbandonato ogni disegno di crescere i tributi del piccolo Principato al di là della somma pagata par antica consuetudine prima ancora che quelle terre passassero a dizione piemontese; ad erano quella somme assai scarse[3]. Il tributo fondiario principale chiamavasi censo dell’oglio era appena di L. 7.79.6 l’anno. Quantunque il carico fosse tenue, quei d’Oneglia avrebbero desiderato spesso non pagarlo e pretestavano talvolta “la seccagine delli alberi dalla qual risulta che il reddito delli olivi viene a riddursi per molti anni a poco più del quarto e da qui a sei anni alla mete”. Il presidente Salmatoris, a cui s’era chiesto nel 1710 il parere sulla domanda degli Onegliesi, propendeva ad accettarla “fondando suo sentimento al ribasso che l’origine del Censo vien pagato per l’utile dall’oglio, qual oggidì attesa la suddetta mortalità delli alberi viene a cessare in gran parte”. Ma il parere non fu accettato dal Principe, parendo strano diminuire le imposte ad una contrada che pagava tanto meno del Piemonte[4]. Dal censo dell’oglio andavano esenti alcune poche comunità col pretesto che sul loro territorio non nascevano olive; e cosi in queste pagavasi soltanto l’altro tributo fondiario del sussidio militare, forse l’unico istituito dopo la dominazione piemontese, che per tutto il Principato ammontava a L. 1178 l’anno con L. 123.2 d’aggiunta per l’imposto delle 308 mila lire[5]. Se si aggiungono le lire 598.15 pagate per il cotizzo degli hosti, le lire 299.11.6 che avrebbero dovuto pagare i cittadini ed abitanti della città d’Oneglia a titolo di fuogaggio, e che spesso non pagavano col pretesto di povertà o di assenza, e la 39 lire e mezza pari a 60 lire di Genova di podestile, antico dritto esatto dalla città d’Oneglia, si ha l’elenco compiuto dei tributi diretti pagati da quella parte dei dominii sabaudi.

 

 

I redditi demaniali, quelli provenienti dal giuridico e dalla vendita di cariche si riducevano a poche lire all’anno ed aveano indole affatto accidentale e passeggera.

 

 

Delle gabelle generali vigevano in Oneglia solo quelle del sale, venduto a prezzo di favore, del salnitro, polvere e piombi, del lotto, delle poste e degli stracci. Era esente dalla dogana, dal diritto dell’1 per cento sugli ori ed argento, e dalle gabelle di carni, corami e foglietta, acquavite, candele, vetri, imbottato, ghiaccio e neve. Dalla tratta pagata per le merci esportate dal Piemonte all’estero o negli altri paesi dello Stato, quei d’Oneglia pretendevano d’andare esenti; ed in verità, essendo l’esenzione concessa per le merci, derrate e bestiami importati dal Piemonte pel consumo interno, ben poche merci vi erano assoggettate, cosicché il dritto rendeva appena 30 lire l’anno. Volevano pure andar esenti dal dritto di Villafranca, che, durante la guerra, essendo Nizza e Villafranca occupate da Francia, gli ufficiali delle gabelle nostre pretendevano esigere sui bastimenti che approdavano ad Oneglia o vi passavano dinanzi; ed il vice intendente Sapellani confermava nel 1708 che l’esazione del dritto avea fatto esulare il commercio de’ grani da Oneglia trasferendolo a Porto Maurizio. Acerbamente si lamentavano della gabella delle carte e tarocchi, che s’era estesa ad Oneglia per impedire il contrabbando che di là si faceva in Piemonte; allegando che la tabella rendeva non più di 50 lire l’anno ed avea recato danno al paese costringendo parecchie famiglie di artigiani ad andarsi a stabilire a Ventimiglia ed a Finale, dove i governanti aveano fatto loro oneste accoglienze; né ostarvi la paura dei contrabbando, poiché questo veniva fatto da sudditi della Repubblica genovese[6].

 

 

Più si ricavava dall’appalto delle gabelle particolari al Principato; e sovratutto dalla gabella del fondago del vino che, passando sopra alle querimonie della città di Oneglia per l’impossibilità in cui si sarebbe trovata di pagare i censi e gli interessi dei suoi debiti, s’era incamerata nel 1702, contemporaneamente alla lesda del vino di Nizza. Era questa gabella una privativa della vendita del vino ai privati, a prezzi determinati dai politici od amministratori della città, non superiori però a soldi 2 e denari 8 della moneta locale la pinta per il vino ordinario, che doveva essere buono e mercantile, non agro, roversio, manufatto, né di quello di Carpassio o simili liggieri o altra mala qualità”, ed a soldi 4 per i vini claretti di Francia, bianchi e moscatelli, e soldi 3 e denari 4 per i vini dolci ed abboccanti. L’appaltatore poteva anche obbligare i tavernieri, osti, pasticcieri ed altri spacciatori di vino al minuto a provvedersi da lui, quando non avesse preferito di far loro pagare la lesda di L. 3.16 per salmata di vino (11 rubbi e 5 libbre), lasciandoli liberi, in tal caso, di provvedersi di vino a loro talento, ed esentandoli dalla lesda per due salmate per ognuno dei componenti la loro famiglia di età superiore ai 5 anni. Altra cosa era la gabella del vino che dovea essere pagata da coloro che vendevano vino al pubblico nella città d’Oneglia e nei luoghi di Castelvecchio, Oliveto, Costa Rossa, Costa, Borgo e Sant’Agata, in ragione di 14 soldi della moneta locale per salmata di vino. I privati abitanti e i negozianti nella Valle Superiore e nelle altre terre del Principato pagavano un soldo per salmata di vino comprato ad Oneglia. Questa gabella era in aggiunta a quella precedente, e la doveva pagare anche l’accensatore del fondago per il vino da lui venduto. La gabella del vino era più antica e colpiva la vendita al minuto nella città e nelle terre circostanti in misura più forte (14 soldi) e nelle altre terre in misura più tenue (1 soldo). In seguito nella sola città di Oneglia si era costituito il monopolio dello spaccio del vino; e l’appaltatore di questa privativa doveva, oltre la gabella del vino, pagare anche un canone per il profitto che traeva vendendo i vino ai prezzi portati dalle tariffe. La gabella della censaria rispondeva ad un altro monopolio esistente nella città d’Oneglia: quello del sensale pubblico, il quale avea il diritto di percepire una provvigione del 1/2% del prezzo su tutte le granaglie, risi, castagne, legumi ed altre vettovaglie introdotte da forestieri nella città per esservi vendute o permutate, e che doveano essere vendute o permutate coll’intermediazione del sensale medesimo. La gabella del mezzo per cento colpiva, puro nella misura del 1/2%, tutte le merci (panni, tabacchi, vini e qualanque altra merce e derrata, escluse solo le granaglie soggette alla gabella della censaria) che si introducevano nella città d’Oneglia e nel suo finaggio, da qualunque persona fossero introdotte[7].

 

Il reddito di tutte queste gabelle avrebbe dovuto battere, secondo le previsioni, sulle mila lire all’anno; ma nel periodo dal 1703 al 1713 s’aggirò in media fra le 3 e le 4 mila lire l’anno; e l’appaltatore dichiarava di non poter pagare di piùperché“sendo stati i negozianti genovesi impediti da Francesi di commerciare ne’ mari di S. A. R., non ha potuto ricavare che pochi denari[8]. Pare invece che poco s’esigesse per le molte frodi di negozianti, i quali col pretesto che la censaria, ad esempio, si usava pagare solo per i brani e le vettovaglie vendute da forestieri in piazza, immagazzinavano i generi importati e su quelli non volevano pagar dazio[9].



[1]A. S. F. 1 a. Provincie di Nizza e Oneglia, M. 1, a. 2. Notitie per il buon Regolamento della città e Principato d’Oneglia, sendosi inserto il Regolamento di buon Governo e Maneggio della medema fatto dall’Intendente Mellarede sotto li 4 febbraio 1700 et approvato da S. A. R. sotto li 20 gennaro 1702.

[2]Vedi le suppliche di quei d’Oneglia perché il sovrano inducesse, con opportune trattative diplomatiche, i Genovesi ad usar misericordia coi loro debitori, in A. S. F. 1 a. Provincie di Nizza ed Oneglia, M. 1, n. 2.

[3]Cfr. a questo proposito Einaudi, B. e C. T. 1700-713, Tabelle I a III (Bilanci generali: Oneglia) e XXIV (Conto del tesoriere d’Oneglia).

[4]A. S. F. 1 a. Relazioni a S. M., M. 1, n. 2, Relazioni del 18 marzo e del 6 settembre 1710.

[5]Nei bilanci il sussidio militare non figura, essendo conglobato nel sussidio del Piemonte; ma nel suo conto il tesoriere d’Oneglia se ne dà carico, spiegandosi in questa maniera come se ne scarichi invece il tesoriere generale di milizia fra i diffalchi.

[6]Memoriale della città di Oneglia, allegato a lettera del vice intendente Sapellani a Groppello del 22 maggio 1708. A. S. F. I a. Capo 57, Lettere diverse, n. 660.

[7]A. S. F. I a. Gabelle, Utensigli e servizi di Nizza ed Oneglia, M. I, n. 1, Capitoli diaccensamento della Gabella e Fondago del vino, come così della Censaria della Città d’Oneglia (Oneglia, 24 novembre 1703).

[8]A. S. F. II a. Capo 48. Ricorsi e Pareri, Registri VI, pag. 43. Supplica dell’appaltatore Andrea Ughes del 20 dicembre 1711.

[9]Cfr. Memoriale citato della città di Oneglia ed osservazioni del Sapellani.

Torna su