Il sistema tributario sabaudo all’aprirsi del secolo XVIII – Parte VI: Il donativo degli Stati generali del Ducato d’Aosta
Tratto da : La finanza sabauda all’aprirsi del sec. XVIII e durante la guerra di successione spagnuola
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 01/01/1908

Il sistema tributario sabaudo all’aprirsi del secolo XVIII – Parte VI: Il donativo degli Stati generali del Ducato d’Aosta

La finanza sabauda all’aprirsi del sec. XVIII e durante la guerra di successione spagnuola, Officine grafiche della Società tipografico editrice nazionale, Torino 1908, pp. 106-117

 

 

 

30.- Ancor più difficile era di levare tributi sul Ducato d’Aosta. Qui vegliavano, a difesa dall’antichissimo privilegio degli abitanti del Ducato di non essere obbligati a pagare imposte le quali non fossero da essi votate, il Consiglio generale dei tre Stati ed il Consiglio dei Commessi. Gli Stati generali (Conseil général od assembléegénérale des trois Etats du Duché d’Aoste) si radunavano oramai di rado e quasi solo di sei in sei anni, ad invito del Principe, per votare il donativo, che era l’unico tributo diretto che nel Ducato si pagasse[1], mentre il Consiglio dei Commessi di 24 membri, di cui facevano parte di diritto il vescovo, i due sindaci della città, i capi delle famiglie dei Challant, dei Vallesa e dei Pont Saint Martin, provvedeva, a guisa di delegazione degli Stati, all’amministrazione corrente, all’esazione dei tributi, agli altari politici e giudiziari. Radunavansi gli Stati generali in Aosta in seguito a lettera del Principe al governatore e gran bailivo del Ducato od al vice bailivo ed al Consiglio dei Commessi e componevansi del primo Stato o Clero – nel quale entravano tutti i rappresentanti dei corpi ecclesiastici e degli ordini religiosi possedenti beni temporali, ed i curati, con alla testa il vescovo di Aosta, – del secondo Stato o Nobiltà composta dei signori vassalli bannerets e feudatari con giurisdizione, sia ecclesiastici che secolari, secolari, compresi i due sindici della città d’Aosta ed i membri magistrati del Consiglio dei Commessi – e del terzo Stato, di cui faceano parte gli ufficiali di giustizia, ed i sindici o procuratori eletti dai mandamenti e comunità del Ducato. Quando doveansi decretare donativi al Principe od imporre gravezze provinciali il clero non compariva in corpo, essendo immune dai tributi, salvo quegli ecclesiastici, i quali, come il Vescovo ed i Capitoli della Cattedrale e della Collegiale di S. Pietro e D. Orso d’Aosta, erano altresì signori temporali. Il terzo ordine non faceva parte integrante ed originaria dell’assemblea; ma vi era stato chiamato quando i sovrani cominciarono a chiedere più frequentemente donativi agli Stati, affinché la nobiltà ed i signori ecclesiastici non avessero a votare da soli i tributi. Secondo una memoria dei De Tillier, segretario nel 1738 degli Stati generali, il donativo era votato innanzitutto dalla nobiltà e dai signori ecclesiastici; e di questo voto davasi in seguito relazione al terzo ordine, il quale faceva le sue osservazioni sulla possibilità di pagare la somma votata. Se il terzo ordine non accettava la deliberazione dei due primi ordini, questi doveano ritornare sul loro voto, probabilmente finché tutti non fossero d’accordo.

 

 

Siccome tutti erano d’accordo nel pagare quanto meno si poteva, così doveansi talvolta sostenere lotte fierissime dal Principe per strappare la concessione di un donativo adeguato ai bisogni delle finanze ed alle contribuzioni pagate dai popoli nelle altre parti dello Stato. Sullo scorcio del secolo XVII, essendo stato il donativo per il sessennio 1694-1700 ristretto a lire 20 mila in tutto, ossia a lire 41.666.13.4 all’anno[2], il Sovrano, deliberato di crescerlo per l’avvenire, ben sapendo che le blandizie a poco giovavano, s’era indotto ad usare le minaccie: ed avea fatto dal suo patrimoniale generale contestare in giudizio dinanzi si supremi magistrati l’efficacia dei titoli su cui il Ducato di Aosta poggiava la pretesa di andar esente dal pagamento di ogni tributo fuor del sale e del donativo, fissato dagli Stati generali, minacciando editti per stabilire la gabella d ella carta bollata, dell’insinuazione, della dogana, ecc.

 

 

Alla minaccia di abolizione dei loro secolari privilegi si scuotono i Valdostani e si dichiarano pronti a votare un più rilevante donativo, purché il Duca confermasse con nuove lettere patenti tutti i loro antichi privilegi e sopprimesse la causa iniziata a loro danno. Annuendo il Duca, indirizzava il 31 luglio 1699 lettera al governatore e gran bailivo del Ducato Giovan Battista Doria marchese di Ciriè e del Marro ed al Consiglio dei Commessi perché fossero convocati gli Stati generali, e nello stesso tempo dispacciava il conte Groppello ad Aosta affine di convincerli a votare un generoso donativo. Ci sembra interessante di riferire qui in parte l’istruzione che da Vittorio Amedeo si dava in quel punto al Groppello[3], perché ci illumina sui modi che allora si costumavano per indurre i deputati a votare un donativo doppio di quello solito. Prima venivano i motivi che si potrebbero chiamare sentimentali e patriottici: “Già sapete che li 31 del corrente (agosto 1699) sì deve convocare il Conseglio Generale del Ducato d’Aosta per risolvere non solo per un donativo da farsi in occasione della nascita del Principe di Piemonte mio figlio amatissimo, ma anche per offrirci una somma ad effetto di ottenere da noi la confirmazione de’ loro privileggij, nel qual conseglio vogliamo che voi interveniate per rappresentarli cioè che crederete di maggior nostro servizio et avantaggio di quel paese. Dovrete applicarvi in rappresentare le eccessive spese sofferte pendente la passata guerra (dei 1690-96) che ci ha obbligato nel sostenimento di essa per difesa dello Stato a caricar il Piemonte d’imposti eccedenti le sue forze, alienare bona parte de’ redditi demaniali più liquidi, ciò non ostante le nostre finanze sono remaste cariche de debiti, parte dei quali habbiamo fatti soddisfare, et intendiamo pure che si compischi per invitar ogn’uno nell’altre occorrenze ad esporre le loro sostanze nella causa pubblica, li danni sofferti da buona parte delle Città e terre del Piemonte che le hanno redotti in stato da non poter supportar li pesi degli ordinarii imposti e ci hanno portato a fargli sentire gli effetti della nostra clemenza con graziarli intieramente per qualche anni delle debiture ordinarie loro suddette. Qui li farete un dettaglio dell’ammontare di dette spese, dell’alienationi fatte, delli debiti contratti, con distintione delli pagati e da pagare, procurerete spiegarli il tutto nelle migliori forme che riuscire. Ciò fatto li rappresenterete che dette spese e debiti contratti sono per causa della pubblica diffesa et in conseguenza esser giusto che ogni parte de Stati nostri vi concorri proporzionatamente, che tanto maggiormente deve concorrervi il Ducato, mentre per la sua situatione non ha sentito gli effetti della guerra, né sofferto li pesi de carichi straordinarii come ha fatto il Piemonte”. Se queste ragioni, insieme colla promessa di conferma dei privilegi, non fossero sembrate sufficienti, il Groppello doveva ricorrere a motivi più persuasivi: “Per ottenere l’intento sarebbe spediente e molto a proposito al vostro arrivo colà di parlamentare con le persone più accreditate, massime fra li vassalli e stato ecclesiastico per assicurarsi del loro voto, e non solo di questo, ma anche che siano per far parti efficaci per ottenere il fine crederessimo proprio di offrire ad uno o due di essi qualche ricompensa o in denari o in altro modo come meglio stimarete”.

 

 

Se si avea fiducia nella virtù persuasiva dell’oro, non mancava il Principe di mettere in luce l’opportunità di qualche minaccia ai ceti privilegiati e di blandizie alla gente minuta. A Vittorio Amedeo II doveva rincrescere di non poter ingerirsi quasi in nulla nell’amministrazione interna del Ducato; e malgrado la promessa di confermare i privilegi soliti, raccomandava al Groppello di far rilevare ai “maneggiatori, gli abusi che si commettessero nel risguardante il maneggio economico a danno del pubblico, … il che farete penetrare massime al minuto popolo affinché sia persuaso della nostra intentione in sollevarlo da ogni oppressione dà maneggiatori”. Era vecchia arte politica dei principi quella di erigersi difensori del popolo contro lo strapotere dell’aristocrazia e del clero; ed in nessun paese della Corona sabauda questi due ceti potevano tanto come nel Ducato d’Aosta. Forse nell’intendimento di preparare la perequazione, che venne ordinata soltanto due terzi di secolo dopo, e più a guisa di minaccia contro gli Stati generali, i quali sempre allegavano la povertà del paese e l’infecondità del suolo, il Groppello aveva anche istruzione di studiare “il modo che si tiene nell’impositione delle taglie, come et a qual rata si ripartischino le debiture fra le communità e da queste fra li particolari e, potendovi riuscire, d’aver la nota della quantità delle giornate che compone cadun territorio, loro estimo, valba per valba e del reddito di esse per la dominicale” (D. XXII. 1901).

 

 

Se il Groppello riuscì nell’intento principale di ottenere un donativo più vistoso del consueto, diciamo subito come non sia riuscito o non si curò di riuscire in questa ultima parte delle sue istruzioni. Egli notò bensì, mentre viaggiava alla volta d’Aosta, che il paese pareva assai fertile vedendosi le montagne folte d’arbori e coltivate in buona parte”; poté venire in chiaro che il clero faceva continui acquisti di beni in pregiudizio del registro[4]. Ma a questi rilievi non fu dato seguite; come neppure agli altri più importanti fatti nel viaggio del 1712 in occasione di un nuovo donativo: non cessare l’esenzione de’ beni feudali quando venivano in possesso di roturiers, come si faceva in Savoia coi dejets; non rimborsarsi i tributi a chi aveva fatto forniture in fieno, alloggi, ecc., per cui le finanze concedevano bonificazioni sul donativo, ma invece andare le bonificazioni in scarico di tutto il Ducato, e quindi ugualmente delle comunità che avevano fatto delle forniture e di quelle che nulla avevano fornito; distribuirsi certe spese, come quelle di due medici e di un chirurgo su tutto il Ducato, malgrado costoro non si muovessero mai dalla città[5]. Ma questi abusi, per quanto gravi, erano poca cosa in confronto di quelli venuti alla luce assai tempo dopo il nostro periodo, quando si cominciò a parlare sul serio di perequazione anche pel Ducato d’Aosta. Mentre nel 1699 e nel 1712 il Groppello era riuscito a sapere soltanto che il donativo e le altre spese locali distribuivansi in ragione di fogaggi, che erano come l’unità catastale economica di terreno, cosicché un fogaggio di terreno fertile comprendeva 40 journaux, e un fogaggio di terreno sterile poteva andare fino a80journaux, dei quali fogaggi eranvene nel Ducato circa 1660, di un’estensione media di 60 giornate e tutti tassati ugualmente, in seguito si assodò che l’ampiezza di ogni fogaggio era assai piu varia, e che molti fogaggi, una volta soggetti a tributo, erano stati sottratti al registro. Nel 1767 si constatò che di 1856 fogaggi e 15 journaux, esistenti nel 1582, rimanevano tassati soltanto, come al tempo delle visite del Groppello, 1650 fogaggi e 33 journaux. Gli altri si pretendeva fossero scomparsi, erosi dalle acque o da altri accidenti; e nessuna aggiunta si era fatta per i terreni messi a cultura. Vi erano dei fogaggi il cui valore era stimato di 15 mila fiorini ed altri di un valore di 2160 fiorini; e ciò nonostante erano tutti ugualmente tassati. La perequazione era contrastata sovratutto dai vassalli ed altri ricchi, i quali temevano si diminuissero le esenzioni di cui ingiustamente essi godevano; e costoro erano così potenti negli Stati generali e nel Consiglio dei Commessi che, quantunque di perequazione si parlasse sin dal 1628, nulla si era mai fatto (D. XXII. 867).

 

 

La minaccia però di iniziare un’opera di giustizia tributaria, che sarebbe stata pregiudizievole agli interessi dei ceti privilegiati, era arma efficace in mano del Groppello; ed è da credere che egli se ne sia servito per ottenere il suo intento. Giunto verso la fine d’agosto nella città d’Aosta e radunati gli Stati generali, il 31 agosto il conte Groppello fa all’assemblea un eloquente discorso nel quale descrive a vivi colori i sacrifici che il Piemonte avea sopportati durante la passata guerra e che egli calcolava a non meno di 50 milioni di lire, dimostra come anche il Ducato di Savoia e la Contea di Nizza avessero efficacemente concorso a sopperire alle ingenti spese, e finisce chiedendo un donativo, compresa una somma per la nascita del serenissimo Principe di Piemonte, di lire 700 mila. La somma richiesta era grossa, ma nelle trattative private coi maggiorenti già s’era detto che il Principe si sarebbe contentato di assai meno; cosicché fatto sembiante di cedere alle “remontrances efficaces des sieurs orateurs de la Citté, du Bourg et du Peuple”, l’assemblea, considerando che per «la misère et les calamités où se trouve réduit le pauvre Duché, depuis la dernière guerre et pour les autres raisons représentées par les dits sieurs orateurs, n’est pas en pouvoir de faire tout ce qu’il souhaiterait, sans avoir neantmoins aucun egard tous les dits obstacles … voulant bien donner a S. A. R. des marques de son bon cœur, de sa soumission et de son inviolable fidélité » delibera un donativo di 500 mila lire pagabili in 10 rate semestrali di L. 41.666.13.4 (L. 83.333.6.8 all’anno); la prima colla scadenza del 15 gennaio 1701 e l’ultima del 12 luglio 1706 (D. XXII. 1903).

 

 

Alcuni oratori, cogliendo l’occasione del voto di sì cospicuo donativo, si dolgono col Groppello della mala qualità del sale distribuito nella valle d’Aosta e dell’eccessivo prezzo di porto delle lettere. Ma il Groppello subito li fa tacere, ché, quant’al sale, si reca immediatamente alla Gabella di compagnia di diversi de’ principali, et havendo ritrovato il sale di buona qualità li fa o restare persuasi”; e quanto alla posta da ordine “che, gionta la staffetta, [gli] si portasse il pachetto, che … aperto in presenza d’alcuni di essi principali … s `è visto non puoter ascender il porto di tutte le lettere in essa contenuto a L. 5 che non può indennizzare il fermiere della spesa del pedone”[6].

 

 

Comunicato il voto degli Stati generali al Principe, accettava questi il donativo delle 500 mila lire e con lettere patenti dell’1 gennaio 1700 annullava il processo iniziato dal suo patrimoniale generale; ed il 2 di febbraio dava le risposte al memoriale, nel quale i tre Stati, offrendogli il donativo di mezzo milione, gli facevano varie richieste relative ai loro privilegi, dichiarando che egli avrebbe fatto puntualmente osservare le usanze invalse o come più brevemente dicevano le patenti dell’11 gennaio, confermando al Ducato “tous ses tittres, droits, immunités, privilèges, franchises et libertés, styls et usages de même qu’il en a jouir, voulant que le dit Duché juisse en conformité d’iceux et continue l’avenir d’en jouirperpétuité sans qu’il y soit donné aucun empêchement de notre part, ou de nos héritiers, successeurs a la Couronne” (D. XXII. 1914-15).

 

 

31. – Caduta sullo scorcio del 1704 la valle in potere dei Francesi, quando il tesoriere dei Ducato, Francesco Andrea Millet, avea pagato a Torino appena parte del primo semestre dei 1703, rimangono interrotti i sussidi che si ricevevano da Aosta e fu soltanto col solito sotterfugio delle ricevute fittizie che il Millet poté far credere ai Francesi di aver saldato tutto il donativo del 1703 e del 1701, serbato invece al Principe nazionale, dopo ché la battaglia di Torino tolse il Ducato ai Francesi.

 

 

Riacquistata la valle d’Aosta dalle armi piemontesi trattavasi di fissare il nuovo donativo per il sessennio 1707-1712. Al Duca, che avea gravato la mano sul Piemonte con forti tributi straordinari di guerra[7], era parso equo chiedere la votazione di un altro donativo di 500 mila lire, uguale a quello che era stato votato nel 1699. Più ancora, aveva tentato il Principe di ottenere che il Ducato si piegasse al pagamento di un quartier d’inverno per le truppe, nella speranza che l’invito fosse accolto a causa dei tempi difficilissimi e potesse servire di precedente per l’avvenire. Vous savez – scriveva il Duca al governatore[8] – qu’en tems de guerre tous nos suiets tan de -a que de la’ les monts sont en coutume de nous payer, outre les tributs ordinaires, des subsides extraordinaires et quartiers d’hyver, et que le Duché d’Aoste nous a même fait des conatifs et contributions extraordinaires sans qu’ils ayent tenu lieu pour le donatif ordinaires. Ainsi nous sommes persuades que dans cette occasion il pourvoira la paye, quartier d’hyver, et avantages pour les troupes qui sont destinées pendant cet hyver dans le même Pays, aussi bien bue les lits et boia forme de caserne, et le foin pour les places des officiers, ayant bien voulu soulager le dit Pays de la fourniture du bled pour le pain des dites troupes et eu charger les finances”. Perciò egli chiedeva, oltre un donativo copioso, la fornitura del foraggio e delle caserme per le truppe ed un quartier d’inverno di L. 179.232.10 per l’inverno del 1706-707. Tuttalpiù sarebbe stato disposto, in compenso, a condonare al Ducato il primo semestre del nuovo donativo per il 1701-1712. Gli Stati, convocati in Aosta il 20 dicembre 1706, seccamente rispondono che “ayant examiné l’excessivité de cette somme par rapport au peu de temps et l’impuissance de la Province, abimée par la guerre, par la disette, par lei inondations, et par les depenses extraordinaires quelle a faittes pour le service de S. A. R., a trouve quelle n’estoit pas en estat de pourvoir a cette demande[9]. Il Duca si rassegna; ma insiste su un donativo uguale al precedente. Gli Stati, radunatisi nuovamente il 26 dicembre, a gran stento si decidono ad offrire 320 mila lire; non senza molte proteste dei sindici e deputati delle comunità, i quali «d’une commune voix ont déclaré que l’on passoit leurs forces dans la misère ou ils estoint reduits, causée tant par les fournittures sus faittes et par les degats des inondations, rauines et eboulements des terres, que par la disette du bled, qui est si grande que la plus part sont obliges de se faire du pain avec des pepin de raisins et des coques de noix, comme aussi par tout ce qu’il a souffert du pilliage des ennemis dans la derniere invasion[10].

 

 

Spiacque fortemente a Vittorio Amedeo cotesta tirchieria in un momento nel quale le finanze trovavansi ridotte, malgrado la vittoria, agli estremi; sicché, respinto il donativo offerto dagli Stati, inviò il Groppello per invitarli a dare mezzo milione di lire, minacciandoli, in caso di diniego, di far eseguire una severa e minuta inchiesta sulla quantità ed i redditi dei beni del paese, onde constatare la realtà della miseria in cui allegavano trovarsi i contribuenti.

 

 

Aveva il Duca altresì qualcosa a ridire sul modo con cui i Valdostani pretendevano di aver pagato il donativo del sessennio 1701-706. Sulle 500 mila lire che erano maturate per intiero il 15 luglio 1706, la tesoreria generale aveva ricevuto soltanto 230.977 lire; alle quali dovevansi aggiungere 87.372 lire pagate sul luogo dal Consiglio dei Commessi per ordine del governatore del Ducato e dei comandanti militari prima della invasione del nemico; in tutto L. 318.349. Siccome il Ducato era stato invaso dai Francesi il 28 settembre 1704 ed evacuato il 15 settembre 1706, le rate di donativo scadenti il 15 gennaio e il i 5 luglio del 1705 e del 1706, in tutto L. 166.666.13.4, erano maturate a favore dell’erario francese, il quale, secondo i concetti del tempo, aveva il diritto di esigerle. Il Consiglio dei Commessi presentava infatti tante quitanze del commissario Sevigny per L. 125.000 e dichiarava di aver speso per forniture fatte all’esercito invasore L. 41.666.13.4, ossia precisamente L. 166.666.13.4. Sommando ciò che s’era pagato al Duca e ciò che s’era dovuto versare a Francia si aveva un totale di L. 485.015.13.4, cosicché il Ducato rimaneva debitore soltanto di L. 14.984.6.8 sui semestri scaduti prima dell’invasione francese; il qual debito il Consiglio dei Commessi pretendeva fosse ampiamente coperto da L. 30.103 di spese fatte per conto delle regie finanze dal Ducato dopo la liberazione dalle truppe francesi. Il Duca ed il Groppello osservavano che di codesta compensazione non poteva parlarsi, perché le L. 30.103 erano state spese dopo il 15 settembre 1706, ossia dopo che era già scaduta (15 luglio 1706) l’ultima rata del donativo delle 500 mila lire. Dovranno le L. 30.103 imputarsi in ogni caso al donativo susseguente, ancor da votare, rimanendo dovute in contanti le L. 14.984.6.8 residue del donativo 1701-706. Osservavasi inoltre che poca fede meritava l’asserzione del Consiglio dei Commessi di aver pagato L. 166.666.13.4 a Francia. Essersi bensì spedita colla data del 24 aprile 1706 dal commissario Sevigny una quitanza di L. 125 mila; ma non essere vero che questa somma sia stata pagata in denaro contante, bensì in somministrazioni fatte in natura prima e dopo quella data. Per ottenere quella quitanza avere il Consiglio regalato largamente il commissario francese, a cui nulla importava di danneggiare in seguito le finanze del Duca. Ammontare le somministrazioni fatte dal Ducato all’esercito francese a minor somma di L. 125 mila; avere il tesoriere Millet ottenuto inoltre di alcune delle somministrazioni fatte il pagamento in 4000 doppie (L. 63.000), le quali perciò dovrebbero conteggiarsi in meno. Non essere vero inoltre che si siano nell’ultimo semestre somministrate L. 41.666.13.4 a Francesi; ma dovere queste forniture comprendersi nelle L. 125.000 che si pretendeva fossero state pagate al Sevigny. In conclusione il Groppello era d’avviso che il Ducato dovesse pagare alle finanze non solo le L. 14.984.6. residue del 1704, ma ancora tutte le due annate 1705-1106 che il Consiglio dei Commessi allegava d’avere integralmente pagato a Francia in L. 166.666.13.4, negando valore di fatto, se non in principio, alla consuetudine che riconosceva i pagamenti fatti ai nemici in tempo di guerra. In tutto erano L. 11.651 che il Groppello chiedeva agli Stati generali, i quali nulla volevano pagare[11].

 

 

Giunto il 7 gennaio ad Aosta, il Groppello convoca il giorno seguente la nobiltà più cospicua in casa del vescovo, alla presenza del gran bailivo marchese di Ciriè. Alle sue esortazioni e minaccie, promettono i convenuti di fare il possibile per persuadere il Consiglio generale degli Stati; ma avvertono di nutrire poca fiducia nel successo per essere “il Ducato molto eshausto non tanto per haver già fatte eccessive spese per servitio di S. A. R. doppo la liberatione del medemo, quanto per esser la maggior parte del popolo priva di pane, da che potersi sostenere”. L’indomani gli Stati si radunano nella chiesa dei padri conventuali di S. Francesco; ed il vescovo cominciò a mostrarsi alquanto più condiscendente, proponendo di portare il donativo da 30 a 40 mila lire, pagabili in sei anni, a condizione che più non si parlasse dei residui del donativo passato e che si computassero nelle 40 mila lire tutte le somministrazioni fatte e da farsi in foraggi, legna, letti, ecc., alle truppe di S. A. R. dopo la liberazione dal nemico. I pareri, dopo quello del vescovo, furono molti; ma per quel giorno non si concluse nulla. Radunatisi di nuovo il giorno dopo, gli Stati furono unanimi di avviso che non si potesse offrire più di 410 mila lire. Ma qui è meglio lasciare la parola al verbale dell’assemblea del 10 gennaio: “S.E. Monsieur le Gouverneur et Monsieur le General des Finances ont de nouveau incité l’assemblée à faire ses derniers efforts pour satisfaire l’attente de S. A. R. et la secourir dans ses pressants besoins. Ensuitte de quoi toutte la ditte assemblée a de nouveau protesté qu’elle croyoit d’avoir passe ses forces en déterminant soubs le bon plaisir de S. A. R. le donatif à trois cent et vingt mille livres, en égard à la misèregénérale de la province, épuisement des peuples par les contributions extraordinaires fournies et saccagement d’une partie du pays par les ennemis, et a supplié sa ditte Excellence et Monsieur le General des Finances de vouloir faire pénétrer a S. A. R. le malheureux estat dans lequel on estoit réduit, espérant de son infinie clémence qu’estant le père de ses peuples, qu’il nous fera la grace de l’aggreer et d’estre persuadee que si nos forces estoint égales à notre bonne volonté, on auroit surpasse la demande qu’on nous a faitte, mais cependant réfléchissant sur le malheur que nous avons eu d’avoir este soumis à ses ennemis, et par consequant obliges indispensablement de leur payer les droits qui estoint deus légitimement à S. A. R.” speravasi che il Duca avrebbe aggradita l’offerta come testimonianza della “joye que nons avons eu de rentrer soubs son obéissance et l’excès de nostre zèle”. L’assemblea avendo perciò votato il donativo di 410 mila lire, il voto fu comunicato a “toutte la pupulace” che pare fosse adunata fuori della chiesa di S. Francesco, dove si tenevano gli Stati; ed i deputati del popolo dichiararono di consentire “quoy due cette somme fut infiniment au de là de leur forces, qu’ils fussent sans pain, sans subsistance, sans aucun moyen pour en avoir “. Il governatore e il Groppello dichiarano di non aver facoltà di accogliere il voto, essendo assai minore delle 500 mila lire volute dal Principe, ed allora “toutte l’assemblee et le peuple dans la désolation où ils se trouvent ont demandes qu’il leur fut permis de recourir à la clémence de sa dicte A. R. pour tascher de luy faire agréer la ditte somme”. Infatti gli Stati compilano e presentano al Sovrano un memoriale, nel quale lungamente descrivono le miserie patite dal Ducato durante la conquista francese; e fra l’altro supplicano di essere esenti dalle levate d’uomini per le milizie “parce que cela acheveroit de ruiner le pays prés de deux tiers des habitants estant non seulement incapables du service, mais encore inutiles pour la culture des biens pour leur imbécillité, le tiers restant ne suffit pas pour travailler les torres qui deviennent toujours plus incultes, fautes de laboureurs et par les inondations et esboulements arrives et qui continuent toutes les années; ce qui cause des depences et pertes inconcevables. D’ailleurs ce petit nombre de personnes qui pouvent agir est la principale resource du pays; par leur sortie et sejour pendant six mois dans les pays estrangers, où ils vont gagner leur vie, épargnent quelques denrées chez eux et rapportent quelque peu d’argent qui leur sert payer leurs tailles et le sel, estant le pays prive du tout commerce et hors d’éstat d’on avoir par lui même (D. XXII. 1918).

 

 

Grande certamente era la miseria del Ducato d’Aosta; ma il quadro tratteggiato nel memoriale degli Stati generali pare troppo scuro. A caricar le tinte, i maggiorenti dei Ducato devono essere stati indotti dalle ripetute proteste che il Groppello in pubblico e privatamente avea fatto contro le deliberazioni degli Stati. Avea egli fatto riflettere ai principali del Ducato, fra cui il marchese di Cirié, il barone d’Avise ed il vassallo Aymonier “che S. A. R. non havrebbe accettato il donativo, onde potevano comprender e rifietter, quali determinationi havrebbe prese l’A. S. R. contro quel paese, insinuando loro di farvi li opportuni riflessi… “. A facilitare l’intesa, il Groppello prometteva, che ove gli Stati avessero consentito ad aggiungere alle 320 mila lire votato la prima volta non 90 mila lire, ma le 181.651 che lo finanze credevano di aver ragione di pretendere come residuo del donativo del 1701-706, il Principe avrebbe nell’anno corrente (1707) rinunciato a 1000 doppie (L. 15.750) per bonificarle a dispositione del Conseglio a quelle Comunità che hanno sofferti maggiori danni, e che sarebbero state creduto più impossibilitate a pagar loro donativo”. Quanto agli anni seguenti, il Groppello, senza impegnarsi del tutto, prometteva che, ove il Paese avesse continuato nell’angustie che allegavano… S. A. R. havrebbe havuto qualche riguardo”. Alle belle parole non si mossero i Valdostani, reputando più acconcio partito fissare il donativo in una somma minore e certa a quello di concedere una cifra grossa, che sarebbe stata in avvenire invocata dalle finanze come precedente, anche se addolcita da promesso di condoni. Nemmeno si mossero quando il Groppello, irritato, manifestò la sua intenzione di devenir ad una recognitiono del stato, reddito e pesi de’ beni di quel Paese, a fine di poter una volta haver una tal qual cognitione delle forze dei Paese, mentre S. A. R. non poteva persuadersi intieramente vero tutto ciò che allegavano concernente tali miserie aggiungendo a crescere la dose che tali miserie” non dovevano esser prese da persone dei Paese le quali per l’interesse loro proprio e delli adherenti si rendevano manifestamente sospette”. Gira la minaccia di un’inchiesta fiscale compiuta da periti tratti dal Piemonte e dalla Savoia. Fu risposto dai Valdostani che anch’essi desideravano “sommamente” che questa indagine si facesse, dimostrando anzi d’haverne un ardente desiderio[12].

 

 

Non erano quelli tempi da fare minute e costose inchieste fiscali; cosicché il Principe, fatto persuaso che colle parole e colle minacce, non seguite da fatti, nulla più si sarebbe ottenuto, si decise ad accettare il donativo di L. 410 mila ed a promettere d’aver riguardo ai bisogni del Ducato nella levata delle truppe e nella fornitura di fieno, paglia e legna alla guarnigione di Bard, ch’egli aveva messo durante la guerra a carico degli abitanti (D. XII. 1920)[13].

 

 

Nel 1712, dovendosi votare il donativo per il sessennio 1713-1718, ricominciano le contese fra gli Stati generali ed il Sovrano. Stavolta il Groppello va ad Aosta armato di poteri maggiori e munito di dati precisi per combattere le allegazioni dei deputati. I quali in “alcuni conciliaboli” tenuti in Aosta prima dell’arrivo del Groppello, aveano determinato di ridurre la cifra del donativo a 220 mila lire appena.

 

 

Il Groppello, giunto in Aosta la sera del 9, fa radunare gli Stati generali la mattina del 10 e dinanzi ad essi in un efficace discorso riassume le angustie delle finanze, i molti debiti contratti, i gravissimi tributi pagati in Piemonte, pur tanto maggiormente danneggiato dal flagello della guerra, la cattiva impressione che avrebbe prodotto una diminuzione del donativo per il pessimo effetto, che poteva produrre nel sentirsi diminuiti li tributi in occasione che sono aperti li trattati di pace, che conviene che ogni Sovrano faccia vedere non diminuite le sue forze, affine di ottenere una pace pia vantaggiosa”. Vista la repugnanza degli Stati, il Groppello propone di continuare il donativo nella cifra di L. 68.333.6.8 durante la guerra, diminuendolo appena questa fosse finita; e financo offre di far imprestare al Ducato a condizioni vantaggiose una somma perché potesse pagare il maggior donativo durante la guerra, salvo a rimborsarla a poco a poco dopo la pace. Contuttociò, essendo gli animi avversi alle domande del Sovrano, il Groppello pensa bene di prorogare all’indomani l’adunanza, e nella notte macchina nuove astuzie. L’indomani mattina, di buon’ora, egli ordina infatti al tesoriere Millet di presentargli il conto delle entrate e delle spese del Ducato, che pare si tenesse gelosamente segreto persino al Sovrano, sperando in questa maniera di intimidire gli Stati colla dimostrazione della falsità delle loro proteste di miseria estrema, ed autorizza espressamente il Millet a spargere la voce di questa sua richiesta. Dai conti resi dal luglio 1701 al 31 maggio 1711 egli rileva che le entrate del Ducato per tutto quel periodo rilevavano a L. 1.461.941.16.5, di cui L. 834.166.13.4 erano state pagate alle finanze e L. 627.775.3.1 erano state spese per servizi locali; e da ciò prende argomento per dimostrare nella seduta dell’11 agli Stati generali che i tributi del Ducato erano la metà di quelli del Piemonte. Calcolando infatti i 1650 fuogaggi esistenti allora (vedi sopra pag. 109) a 60 giornate l’uno, il registro imponibile sarebbe stato di 98 mila giornate di beni coltivi – oltre i beni incolti e le montagne, che erano estesissime, reputandosi allora la superficie del Ducato uguale ad 868 mila giornate ognuna delle quali avrebbe pagato di donativo 10 soldi ed 1 denaro, qualora il donativo fosse stato fissato a lire 50 mila l’anno, ed in tutto, comprese altro lire 50 mila di tributi per spese locali, a lire 1 e 2 denari. Essere quindi sopportabile il donativo fissato in quella cifra, ed anzi potersi fare qualche maggior sforzo dai Valdostani, quando avessero riflettuto che in Piemonte ogni giornata pagava lire 2 e 5 soldi di soli tributi ordinari in tempo di pace (D. XXII. 1924)[14].

 

 

Tutto fu inutile. Gli Stati generali malgrado fossero “penetrés de reconnoissance” per il Sovrano «qui les maintient dans leurs droits, franchises, privilèges, et coutumes et qui le deffend avec tout de gloire de l’ennemis” e malgrado che “l’ardeur de leur zèle pour le seivice de S. A. R. les auroit porté à lui faire un plus ampie donatif” tirano fuori, come al solito, “la diminution considérable des hommes qui leur procuroit de l’argent, les séjours et los passages des trouppes et armées qui ont consumé leurs fourages, la disette des blods de plusieurs années et d’autres funestes accidents”, tutte cose che hanno “reduit le pas dans le triste état de ne pouvoir luy offrir” piu di 290 mila lire per tutto il sessennio, ossia L. 48.333.6.8 l’anno. Per far gradire al Sovrano il rifiuto di un donativo più largo, i buoni Valdostani invocavano la Bibbia: “Ils [gli Stati] espèrent, Monseigneur, de la bonté et de la compassion de V. A. R. qu’ elle daignera accepter ce donatif et elle obtiendra le bonheur dont parle le Roy prophète: heureux l’homme qui a l’intelligence sur le pauvre, et sur l’affligé, le Seigneur le delivrera dans le jour mauvais. Et, Monseigneur, nous augumenterons tous nos veux pour la plus grande prospérité, et de sa sacrée personne et de sa Royale maison” (D. XX. 1928).

 

 

Sia che le miserie narrate nel memoriale degli Stati rispondessero in parte a verità, sia che egli volesse anticipare al Ducato quello sgravio di tributi che fu concesso al Piemonte coll’indulto generale dell’anno seguente, sia che quella non sembrasse occasione propizia per pretendere un donativo maggiore, il Duca accettò l’offerta degli Stati il 6 dicembre 1712 benché egli avesse sperato che essi fossero per fare “de plus grands efforts pour nous marquer [leur] zèle par un secours plus proportionne au besoin des nos finances dans les conjonctures d’une si longue et si rude guerre”. Anzi dovette, malgrado la sua poca soddisfazione, pagare il solito regalo di 3 mila lire al marchese di Ciriè, governatore del Ducato, di lire mille per ciascuno al vescovo d’Aosta ed al barone di Nus, delegati dagli Stati per presentare il memoriale d’offerta e lire 500 al tesoriere Millet (D. XXII. 1927)[15].

 

 

Concludendo, durante il periodo nostro, il Ducato d’Aosta doveva pagare e pagò le seguenti somme:

 

 

 

Donativo votato dagli Stati generali

 

Somme versate al tesoriere generale Aymo Ferrero (1)

 

Somme spese nel Ducato per forniture militari

 

Somme versate ai Francesi (2)

 

1700

41.666.13.4

41.666.6.8

73.300

   
1

83.333. 6.8

500.000

41.666.13. 4

   
2

83.333. 6.8

83.333. 6. 4

87.372

 
3

83.333. 6.8

63.830. 3. 4

 
4

83.333. 6.8

480. 9

 
5

83.333. 6.8

30.103

166.666.13.4

6

83.333. 6.8

 

136.522.14. 4

7

83.333. 6.8

410.000

34.166.13. 4

8

83.333. 6.8

84.956.15.10

9

83.333. 6.8

61.740.16. 3

10

83.333. 6.8

50.079. 3. 4

1

83.333. 6.8

92.602.16

2

83.333. 6.8

52.289.16. 5

3

43.333. 6.8

48.333.6.8

36.500

   

1.000.000

811.469. 7.10

117.476

166.666.13.4

(1) Dai Conti di tesoreria generale, in EINAUDI, B. e C. T. 1700-713, Tabelle IV a VI.

(2) Dal Conto rifferto in Consiglio generale degli Stati il 9 gennaio 1707 dal Groppello, in A. S. F. I a. Ducato d’Aosta, M. I, n. 5.

 

 

Il totale delle somme pagate dal Ducato sarebbe di L. 1.095.611.1.2; cifra cotesta puramente approssimativa, a causa della sua derivazione da due fonti diverse. Se si riflette che nel totale delle somme versate in tesoreria generale entrano certamente dei residui degli anni anteriori al 1700, e che dalle L. 166.666.13.4, che si pretendevano pagate ai Francesi, debbonsi dedurre L. 63 mila per rimborso del prezzo di somministrazioni fatte e L. 41.666.13.4 calcolate due volte, si può concludere che il Ducato d’Aosta non verso in tutto al suo Principe ed a Francia, durante i quattordici anni dal 1700 al 1713, nulla più del milione di lire a cui erasi obbligato.

 

 

Paese povero, montagnoso, con appena 60 mila abitanti all’incirca, di cui non pochi di intelligenza offuscata dal cretinismo, la valle d’Aosta forse non poteva fare uno sforzo maggiore per venire in aiuto del Principe durante la guerra. Certa cosa però che il silo appare, con quello d’Oneglia, il più basso fra i contributi dati dai diversi paesi dello Stato alla causa comune.

 



[1]Quanto ai tributi indiretti, pagavansi nel Ducato le gabelle del sale, salnitro, polveri e piombi, poste, lotto e stracci. Nessun altro paese era soggetto a così poche gabelle. Vuolsi notare che il Ducato avea spesso comperato a suon di denari contanti la esenzione dalle gabelle che gli si volevano imporre contrariamente ai suoi privilegi. Sui privilegi del Ducato cfr. D. XXII 1810 e segg.

[2]Neppure prima, durante la seconda metà del secolo XVM, gli Stati generali eransi quasi mai del resto dimostrati più generosi; come si può vedere dal seguente specchio (in A. S. F. 1 a. Ducato d’Aosta, M. 1, n. 4, 1707. Nota di quanto ha corrisposto il Ducato d’Aosta a titolo di donativo dal 1649 in poi).

 

 

Tempo delle convenzioni

 

Totale del Donativo

In quanti anni ripartito

Riviene per un’annata

 

1949 Donativo ordinario

L.110.000

4

L. 27.500

1650 ” straord. per il matrimonio dell’Elettrice di Baviera

52.000

1650 ” ordinario

70.000

2

35.000

1655 ” “

112.000

3

37.333.6.8

1658 ”  “

112.000

3

37.333.6.8

1659 ” straord. per il matrimonio della Duchessa di Parma

55.000

1662 ” ordinario

218.000

6

36.333.6.8

1664 ” “

82.500

2

41.250

1666 ” (oltre doppie 200 a Madama Reale)

47.250

2

23.625

1678 ” “

240.000

6

40.000

1680 ” straord. nella maggior età di S. A. R.

40.000

1682 ” ordinario

100.000

2

50.000

1686 ” ordinario

237.000

6

39.000

1694 ” ordinario

250.000

6

41.666.13.4

 

[3]La stessa istruzione, in lingua francese, il Duca indirizzava al governatore e gran bailivo del Ducato. Vadila in Historiae Patriae Monumenta, Tomus XV, Comitiorum pars altera. Augustae Taurinorum. M.D.CCC.LXXXIV, col 1468. Ivi, alle colonne 147-1496, si leggono altresì i verbali delle assemblee degli Stati generali del 31 agosto, 1 e 2 settembre 1699, nelle quali fu discusso e votato il donativo, e furono prese deliberazioni su altre materie d’interesse locale.

[4]A. S. F. I.a. Ducato d’Aosta, M. I, n. 2, Relazione del viaggio del Generale di finanze Conte Groppello nella Valle d’Aosta ed in Savoia nel settembre 1699.

[5]A. S. F. I a. Ducato d’Aosta, M. I, n. 5, 1707 in 1713. Relazione de’ viaggi fatti dal Generale di Finanze in Aosta in occasione del Donativo che quel Ducato deve fare a S. A. R.

[6]A. S. F. I a. Ducato d’Aosta, M. I, n. 2.

[7]Qui anticipiamo – per il solo Ducato d’Aosta – sulle cose che si daranno nel Capitolo III intorno ai tributi durante il periodo della guerra. Ma l’evidente opportunità di non interrompere l’esposizione, ci procurerà venia pe quanto strappo all’ordine sistematico del nostro studio.

[8]Historiae Patrie Monumenta, Tomus IV, Comitiorum pars altera, col. 1492.

[9]Historiae Patrie Monumenta, Tomus XV, Comitiorum pars altera, col. 1500.

[10]Historiae Patriae Monumenta, Tomus XV, Comitiorum pars altera, col. 1502.

[11]A. S. F. I a. Ducato d’Aosta, M. I, n. 5, Conto rifferto in Consiglio.

[12]A.S.F. I a. Ducato d’Aosta, M. I, n. 5.

[13]Vedi i verbali delle assemblee del 9, 10, 11 e 12 gennaio 1707, in cui gli Stati discutono l’ammontare del donativo e compilano il relativo memoriale, accettato dal Duca a Torino il 15 febbraio, in Historiae Patriae Monumenta, Tomus XV, Comitiorum pars altera, Coonne 1503-1517.

[14]A. S. F. I a. Ducato d’Aosta, M. I, n. 5, Relazione de viaggi fatti dal Generale di finanze in Aosta in occasione del donativo che quel Ducato deve fare a S. A. R. Cfr. anche D. XX. 1924.

[15]Vedi i verbali delle assemblee dell’11 e 12 novembre 1712, ed il memoriale del 12 novembre, accettato dal Duca nella Veneria il 6 dicembre 1712, in Historia Patriae Monumenta, Tomus XIV, Comitiorum pars altera, Colonne 1518-1531. La mala contentezza del Duca è chiara nella lettera di accettazione del donativo: “Très chers, bien ames et féaux. Nous serions attendu que vous auries fait de plus grands efforts pour nous marquer votre zèle par un secours plus proportionne au besoin de nos finances dans les conjonctures d’une si longue et si rude guerre, cependant sur les représentations que vous aues faites par votre lettre du 12 du mois passe et par la vive voix de vos députes, que l’épuisement de nos fideles sujets du Duché d’Aoste ne leur e4ust pas permis de suivre tous les mouvements de l’ardeur e leur zèle pour notre service, nous avons bien voulu nous contenter du donatif de 290 m. livres que vous nous aues offert et vous accorder en même tems le contenu dans nos réponses aux articles du Memorial qui nous a esteprésenté de votre part; C’est a quoy nous nous sommes portes par un effet de nostre bonne volonté et de la particulière protection dont nous vous donnerons volontiers de nouvelle marques dans touttes les occasions ainsi qu’il vous sera confirmé par vos dicts députes. Et sur ce nous Dieu qui vous ait en sa sainte et digne garde”.

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