Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Corriere della Sera

Il sofisma

«Corriere della Sera», 19 ottobre 1947

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 335-340

Alfredo Lisdero, Luigi Einaudi, el hombre, el científico, el estadista, Asociacíon Dante Alighieri, Buenos Aires,1965, pp. 85-90[1]

 

 

 

 

Il baccano sorto attorno alla cosidetta restrizione del credito ha dato luogo ad una fioritura di sofismi. Fioritura naturale, perché i ragionamenti nascono solo attorno ai fatti accaduti o probabili, laddove le immaginazioni spontanee od artefatte non possono non partorire sofismi. Che la restrizione sia un fatto non vero è oramai manifesto; ché: 1) nessun ordine o consiglio o sollecitazione di restringere il credito ad alcuno venne mai né dal tesoro né dall’istituto di emissione; 2) le banche impiegarono a favore dell’industria e del commercio tutto ciò che ricevettero dai risparmiatori: 252,5 miliardi impiegati contro 272,6 ricevuti nel 1946; 219,4 miliardi impiegati contro 188,1 ricevuti nei primi sette mesi del 1947; e per dare negli ultimi mesi più di quel che di giorno in giorno ricevevano dovettero ritirare e non dare fondi al tesoro ed alla Banca d’Italia; 3) le norme impartite dal comitato interministeriale per il credito ed il risparmio attenuarono e non inasprirono le norme precedenti e sono assai miti di quelle vigenti nella più parte dei paesi dove si ha cura di mantenere intatto il credito pubblico; 4) le norme stesse non vennero improvvise, ma furono preannunciate sin dal gennaio, dichiarate esplicitamente nel marzo ed a lungo discusse in adunanze di interessati e nella stampa tecnica dal febbraio all’agosto; 5) sicché le banche poterono il 30 settembre scorso trovarsi in generale in regola con le prescrizioni nuove senza aver versato, anzi dopo aver ritirato lungo l’anno decine di miliardi, col solo mantenere in essere i depositi ancora rimasti presso il tesoro e l’istituto di emissione.

 

 

Se dunque gli organi di tutela del credito e del risparmio nulla avessero detto o fatto, la restrizione del credito avrebbe ugualmente avuto luogo, con alcune varianti; di cui la principale sarebbe stata quella che le banche non avrebbero potuto darne la colpa ad inesistenti ordini, ma avrebbero dovuto dire il fatto nudo e crudo: che non potevano in avvenire essere consentite nuove aperture di credito se non nella misura in che nuovi depositi venissero dai risparmiatori. La banca essendo un mero intermediario, essa non può dare all’industria se non ciò che riceve dai depositanti.

 

 

No, si replica dai sofisti. Il dovere del sistema bancario, incluso l’istituto di emissione, ad un certo momento è di dare più di quel che esso riceve dal pubblico. Se, ad esempio, il totale dei depositi esistenti in Italia è di 1000 miliardi e se la prudenza consiglia di tenere investiti 150 miliardi (il famigerato 15 per cento) presso il tesoro e la Banca d’Italia, in conto corrente o in titoli ed altri 150 miliardi in contanti ed in titoli liquidi presso di sé ossia in totale quel 30 per cento che la esperienza indica come il minimo necessario per essere in grado di far fronte alle domande di rimborso; se quindi le banche possono dare e danno all’industria tutti i 700 miliardi disponibili, può darsi pure che i 700 miliardi non bastino. L’industria, piccola media e grande, ha d’uopo di credito più ampio. Essa può lavorare più intensamente di quel che far non si possa con un credito aperto dalle banche di 700 miliardi. La somma è per fermo egregia ed è tutto ciò che i risparmiatori hanno prodotto ed offrono, fatta deduzione dei 300 miliardi che le banche debbono investire in depositi e titoli liquidi, per essere pronte ad adempire il loro primo e sommo ed unico dovere, che è di rimborsare i depositanti. Unico dovere, dico, perché le banche sono le fiduciarie di coloro che ad esse hanno affidato i loro denari; ed esse possono servire l’industria nei limiti nei quali ciò è consentito dal dovere loro primo verso coloro che in esse hanno fiducia. Se si pensa che altrove, in Inghilterra e negli Stati Uniti, contrade pur non ultime nel progresso economico, le banche danno non più del 20 o 30 per cento dei depositi e conti correnti, si può facilmente osservare che dando il 70 per cento, le banche italiane offrono all’industria tutto e forse al di là di ciò che è possibile dare. Né il 30 per cento residuo resta ozioso, ché esso, attraverso il tesoro, sovviene alle esigenze delle imprese economiche statali.

 

 

Ma no, si afferma. L’industria non può contentarsi dei 700 miliardi. Essa ne può utilizzare ben di più: 800, 900 o 1000 miliardi. Qualcuno deve dare il di più. Se i depositi volontari del pubblico presso le banche non bastano, intervenga lo stato e provveda a fornire i 300 miliardi necessari in più di quelli offerti dal pubblico. Avremo un aumento della circolazione; i biglietti della Banca d’Italia cresceranno da 640 a 900 od a 1000 miliardi. Ma non saranno biglietti fabbricati a vuoto, e non faranno aumentare i prezzi; ché ai 300 miliardi di lire di biglietti in più corrisponderà un uguale o maggiore incremento della produzione, ossia di merci gettate sul mercato. Maggior produzione, minore disoccupazione.

 

 

È questo un ragionamento ovvero un sofisma? V’ha un caso nel quale ci troviamo di fronte ad un ragionamento; e quell’unico caso fu illustrato dall’amico Bresciani nel libro classico su La caduta del marco tedesco ed in numerosi articoli. Ridotto in moneta spicciola, lo si può formulare così: esiste in un paese un insieme di fattori produttivi disoccupati? Ci sono cioè in un paese, non solo centinaia di migliaia o milioni di operai disoccupati, ma ci sono anche contemporaneamente ed in giusta proporzione fabbriche inerti, macchinari che non lavorano, scorte abbondanti che nessuno acquista, mucchi di carbone sui piazzali che vanno a male, milioni di kWh di energia elettrica producibile che nessuno domanda? Se così è, può darsi che una iniezione artificiale di moneta biglietti o di moneta bancaria serva a mettere in moto la macchina arrugginita; a consentire agli industriali di combinare insieme lavoratori, fabbriche, macchine, scorte, carbone, energia elettrica, ecc. ecc., che oggi stanno con le mani in mano ed a dare quella spinta per cui, insieme collaborando, i fattori, ora inerti e disuniti, insieme combinati diano luogo ad una feconda produzione. Può darsi, dico, ma è rarissimo che la manovra riesca. Riuscì in Germania dopo la caduta del marco, perché di fatto esistevano le condizioni richieste: contemporaneità della disoccupazione di lavoratori, fabbriche, macchine, scorte, ecc., che attendevano la spinta e la spinta venne a tempo, un po’ ad opera dell’iniezione di credito ed un po’ ad opera della fiducia inspirata da nuovi governanti dell’epoca pre-hitleriana. Ma non riuscì, ed il fiasco fu clamoroso, né in Inghilterra né negli Stati Uniti, durante la grande crisi. Mancò in ogni caso qualcosa: o le fabbriche o le scorte o le macchine disoccupate o la spinta psicologica, la quale appartiene all’ordine degli imponderabili.

 

 

V’ha oggi in Italia una qualche probabilità, anche lontanissima che si possa verificare quell’unicum, che fece riuscire l’esperimento in Germania? No. Vi sono, si, un milione circa di lavoratori disoccupati; ma dove sono, salvochè nell’industria tessile, la quale non ha bisogno di credito da nessuno, le scorte in attesa di lavorazione? Dove è il carbone giacente sui piazzali? Dove sono le macchine inerti? Dove è l’energia elettrica offerta dai produttori e rifiutata dagli utenti?

 

 

Perciò, se oggi si stampassero 300 miliardi di biglietti nuovi per offrire credito nuovo, aggiuntivo all’industria, l’effetto non sarebbe creazione di nuovo lavoro; ma famelico assalto degli industriali, provvisti di nuovo credito e di nuovi biglietti, alle materie prime esistenti, al carbone di mese in mese assegnatoci, all’energia elettrica, di cui oggi si lamenta la scarsezza. L’effetto unico sarebbe non l’aumento della produzione, ma l’aumento dei prezzi di ciò che è necessario all’industria per lavorare.

 

 

Che cosa sta al disotto dell’aumento dei prezzi, il quale potrebbe essere un fatto puramente nominale, di numeri grossi sostituiti a numeri piccoli? Sta la continuazione del fenomeno più doloroso, anzi più atroce, più socialmente disintegratore tra tutti quelli i quali hanno sconvolto la società italiana in questo triste dopoguerra.

 

 

Chi paga l’aumento dei prezzi? Se tutti i prezzi, se tutti i salari, se tutti i redditi aumentassero nella stessa misura, sarebbe mera polvere negli occhi, sarebbe il solito manzoniano alzarsi in piedi di tutti i comizianti per veder meglio l’oratore. Ma così non è. Vi sono intiere vaste classi sociali, i cui prezzi, le cui remunerazioni non aumentano, o non aumentano proporzionatamente, all’aumento dei prezzi.

 

 

Vi sono i contadini delle Puglie, i quali lavorano 150 giorni all’anno per salari lentissimi a muoversi.

 

 

Vi sono i vecchi, le vedove, i bambini, i ragazzi i quali vivono del reddito fisso di risparmi passati e stanno lentamente morendo di fame, perché sarebbe stato necessario che gli appartenenti ai ceti medi indipendenti avessero risparmiato in passato dieci milioni di lire ciascuno per assicurare alle famiglie un reddito uguale a quello dell’operaio o dell’impiegato dei gruppi più numerosi.

 

 

Vi sono i pensionati la cui pensione non segue subito le variazioni, dei prezzi.

 

 

Vi sono, fra gli operai e gli impiegati pubblici e privati, i padri di famiglia i quali con un solo stipendio, debbono provvedere alla moglie ed ai figli in età non lavorativa.

 

 

Vi sono… Ma la lista è troppo lunga di coloro i quali sono andati o stanno andando a fondo nella atroce lotta sociale che è frutto della svalutazione monetaria.

 

 

Talvolta è necessario adattarsi al male. Il decreto in pro delle industrie meccaniche è senza dubbio inflazionistico. Sono, in valore attuale, 30 miliardi di credito derivante da risparmio forzato, risparmio compiuto da coloro che non possono rivalersi dell’aumento di prezzi provocato dall’inflazione con un aumento proporzionale dei propri redditi. Sono alcuni ceti di contadini, principalmente meridionali, sono gli appartenenti al ceto medio coloro i quali dovranno stringere un po’ più la cintola per impedire che talune imprese meccaniche, principalmente settentrionali, debbano chiudere. Ma sono 30 e non 300 miliardi; ma dovranno essere dati dagli amministratori del fondo solo a quegli industriali i quali dimostrino di potersi riorganizzare e vivere poi di vita propria.

 

 

Contadini meridionali ed appartenenti al medio ceto di tutta Italia sono pronti a qualche ulteriore sacrificio; ma non a morire a vantaggio altrui. Giunti ad un certo punto, bisogna dir basta!



[1] Tradotto in spagnolo con il titolo El sofisma [ndr].

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