Tratto da:

Corriere della Sera

Il successo dei nuovi Buoni del Tesoro

«Corriere della sera», 6 febbraio 1914

 

 

 

La emissione nuovissima dei 290 milioni di buoni quinquennali del tesoro ha avuto un’accoglienza veramente lusinghiera tra i capitalisti italiani. Aperta al 12 gennaio, la sottoscrizione doveva chiudersi al 25: ma già al 21 l’intiero ammontare era sottoscritto, sicché le nuove domande, le quali seguitavano a giungere, non poterono più essere accolte.

 

 

Il fatto merita di essere segnalato, perché è indice da un lato dell’esistenza in Italia di un cospicuo fondo di risparmio disponibile, il quale ricerca gli investimenti sicuri, redditizi ed a scadenza non lontana, ed è lieto di affidarsi allo Stato, in cui ripone illimitata fiducia.

 

 

Il fatto merita anche di essere scrutato nelle sue cause. Come accade che un titolo, il quale ha una durata di soli cinque anni, ha avuto una accoglienza lietissima nel pubblico, e va, dicono i banchieri, come il pane, mentre i titoli redimibili cinquantennali 3,1/2 e 3%, emessi negli anni decorsi per apprestare gli occorrenti mezzi finanziari alle ferrovie hanno avuto una accoglienza freddissima e quasi non hanno mercato? Il 3% netto ferroviario, ammortizzabile in 50 anni, del taglio di 500 lire nominali ed emesso a 445, è quotato a 413 lire circa; ed a questo prezzo frutta il 3.65% netto, garantito per 50 anni, oltre un guadagno di 87 lire circa (differenza fra 500, prezzo di rimborso e 413, prezzo di acquisto oggi) al momento del rimborso. Eppure il 3% netto ha prezzi nominali, ed è senza mercato. Il pubblico non ne vuol sapere. Così pure si potrebbero elencare parecchi titoli a debito dello Stato, aventi cioè la stessissima natura della rendita 3,1/2 o del buono 4%, i quali danno rendimenti dal 3.80 al 4.05 per cento, oltre, in taluni casi, non spregevoli premi al rimborso i quali hanno un mercato ristrettissimo. Cito, alla rinfusa, il vecchio consolidato 3% lordo (2.40% netto), il quale vale 64 lire e fruttando lire 2.40, rende il 3.80 per cento ed ha eventuali prospettive di aumento di valore; il redimibile ferroviario 3.50 per cento nuovo che vale circa 460 lire per obbligazioni da nominali 500 lire e rende il 3.80 per cento sul prezzo di acquisto, oltre un premio certo di 40 lire al rimborso entro il 1960, le obbligazioni ferroviarie italiane 3% lordo le quali, sul prezzo attuale di 323 lire circa, fruttano il 3.65 per cento e danno diritto ad un grosso premio di 177 lire (differenza fra le 500 nominali e le 323 prezzo attuale) al rimborso, che certamente avverrà entro il 1985; le obbligazioni ferroviarie centrali toscane, le quali sul prezzo attuale di L. 540 fruttano il 3.65% netto ed entro il 1934, ossia entro venti anni appena, debbono essere rimborsate a 660 lire, con un premio di 120 lire; e, per finire, le Risanamento di Napoli, le obbligazioni per la sistemazione del Tevere, le opere edilizie di Roma le quali fruttano il 4.05 per cento netto e sono ammortizzabili entro il 1942-958. Tutti titoli in cui non entrano affatto società private e sono a debito diretto dello Stato, malgrado i nomi diversi; e tutti titoli i quali, malgrado il loro reddito attraente, relativamente a quello dei buoni del Tesoro, non posseggono oggi neppure lontanamente la popolarità che i buoni hanno saputo conquistarsi.

 

 

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Non pretendo di potere neppure per iscorcio, spiegare le ragioni del diverso successo di titoli, i quali godono delle medesime garanzie di sicurezza, di puntuale pagamento degli interessi ed esatto rimborso del capitale da parte dello stesso debitore: lo Stato. Spesso è la piccola massa del titolo, che spiega la ristrettezza del mercato quando, come per i titoli ultimi ricordati, vi sono in circolazione poche diecine di milioni di lire di un titolo, le rendite sono rare e perciò anche le compre; né si può formare un mercato. Talvolta però, come per le ferrovie italiane 3% lordo, o il redimibile ferroviario 3% netto questa ragione non vale, avendosi in circolazione 892 e 343 milioni rispettivamente di tali titoli.

 

 

In questo caso io credo che la ragione principale dell’attrattiva assai maggiore che i buoni del tesoro esercitano sui risparmiatori sia il tasso dell’interesse fissato al 4%. A torto od a ragione, i risparmiatori si sono ficcati in testa di volere il quattro per cento all’anno di interesse; e quando il Governo glie l’ha dato, hanno comperato con avidità. È vero che altri titoli, i quali apparentemente rendono solo il 3.65 od il 3.80%, in realtà, tenuto conto del premio al rimborso, fruttano forse anche il 4%.

 

 

Ma il calcolo è difficile a fare, il pubblico poco si interessa alle differenze fra il nominale e l’effettivo pagato, sente parlare di 3 per cento e non vede che invece si tratta di un 3.65, più un premio; né fa attenzione ad un premio che si avrà, per estrazione a sorte, fra 50, 60 e più anni. Inoltre le estrazioni danno fastidio, per la necessità di verificare i numeri, per la difficoltà, specie nei piccoli centri, di procurarsi le tabelle dei numeri estratti, per il pericolo, se non ci si fa attenzione, di seguitare a riscuotere i cuponi, anche dopo che il titolo è già stato estratto, e di vedersi rimborsate, alla fine, le 500 lire meno l’ammontare di tutti i cuponi indebitamente percepiti ecc. ecc. Invece il buono quinquennale è chiaro, semplicissimo: 4 lire di frutto, 100 di capitale, possibilità di vendere in qualunque momento a 100, a ciò che a questo prezzo si è comperato, e certezza del rimborso a data fissa, conosciuta fin da prima, dopo cinque anni.

 

 

Alle quali ragioni tecniche del successo altre economiche bisogna aggiungere:

 

 

  • 1) i buoni raccolti agricoli dei due ultimi anni che accumularono notevoli fondi di risparmio nei centri rustici, fondi che i possessori vorrebbero impiegare definitivamente, ma con sicurezza, e nel frattempo collocano in buoni;
  • 2) la crisi di talune industrie nel nord e la stasi quasi assoluta delle borse italiane, che sembrano disertate dai risparmiatori. Le azioni non trovano collocamento, perché i risparmiatori, disillusi in troppi casi, non se ne fidano in nessun modo; e dovendosi pure investire i risparmi, si comprano i buoni;
  • 3) la durata quinquennale dei quali consente ai capitalisti di non impegnarsi indefinitamente. Alla scadenza, investiranno il ricavo del rimborso in nuovi titoli di Stato, se questi saranno offerti a condizioni appetibili, ovvero compreranno azioni, obbligazioni industriali, terreni, case. Il buono quinquennale, essendo un qualche cosa di mezzo fra l’impiego permanente e quello provvisorio, ha avuto fortuna, perché ha potuto attingere ad amendue i mercati di capitale, degli investimenti permanenti e di quelli temporanei.

 

 

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Qualche piccolo neo fu avvertito, nella recente emissione; ma si tratta di cosa a cui è facile porre ed è augurabile si ponga rimedio. Non fu reso pubblico, malgrado le insistenti richieste di taluni giornali e principalmente del Giornale d’Italia, il prezzo a cui il Governo cedette i 265 milioni (il resto fu assunto dalla Cassa Depositi e Prestiti) al consorzio bancario assuntore. Un giornale (l’Italie del 26 gennaio) informò i suoi lettori che il consorzio cedeva i buoni ai banchieri al corso di 99.50; fu detto che il prezzo di cessione dei buoni del tesoro al consorzio era stato a sua volta di 25 centesimi superiore al prezzo delle emissioni precedenti, che era stato di 98 lire; di guisa che la provvigione totale pagata dal tesoro al consorzio sarebbe stata dell’1.75% per cento, oltre forse ad altri 50 centesimi od 1 lira di abbuono derivanti dal conteggio degli interessi. Ma in realtà non si sa nulla di preciso al riguardo.

 

 

La ragione per la quale non venne pubblicato il prezzo di cessione al consorzio è davvero incomprensibile, se si pon mente che dappertutto, in ogni paese, i governi pubblicano i due prezzi, di cessione ai consorzi bancari assuntori e di vendita al pubblico, e che è ragionevolissimo che tra i due prezzi debba esistere una differenza. Siccome nessun governo al mondo può fare a meno di pagare una provvigione ai consorzi bancari per il collocamento dei suoi titoli; siccome per lo più, e salvo eccezioni particolari, che sarebbe troppo lungo discorrere e che ad ogni modo non riguardano il caso presente, il metodo di collocamento più economico dei titoli di Stato è appunto quello dei consorzi bancari, così a nessuno può venire in mente che il pagamento di una provvigione sia cosa men che ragionevole e corretta.

 

 

Occorre però che l’ammontare della provvigione sia pubblico. La pubblicità giova all’interesse generale perché:

 

 

  • 1) impedisce che si farnetichi di provvigioni colossali, superiori al vero;
  • 2) può essere l’addentellato di salutari concorrenze in avvenire, utili all’erario, da parte di gruppi bancari minori o differenti;
  • 3) evita che qualche più accorto capitalista riesca a strappare un abbuono di qualche decina di centesimi al banchiere mentre altri nulla sapendo, paga intiere le 100 lire;
  • 4) fa conoscere al pubblico il costo reale dei prestiti pubblici, il che è giovevolissimo all’educazione economica e finanziaria del paese. Oggi ancora molti farneticano di miliardi di debiti che si dovrebbero fare per ogni sorta di scopi. Quando costoro sapessero di preciso che lo Stato, incassando, in via d’ipotesi, 98 lire nette per ogni 100 lire di buoni emessi, paga in realtà, tenuto conto della durata quinquennale del buono, un interesse del 4.50 per cento, forse si agiterebbero di meno; ed il ministro del tesoro troverebbe più larghi appoggi e minori ostacoli nel tener fermo in una politica severa di gestione della pubblica finanza.

 

 

Trattasi però, in fondo, di un piccolo desiderio, che potrà essere agevolmente soddisfatto; anzi, in un governo fondato sulla pubblica discussione, sarà doverosamente senza alcun dubbio esaudito in sede di consuntivo; sebbene in avvenire sarà bene provvedervi prima. Il problema grosso che l’esistenza di ormai 1 miliardo e 20 milioni di buoni quinquennali a scadenza del 1917, 1918 e 1919 fa sorgere è un altro: in qual modo consolidare questi buoni; sarà opportuno in avvenire, continuare a finanziare lo Stato con questo che tecnicamente si è palesato uno strumento di prim’ordine; o non converrà studiare qualche altra maniera di titolo, che, pur essendo diverso dalla rendita 3,1/2%, non presenti i pericoli economici, tempo addietro già segnalati dal Corriere, del buono quinquennale, a scadenza brevissima e facente appello allo stesso pubblico verso cui tendono, assetate, le canne altresì industria, agricoltura, commerci? Formidabili problemi questi, che dovranno essere risoluti dal tesoro italiano negli anni prossimi!

 

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