Il supremo paradosso tributario

Tratto da:

Miti e paradossi della giustizia tributaria

Data di pubblicazione: 01/01/1967

Il supremo paradosso tributario

Miti e paradossi della giustizia tributaria, Einaudi, Torino, 1967, pp. 236-258

 

 

 

 

219. Chi ricordi lo schema usato nel capitolo sesto (par. 153, p. 155) per sgonfiare il pallone dei sommi principii utilitaristici, può credere che io abbia voluto altresì negare valore ad un altro schema, detto comunemente tabella di Menger; e può credere perciò che io abbia voluto con quei ragionamenti dichiarare illogica l’applicazione alla pubblica finanza di uno schema pur reputato universalmente utile strumento nella interpretazione dei fatti economici. In verità, se la tabella di Menger è strumento assai meno fecondo per il finanziere di quanto non sia per l’economista, esso non è tuttavia inutile e sovratutto è profondamente diverso dallo schema posto a fondamento dei confutati sommi principii utilitaristici.

 

 

Se chiamiamo benthamiana[1] quella della distribuzione ugualitaria dell’imposta, le due tabelle possono essere messe l’una accanto all’altra:

 

 

I. Tabella Benthamiana

o schema della distribuzione ugualitaria dell’imposta

in una società di tre contribuenti

 

 

X

1

IX

2

2

VIII

3

3

3

VII

4

4

4

VI

5

5

5

V

6

6

6

IV

7

7

7

III

8

8

8

II

9

9

9

I

10

10

10

Tizio

Caio

Sempro

nio

 

 

I numeri romani indicano le successive dosi uguali di ricchezza possedute da ogni contribuente; i numeri arabici i gradi di importanza attribuiti ad ogni dose.

 

 

220. Dimostrai già che lo schema I è frutto della ragion raziocinante del dottrinario. Volendo repartire la imposta in una data maniera, da lui reputata ottima, costui suppone che: 1) i contribuenti della immaginaria società siano tutti modellati su di un uomo medio e 2) attribuiscano alla prima dose di ricchezza da egli posseduta ugual grado di importanza, ad es. 10; 3) il grado 10 di Tizio sia uguale al grado 10 di Caio e a quello, pur 10, di Sempronio; 4) essi attribuiscano alla seconda dose di ricchezza ugual grado di importanza, ad es. 9; e che il 9 dell’uno sia uguale al 9 dell’altro; 5) e così via dicendo sino ad esaurimento di tutta la ricchezza posseduta dai tre consorti.

 

 

Confortato da questa bella architettura, il dottrinario utilitarista procede a costruire il suo schema di distribuzione dell’imposta.

 

 

Ma è schema che il vento disperde, perché: 1) la scala dei gradi di importanza delle dosi successive di ricchezza varia da uomo a uomo ed è bizzarramente varia; 2) i gradi di importanza sono meri indici comparativi validi per ogni uomo, ma non paragonabili da uomo a uomo, ed il 10 di Tizio non solo non è uguale al 10 di Caio, ma, non esistendo alcun strumento adatto a paragonare la relativa sensibilità di Tizio con quella di Caio o di Sempronio, nessuno può dire di quanto sia maggiore o minore; 3) se anche nel metodo di ripartizione dell’imposta in base al sacrificio «proporzionale» non è necessario far confronti fra individuo ed individuo, è necessario però ricorrere alla confessione del contribuente all’orecchio del procuratore alle imposte. Poiché nessuno immagina che siffatte confessioni auricolari siano fededegne, l’imposta cede il luogo alla oblazione volontaria, insufficiente a provvedere alle esigenze degli stati moderni (cfr. sopra par. 162).

 

 

221. Lo schema II (tabella mengeriana) è invece dedotto dall’osservazione. Esso non si riferisce ad una collettività di individui, ma ad un individuo solo. La tabella mengeriana vuole soltanto raffigurare il modo di operare di un uomo il quale, nell’intervallo di tempo considerato, abbia la disponibilità di un certo numero di unità di numerario (moneta o generica potenza d’acquisto). Suppongasi che ogni dose od unità (I, II, III ecc.) di ognuno dei beni desiderati (A, B, C ecc.) sia rappresentata da un quadratino e possa acquistarsi sul mercato con una unità di numerario. Perché lo schema sia senz’altro evidente[2] basta immaginare che ognuno dei beni A, B, C ecc., desiderati dall’uomo possa essere frazionato in unità abbastanza piccole da essere acquistabili con la unità di numerario. Spesso non è così; ma sono varii gli espedienti con i quali il fatto reale può essere avvicinato al fatto ipotetico. Si può ingrossare alquanto l’unità del numerario, pensando in biglietti da 100 o 10 lire invece che in dischi da 1 lira o da 1 soldo. Se l’acquisto di una casa è cosa troppo grossa per contanti, la si può frazionare nel tempo in opportune annualità o mensilità; od addirittura la comune degli uomini fa a meno di acquistare la casa, e si contenta di affittarla, pagando il canone di fitto a semestri, a trimestri, a mese, a settimane e puranco, stando all’albergo, a giorni. Si può allungare il tempo considerato, e pensare, invece che alla distribuzione della spesa giornaliera, a quella della spesa mensile od annua o forsanco decennale.

 

 

II. Tabella mengeriana

o schema della distribuzione della ricchezza

posseduta da un individuo

 

 

X

 

1

 

IX

 

2

1

 

VIII

 

3

2

1

   

VII

 

4

3

2

1

VI

 

5

4

3

2

1

   

V

 

6

5

4

3

2

1

IV

 

7

6

5

4

3

2

1

 

II

 

8

7

6

5

4

3

2

1

 

II

 

9

8

7

6

5

4

3

2

1

 

I

 

10

9

8

7

6

5

4

3

2

1

A

B

C

D

E

F

G

H

I

L

 

 

Ognuno compie quella distribuzione del numerario posseduto oggi o previsto disponibile per domani o per un tempo avvenire che a lui medesimo sembri offrire il soddisfacimento migliore dei suoi desideri, quelli effettivi, che egli sa o prevede di poter soddisfare col numerario posseduto oggi o previsto disponibile per l’avvenire.

 

 

I beni che si presentano all’occhio dell’uomo nell’unità di tempo da lui preferita sono beni presenti o beni futuri. L’uomo cioè può destinare parte del suo numerario al soddisfacimento, con beni presenti, di bisogni presenti (pane, vino, casa, vestito, libro ecc.); e parte al soddisfacimento di beni futuri. In questo secondo caso si dice che egli risparmia, ossia, direttamente o mediatamente, acquista beni strumentali (materie prime, macchine, campo, albero, ecc.) che si trasformeranno in un bene diretto consumabile in un tempo futuro. L’uomo è libero di fare del proprio numerario la distribuzione da lui ritenuta più opportuna. La distribuzione scelta da Tizio sarà dunque, poco o molto, diversa da quella di Caio; e questa da quella di Sempronio.

 

 

La tabella mengeriana non contraddice affatto la varietà dei gusti individuali; non mira a dare uniformità a ridurre a tipi medi le svariatissime distribuzioni operate dagli uomini. Le accetta tali quali sono. Essa non dice neppure che A sia, per tutti, il bene «pane»; e B sia, per tutti, il bene «vestito» ecc. ecc. Anche qui, essa accetta le incarnazioni effettive deliberate dai singoli uomini delle lettere dell’alfabeto nei beni più svariati: A, che per Tizio è «pane», per Caio può chiamarsi «vino», per Sempronio «bicicletta» e per Mevio un’edizione rara di Ariosto o di D’Annunzio. V’ha chi rinuncia a mangiare, pur di acquistare il libro prediletto ovvero andare in loggione a sentir musica di Verdi o di Wagner. Ciascuno ha i suoi gusti, e buon pro gli facciano. Il mondo è bello perché è vario. La tabella di Menger, impassibile, registra tutto.

 

 

222. Codesta ragionevolissima tabella dice soltanto: se l’uomo è razionale, – ma basta possegga, per meritare quella lode, un minimo di buon senso – non accadrà mai che egli, possedendo, ad esempio, una sola unità di numerario, acquisti una prima dose del bene B, quando potrebbe acquistare una prima dose del bene A. Il nostro uomo rifiuta di comportarsi illogicamente, perché egli stesso, proprio lui e non altri, attribuisce alla prima dose del bene B un grado di importanza 9, laddove attribuisce il grado di importanza 10 alla prima dose del bene A. Anche il bambino, al quale, a torto od a ragione, piace più il cavallo di legno che il soldatino, condotto dalla mamma nella bottega dei giocattoli, destina la sua liretta a comprare il cavallo di legno e rinuncia al soldatino. Nello stesso momento e nella stessa bottega, un secondo bambino acquista il soldatino e disprezza il cavallo di legno.

 

 

Se il nostro uomo invece di una possiede due unità di numerario, si troverà un po’ imbarazzato. Ché, dopo acquistata con la prima unità di numerario una prima unità di A col grado di importanza 10, egli, provvisto oramai di una sola unità di numerario, si trova come l’asino di Buridano dinnanzi ad una seconda unità di A e ad una prima unità di B, le quali hanno per lui una importanza pari ed uguale a 9. Come l’asino imbrocca una via piuttostoché l’altra se a correre alla cieca lo spinga la puntura di un tafano, così l’uomo si decide sulla base di qualche imponderabile. Se egli possegga 3 unità di numerario, non occorre il tafano o l’imponderabile la seconda e la terza unità di numerario saranno destinate ad acquistare una seconda dose di A ed una prima di B. Qui viene in scena il teorema più importante della tabella mengeriana: essere uguale l’importanza finale o marginale delle ultime dosi dei beni acquistati dall’uomo a mezzo del numerario posseduto nell’intervallo di tempo considerato. Uguale s’intende per quell’uomo ed a giudizio suo. Se egli possiede 10 unità di numerario, non accade che egli le impieghi tutte ad acquistare 50 unità del bene A. Se egli, dopo la quarta, continuasse sulla stessa via, acquisterebbe dosi di A che hanno per lui gradi di importanza misurati dagli indici 6, 5, 4, 3, 2, 1, laddove con quelle 6 unità di numerario potrebbe acquistare 3 unità di B fornite rispettivamente di 9, 8, 7; 2 unità di C fornite di 8 e 7 ed 1 unità di D fornita di 7 gradi di importanza, tutte dunque capaci di soddisfare desideri più importanti di quelli che sarebbero soddisfatti persistendo nell’acquistare dosi di A. Egli dunque distribuirà le 10 unità di numerario, così da acquistare 4 unità di A, 3 di B, 2 di C ed i di D. Al margine, le unità acquistate hanno tutte il grado di importanza 7. Col trasgredire la regola dell’uguale utilità od importanza marginale, egli commetterebbe errore di buon senso: rinuncerebbe a qualcosa che ai suoi occhi vale 7 per avere cosa che, medesimamente ai suoi occhi, vale 6.

 

 

223. Ciò non vuol dire che l’uomo non sia soggetto ad errore. Può darsi che egli valuti 7 ciò che tutti attorno a lui, con unanimità commovente, valutano 2 od 1 o zero od a cui magari danno valore negativo. La tabella di Menger non si occupa di ciò. Essa esclude solo l’errore soggettivo: comprare il bene valutato dall’acquirente 2 invece del bene da lui stesso valutato 7. La tabella non esclude la sciocchezza in genere, ma solo la sciocchezza reputata tale da chi la commette. Anzi, la tabella non esclude, a rigore, neppure questa. L’uomo può, consapevolmente, acquistare un bene a cui egli attribuisce un grado di importanza 2 invece di un bene a cui, pure egli, attribuisce il grado 7. Vorrà dire che egli, così operando, vuole avere la soddisfazione di far vedere a tutti che egli è capace di commettere sciocchezze (buttare denari dalla finestra per vedere le baruffe dei passanti, non accettare il resto di un biglietto da 50 dal vetturino al quale si devono pagare 8 lire e simili). Egli cioè vuole in cotal modo bizzarro acquistare, insieme col bene principale, qualche altro bene complementare da lui desiderato : fama di denaroso o di stravagante o di generoso, ecc. ecc.

 

 

224. Notisi che fra i beni desiderati vi è il numerario medesimo, del quale un certo numero di unità è desiderato per se stesso ed è comprato (comprare è sinonimo di non barattare o di tenere in tasca) come un qualsiasi altro bene. Si tiene poco denaro in tasca, il minimo possibile, in tempi normali; molto in tempo di crisi o guerre o rivoluzioni. Sotto forma di depositi a risparmio ed in conto corrente, di biglietti o moneta metallica, a seconda della maggiore o minore fiducia di cambiare ogni specie di numerario nella moneta propriamente detta, universalmente accettata, che è quella d’oro.

 

 

225. Le spiegazioni date intorno alla tabella mengeriana sono di quella specie elementarissima che si legge o dovrebbe leggersi in ogni testo di economia. Non parve inutile darle, perché non son persuaso che sempre ed anche da reputati scrittori si sia fatta la dovuta distinzione fra la tabella benthamiana e quella mengeriana. Qualche volta si ha l’aria di credere che la prima discenda logicamente dalla seconda. Non si potrebbe invece immaginare niente di più diametralmente opposto. La tabella mengeriana non si impaccia nel dar giudizi sulla razionalità o moralità delle azioni degli uomini. Essa vien dopo che gli uomini hanno fatto quel che la fantasia, il demone nascosto, i bisogni immaginari o reali, gli istinti, gli affetti hanno ordinato ad essi di fare; e registra. Registrando, constata che anche i matti hanno preferenze – pazzesche, forse, ma preferenze – ed osserva che essi preferiscono un creduto più ad un creduto meno e distribuiscono la ricchezza posseduta in modo che al margine siano uguali i gradi di importanza delle ultime dosi di tutti i beni acquistati.

 

 

La tabella benthamiana non registra invece le libere scelte di ogni uomo singolarmente considerato. Essa è il risultato di almanaccamenti di certi dottrinari i quali hanno pensato che gli uomini siano uguali gli uni agli altri o riducibili a marionette tutte uguali; che essi appetiscano la ricchezza in ugual modo decrescente; che gli appetiti degli uni siano uguali a quelli degli altri; e così via almanaccando hanno dedotto regole dette giuste intorno alla ripartizione dei tributi. Sui quali almanaccamenti non c’è altro da fare che sputarci sopra.

 

 

226. La tabella mengeriana non ci dice nulla intorno alle imposte? Ecco. In una primissima approssimazione,[3] essa ci dice che i beni pubblici sono da noverarsi fra i beni in generale. Nella gamma dei beni A, B, C, D, ecc. che sino all’ennesimo si presentano dinnanzi agli occhi dell’uomo come desiderabili, ci sono anche i beni pubblici, quei certi beni che l’uomo sa, per esperienza sua o per istinto storico, dover essere od essere conveniente acquistare per mezzo dello stato: sicurezza, difesa nazionale, giustizia, sanità, istruzione, avanzamento sociale ed economico, potenza, ecc. ecc. Questi beni, siano diretti o, come altri vuole, strumentali o condizionali, sono dall’uomo classificati al pari degli altri beni secondo il grado di importanza di ognuna delle successive dosi di essi. E così classificati, ubbidiscono alla legge comune. Il numerario posseduto in ogni unità di tempo dall’uomo si distribuisce su di essi nella stessa maniera usata per gli altri beni, detti privati. Anch’essi al par dei beni privati, sono presenti e futuri. Gli uomini destinano una parte del numerario posseduto ad acquistare giustizia o sicurezza od istruzione nel momento presente ed una parte a costruire porti, a bonificare paludi, a piantar foreste che daranno frutto tra dieci o cinquant’anni. Gli uomini hanno i servizi pubblici che desiderano e apprezzano. Se essi sono ignoranti ed egoisti, vivono come bestie in uno stato debole; se sono antiveggenti e solidali, toccano alte mete di convivenza politica e sociale.

 

 

227. Senonché il quadro di prima approssimazione della pubblica finanza dedotto dalla tabella mengeriana dura un attimo e subito si dissolve. Mi sono indugiato a bella posta in una spiegazione elementare della tabella mengeriana per mettere bene in chiaro che essa meramente «registra» i fatti accaduti, le azioni compiute dai singoli uomini, così come le vollero compiere gli uomini esistenti, forniti, come sono, di virtù, vizi, passioni, istinti, conoscenze ed ignoranze.

 

 

228. Ora, purtoppo, tra i vizi degli uomini, principalissimo è la mancanza di memoria. Finta mancanza di finti tonti. Perciò la tabella di Menger si applica male ai beni pubblici. Il grosso – non tutto, ma il grosso basta a rovinare il tutto, – dei beni pubblici ha una curiosa caratteristica: che essi debbono essere forniti dallo stato prima che il relativo bisogno sia sentito dagli uomini. Lo stato non può attendere ad apprestare esercito armi munizioni navi da guerra velivoli militari il momento in che il nemico sia in casa ed abbia già occupato parte del territorio nazionale. Sarebbe troppo tardi. Lo stato non può attendere ad organizzare polizia carabinieri giudici carceri e carcerieri che malandrini grassatori e ladruncoli infestino strade e case. Di nuovo, sarebbe troppo tardi. Lo stato non può attendere ad organizzare servizi di pubblica sanità che gli acquedotti mal tenuti abbiano diffuso le febbri da tifo, che il colera e la peste bubbonica abbiano invaso città e campagne. Sarebbe troppo tardi. Lo stato deve fare tutte queste cose, adempiere bene a questi ed altri numerosi uffici innanzi che i cittadini ne sentano la privazione. Anzi, lo stato adempie meglio al suo ufficio, è universalmente lodato e reputato vicino alla perfezione sua, quanto più riesce ad attutire a mortificare nel cuore, nell’animo degli uomini la sensazione del possibile pericolo alla loro pace e sicurezza e al loro benessere. Se l’esercito è così saldo che i cittadini si sentono sicuri entro le proprie frontiere, se la polizia è così vigile che essi si dimenticano di chiudere, di notte o quando vanno a passeggio, la porta di casa, se la magistratura è così sapiente che ai litiganti temerari vien meno la voglia di adire i tribunali, allora si dice che lo stato è perfettamente organizzato.

 

 

In quel punto, però, gli uomini farebbero, se non ci si ponesse rimedio, i finti tonti. Sanno bene od intuiscono che fra i beni desiderati A, B, C… n vi sono i beni pubblici; sanno ed intuiscono che essi sono costosi e convenienti ad acquistarsi. Ma, poiché essi ne godono già, poiché lo stato, per la ragione medesima della sua esistenza, deve fornir quei servizi in modo che essi non abbiano mai la sensazione della loro privazione; perché pagare? Perché far domanda volontaria e disporsi a pagare il prezzo di ciò che si possiede già? Forseché, se non si ha appetito, se anzi si è sazi, si spendono denari per acquistar cibo? Se il guardaroba è ben fornito, perché arricchire il sarto?

 

 

229. Questo è il paradosso ultimo e massimo della pubblica finanza. Esistono beni pubblici, ai quali gli uomini prodigano attestazioni di apprezzamento altissimo; quei beni sono graditi quanto più efficacemente sono forniti; ma poiché la perfezione consiste nel far dimenticare agli uomini che essi potrebbero essere privi di quei beni, così gli uomini non ne fanno domanda. Quei beni si cancellano dalla loro memoria e quindi anche dalla tabella mengeriana.

 

 

230. Oltreché finti tonti, gli uomini sono, in materia di oneri pubblici, stranamente fiduciosi nella coscienza altrui. Se capitano a riflettere che qualcosa bisognerebbe pur pagare per acquistar beni pubblici, subito pensano che altri avrà memoria più buona ed attiva. I beni pubblici hanno, insieme a quella della mortificazione, un’altra curiosa caratteristica: essi non possono essere forniti all’un cittadino senza essere ipso facto forniti a tutti gli altri cittadini. Se ci si potesse saziare col guardar gli altri a mangiare, basterebbe incaricare a turno qualcuno di mangiar sulla pubblica piazza. Trattorie e panetterie sarebbero deserte di clienti. Invece si sa che solo chi ha pane mangia e si sazia. Gli altri, se vogliono togliersi l’appetito, devono rassegnarsi e cacciar fuori di tasca la moneta occorrente a comprare il pane. Invece, se per miracolo vivono in una società politica molti o pochi cittadini così antiveggenti da decidersi a dare volontariamente allo stato i mezzi per l’acquisto dei beni pubblici, ecco che la difesa, la sicurezza, la giustizia, ecc. ecc. sono senz’altro fornite dallo stato a tutti i paganti ed i non paganti. Lo stato non può chiudere le porte di casa allo straniero solo a pro dei cittadini paganti, lasciandole spalancate per i non paganti; non può mettere in guardina ladri ed assassini solo per coloro che abbiano pagato il prezzo della sicurezza, aprendo ad essi l’uscio della galera quando si tratti di derubare ed assassinare i dimentichi. Lo stato deve difendere il territorio nazionale per tutti, deve dar sicurezza e giustizia ed igiene e viabilità e tante altre cose a tutti, senza badare se i cittadini abbiano o no pagato.

 

 

231. Se dunque il cittadino smemorato può per giunta anche far affidamento sulla memoria altrui, il vuoto assoluto si fa attorno ai beni pubblici. Ognuno, sicuro di goderli, anzi già sazio di essi e speranzoso che qualcun altro pagherà, si dimentica di pagare. Gli uomini tributano allo stato salamelecchi senza fine per ringraziarlo dei preziosi suoi servizi, ma denari punti.

 

 

La tabella mengeriana, premessa logica per la spiegazione dei prezzi dei beni privati, non serve di fatto a nulla per la spiegazione dei prezzi dei beni pubblici. Su per i trattati di economica noi impariamo le leggi regolatrici dei prezzi del pane, del vino e degli altri mille e mille beni privati. Noi chiamiamo «razionali» quelle leggi, perché poste alcune premesse (tabella mengeriana, ipotesi di concorrenza o di monopolio o di concorrenza limitata) è possibile dedurre col ragionamento quali prezzi si formeranno sul mercato per i beni diretti, per i beni strumentali, per i beni capitali. Per i beni pubblici, invece, buio perfetto. Poiché la domanda non agisce, non esiste per i beni pubblici un mercato, non si formano prezzi. Lo stato deve agire «d’autorità»; deve, esso, stabilire il numero delle unità di beni pubblici che ogni cittadino sarà obbligato ad acquistare, il prezzo unitario e l’importo complessivo dell’acquisto. L’importo dicesi imposta.

 

 

232. L’imposta non è il termine finale di un meccanismo messo in moto dalle azioni volontarie degli uomini, come accade per i prezzi dei beni privati. È il punto di partenza fissato dallo stato per farsi consegnare anticipatamente i mezzi necessari a provvedere ai servizi pubblici che è suo compito fornire in guisa da risparmiare ai cittadini persino l’ombra di ogni apprensione al riguardo.

 

 

I prezzi dei beni privati sono determinati sul mercato, indipendentemente dalla volontà dei singoli compratori e venditori. Persino il monopolista perfetto innanzi di fissare il prezzo della merce da lui venduta, deve calcolare quale sarà la reazione dei consumatori. Non è in poter suo fissare prezzo e quantità consumata. Determinata l’una, e questa è data dai gusti dei consumatori e dall’ostacolo (privazione di moneta) da essi incontrato, è determinato l’altro. Lo stato invece determina l’importo totale che il contribuente è chiamato a pagare e l’importo od imposta è il risultato della moltiplicazione del fattore «numero delle unità di beni pubblici acquistandi dal contribuente» per il fattore «prezzo unitario di ogni unità»; ed ambi i fattori sono determinati «d’autorità» dallo stato.

 

 

233. Con qual criterio lo stato determina i due fattori? Alla domanda la tabella mengeriana non dà risposta se non in un aere rarefattissimo di puro ragionamento. Se fosse possibile supporre una società di uomini razionali, consapevoli dell’importanza dei beni pubblici presenti e futuri, capaci di rappresentare vivamente dinnanzi alla propria mente il quadro delle conseguenze le quali deriverebbero dalla privazione dei beni pubblici, consapevoli tutti della necessità di fare domanda attiva di essi senza fare alcun affidamento sulla probabilità che altri, in loro luogo, vi provveda, gli uomini farebbero, direttamente nelle comunità politiche minime a democrazia diretta, od a mezzo di proprii delegati nelle comunità più ampie, domanda di beni pubblici sufficiente a coprire il costo della loro fornitura. In quella società di uomini razionali, i servizi pubblici sarebbero probabilmente forniti in misura e varietà grandemente maggiore di quella osservata laddove l’imposta è opera di coazione. Anche in essa l’imposta sarebbe coattivamente distribuita; ma la coazione sarebbe il frutto della concorde libera volontà di tutti. In quella società ideale, sulla tabella di Menger si vedrebbero, accanto ai beni privati, disporsi, nella mente dei cittadini, i beni pubblici presenti e futuri. La ricchezza posseduta dai cittadini sarebbe distribuita equabilmente fra tutti i beni in misura da osservare la legge della uguaglianza dei gradi finali di utilità.

 

 

Gli utopisti da Platone a Tommaso Moro e a Roberto Owen hanno descritto società di uomini perfetti, nelle quali gli uomini volontariamente distribuiscono la loro ricchezza così da soddisfare con la pienezza consentita dai mezzi disponibili tanto i bisogni privati che quelli pubblici.

 

 

Poiché non bisogna disperare dell’avvenire dell’umanità, possiamo augurare che il regno dei cieli si attui in terra. Frattanto constatiamo di essere lontanissimi dall’applicazione spontanea della tabella mengeriana ai beni pubblici.

 

 

234. La sanzione del paradosso ultimo tributario è la coazione. Contro agli uomini smemorati e fiduciosi nell’altrui civismo vale l’imposta. Qualcuno deve costringere d’autorità il cittadino a destinare una parte del numerario disponibile in ogni unità di tempo all’acquisto dei beni pubblici.

 

 

Chiamiamo «stato» questo qualcuno fornito del potere di coazione; e chiediamo: in base a quali regole lo stato determina l’imposta?

 

 

Si riconosca innanzitutto che il problema è straordinariamente arduo. La tabella mengeriana registra ogni sorta di gusti, da quelli comunemente reputati razionali ai più stravaganti e pazzeschi.

 

 

Qui, per i beni pubblici, lo stato

 

 

  • deve sostituire il proprio giudizio sulla convenienza dei beni pubblici al giudizio dei singoli interessati;

 

  • deve dare un giudizio comparativo non solo sui gradi di importanza per ogni cittadino delle successive dosi dai numerosissimi beni pubblici immaginabili, ma anche sui gradi di importanza attribuiti dai cittadini alle successive dosi degli ancor più numerosi beni privati; distinti, ambe le specie, in presenti e futuri;

 

  • deve dare il giudizio sovramenzionato nonostante la insensibilità della grande massa dei cittadini rispetto ai beni pubblici ed alla contemporanea ipersensibilità rispetto ai beni privati;

 

  • deve dare il giudizio nonostante che molti cittadini reputino positivamente dannosi certi beni pubblici che lo stato deve pure ad essi fornire. Lo stato deve dare e far pagare la difesa nazionale anche agli internazionalisti, i quali vorrebbero abolire le frontiere; deve dare e far pagare i beni della sicurezza pubblica e della giustizia anche ai signori ladri ed assassini, il cui mestiere sta nell’offendere sicurezza e giustizia; deve dare servizi di igiene a chi si diletta di vivere in luride tane e ride della pulizia ed odia l’acqua; deve fornire servizi di istruzione a chi ha in sommo pregio l’ignoranza;

 

  • deve dare un giudizio di importanza relativa frammezzo al contrasto vociferante di classi, di ceti, di gruppi accaniti a dichiarare che quei tali beni pubblici tornano vantaggiosi solo a classi, a ceti, a gruppi diversi dal proprio e devono essere fatti pagare solo a quelli che ne godono; od addirittura affermano che certi beni pubblici vantaggiosi a sé devono essere fatti pagare esclusivamente o principalmente ad altri.

 

 

Il paradosso tributario assume a questo punto un aspetto suggestivo: la solita tabella mengeriana chiamata a registrare le decisioni volontarie dei consumatori rispetto ai beni privati, dovrebbe dallo stato essere arricchita con altre colonne ed altre categorie, nelle quali dovrebbero essere registrate le decisioni latenti, non espresse, spesso negative e frequentemente contrastanti dei contribuenti rispetto ai beni pubblici. Che senso ha una tabella mista di «registrazioni» di fatti conformi all’esperienza e di fatti contrastanti con essa? Come distribuire il numerario posseduto dai cittadini in conformità alla legge dell’uguaglianza dei gradi finali di utilità, quando fa d’uopo nel tempo stesso destinare numerario a comprare beni privati fino alla dose avente un grado di utilità nove e beni pubblici per dosi la cui utilità può dall’interessato essere considerata nulla o negativa?

 

 

235. Dal paradosso si esce costruendo una tabella, nella quale certi uomini, i quali compongono l’entità chiamata «stato», registrano quelle che «dovrebbero essere», secondo il giudizio dello «stato» le decisioni «razionali» dei cittadini rispetto ai beni pubblici e questa tabella sovrappongono, o meglio incastrano dentro la nota tabella mengeriana della distribuzione del numerario disponibile fra beni privati.

 

 

Si sostituisce cioè il «dover essere» di un archetipo all’«è» dell’esperienza; si trasforma in un precetto quello che per i beni privati è una legge empirica. Con tutti gli inconvenienti di siffatte sostituzioni. Abbiamo veduto un esempio clamoroso di sostituzione del dato di ragione al dato di esperienza quando abbiamo analizzato il nulla della tabella benthamiana o di distribuzione ugualitaria dell’imposta. Eppure lo schema ugualitario è il solo sinora offerto all’ammirazione del pubblico il quale discenda da superbo lignaggio. Bentham, il grande filosofo utilitarista, lo tenne a battesimo; e grandi pensatori, come il secondo Mill, Edgeworth, Cohen Stuart lo perfezionarono. Se uomini insigni, ragionando, riuscirono a così misero risultato, che cosa dire degli altri schemi e schemini e schemetti venuti fuori da intelligenze di second’ordine?

 

 

Si capisce dunque come altri disperato abbia abbandonato la partita ed abbia giudicato che su questa via non si fa opera di scienza. Che cosa sia nella soggetta materia opera di scienza è tuttavia assai difficile definire. Parrebbe che lo studioso, il quale non vuole, al par degli utilitaristi, sostituire il suo giudizio a quello degli uomini, debba astenersi di ogni indagine intorno a «ciò che dovrebbe essere». La ricerca del «dover essere» sarebbe ufficio del moralista, non dello scienziato. Il finanziere dovrebbe emulare l’economista, il quale non ha voluto nella tabella mengeriana costruire nessun schema di distribuzione «razionale» della ricchezza, ma si è limitato a enunciare talune leggi empiriche della sua distribuzione di fatto. Anche il finanziere si deve limitare a constatare le distribuzioni «di fatto» della ricchezza tra beni privati e beni pubblici. E poiché le distribuzioni di fatto furono in passato e sono oggi svariatissime, il finanziere indagherà quali circostanze hanno influito a determinare l’una distribuzione piuttostoché l’altra.

 

 

Perché, per parlare linguaggio piano, oggi basta destinare alla spesa pubblica il 10% e domani occorre dare il 20 o il 40% del reddito nazionale? Perché ieri erano esenti dal tributo i nobili e gli ecclesiastici e oggi si tende ad esentare l’operaio?

 

 

Perché ieri erano preferite le gabelle sui consumi ed oggi sono predilette quelle sui redditi e sui patrimoni?

 

 

Perché si alternano le imposte a tipo reale ad aliquota costante e quelle personali ad aliquota variabile crescente o decrescente?

 

 

Perché oggi i redditi normali e domani i sopraredditi?

 

 

Perché le imposte successorie hanno diversa importanza nei diversi tempi e paesi?

 

 

Perché talvolta si inacerbiscono le imposte e talaltra si ricorre a prestiti pubblici o ad emissioni cartacee?

 

 

Su quali argomenti si fondano le scelte fatte? o, meglio, con quali argomenti si cerca di persuadere il contribuente ed il non contribuente che la scelta fatta risponde, meglio di ogni altra, a certe esigenze dette di ragione, di interesse nazionale, di convenienza per i presenti ed i futuri?

 

 

Quale peso hanno nelle argomentazioni addotte la logica e il sentimento? Le «illusioni» di Amilcare Puviani[4] ed i «miti» e le «derivazioni» di Vilfredo Pareto quale parte hanno, in confronto agli argomenti logici, nella determinazione del quantum e del modo della destinazione della ricchezza a fini pubblici?

 

 

237. Nello sterminato campo del sapere umano, tutti i tipi di indagine hanno diritto di cittadinanza. Cercare le ragioni di «quel che è» è ricerca scientifica, sebbene di genere diverso, del cercare se, posta la premessa a o quella b (vedi sopra cap. IV, par. 97), sia o non sia colpevole di doppio la tassazione del risparmio; o se, esistendo sul mercato una certa massa di titoli di debito pubblico, si commetta o non errore di doppio conteggio col tenerne conto nell’inventario della ricchezza nazionale (cap. V, paragrafi 143 sgg.); o se sia più giovevole al promuovimento della ricchezza l’assumere il reddito normale o quello effettivo come base di valutazione del reddito (cap. X, paragrafi 201 sgg.); o se la tassazione dell’incremento di valore delle aree fabbricabili faccia doppio con la tassazione del reddito che si ricaverà poi dall’area fabbricata (cap. III, paragrafi 55 sgg.). Questi, che ho ricordato e tutti gli altri che ho discusso nei capitoli precedenti, sono problemi di pura logica. Non è affatto inutile discuterli e risolverli su quella base. L’uomo politico ed il finanziere pratico traggono sempre vantaggio dal conoscere le conclusioni della pura logica. Quanto all’accettarle o meno, è un altro paio di maniche. L’economista, il cui mestiere è solo ragionar logicamente, non pretende vedere accolte le sue conclusioni. L’uomo politico può avere mille ragioni per non accettarle. Ad esempio, dopo aver tassato il reddito delle aree fabbricate (e quindi il valor capitale e l’incremento del valor capitale delle aree fabbricabili) con un’imposta del 20%, il politico può ritener necessario di tassare con un altro 20% l’aumento di valore delle aree fabbricabili. La necessità discende:

 

 

a)    dal bisogno dell’erario di un’entrata supplementare;

 

b)    dall’essere gli aumenti delle aree fabbricabili materia di tassazione accetta all’universale dei cittadini, eccezione fatta dei pochi colpiti;

 

c)    dall’essere l’universale convinto trattarsi di una materia imponibile la quale altrimenti sfuggirebbe alla tassazione;

 

d)    dall’essere agevole costruire un ragionamento in base al quale si dimostra che quell’incremento è ottenuto senza sforzo dal proprietario per l’operare di fattori sociali (incremento della popolazione cittadina, dei traffici, ecc.)

 

 

Diremo a la spiegazione finanziaria del tributo; b la spiegazione psicologico-sociale; c quella pseudo-logica; e d quella di giustizia. Il politico contrappone il peso di a, b, c, d, congiuntamente o separatamente considerate, al ragionamento di doppio proposto dall’economista; e trova questo calante ai fini della decisione che egli deve prendere. L’imposta sull’incremento di valore delle aree fabbricabili entra nel novero delle imposte vigenti in quel dato paese.

 

 

Discende forse da ciò che il ragionamento dell’economista, il quale conclude al doppio sia anch’esso calante? A taluno basta anche meno per concludere che un ragionamento od una teoria è «infondata». A me basta ancor meno per concludere che il cervello di costui è spappolato. Come mai può diventare erronea la conclusione di un ragionamento astratto solo perché un politico non l’accetta e non la fa diventare base del suo operare? La conclusione resta quello che è: vera o sbagliata a seconda della bontà del ragionamento condotto. Se vera, la sua verità rimane salda anche se mille uomini politici la respingano e nessuno la faccia propria. Se erronea, l’accoglimento favorevole dei legislatori unanimi di tutti i paesi e di tutti i tempi non ha forza di trasformarla in vera.

 

 

Altra, ed anch’essa interessante scientificamente, è la ricerca delle ragioni z, v, s, rn le quali hanno fatto sì che questo o quel legislatore o tutti i legislatori accolsero conclusioni opposte a quella che il ragionamento dimostrava, ad ipotesi, vera. Ma, badisi, l’avere precisato quelle ragioni z, v, s, rn non autorizza l’indagatore a concludere che la conclusione accolta dall’uomo politico sia fornita dell’attributo di «conformità alla logica», quale aveva, per ipotesi, la conclusione opposta, da lui respinta. Non può a essere a e contemporaneamente non a. Se una certa imposta, fatta una certa premessa, è un doppio, resta un doppio anche se codificata da mille legislatori.

 

 

Le due conclusioni si muovono in campo diverso.

 

 

La conclusione dell’economista, come sono quelle raggiunte nei capitoli precedenti, si muove nel campo della logica. Possono essere erronee perché la premessa fu mal posta od il ragionamento mal condotto; non mai perché esse non siano state applicate dai politici. All’economista basta averle fatte presenti al politico. Il suo ufficio di chierico camminante della verità per il momento è conchiuso.

 

 

Per il momento; ché quando il politico avrà fatto la sua scelta, accogliendo o respingendo in tutto od in parte, le conclusioni dell’economista; quando, fatta la scelta, il politico avrà costrutto un certo sistema tributario, e questo avrà operato per tempo bastevole, l’economista rientrerà in campo per indagare gli effetti delle scelte fatte.

 

 

Qui, nuovamente, ci muoviamo in un campo di indagine avente valore logico. Il trattato degli effetti delle imposte risponde al quesito teoretico: data una certa tassa, data una certa imposta, dato un certo prestito, dati cioè certi istituti tributari configurati in tale o tale modo, quali sono le variazioni nell’equilibrio economico generale le quali sono collegate coll’introduzione o coll’abolizione di quegli istituti?

 

 

L’ultima indagine in sostanza si confonde colla prima. Nella prima, più astratta, l’economista configura certe ipotesi semplici di imposta e ci ragiona sopra; nell’ultima egli lavora sulla più ricca e complicata esperienza degli istituti tributari esistenti e ritorna a ragionarvi sopra. Le conclusioni della prima indagine astratta rimangono vere anche se non siano accolte dal legislatore; le conclusioni della seconda rimangono, se ben ragionate, vere anche se il legislatore, avvertito che talun istituto da lui creato produce effetti che, secondo il vocabolario concordemente accettato, debbono definirsi dannosi, persiste nel mantenere quell’istituto. Non è meraviglia se questi due capitoli dei quali il primo può dirsi di analisi logica del concetto dei varii tributi immaginabili, ed il secondo di analisi degli effetti dei medesimi tributi attuati, piacciono agli economisti. Essi sono capitoli di economia pura; e qualcuno è giustamente collocato tra i gioielli di questa bellissima tra le scienze. Gli economisti non aspirano, quando analizzano concetti o indagano effetti di tributi, all’ammirazione ed al seguito immediati dei giuristi, dei politici, dei finanzieri. Sono certi di non lavorare invano; ché la logica, se logica v’ha, ha una sua virtù incoercibile. Non è vero che sia inutile gittare margaritas ante porcos. Le perle, se sono vere, col tempo saranno ritrovate e splenderanno ad adornamento perpetuo del corpo immacolato della scienza.

 

 

Chi fa l’indagine intermedia, del perché gli istituti tributari siano quelli che sono, del perché i politici li abbiano costrutti poco o molto diversi da quelli che sarebbero conformi alle conclusioni dell’analisi logica del concetto e degli effetti condotta dagli economisti?

 

 

Qui c’è un po’ di baruffa fra talune schiere, differenti sovratutto per temperamento, di rispettabili studiosi.

 

 

Non parlo dei giuristi, il compito dei quali è nettamente diverso da quello dell’economista o del ricercatore dei perché. Il giurista parte dal tributo quale è regolato nelle leggi vigenti. Tuttalpiù – ma non è necessario – risale ai principii informatori della legge, quali furono dichiarati dal legislatore medesimo. In caso di dubbio, parla la legge medesima. Il giurista la interpreta, per quel che essa dice, al lume della logica giuridica propriamente detta. Il giurista la critica, non però sulla base di ragionamenti politici od economici o sociologici, bensì ed esclusivamente sulla base della imperfezione interna della legge tributaria, delle sue contraddizioni o del contrasto di essa con altre leggi ugualmente vigenti. L’opera del giurista, che sia veramente tale, può essere, come fu ed è in altri campi, feconda di frutti stupendi anche nel campo tributario.

 

 

La baruffa, di cui parlo, ha luogo tra gli indagatori del perché delle decisioni assunte dal politico e poscia tradotte nelle leggi. Si dice che un tale sistema tributario è quello che è:

 

 

a)    per ragioni di indole politica. Il politico, ossia il governante – uomo singolo o gruppo politico o parlamento o una delle tante mescolanze empiriche riscontrabili nella storia di governo dell’uno, dei pochi o dei molti – vuole ottenere certi fini di potenza, di cultura, di benessere, di innalzamento di questa o quell’altra classe. Il sistema tributario si informa ai fini del politico;

 

b)    per ragioni di indole sociologica. Il politico non è arbitro dei fini da lui voluti. Egli ubbidisce ad interessi sentimenti ed idee dei ceti e delle classi le quali sono dominanti nel paese. Altra è la finanza dei paesi nei quali prevalgono le classi proprietarie, altra quella dei paesi in cui sono prevalenti i ceti industriali e mercantili; e tutte differiscono da quella dei paesi in cui tendono a prevalere classi più ampie dei lavoratori; ed anche qui occorrerà distinguere fra i gruppi dei contadini, con o senza terra, degli artigiani, dei lavoratori della grande industria, degli impiegati, ecc. ecc. Solo un’analisi compiuta sociologica ci può consentire una spiegazione ugualmente compiuta del sistema tributario vigente in un paese. Solo un’analisi degli avvicendamenti storici dei ceti dirigenti spiega le vicende della politica tributaria. I nuovi ceti, i quali giungano al potere, trasformano, insieme con gli altri, anche gli istituti tributari in conformità dei nuovi miti e dei nuovi ideali a cui essi hanno dovuto la loro ascesa.

 

 

Tutto ciò può essere molto bello, quando non sia di maniera. Dico può essere, perché sinora la disputa non è andata più in là del capitolo introduttivo, nel quale si espone quel che si desidererebbe fare e si butta giù alla brava uno schizzo delle variazioni dei fini politici e delle ragioni sociologiche di quelle variazioni le quali hanno operato sulle variazioni degli istituti tributari.

 

 

240. Umilmente dico che lo scrittore, se non ha fatto un quadro di maniera, ha compiuto opera di storico. Nessun fatto si ripete tale quale, nessun istituto tributario di un tempo di un paese è uguale ad un altro qualsiasi istituto tributario di altro tempo e di altro paese. Chi ha spiegato il sistema tributario del decennio cavourriano in Piemonte, dicasi 1850-59, e le sue variazioni, ha spiegato quel sistema e quelle variazioni nel Piemonte del 1850-59 e non il sistema tributario borbonico o toscano o pontificio dello stesso tempo; e non il sistema contemporaneo del terzo Napoleone in Francia o quello di poco prima di Roberto Peel in Inghilterra. Chi pensi a quel che non sappiamo di ognuno di quei sistemi rabbrividisce quando sia improvvisamente posto innanzi alla oltracotanza di chi, impavido, scopre analogie e differenze, uniformità e difformità, leggi evolutive di quel che non si conosce o si conosce assai mediocremente.

 

 

Anche colui il quale scriverà la storia del sistema tributario in Piemonte durante il decennio cavourriano dovrà forzatamente dai moltissimi fatti astrarre quelli che a lui, guidato da certe idee generali, sembreranno più significativi o rilevanti, dovrà scegliere, tra i tanti fatti, antecedenti e susseguenti, quelli che a lui parranno legati assieme da relazioni di causa ed effetto o di interdipendenza. Nessuna storia è compiuta e compiutamente probante; ma quale differenza fra il quadro vivo concreto parlante di uomini e di idee e di ceti e di interessi operanti in un decennio e in un paese alle scialbe generalizzazioni di fatti e di legami astratti dalle storie di tutti i tempi e di tutti i paesi!

 

 

241. Tuttavia, poiché tanti peccano, mi decido a peccar anch’io. Poiché tanti costruiscono schemi atti a spiegare i sistemi e gli istituti tributari, costruirò schemi anch’io.

 

 

Per schemi tributari intendo le tabelle di distribuzione della ricchezza posseduta dagli individui che si può immaginare potrebbero essere dedotte dai principali tipi immaginabili di stato (vedi sopra par. 235). Poiché la tabella mengeriana non serve, quali tipi principali di tabelle hanno costruito gli «stati» – ossia gli uomini deliberanti come «stato» – in luogo di essa, utilizzabile per i beni pubblici? Chiamerò d’ora innanzi tabelle «politiche» i tipi creati dagli stati in sostituzione di quelle che sarebbero costruite dagli uomini se essi fossero perfettamente consapevoli dell’importanza dei fini pubblici; politiche perché attinenti alla polis, alla città, alla cosa pubblica. Quali siano i principali tipi di tabelle politiche è domanda che, oltre a Pantaleoni, aveva posto De Viti[5] in un celebre saggio.

 

 

Amendue sono partiti da una astrazione. Hanno supposto l’esistenza di questo o di quel tipo di stato: De Viti ha pensato il tipo di stato monopolistico, in cui il governante pensa al vantaggio di sé e della classe di cui egli è a capo e guarda al vantaggio della classe governata solo entro lo stretto limite della necessità di non suscitare reazioni atte a danneggiare se stesso e la classe governante; – ed il tipo dello stato cooperativo, in cui il governante è il delegato dei governati e cerca di interpretare, nel modo migliore a lui possibile, il desiderio e gli interessi della maggioranza dei governati.

 

 

Pantaleoni ha assunto come punto di partenza il governo del tempo nel quale scriveva, col parlamento quale era, col governo e coi ministri quali egli conosceva, primo tra essi Agostino Magliani ministro delle finanze ed ha indagato come di fatto si costruivano i bilanci, si equilibravano entrate e spese, si sceglievano le spese da fare e si scartavano le altre, si deliberavano imposte.

 

 

Tutti tre gli schemi: quello monopolistico e quello cooperativo di De Viti, quello parlamentaristico di Pantaleoni sono consaputamente schemi, astrazioni, però utili alla interpretazione dei fatti che possono rientrare in quegli schemi. Nessuno schema è capace di fornire leggi generali, valide per tutti i tempi e tutti i paesi. Tutti tre sono utili a fornire un filo conduttore, uno strumento per ordinare classificare semplificare ed orientarsi frammezzo alla complicazione dei fatti reali. Nessuno schema può avere pretese più alte. Arnese provvisorio di interpretazione e di orientamento è soggetto ad essere abbandonato e ripreso a seconda dei fatti che si tratta di interpretare e di ordinare. Metto le mani avanti e dichiaro che i miei schemi non hanno alcuna pretesa di dettare qualsiasi legge generale degli istituti tributari. Offro qualche provvisorio e parziale strumento di interpretazione di taluni tipi di sistemi tributari. Nessun inconveniente nascerà se, ove non giovi, lo schema sia buttato. Ho tratto dalla storia antica greca e da quella del risorgimento italiano i fatti da ridurre a schema. Invece di costruire astrazioni della mente, ho cercato riassumere i tratti, che a me parvero caratteristici, di talune esperienze storiche finite. È vero che esse non hanno attinenza con esperienze presenti. Ma, volendo solo offrire modelli di indagine, era necessario riferirsi ad esperienze ben chiuse.

 

 



[1] Si fa così un po’ di torto a Geremia Bentham; ché questi vide subito (cfr. sopra, la nota al par. 168, p. 169) l’assurdità delle deduzioni che si potevano ricavare dal suo ragionamento. Ma poiché il ragionamento è suo e, se non andiamo al di là dell’individuo singolo, si chiarì fecondo, così pare corretto intitolare la tabella al suo nome.

[2] I trattatisti provvedono a rendere rigorosa la dimostrazione parlando di uguaglianza dell’utilità marginale ponderata, ossia dividendo la unità di ogni bene, comunque essa sia conformata, grossa o piccola, per il numero delle unità di numerario occorrenti per acquistare quella unità. L’uguaglianza dell’utilità marginale si riferisce al quoziente di siffatta divisione. Gli espedienti descritti nel testo hanno per iscopo di rendere l’operazione più evidente a primo tratto.

[3] Fondamentali sono qui i saggi di Maffeo Pantaleoni intitolati Contributi alla teoria del riparto delle spese pubbliche, in «Rassegna Italiana» del 25 ottobre 1883 e Teoria della pressione tributaria, Roma 1887, ambi ripubblicati in Scritti vari di economia, prima serie, Sandron, Palermo 1904, ed ora in Studi di finanza e di statistica, Zanichelli, Bologna 1938.

[4] Amilcare Puviani, Teoria della illusione finanziaria, Sandron, Palermo 1903.

[5] I saggi di Pantaleoni sono citati sopra in nota al par. 226; quello di Antonio De Viti De Marco, Il carattere teorico dell’economia finanziaria (Roma 1888) fu poscia rielaborato e nelle parti essenziali si legge nel capitolo primo del libro primo dei Principi di economia finanziaria, Einaudi, Torino 1939.

Torna su