Il sussidio all’«Opinione»

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 05/12/1900

Il sussidio all’«Opinione»

«La Stampa», 5 dicembre 1900

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 277-278

 

 

Saracco, rispondendo ad una interrogazione dell’on. Aprile, dice essere vero che egli quale ministro e quale privato cittadino è stato convenuto in giudizio per sussidio promesso e non pagato ad un giornalista. Se non che egli non solo non ha mai promesso alcun sussidio, ma non conosce neppure di vista questo giornalista. (Commenti; ilarità). Spera che la camera crederà alle sue parole. (Si!) Sarebbe sprecare un sussidio lo spenderlo in tal modo!

 

 

Siamo lieti che le dichiarazioni dell’onorevole Saracco abbiano scagionato il governo da ogni responsabilità intorno al sussidio che il direttore dell’«Opinione» ha asserito di aver ricevuto perché il suo giornale si astenesse da ogni attacco contro gli onorevoli Di Rudinì e Luzzatti.

 

 

Chi in questo affare fa una non bella figura è Umberto Silvagni. Questi infatti non solo confessa d’aver venduto per lire 2.000 il proprio silenzio sulle persone degli on. Di Rudinì e Luzzatti, ch’egli ha combattuto aspramente come uomini funesti al bene della cosa pubblica, ma ardisce ancora giustificare, con un cinismo inverosimile, la compra-vendita della sua coscienza, dicendo che, dopo tutto, il contributo era necessario a far vivere un giornale consacrato alla difesa delle idee moderate e delle istituzioni vigenti, che il sussidio non andava a beneficio del direttore, il quale anzi sopportava continui e gravissimi sacrifici per il suo giornale, e che il molestare Di Rudinì e Luzzatti sarebbe stato inopportuno, essendo quei due uomini, per il poco loro seguito, divenuti innocui. Ed aggiunge il Silvagni che l’essere riuscito a farsi pagare duemila lire al mese il silenzio dell’«Opinione» era per lui argomento di soddisfazione, perché gli dimostrava che i suoi attacchi avevano profondamente ferito quegli uomini illustri, sì da costringerli a ricorrere al governo per difesa contro le sue punture!

 

 

Il signor Silvagni avrebbe dovuto ricordarsi che la missione del giornalismo non è quella di attaccare allo scopo di aver meschine soddisfazioni personali, e che le istituzioni non si difendono con un giornale tenuto in vita, sia pure per dieci giorni su trenta, coi sussidi ministeriali. Se il Silvagni credeva che i suoi sacrifici per l’«Opinione» fossero incomportabili, doveva smettere di pubblicarla, ma non mai vendere al governo il suo silenzio. Le idee conservatrici e moderate e le istituzioni non si difendono, ma si offendono gravemente quando i direttori dei giornali, per mantenerli in vita, ricorrono non all’appoggio del pubblico o di amici disinteressati, ma ai fondi segreti di stato.

 

 

Per fortuna il paese ama le istituzioni per la loro bontà intrinseca e non perché son difese da giornalisti che tacciono finché la paga corre, e si erigono a vindici della pubblica moralità solo quando il loro foglio minaccia di morire per la mancanza dei sussidi derivanti da quello che in Germania è chiamato il fondo dei rettili.

 

 

Siamo lieti, come dicemmo, che l’on. Saracco si sia scagionato dell’accusa rivoltagli di aver sussidiato un giornalista per comprarne il silenzio a favore di suoi amici. Sarebbero stati infatti denari male spesi. Ciò non toglie però che siano stati spesi da qualcuno e che sia biasimevole tanto chi ricevette quanto chi distribuì i denari dei contribuenti per uno scopo che non può certo ritenersi di pubblica utilità.

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