Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Il tracollo del franco

«Corriere della Sera», 16 gennaio 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 554-557

 

 

 

Riproduco una tabella pubblicata alcuni giorni fa, aggiungendovi il corso del 14 gennaio. Paragonandole con il dollaro nordamericano, unica moneta aurea corrente, le due unità monetarie italiana e francese hanno il seguente andamento in centesimi:

 

 

Franco

francese

 

Lira

italiana

1919 agosto

 

66

56

1920 aprile

 

32

23

1920 ottobre

 

34

20

1921 aprile

 

37

24

1921 ottobre

 

38

20

1922 aprile

 

48

28

1922 ottobre

 

38

22

1923 aprile

 

35

26

1923 ottobre

 

31

23

1924 14 gennaio

 

22

23

 

 

È preferibile esporre le variazioni del cambio in questa maniera perché così si mettono contemporaneamente in vista due fatti significativi e lieti: la lira italiana è stabilizzata in confronto all’oro e guadagna in confronto al franco francese.

 

 

Chi ricordi l’egemonia monetaria conservata per tanti anni dalla Francia in confronto all’Italia, il rispetto con cui, si può dire dal 1860 in poi, si guardava al franco come al tipo monetario a cui ci dovevamo ispirare, non può non vedere con profonda soddisfazione la moneta nazionale sopravanzare il franco.

 

 

Ciò è l’indice che i sacrifici sostenuti finora dai contribuenti italiani non sono rimasti senza il giusto compenso. Chi bene opera, tosto o tardi riceve il meritato compenso. Gli italiani hanno abolito il prezzo politico del pane, hanno ridotto le spese, si sono sottoposti a tributi che sanno coloro che li pagano quanto siano duri. Li criticammo spietatamente quei tributi; li modificammo per renderli meno aspri; ma li abbiamo frattanto pagati. Il bilancio non è ancora del tutto a posto; ci sono ancora dei pericoli, di cui il massimo, quello dei debiti interalleati, è all’infuori della nostra volontà. Ma l’opera del pareggio è a buon punto. Siamone orgogliosi e dal successo ottenuto deriviamo, insieme a un legittimo motivo di orgoglio per il cammino percorso, incitamento a fare ancor meglio in avvenire.

 

 

La disavventura che colpisce la nazione nostra vicina e alleata non deve essere tuttavia motivo in se stessa di compiacimento per noi. L’ideale sarebbe che, non solo la lira si stabilizzasse e con molta cautela migliorasse in confronto del dollaro; ma che anche il franco potesse fermarsi lungo la china del ribasso. Non è un bene neppure per l’Italia che il franco vada alla deriva. Faccio astrazione da un danno momentaneo, che sarà però quello più sentito nei prossimi mesi. Moneta calante, finché cala, vuol dire incoraggiamento all’esportazione. Incoraggiamento malsano e temporaneo; ma fastidioso per chi ne soffre le ripercussioni. L’esportatore francese può vendere all’estero la stessa merce per un numero minore di sterline e di dollari, perché incassa un uguale numero di franchi e forse più di prima. Per il momento, egli può strappare all’esportatore italiano qualche ordinazione, perché il franco vale meno della lira. L’inconveniente è destinato a cessare a mano a mano che i prezzi interni e i costi di produzione in Francia salgono in proporzione al deprezzamento del franco. Ma è un inconveniente per noi effettivo, finché dura il movimento al ribasso.

 

 

Quando poi ha termine, il rinvilio della moneta lascia il paese in condizioni economicamente peggiori di prima. Guardisi alla Germania, di cui tutti, in principio, paventavano la concorrenza a sottocosto per il rinvilire continuo del marco. Oggi quel pericolo non c’è più: anzi, c’è il fatto inverso. La Germania è diventata uno dei paesi più cari d’Europa, a costi di produzione alti; perché il disastro monetario ha scosso la fiducia. Né il risparmiatore, né il lavoratore hanno fiducia nell’avvenire. Non si risparmia per cumulare dei pezzi di carta. Non si lavora volentieri per essere pagati in moneta priva di potenza di acquisto costante. I rischi di mettere su un’intrapresa diventano troppo alti; il capitale chiede interessi enormi per coprirsi del rischio monetario. Non è augurabile per nessuno che cresca in Europa il numero delle economie nazionali sconquassate, delle convulsioni monetarie. Provvisoriamente potrebbe sembrare di dover trarre vantaggio dal danno altrui. La debolezza del concorrente tedesco o di quello francese, l’alto costo che li affligge possono sembrare favorevoli al produttore italiano nella lotta per la conquista dei mercati internazionali. Ma la verità così esposta è solo una mezza verità. Il tedesco, il francese sono nostri concorrenti, ma sono anche nostri clienti. Sono altresì clienti di altri paesi, a cui noi desideriamo vendere. Ora, come possono i tedeschi e i francesi comprare da noi se essi non vendono le loro merci troppo care? Come potremo noi vendere ad altri paesi, se questi, a loro volta, non hanno più la clientela francese impoverita dalle disgrazie monetarie? Nessun popolo oramai può vivere da solo; tutti abbiamo bisogno di tutti. Ma non si può contrattare, non si può comperare, né vendere se la misura degli scambi, se la moneta balla il ballo di San Vito. Gli scambi che avvengono nei manicomi monetari non convengono allo sviluppo delle economie moderne. Abbiamo tutti bisogno di tranquillità e di stabilità monetaria.

 

 

Ciò che i francesi possono imparare da noi, come dagli inglesi o dagli americani, è il metodo per riuscire alla stabilità. Noi lo stiamo ancora provando; e non siamo ancora arrivati alla meta. Non c’è salvezza fuorché nel risanamento del bilancio pubblico. Entrate uguali ad uscite. Niente bilanci ordinari in pareggio, e straordinari in disavanzo da coprirsi con entrate ipotetiche. Finché i francesi non si saranno cacciata di capo questa idea perniciosa, il franco non starà tranquillo. Prima assestare il bilancio, tutto il bilancio, e non una parte sola. Poi, a un certo livello, che i francesi discuteranno essi per loro conto quale debba essere, il franco si stabilizzerà. Le riparazioni tedesche verranno poi, se verranno. È un altro problema che deve essere tenuto ben distinto da quello dell’assestamento del bilancio interno. Auguriamoci vivamente, nel nostro medesimo interesse nazionale, che il ribasso presente del franco non sia stato per i nostri vicini un’inutile lezione.

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