Il tracollo del marco

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 17/11/1921

Il tracollo del marco

«Corriere della Sera», 17 novembre 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 439-443

 

 

 

Fino al momento in cui scrivo, la giornata dell’8 novembre è stata quella in cui il ribasso del marco ha toccato il record. Forse verranno giorni peggiori per quella moneta; ma certamente ogni tedesco deve avere avuto in quel giorno una impressione di sgomento nel leggere sui giornali della sera una tabellina costrutta suppergiù nella seguente maniera:

 

 

Marchi per ogni unità di moneta straniera.

 

 

Alla pari

3 genn. 1921

1 aprile 1921

1 luglio 1921

1 ottob. 1921

8 nov. 1921

1 sterlina

20,43

260,3

215,5

279,5

454

1.215,5

1 dollaro

4,19

74,3

62,5

74,2

123,2

298

1 fiorino olandese

1,68

23,1

21,6

24,7

39,1

108,5

1 franco svizzero

0,81

11,2

10,8

12,6

21,4

56,7

1 franco francese

0,81

4,3

4,3

6,0

8,7

22,5

1 lira italiana

0,81

2,5

2,5

3,7

4,9

12,8

 

 

 

Mentre, prima della guerra, bastava dare 20,43 marchi per avere 1 lira sterlina, al principio del 1921 bisognava già darne 260 ed il giorno 8 novembre si fu costretti a darne 1.215. Invece di 4,19 marchi per ogni dollaro, che sarebbe il corso di parità, all’8 novembre se ne diedero in media 298; ma avvertono i giornali che ci fu un momento in cui se ne dovettero dare ben 325. Anche la lira italiana, la quale tuttavia non è un portento di sostenutezza, fece salti acrobatici. Prima della guerra, bastavano 81 centesimi di marco per acquistare una lira italiana. Al 3 gennaio 1921 occorrevano già 2 marchi e mezzo; all’8 novembre il prezzo della lira era balzato a 12 marchi ed 80 centesimi o pfennige.

 

 

Lo sgomento alla caduta del marco non è solo dei tedeschi. Molta altra gente, in tutti i paesi del mondo, fa di notte dei brutti sogni e si sveglia al mattino con la bocca amara e con la testa pesante. La caduta del marco turba il sonno di migliaia di speculatori e di grossi e modesti capitalisti e risparmiatori, i quali hanno comprato marchi nella ferma fiducia che il corso avesse a risollevarsi. La Germania economica, nonostante la sconfitta, ha ereditato molto del prestigio della Germania imperiale. I viaggiatori osservavano un popolo laborioso, organizzatore, tenace; vedevano le sue industrie rifiorire mentre le altre erano in crisi; gli antichi ammiratori dell’elmo a punta tedesco tornarono ad ammirare un paese che non si lasciava contaminare dalla lue bolscevica o spartachista. Molti conclusero: quello è un gran popolo, che si risolleverà. Non spaventerà più i vicini col fracasso delle sciabole e con lo scintillio delle corrusche divise; ma tornerà a vendere i suoi prodotti dappertutto con guadagno. La faccenda delle riparazioni si aggiusterà cammin facendo; il bilancio dello stato riacquisterà il suo equilibrio ed il marco tornerà alla pari.

 

 

Perciò molti comprarono marchi a 50 centesimi di lira, reputando di fare un affarone: c’erano 73 centesimi da guadagnare in pochi anni per andare alla pari! Certuni, per sfuggire alla imposta patrimoniale italiana, comprarono di nascosto marchi a quel corso. Poi il marco ribassò a 40 ed ancora a 30 centesimi e la gente seguitò a comprare, accarezzando nella fantasia i guadagni avvenire che si dovevano ottenere con la gran bella speculazione. Dicesi che in Italia vi siano almeno 4 miliardi di marchi tenuti in attesa del rialzo. Nessuno può controllare la cifra; ma è certo che alle banche ed agli agenti di cambio di Milano, Torino, Genova e Roma arrivavano, fino a questi ultimi giorni, ordini di acquisto di marchi da ogni parte: da cittadini e da rustici, da commercianti ed industriali azzardosi di città e da risparmiatori prudenti di campagna. Persone che, per timidezza congenita, non oserebbero neppure prendere in mano tra due dita sospettose un’azione industriale italiana per veder come è fatta, hanno comprato marchi. Raccontano le storie di piccoli villaggi del Piemonte e della Lombardia, i quali detengono marchi a milioni: uve vendute ad alto prezzo ed investite in questa interessante maniera.

 

 

Fu una retata di merli come raramente se ne incontrano esempi nella storia economica. L’Italia non fu neppure una delle più tocche dalla mania. In Olanda, nei paesi scandinavi, in Spagna, negli Stati uniti il contagio fu più violento ancora e produsse più numerose vittime. Le quali cominciarono a pigliar paura quando videro il marco cadere in Italia da 30 a 25 e poi a 20 centesimi di lira. Per un po’ si credette che si trattasse di un fenomeno temporaneo; ma poi quando videro che il ribasso continuava cominciarono a riflettere. Forse in Italia la gente riflette ancora; negli Stati uniti, dove gli uomini sono più «economici» ed amano tagliare il braccio senza esitazione prima che la cancrena diventi inguaribile, hanno deciso di vendere. E pare si vendano oggi marchi a qualunque costo, pur di venderli. Coloro che avevano comperato marchi ricevendone 74 per dollaro, ora li vendono a 300 per dollaro. Li danno via a mucchi, pur di sbarazzarsene. Meglio darne 300 oggi per un dollaro solo che doverne dare 1.000 domani o 6.000, come è già accaduto per le corone austriache!

 

 

A questo punto, la convinzione abbastanza diffusa che in Germania non possa succedere qualche cosa, anche di brutto, senza un piano preordinato, fa pensare a molti che il ribasso del marco non si spieghi da sé. Ci deve essere sotto qualche piano machiavellico. Il governo tedesco farebbe scendere a precipizio il marco per dimostrare che non può pagare le riparazioni; anzi, per farsele pagare dagli stranieri. Il governo tedesco stamperebbe a furia marchi per comprare dollari con della carta straccia e con i dollari pagare le riparazioni. Per il momento le riparazioni sono pagate dagli allocchi stranieri i quali comprano i marchi, dando in cambio dollari, franchi e lire utili al pagamento delle riparazioni. In seguito, il governo tedesco ricomprerà a 7 od a 5 od a 2 centesimi i marchi che ha «sbolognato» per il mondo a 50, a 40, a 30, a 20 centesimi.

 

 

È un fatto che i compratori speculativi di marchi a 50, a 40, a 30 ed a 20 centesimi di lira hanno consentito alla Germania di pagare riparazioni o di rifornirsi di materie prime senza dovere momentaneamente dare nulla in cambio fuorché dei pezzettini di carta pitturati in un certo modo, con certe leggende e figure simboliche apparentemente rassicuranti.

 

 

Quanti di questi pezzettini di carta la Germania sia riuscita a vendere non si sa. Quel che si sa è che nel dicembre 1913 in Germania correvano 2.750 milioni di marchi in oro, 750 milioni in argento e 2.561 milioni in carta, in tutto 6.062 milioni di marchi. Al 31 dicembre 1919 l’oro e l’argento erano scomparsi dalla circolazione e la sola Banca imperiale germanica aveva emesso, compresi i buoni di cassa, 49,5 miliardi di marchi-carta. Al 31 dicembre 1920 i miliardi emessi erano 80,8; al 31 ottobre 1911 siamo a 98,8 miliardi. Per rendere quest’ultima cifra paragonabile con i 6 miliardi del 1913, bisogna aggiungervi un ammontare, che non potei appurare, di biglietti delle minori banche tedesche di emissione e di biglietti di varie denominazioni e forme emessi da comuni ed altri enti pubblici. La cifra totale della circolazione cartacea tedesca nel momento attuale oscilla forse tra i 105 ed i 110 miliardi di marchi, circa 17-18 volte la cifra d’anteguerra. Sono persuaso che a questa cifra palese non si debbano aggiungere somme ulteriori per biglietti emessi di nascosto, a doppia serie, come usava la buon’anima di Tanlongo della Banca romana. Nessuno finora ha parlato di biglietti falsi o di situazioni false della Banca imperiale germanica. Del resto, anche 105-110 miliardi sono una bella cifra e ce n’é d’avanzo per spiegare il deprezzamento del marco. Tanto più che la cifra va crescendo spaventosamente: solo nell’ultima settimana di ottobre se ne stamparono ed emisero per 4,4 miliardi freschi freschi.

 

 

L’incremento di quest’ultima settimana è forse eccezionale; ma il crescit eundo si applica magnificamente alla circolazione monetaria: le cresciute emissioni fanno crescere i prezzi – l’aumento dei prezzi provoca aumento nelle spese pubbliche – e questo a sua volta allarga il disavanzo del bilancio – ed il disavanzo provoca nuove crescenti emissioni.

 

 

Quanti di questi 105-110 miliardi furono venduti all’estero? La sola affermazione sicura che parmi di poter fare è che la maggior parte deve essere rimasta in Germania per far muovere e circolare merci e servizi a prezzi cresciuti da 12 a 15 volte in confronto all’anteguerra. Fu la gran massa di biglietti a far crescere tanto i prezzi; ma, una volta cresciuti i prezzi, per pagare un paio di scarpe non bastano più 20 marchi: ne occorrono 300 o 400. Fino al livello richiesto dall’aumento dei prezzi, i biglietti debbono rimanere all’interno. Il dippiù soltanto è andato all’estero.

 

 

Siano 20 o siano 30 i miliardi di marchi posseduti da stranieri, essi sono straordinariamente troppi in un momento di panico. Bisogna meravigliarsi non del ribasso del marco ad 8-10 centesimi, ma che il ribasso si sia fermato lì. Basta l’offerta di qualche centinaio di milioni, per non dire di un miliardo, da parte di detentori spaventati, in un momento in cui non esiste la contropartita ed in cui anzi lo stesso governo tedesco ha bisogno di collocare marchi per prepararsi alla scadenza di febbraio, per far cadere il marco a rotta di collo.

 

 

«Se noi supponiamo che la Germania abbia collocato all’estero 30 miliardi di marchi ad un prezzo medio di 30 centesimi di lira, ecco che essa ha incassato il valsente di 9 miliardi di lire. Se il marco cade, per ipotesi, a 5 centesimi ed a questo prezzo medio la Germania ricompra i suoi 30 miliardi, ecco che essa sborsa soltanto 1,5 miliardi di lire. Lucra 7,5 miliardi di lire e dimostra al mondo che essa ha fallito e non può pagare». Questo, secondo molta gente, il piano machiavellico del governo tedesco e la spiegazione più vera del tracollo del marco.

 

 

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