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La Stampa

Il trionfo della «porta aperta»

«La Stampa», 22 ottobre 1900

 

 

 

L’accordo anglo-tedesco intorno alla politica che i due paesi si propongono di seguire in Cina eccita meritatamente molti commenti per la sua grande importanza politica e commerciale.

 

 

Come risulta dai telegrammi che ieri abbiamo pubblicati, i punti principali dell’accordo sono i seguenti:

 

 

1)    È questione di interesse internazionale che i porti sui fiumi e del litorale della Cina restino liberi e aperti al commercio e ad ogni altra forma legittima di attività economica pei nazionali di tutti i paesi senza distinzione. I due Governi convengono da parte loro di mantenere la stessa massima per tutte le parti del territorio cinese in cui possono esercitare la loro influenza.

 

2)    I Governi tedesco ed inglese non profitteranno per parte loro delle complicazioni attuali, onde ottenere per loro qualsiasi vantaggio territoriale nel territorio cinese, e si impegnano a mantenere senza diminuirla l’integrità territoriale dell’impero cinese.

 

3)    Nel caso che una Potenza approfittasse delle attuali complicazioni in Cina per ottenere sotto qualsiasi forma dei vantaggi territoriali, le due parti contraenti si riservano di accordarsi circa i passi eventuali da farsi onde proteggere i propri interessi in Cina.

 

4)    I due Governi comunicheranno questo accordo alle altre Potenze interessate e le inviteranno ad associarsi alle disposizioni formulate dal presente accordo.

 

 

Sotto l’aspetto politico è certo che un passo notevole si è fatto verso la soluzione del problema cinese, quando due Potenze, le quali si erano sempre guardate con reciproco sospetto, si misero d’accordo su una comune linea di condotta. I negoziatori cinesi traevano gran parte della loro forza inerte di opposizione dalla conoscenza che le Potenze europee, se si accordavano per combattere i boxers e gli imperiali, erano poi fra di loro in fiero contrasto sulla eventuale spartizione delle spoglie.

 

 

Adesso invece i cinesi sanno che Inghilterra e Germania sono unite nel rispettare l’integrità dell’impero e nell’esigere nel tempo stesso tutte quelle soddisfazioni che le ragioni della civiltà impongono. Ed a ciò che Inghilterra e Germania vogliono, dovranno consentire le altre Potenze, perché la Nota diplomatica è redatta in termini siffatti da sembrare un ultimatum a cui le altre nazioni di buona o mala grazia dovranno inchinarsi. Del resto nessuna opposizione può manifestarsi. Gli Stati Uniti hanno già troppe volte espresso vivo desiderio di districarsi dall’imbroglio cinese, sì che aderiranno ben volontieri.

 

 

L’Italia, come diremo in seguito, è interessata alla politica della «porta aperta», la quale è propugnata nella nota anglo-tedesca. La Francia non manifesta alcuna voglia di annettere i territori vicini al Tonchino, sembrandole per ora più proficua una lenta permeazione ferroviaria e commerciale. Così pure la Russia non potrà sconfessare sé stessa ed i propositi ripetutamente manifestati di ritirare le truppe da Pechino.

 

 

L’inciampo principale ad un accordo fra le Potenze era la politica germanica che si supponeva o si temeva potesse essere una politica di conquiste territoriali, incitamento ed esempio ad altre conquiste da parte di tutte le nazioni ansiose di non giungere ultime a partecipare al glorioso festino celebrato colle disgiunte membra dell’impero cinese. Ora invece d’un tratto, tra la meraviglia e la sorpresa universali, la Germania si converte alla politica inglese della «porta aperta».

 

 

Non più la spartizione della Cina in province protette dai varii Stati europei, ciascuno dei quali avrebbe cercato di formarsi in esse un mercato chiuso, riserbato alle proprie industrie e protetto da barriere altissime contro l’invasione di merci provenienti da altri paesi. I vecchi ed invano confutati errori della politica coloniale dei secoli scorsi, i quali sembravano rinascere a folla con rinnovata vigoria negli ultimi anni, ora si dileguano dinanzi al sole della politica della «porta aperta», che è politica favorevole agli interessi della civiltà ed ispecie delle nazioni povere.

 

 

La Cina dovrà rimanere come un immenso campo aperto alla operosità di tutte le nazioni. I commercianti di tutti i paesi potranno inviarvi i loro prodotti, con maggior sicurezza del passato, perché l’accordo anglo- tedesco, se esclude le occupazioni territoriali, non esclude ed anzi impone che si ottenga la garanzia di un Governo migliore, di una sicurezza più efficacemente tutelata e di una amministrazione più onesta. L’Italia, la quale ora non possiede gli enormi capitali che sarebbero stati necessari per la colonizzazione militare, industriale e commerciale di una provincia separata, potrà invece pacificamente gareggiare con le altre nazioni nella conquista dei consumatori di tutto l’impero. Senza spendere nulla più della somma richiesta per mantenere il nostro contingente di truppe impiegate al ristabilimento dell’ordine, noi otterremo il vantaggio grandissimo di avere assicurato alle industrie paesane un mercato ampio, popoloso e suscettibile di aumenti prodigiosi di capacità di consumo. Sarà un vantaggio forse mediocre per ora, perché l’organizzazione tecnica del commercio estero italiano non è ancora così perfetta come si richiede pei lontani mercati dell’Estremo Oriente. Ma a poco a poco i traffici che già si sono iniziati, per opera del Consorzio milanese e dell’Unione industriale di Torino, si svilupperanno e daranno, è bene sperare, frutti rigogliosi e ristoranti per l’economia nazionale.

 

 

La spesa fatta per la modesta spedizione in Cina non sarà stata inutile. Pur tralasciando di rilevare che la tutela della nostra dignità nazionale si imponeva anche al di fuori di ogni considerazione di utile materiale, non bisogna dimenticare che solo la presenza di truppe inviate da tutte le nazioni europee, ha potuto impedire che una sola di esse acquistasse una preponderanza eccessiva e pensasse ad una politica egoista di conquiste territoriali.

 

 

Il merito del trionfo della politica della «porta aperta» spetta dunque un po’ anche ai bravi soldati europei, i quali insieme affratellandosi ed incutendosi un vicendevole rispetto, hanno indotto i Governi a preferire alla gara nell’accaparrare ciascuno per sé una provincia separata, la emulazione feconda dei traffici assicurati su tutta la superficie dell’impero.

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