Tratto da:

Nuovi saggi

La Riforma Sociale

Il valore pratico della teoria pura

«La Riforma Sociale», settembre-ottobre 1933, pp. 611-620

Nuovi saggi, Einaudi, Torino, 1937, pp. 341-350

 

 

 

Jules Dupuit: De l’utilité et de sa mesure. Écrits choisis et republiés par MARIO DE BERNARDI. Vol. II della Collezione di scritti inediti o rari di economisti, diretta da Luigi Einaudi. Torino, La Riforma Sociale, 1933. Un vol. in-8° grande di pag. 228. Prezzo Lire 40).

 

 

Pubblico, qui di seguito, la prefazione da me scritta per il volume del Dupruit, nella quale ho cercato di delineare brevemente le vicende della fortuna scientifica del Dupuit e la ragione della pubblicazione, che qui si fa per la prima volta, degli scritti i quali fanno di lui uno dei grandi precursori della scienza economica odierna.

 

 

Gli studiosi italiani di economia hanno probabilmente letto quasi tutti per la prima volta il nome del Dupuit nelle pagine dei Principii di economia pura del Pantaleoni, dove quel nome è ripetutamente[1] ricordato come quello di un precursore delle leggi della decrescenza dell’utilità delle dosi successive di un bene, dei gradi finali di utilità, della utilità differenziale o, come più tardi meglio lo stesso Pantaleoni altrove[2] si espresse, della rendita del consumatore. Il massimo onore reso da Maffeo Pantaleoni a quelli che egli reputava economisti degni di figurare nella sua ideale storia delle dottrine economiche, fu di intitolare al loro uomo qualcuno dei “teoremi” da lui esposti nei Principii. Ed al Dupuit egli intitola il teorema della rendita del consumatore, secondo il quale «ciascun compratore ha aumentato mediante lo scambio la utilità totale di cui egli dispone, in una misura che si ottiene, sottraendo dalla somma dei prezzi, che egli sarebbe stato disposto a pagare per ogni singola dose della quantità da lui acquistata, il prezzo della ultima dose, moltiplicato per il numero delle dosi acquistate» (Principii, 186).

 

 

Pantaleoni era stato forse messo sulle traccie di Dupuit dagli accenni letti nei libri di Jevons e di Walras. Come eccitante dovette sembrare a coloro i quali primi videro la fecondità dei concetti della scuola, conosciuta poi universalmente sotto il nome di austriaca, l’accenno contenuto nella prefazione apposta nel maggio del 1879 dal Jevons alla seconda edizione della Theory! «L’ingegnere francese Dupuit è probabilmente colui» – scrive il Jevons – «al quale va fatto risalire il vanto di avere per primo perfettamente compreso la teoria dell’utilità». Nel tentare di costrurre una misura precisa dell’utilità dei lavori pubblici, egli osservò che la utilità di una merce non soltanto varia immensamente da un individuo ad un altro; ma è altresì grandemente differente per la stessa persona a seconda delle circostanze. «L’utilità di un pane – osserva il Dupuit – può crescere per lo stesso individuo da zero sino all’importo della sua fortuna totale» (cfr. nella presente ristampa, pag. 112). Il Dupuit formula cioè una teoria della graduazione dell’utilità elegantemente e perfettamente esposta per mezzo di diagrammi geometrici, teoria coincidente senza dubbio nei punti essenziali con quella contenuta nel [mio] libro».[3] È probabile che lo Jevons sia stato, tra la prima (1871) e la seconda (1879) edizione della Theory, avvertito dell’esistenza dei saggi del Dupuit dal cenno che ne aveva letto negli Éléments d’économie politique pure di Leon Walras, apparsi nel frattempo,[4] nei quali il fondatore della scuola di Losanna attribuiva la paternità della formulazione matematica, «ossia quella più chiara e precisa», della teoria del monopolio al Cournot ed al Dupuit, pur restringendo, in ragione di priorità, e senza discutere il problema delle eventuali derivazioni di fatto fra i due teorici francesi, la paternità specifica del Dupuit alle «osservazioni relative alla molteplicità dei prezzi di vendita di un medesimo bene» studiata, dichiara il Walras, «con gli sviluppi più compiuti e più ingegnosi». Lo Jevons quando, al principio del 1877, si decise a leggere le memorie del Dupuit ne rimase vivamente colpito e scrivendone al Walras confessava «essere impossibile non ammettere che Dupuit aveva una profondissima comprensione del problema e che ci aveva preceduti per quanto tocca le idee fondamentali dell’utilità».

 

 

Più tardi riaffermava che le memorie del Dupuit erano «grandemente luminose e pregevoli. Sebbene applichi le sue idee ai pedaggi, ai ponti, ecc., egli aveva una nozione perfettamente corretta della teoria del valore».[5] Amendue, il Jevons e il Walras, lamentano vivamente la “curiosa” e “straordinaria” trascuranza degli economisti verso le memorie del Dupuit la quale aveva fatto sì che esse paressero del tutto dimenticate.

 

 

Il curatore della presente edizione ha ricordato (cfr. la sua introduzione a pag. 24) alcuni dei più importanti luoghi nei quali, economisti come Edgeworth e Pareto, Marshall ed Auspitz e Lieben hanno, dopo la riscoperta fattane da Walras e da Jevons, reso celebre nel mondo scientifico il nome del Dupuit. Questi è, tipicamente, un precursore, anzi uno tra i grandi precursori della moderna scienza economica. Certamente la scienza ha compiuto grandi passi dopo che le sue teorie e quelle di Cournot, di Lloyd, di Gossen e di altri furono riprese dal Jevons, dal Menger e dal Walras.[6] Il Walras medesimo, nell’atto in cui rendeva omaggio al contributo dato dal Dupuit al progresso della scienza, additava il vizio del teorema della rendita del consumatore che sopra fu esposto secondo la formulazione pantaleoniana: «Senza dubbio, il sacrificio pecuniario massimo che un consumatore è disposto a fare per procurarsi una bottiglia di vino, per esempio, dipende in parte dall’utilità della bottiglia di vino per quel consumatore; imperocché, a seconda che questa utilità aumenti o diminuisca, il sacrificio massimo di cui si tratta aumenta o diminuisce. Il Dupuit non ha però veduto che il sacrificio massimo medesimo dipende altresì in parte dall’utilità del pane, della carne, degli abiti, del mobilio per il consumatore; poiché, a seconda dell’aumento o della diminuzione di questa utilità, il sacrificio massimo che il consumatore è disposto a sostenere per ottenere il vino diminuisce od aumenta. Né il Dupuit ha veduto che il medesimo sacrificio massimo pecuniario dipende altresì in parte dalla quantità di ricchezza valutata in numerario posseduta dal consumatore; poiché, a seconda che questa quantità sia più o meno grande, il sacrificio che egli si dispone a sostenere per avere vino è a sua volta più o meno importante. In generale, il sacrificio pecuniario massimo che un consumatore è disposto a sostenere per procurarsi una unità di un prodotto dipende non solo dall’utilità di questo prodotto, ma altresì dall’utilità di tutti gli altri prodotti esistenti sul mercato ed altresì finalmente dai mezzi posseduti dal consumatore».[7]

 

 

Non importa, qui, andare oltre al ricordo dei primi grandi riconoscimenti e delle prime critiche all’opera del Dupuit. Non è ufficio dell’editore e del curatore dei testi classici della scienza illustrare il luogo che l’opera ristampata tiene nella storia della scienza. L’illustrazione deve, se ritenuta opportuna, essere contenuta in memorie indipendenti dall’edizione. Ricordando i giudizi di Pantaleoni, di Jevons e di Walras ho voluto soltanto confortare l’opinione del vantaggio di offrire al pubblico degli studiosi una nuova edizione delle memorie del Dupuit. Quando il perfezionamento di un corpo di dottrine diventa sistematico, neppure i pensatori originali e solitari possono fare a meno della conoscenza di quel non grandissimo numero di opere fondamentali le quali sono pietre miliari nella storia di quel perfezionamento progressivo. Nello scelto numero rientrano per fermo le memorie del Dupuit. Eppure, fino ad oggi, il possesso di quelle memorie era vietato al privato studioso; né riusciva a tutti agevole o possibile consultarle nelle collezioni degli Annales des ponts et chaussées o del Journal des Économistes delle grandi biblioteche.

 

 

Credo perciò di aver reso un vero servizio agli studiosi affidando la cura di una nuova edizione delle memorie del Dupuit al dottor Mario De Bernardi, il quale aveva già riscosso lode per la edizione, contenuta nella raccolta di Testi inediti o rari dell’Istituto giuridico dell’università di Torino, di un altro testo storicamente importante per la storia della dottrina della popolazione, il trattato Delle cause della grandezza delle città di Giovanni Botero. Nella introduzione il De Bernardi dà ragione della scelta fatta per la ristampa, oltreché delle tre memorie più note, di qualche altro scritto minore del Dupuit, che a noi parve viemmeglio illuminasse il pensiero dell’autore sui problemi teorici da lui posti.

 

 

La edizione è stata curata secondo i metodi più rigorosi richiesti in siffatte imprese; così da potere offrire agli studiosi un testo critico il più possibile perfetto. Come comporta l’indole di siffatte edizioni, nelle quali è richiesto il più scrupoloso rispetto al testo, questo è stampato nella lingua originale francese. Una versione italiana, oltrecché inutile agli studiosi, avrebbe fatto correre al traduttore il rischio involontario di inevitabili arbitrii nella interpretazione di un pensiero, il quale talvolta è connesso con le proprie parole adoperate dall’autore. D’altro canto, l’inserzione delle memorie del Dupuit nella lingua originale in una collezione italiana vuole avere li significato di un memore omaggio reso nel tempo medesimo alla Francia, di cui il Dupuit era figlio, ed all’Italia, dove, in Fossano, città non ultima del Piemonte, risiedeva il padre suo, ispettore delle finanze durante il primo impero, ed il 18 maggio 1804 egli ebbe i natali.

 

 

Alle cose ora dette per gli studiosi di teoria economica giova aggiungere una osservazione: che i servigi maggiori all’avanzamento di quella che è detta pratica non furono resi dai pratici, ma dai grandi teorici. Solo costoro videro in mezzo alla massa di particolari, in cui spesso i pratici si muovono senza bussola, il punto essenziale atto a guidarli alla meta. Ora, che tanto si discorre di lavori pubblici, si riflette abbastanza sui criteri fondamentali i quali devono essere seguiti per conoscere se i divisati lavori siano utili per la collettività? Spesso i criteri sono estrinseci: offrire un rimedio alla crisi, scemare la disoccupazione e simili. Che sono criteri importantissimi nel decidere in massima lo stato ad intraprendere lavori pubblici, non invece nello scegliere, tra i tanti possibili, quelli i quali devono essere eseguiti a preferenza degli altri. Quando si debba passare alla scelta, è giuocoforza rifarsi ai principi essenziali esposti in opere, di cui il capostipite è quella che oggi viene offerta al pubblico.

 

 

L’editore ed il curatore della silloge odierna hanno limitato la pubblicazione a quegli scritti i quali hanno dato al Dupuit una posizione di prim’ordine nella storia della dottrina. Tutto ciò che ha tratto alla dottrina dell’utilità finale e della rendita del consumatore fu raccolto, scartando il resto. Ma il Dupuit, come si legge nella diligentissima bibliografia di 74 numeri, fra articoli di rivista e grossi volumi, compilata dal De Bernardi, scrisse molt’altro, e principalmente di cose tecniche. Scorrendo le pagine tecniche di lui, per rintracciarvi eventuali applicazioni della teoria sua caratteristica – ed una ne trovammo e pubblicammo sul modo di distribuzione e sul prezzo di vendita delle acque potabili – mi imbattei – a carte 162-167 del volume Êtudes théoriques et pratiques sur le mouvement des eaux, dans les canaux découverts et à travers les terrains perméables avec des considérations relatives au régime des grandes eaux, au débouché à leur donner, et à la marche des alluvions dans les rivières à fond mobile. (Deuxième éditions, Paris, Dimod, éditeur, 1863, XXVIII-304, – in alcune pagine sul rapporto tra il regime dei fiumi ed il rimboschimento che mi piace qui riprodurre.

 

 

IL N’EST PAS DÉMONTRÉ QUE LE DÉBOISEMENT DU SOL AIT AUGMENTÉ LE VOLUME DES CRUES. LES GRANDES CRUES DES RIVIÈRES RÉSULTENT DE LA COÏNCIDENCE DES CRUES DE LEUR AFFLUENTS.

 

 

Le volume des crues a, sur leur hauteur, une influence directe qui n’est pas contestable; mais ce qui est très-contestable, selon nous, c’est que ce volume soit aujourd’hui beaucoup plus considérable qu’autrefois, et que ce fait soit la conséquence directe du déboisement du sol.

 

 

Faisons remarquer que cette hauteur toujours croissante des inondations n’est pas un fait directement prouvé. Tout ingénieur qui a eu à recueillir des renseignements sur la hauteur d’une crue, sait combien il est difficile d’obtenir quelque chose d’exact et de précis. Les populations effrayées exagèrent les dangers auxquels elles ont été exposées et les désastres dont elles ont été victimes, de sorte qu’on a beaucoup de peine à démêler la vérité au milieu d’assertions contradictoires. Lors donc qu’on vient comparer une crue récente à une crue ancienne, on se trouve placé entre l’incertain et l’inconnu. Mais admettons qu’on ait des points de repère bien précis, qu’il soit parfaitement constaté que les dernières crues ont dépassé toutes celles connues depuis un siècle, est-on en droit d’en conclure logiquement qu’il y a un changement de régime dans les cours d’eau? Nous ne le pensons pas. Un grand cours d’eau n’est que la réunion d’autres cours d’eau moindres, composés eux-mêmes de cours d’eau plus petits, etc. Ces cours d’eau si nombreux ne sont pas tous influencés dans leur crues par les mêmes causes; ceux-ci le sont par la fonte des neiges, ceux-là par les pluies; ceux-ci viennent du Sud, ceux-là viennent du Nord, etc., de sorte que leurs crues ne coïncident pas nécessairement; mais rien ne s’oppose à ce qu’elles ne coïncident en plus ou moins grand nombre. Ainsi, représentons pour chacun d’eux leur plus grand volume par 6, et par 5, 4, 3, 2, 1, les volumes intermédiaires jusqu’à celui de l’étiage. Le volume d’eau qui passera à un point donné pourra être considéré comme le produit de tous les affluents arrivés à un certain point de la crue. Son maximum ne sera donc atteint qu’autant que tous ces affluents le lui apporteront simultanément. La probabilité de ce résultat peut donc être comparée à celle d’amener dans le jet d’un grand nombre de des, autant de 6 qu’il y a de dés. Or, tout le monde sait combien, quand le nombre des dés est un peu considérable, cette coïncidence présente peu de probabilité, combien, au contraire, les résultats moyens deviennent probables; cependant si peu probables que soient ces résultats extrêmes et ceux qui en diffèrent peu, ils le deviennent par la répétition d’un grand nombre de jets.

 

 

L’histoire de toutes ces crues confirme ce que nous venons d’avancer. Ainsi, sur la Loire, la plus forte crue qu’on ait vue depuis plus d’un siècle, entre le confluent de la Vienne et celui de la Maine, est celle de 1843. Or, pendant cette crue, la Loire ne s’est élevée a Tours qu’à m. 4,5, m. 2,35 de moins qu’en 1789, tandis qu’à Saumur elle s’élevait à m. 6,70 (m. 0,50 en plus qu’en 1799), c’est-à-dire que cette crue se composait des grandes eaux de la Vienne et des eaux moyennes de la Loire supérieure.

 

 

La crue de 1844 présente les mêmes circonstances, elle est encore uniquement le résultat du gonflement des eaux de la Vienne. La crue de 1846, celle qui a causé de si terribles ravages dans la Loire supérieure, à Roanne, a Digoin, Orléans, Blois, Tours, celle qui a motivé une allocation de 7 millions pour la réparation d’une partie des dommages causés par les crues aux travaux publics et de nombreuses souscriptions pour réparer les dommages particuliers; cette crue s’est tenue à m. 0,80 au-dessous de celle de 1843, à Saumur, et au-dessous du confluent de la Maine, à Ingrandes, à Ancenis, ce n’est plus qu’une crue ordinaire comme celle qu’on voit tous les hivers. La Vienne et la Maine se trouvaient en effet en eaux basses dans le moment de cette crue de la Loire supérieure, qui, arrivée seule dans le lit commun de la Loire et de la Vienne, puis dans le lit commun de la Loire, de la Vienne et de la Maine, a pu s’y étaler sans prendre une hauteur considérable. Il y a plus, c’est que ces affluents, pendant cette crue, ont joué, par rapport aux parties inférieures, le rôle de réservoirs. Les eaux de la Loire s’y sont précipitées avec une vitesse proportionnelle à la rapidité de leur ascension. Ainsi la Maine qui ne se trouvait qu’à 2 mètres au commencement de la crue de la Loire, est montée à m. 5,50 à Angers. Pendant trois jours, il y a eu au pont de pierre de cette ville, une cataracte de m. 0,10 de l’aval à l’amont, ce qui donne un produit d’environ 1000 mètres par seconde. La Loire, au-dessous de l’embouchure de la Maine, se trouvait donc débiter 1000 mètres de moins qu’au-dessus. Mais on peut se demander, puisque la Loire à m. 4,20 à Tours et la Vienne à m. 6,13 à Chinon, donnent m. 6,70 à Saumur, qu’arriverait-il si m. 6,60 de crue à Tours (crue de 1846) correspondaient à m. 6,32 à Chinon (crue de 1792)? Evidemment la crue de 1843, à Saumur, la plus forte des temps modernes, serait dépassée de 2 mètres. Ce n’est pas encore là une limite infranchissable, car les crues de Tours et de Chinon, que nous venons de citer, ne sont pas elles-mêmes les produits des maxima de tous les affluents supérieurs. Il faut donc regarder comme possibles des crues beaucoup plus considérables que celles qu’on a vues jusqu’à présent. Ces crues extraordinaires peuvent arriver d’un jour à l`autre sans qu’il y ait modification dans les causes de ces accidents. Ce que nous disons de la crue maximum peut se dire des crues qui en approchent; les chances qui doivent les amener sont d’autant moins nombreuses qu’elles s’éloignent plus de la crue moyenne, et cela est vrai au-dessous et au-dessus. L’étiage n’a pas plus de limites naturelles que les grandes eaux; pour qu’il se réalise en un point donné, il faut que chacun des affluents supérieurs soit lui-même à l’étiage. Or, cela, arrivera d’autant moins souvent que ces affluents seront plus nombreux. Ainsi, dans la partie supérieure d’un grand cours d’eau naturel, là où les affluents sont encore en petit nombre, les crues maxima sont plus probables, plus fréquentes, mais il est moins probable qu’elles seront dépassées; dans la partie inférieure, où les crues sont le produit de nombreux affluents, les grandes crues sont plus rares, mais la limite possible de leur hauteur est bien plus considérable. Pour en revenir à la comparaison des que nous faisions tout-à-l’heure, dans la partie supérieure, vous n’avez qu’un petit nombre de dés; ainsi la chance d’amener 12 avec 2 dés est de , tandis qu’elle n’est que de  pour amener 24 avec 4 dés. Or, si l’on réfléchit au grand nombre d’affluents qui alimentent la partie inférieure d’un fleuve, et au petit nombre de crues qui se reproduisent annuellement, on en conclura que, pour étudier par la simple observation le phénomène des crues, il faudrait embrasser des siècles entiers. Or, qu’a-t-on fait jusqu’à présent pour constater que ces évènements sont devenus plus probables par un changement dans les conditions primitives du phénomène? Où sont ces anciens repères, ces anciens registres où les faits toujours comparables entre eux ont été consignés avec un soin intelligent, en vue de prouver un résultat auquel on ne s’attendait pas alors? Où a-t-on tenu note du progrès du déboisement d’une part, et de l’autre de la hauteur correspondante des crues, de manière à établir la relation qu’on prétend exister entre ces deux faits?

 

 

Quant aux témoignages historiques qu’on apporte à l’appui de cette opinion, ils sont sans aucune valeur pour l’ingénieur qui a pu étudier le régime d’un fleuve sur des tables journalières un peu étendues. Ainsi, par exemple, la Loire atteint, à l’échelle du pont de Saumur, la cote m. 6,20 en 1799, et l’année suivante le zéro de l’échelle; quarante quatre ans se passent sans reproduire la première cote, et tout-à-coup, en 1843, elle est dépassée de m. 0,50. Quant a l’étiage, il n’a pas encore reparu. Dans cet intervalle, neuf ans consécutifs s’écoulent sans que les eaux atteignent la cote de 5 mètres; en 1832 la plus forte crue ne dépasse pas m. 2,62. Si donc aujourd’hui on retrouvait une table des hauteurs journalières de la Loire, ou de tout autre fleuve, tenue très-exactement et pendant dix ans par un lieutenant de César ou de ses successeurs, il faudrait bien se garder d’en tirer une conclusion quelconque sur le régime du fleuve durant les premiers siècles de l’ère chrétienne; mais il ne s’agit ni de table, ni de hauteur, ni de rien de précis; il n’est question que de quelques membres de phrases écrits par des empereurs romains, qui décrivaient le pays sur lequel s’étendait leur domination en historiens et non en physiciens. Ainsi, selon nous, le fait de l’augmentation successive des crues n’est pas directement prouvé et ne pourra l’être de bien longtemps, et à plus forte raison ignore-t-on la relation qui le rattache au déboisement. Il n’y a donc là qu’un fait douteux et une conjecture plus ou moins rationnelle a laquelle on en pourrait opposer d’autres peut-être aussi vraisemblables.

 

 

CAUSES ÉCONOMIQUES DU DÉBOISEMENT DU SOL. – LE REBOISEMENT PARTIEL DU SOL N’AURAIT QUE DES RÉSULTATS INSIGNIFIANTS.

 

 

Mais admettons l’un et l’autre pour un instant. Faut-il en conclure, comme on le fait généralement, que pour se mettre à l’abri des inondations des fleuves et des rivières, il faut reboiser la France? On ne fait pas attention que le déboisement du sol est une conséquence nécessaire de l’augmentation de la population et des progrès de la civilisation. A mesure que la population augmente, il faut bien demander au sol un supplément de subsistances pour les nouveaux venus. Sans doute l’ancienne partie du sol cultivé, sollicitée par un travail plus nombreux et plus puissant, en fournit une partie, mais on s’adresse aussi à la partie du sol qui n’est pas cultivée. Le haut prix qu’atteignent les subsistances permet au propriétaire de défricher et de mettre en culture certaines parties du sol qui ne l’étaient pas à cause de la grande quantité de travail qu’elles demandaient. Supposons que l’hectare de bois vaille 1.000 francs, que cet hectare exige 1.200 francs de travail de défrichement, et que la valeur de l’hectare de terre arable ne soit que de 2.000 francs; dans ces circonstances le propriétaire ne pense pas à défricher; mais si la demande du blé augmente, si l’agriculture, par ses progrès, en fait produire une plus grande quantité à chaque hectare dont le prix s’élève à 3, 4 ou 5 mille francs, si de plus les capitaux deviennent plus abondants, si les outils se perfectionnent de manière que le défrichement qui aurait coûté 1200 francs à un propriétaire, fort embarrassé pour se les procurer, n’en coûte plus que 7 à 8 cent à un propriétaire qui ne sait que faire de ses capitaux, évidemment l’hectare de bois sera défriché et converti en terre à froment. C’est ainsi que les forêts des Gaules ont disparu successivement à mesure que la civilisation et la population se sont développées; c’est ainsi que disparaissent aujourd’hui les fortes de l’Amérique, sous la hâche des hardis pionniers qui ne s’inquiètent guère de l’influence qu’auront, par la suite, leurs défrichements sur le régime de leurs fleuves magnifiques. Au reste, lorsqu’on se lance dans le domaine des conjectures, on reconnaît que bien d’autres causes ont pu amener des changements dans le régime des cours d’eau; le défrichement des landes, le desséchement des étangs et des marais, l’établissement des routes, des chemins, des fosses, dont les agriculteurs ont successivement entouré leurs champs, ont pu concourir au même résultat. Faut-il remettre le sol de la France, comme il était au temps des druides, pour avoir le plaisir de dire de tous nos fleuves ce qu’a dit l’empereur Julien de la Seine, qu’il ne connaissait guère, raro fluvius minuit ac crescit sed qualis aestate talis esse solet hyeme? Il est vrai que quelques-uns se restreignent et ne parlent du reboisement que sur la source des fleuves; ils prétendent qu’il suffit d’y attaquer de mal pour le voir disparaître partout. On perd de vue que l’eau des fleuves et des rivières ne se compose pas uniquement de ce qui vient de leur source, mais de l’eau qui tombe dans toute l’étendue du bassin, que ce qui vient de la source même est presque partout un infiniment petit dans la masse débordée; que par conséquent, pour que le reboisement ait un effet sensible et salutaire sur le régime des fleuves, il faut qu’il puisse couvrir une vaste étendue du bassin. Toute mesure partielle, à ce sujet, peut même amener des résultats tout-à-fait contraires. Par exemple, il arrive souvent aujourd’hui que la Loire entre en crue lorsque la Vienne commence à baisser; admettons que par des plantations dans le bassin supérieur de la Vienne on ait retardé la crue de cette rivière de quelques jours, le résultat de ce travail sera de faire coïncider la crue de la Loire avec la crue de la Vienne, et d’occasionner, au-dessous de leur confluent, une inondation qui n’aurait pas eu lieu sans ce travail. Pour que le reboisement soit efficace, il faut donc qu’il soit à peu-près général; or, il y a tant d’impossibilités contre une pareille mesure, qu’il n’est pas a craindre qu’on fasse jamais autre chose que d’impuissantes tentatives. Mais ce qui n’est a craindre, dans cette question, ce qui nous a fait nous y arrêter un instant, c’est qu’on ne se persuade que le seul remède aux inondations qui désolent nos vallées, ne soit le reboisement du sol, et que, sous le prétexte que ce remède est impossible, on n’ait pas recours a ceux que l’état de la science met à notre disposition, et dont l’efficacité est certaine et immédiate. Selon nous il faut accepter le régime de nos cours d’eau tel que la nature l’a donné, ou tel que la civilisation l’a modifié. La surface du sol, soumise aux inondations, n’est peut-être que la centième partie de la surface entière de la France; pour diminuer les inconvénients des inondations sur cette partie, il n’est pas rationnel de bouleverser les quatre-vingt-dix-neuf autres. C’est sur la partie malade qu’il faut agir directement, d’autant plus que si l’on veut l’examiner de près on y trouvera presque toujours la cause du maI.

 

 

Il brano che ho riprodotto, mi sembra segnalabile per il metodo adottato nel ragionamento. Egli non si occupa dell’utilità del rimboschimento in generale: ampio problema, per la soluzione del quale troppi fattori dovrebbero essere considerati. Poiché nel libro si tratta del regime dei torrenti e dei fiumi, il Dupuit vuole rispondere esclusivamente al quesito: il rimboschimento è il mezzo più adatto, tecnicamente ed economicamente, per rimediare al danno delle piene? Farebbe d’uopo, per rispondere affermativamente, dimostrare che esiste un legame di causa od effetto fra diboscamento e piena.

 

 

La dimostrazione può darsi sulla base dell’esperienza o su quella del ragionamento.

 

 

L’insegnamento della esperienza sarebbe valido se si possedessero dati rigorosamente raccolti per secoli intorno alle variazioni del livello dei fiumi in epoche diversamente caratterizzate dalla estensione dei boschi: all’epoca della conquista romana della Gallia (l’A. si occupa della Francia), durante l’impero romano, nel medio evo e nell’epoca moderna. Siccome non possediamo dati i quali siano neppur lontanamente bastevoli, così l’esperienza non ci consente di giungere ad alcuna conclusione.

 

 

Il ragionamento è impostato elegantemente dal Dupuit sulla probabile frequenza delle piene massime dei torrenti e dei fiumi. La probabilità che il gitto dei dadi dia un dato numero scema col crescere del numero dei dadi. La probabilità della massima piena del fiume a valle scema col crescere del numero degli affluenti e coll’allungarsi del loro percorso. Le piccole piene a monte, dove i fiumi hanno pochi affluenti e corto percorso possono essere combattute col rimboschire i monti. A mano a mano che il fiume si allunga e cresce il numero degli affluenti, si amplia la superficie, la quale dovrebbe essere rimboschita se si volesse con tal mezzo impedire le piene, fino a raggiungere la totalità della superficie del paese. Ad un certo punto l’esigenza tecnica urta contro la necessità economica della coltura agricola e quelle sociali della popolazione. Al rimboschimento, efficace per le piccole zone del monte e dell’alto colle, conviene disposare nei fondi valle e nelle pianure le opere di sistemazione degli argini, dei ponti, dei dragaggi, delle derivazioni per irrigazione, le quali presentano un minor costo relativo e riescono di prezioso ausilio all’agricoltura che il rimboschimento, vantaggioso entro dati limiti, danneggerebbe ove fosse spinto oltre il limite della convenienza. La tesi del Dupuit è semplice, presentata in forma piana, senza affermazione di novità, come tutti i ragionamenti veramente fecondi.

 



[1]A pag. 38 nota 2; 96, nota; 112, nota; 142, nota; 165, nota 1; 186-187 dell’edizione del 1889.

[2] Dei criteri che devono informare la storia delle dottrine economiche, 1898, ristampata in Erotemi di economia, vol. I, 238.

[3] W. STANLEY JEVONS, The Theory of Political Economy4, pag. XXVIII-XXIX.

[4] Lausanne, 1874. Cfr. pag. 376-377 e 380-388. Veggansi alla quarta edizione del 1900 le corrispondenti pag. 435-436 e 444-447.

[5] Cfr. la lettera del 28 febbraio 1877 a Leon Walras e quella del 3 aprile 1878 a W.H. BREWER in Letters and Journal of W. Stanley Jevons, London, 1886, pag. 366 e 384.

[6] Cfr. per la migliore esposizione storica dell’avanzamento della teoria economica pura dopo il 1870 gli articoli che PAUL N. ROSENSTEIN – RODAN viene pubblicando col titolo Le tre tappe del progresso della teoria economica pura nella rivista «La Riforma Sociale», Torino, 1933.

[7] L. WALRAS, Élements1, pag. 387-388; e Élements4, pag. 446-447.

Torna su