Il voto per la collaborazione

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 14/01/1922

Il voto per la collaborazione

«Corriere della Sera», 14 gennaio 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 515-518

 

 

 

Le interpretazioni che si possono dare al voto dei dirigenti della Confederazione generale del lavoro sono diverse, come differenti possono essere gli auspici che se ne possono ricavare. La Confederazione vuol chiaramente e risolutamente spingere il gruppo parlamentare socialista ad «appoggiare quel governo, il quale dia garanzia di ripristino delle elementari libertà e dell’attuazione di un programma che contenga i postulati proletari di carattere più immediato». Non si tratta ancora di governare direttamente, sia pur dentro una coalizione di partiti politici uniti su pochi punti programmatici; ma di appoggiare quel governo, composto di partiti non socialisti, il quale attui alcuni punti più urgenti del programma «proletario».

 

 

Un primo significato dell’ordine del giorno è generico ed è buono: gli operai e gli organizzatori, riuniti nella Confederazione, sono stufi dell’atteggiamento puramente verbale, catastrofico, rivoluzionario del partito socialista. La perpetua attesa del millennio della rivoluzione, della rovina del capitalismo non li soddisfa più. Anche se la moratoria della Banca italiana di sconto dà modo all’«Avanti!» di pronosticare la rovina di tutte le banche e dello stato, il disfacimento delle industrie, la prossima, definitiva, ultima crisi del capitalismo, gli operai sentono che tutte queste sono chiacchiere. E giustamente gli organizzatori, per le loro funzioni pronti a sentire il polso delle moltitudini lavoratrici, fanno eco agli operai, chiedendo che il partito socialista non tenga un atteggiamento puramente negativo, non si dedichi alla contemplazione del nulla assoluto, in attesa della palingenesi universale. A ragione essi chiedono al partito socialista che si decida a far qualche cosa. Se no, pare dicano gli organizzatori, faremo noi, e daremo il nostro appoggio a quegli uomini, anche di altri partiti, i quali vogliano compiere opera efficace e utile al proletariato.

 

 

Sin qui, siamo su terreno chiaro ed anche vantaggioso agli operai ed alla collettività. Non è utile che milioni di elettori nel paese e 130 voti in parlamento siano dalla filosofia del nullismo mantenuti fuori dell’arena politica: che essi siano forze, le quali non sanno e non vogliono o non possono agire. Ed è bene che la spinta a collaborare all’azione legislativa e di governo venga, non dai dottrinari, ma dai lavoratori. Non è ancora un partito del lavoro, che in Italia forse non avremo mai; ma è un indirizzo concreto dato al partito socialista, spinto ad occuparsi di problemi concernenti gli operai. Il che è un bene, perché la vita politica è fatta di problemi concreti che di giorno in giorno bisogna risolvere. Non basta però dire: bisogna fare e collaborare. Che cosa si vuol fare ed a qual fine si offre collaborazione agli uomini di altri partiti? L’ordine del giorno specifica due punti di cui il primo è «il ripristino delle elementari libertà», le quali parole parrebbero voler dire abbreviatamente che in Italia oggi gli operai non godono più libertà di parola, di riunione, di organizzazione e di lavoro e occorre che tali «elementari» libertà siano ripristinate. Tutti gli spiriti sereni consentono a questa tesi, non socialista, ma profondamente liberale e conservatrice.

 

 

Astrazion fatta dell’insussistenza dell’affermazione generica che in Italia non esista libertà, se gli organizzatori vogliono soltanto la riaffermazione del principio pacifico della libertà, contro ai casi singoli di violazione dei diritti degli operai, verificatisi sporadicamente ad opera di qualche nucleo fascista, essi hanno causa vinta. Nei giornali medesimi del fascismo italiano si leggono appelli sempre più vibrati contro l’intemperanza di quei fascisti, i quali violano in altri quelle libertà che i fascisti sorsero a difendere per se stessi. Vogliono proprio soltanto ciò gli organizzatori, o non vogliono che il «ripristino delle elementari libertà» delle organizzazioni rosse significhi la soppressione delle analoghe elementari libertà delle organizzazioni bianche, gialle, tricolori, fasciste, e via dicendo? Come si può negare che il tempo memorando in cui le elementari libertà vigevano in favore degli affiliati alle organizzazioni rosse, era altresì il tempo per altri nefasto, in cui le stesse libertà erano ignorate e conculcate a volta a volta, per i mezzadri, o i proprietari, o i non organizzati; era il tempo in cui appalti e concessioni e fidi si facevano soltanto alle organizzazioni rosse? Vana sarebbe la pretesa della Confederazione del lavoro di dare appoggio al governo in cambio, ad esempio, di una lotta contro il fascismo. Poiché la lotta è più profonda: ed è tra lo spirito di libertà e lo spirito di sopraffazione. Spieghi la Confederazione in che cosa precisamente consista il ripristino delle libertà elementari; dimostri che tale ripristino non significa conculcamento della libertà altrui, ed essa troverà alleati disinteressati ed entusiasti anche e sovratutto fra i liberali, i quali non altro chiedono fuorché di vedere attuati i proprii ideali, lietissimi pure se ad essi non spetteranno della vittoria conseguita il merito e il vantaggio.

 

 

Il secondo punto è più misterioso, perché si limita ad invocare l’attuazione di un programma che contenga «i postulati proletari di carattere più immediato».

 

 

Quali sono questi postulati proletari più immediati? Anche a chi legga l’organo ufficiale della Confederazione, «Battaglie sindacali», è difficile farsene un’idea precisa. Andiamo da postulati ragionevoli e pratici a vaneggiamenti grossolani e perniciosi. Se è un postulato pratico, ad esempio, cercare che l’assicurazione infortuni sia emendata di taluni difetti da cui essa oggi è impedita di raggiungere interamente – in parte già li assolve egregiamente – i suoi effetti, l’azione di spinta della Confederazione del lavoro e del partito socialista può riuscire utile. Se è un postulato pratico trarre dal caos – in cui oggi giace, per mal volere di taluni datori di lavoro, per opposizione ostinata di moltissimi lavoratori, per imperfezione e complicazione e non di rado sperequazioni ed ingiustizie della legge – l’assicurazione per l’invalidità e la vecchiaia, è facile vedere che l’esperienza degli interessati operai e degli organizzatori potrà riuscire preziosa in un’opera comune di collaborazione. Se si tratta di attuare qualcuno dei noti postulati turatiani di redenzione del suolo, delle acque, delle foreste e delle miniere d’Italia, si può aver fiducia che l’entusiasmo collettivo di un partito numeroso come quello socialista e le conoscenze pratiche di taluni suoi membri operai possono servire di stimolo agli studi, agli esperimenti ed agli sforzi dei competenti in materia, e possono abbreviare di qualche anno il ciclo necessariamente lungo, anche in questi tempi moderni di velocità ultra percettibili, delle trasformazioni telluriche, agrarie ed economiche. Ma se per «postulati proletari immediati» si intendono il controllo operaio, l’inchiesta sulle industrie, l’avviamento alla pre-socializzazione, il cooperativismo universale, l’equo trattamento e simili invenzioni recenti degli organizzatori operai, allora noi pensiamo che la Confederazione non intende il suono dell’ora che volge e che ancor meno lo intenderebbero quegli uomini politici borghesi, i quali, per amore di potere, si prestassero ad accettarne l’appoggio, promettendo in cambio l’attuazione di siffatti postulati così detti immediati.

 

 

Poiché la verità si è che questi postulati non sono postulati, ma farneticazioni, non sono proletari ma antiproletari. L’avere prestato orecchio a simiglianti parole vuote, è una delle cause principali del disordine industriale presente, della disoccupazione operaia e del malessere generale. In Italia ed all’estero. Occorre far macchina indietro. Si produce poco, perché non si vende abbastanza; non si può vendere ciò che si produce ad alti costi; né produrremo a bassi costi finché non ci saremo liberati dalle varie specie di protezionismo doganale ed operaio, finché lo stato non la smetterà con la sua socializzazione, i suoi interventi, i suoi abbracciamenti disordinati e micidiali. Vorremmo sperare che la lezione delle cose fosse stata sentita dalla Confederazione del lavoro, e che questa avesse visto quanta strada le rimane ancora da fare in difesa degli interessi operai, sia pure strenuamente difesi contro i contrari interessi, ma senza ricorrere al braccio forte secolare degli interventismi statali mortiferi. Ma abbiamo gran paura che, ove riformisti, radicali e democratici abbocchino, la Confederazione sarà pronta a spingere il partito socialista ad una battaglia in favore di qualche scempio e balordo postulato «tipo controllo». E tale postulato sarà detto «proletario» e «immediato»; continuando così nella vecchia politica parolaia, astratta, profondamente contraria agli interessi operai.

 

 

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