Illuminazione o contaminazione fra storia d’idee e storia d’ambiente?

Tratto da:

Nuovi saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/07/1933

Illuminazione o contaminazione fra storia d’idee e storia d’ambiente?

«La Riforma Sociale», luglio-agosto 1933, pp. 488-490

Nuovi saggi, Einaudi, Torino, 1937, pp. 335-340

 

 

 

Amintore Fanfani: Le origini dello spirito capitalistico in Italia. Pubblicazioni della Università Cattolica del Sacro Cuore. (Un vol. di pag. 180, Vita e Pensiero, Milano, 1933. Prezzo L. 10).

 

 

Se si osserva l’atteggiamento degli uomini del duecento e di quelli dei primi decenni del trecento di fronte ai problemi della ricchezza si nota una piena aderenza di esso alla dottrina tomista. Con una espressione comprensiva si può dire che questa si incontra intorno ad un criterio principale: quello del giusto mezzo. Il concetto stesso di ricchezza, l’acquisto, l’uso di essa ne sono governati. Nella visione teocentrica del mondo la ricchezza è il mezzo al conseguimento dei fini soprannaturali; è lecita come tale e diventa un male solo quando usurpa la dignità del fine. Lecito deve esserne, perciò, anche l’acquisto, purché fatto con mezzi legittimi e ristretto al soddisfacimento dei propri bisogni. Ma quale, in concreto, sarà il mezzo di acquisto? Il lavoro. Legittimo, perciò, l’esercizio del commercio, e anche il guadagno che da esso proviene, quando si rispetti il principio del giusto prezzo. Non è legittimo, però, il guadagno ricavato dal commercio del denaro a cagione della sterilità di questo, perciò l’usura va condannata, tranne il caso che intervengano cause estrinseche: lucro cessante, danno emergente, pericolo di sorte. Il giusto mezzo regola l’uso dei beni: essi servono al soddisfacimento dei bisogni, ciò che avanza va dato ai poveri. Il risparmio che non sia contenuto entro tali limiti merita condanna. A questi principi della dottrina tomista si uniformò la condotta economica del duecento e dei primi decenni del trecento. Profitti modesti, assenza di speculazione, onestà negli affari, rispetto della regola che vieta l’usura, moderazione di vita, esercizio della carità, sono le note salienti della società di quell’epoca, ci dimostra l’A. in base ad una larga documentazione. Particolarmente degna di rilievo è, fra questa, quella relativa all’usura: non di rado l’A. si imbatte in contratti che contengono la stipulazione di un certo compenso da attribuirsi al prestatore ed egli, sempre, con una argomentazione che rivela da una parte la piena padronanza delle fonti e dall’altra un acuto spirito di ermeneutica, dimostra trattarsi non di violazioni al divieto ma di deroghe, tassativamente riconosciute, al divieto.

 

 

Il senso di equilibrio che anima tutto il lavoro si manifesta in guisa particolare a questo punto. Sarebbe assurdo, anti-storico voler provare che eccezioni a tale linea di condotta assolutamente mancarono. Perciò furti e altri delitti contro la proprietà, speculazione, abusi sul godimento dei beni, ecc., non mancarono. Tuttavia, se si pensa, ad esempio, che non di rado quegli stessi individui che si resero colpevoli delle violazioni, pentiti, facevano copiosa riparazione; quando si pensa che lo sforzo costante delle leggi era diretto ad infrenare ogni abuso; quando si considera che non solo i teologi ma altresì i laici, anche se mercanti, erano concordi nel reclamare l’ossequio ai principi, si deve ammettere che, anche in mezzo a parziali defezioni, la legge morale mantenne il suo impero sull’intimo delle coscienze.

 

 

Questa constatazione, che è fra i punti più felici della trattazione, ne è anche la chiave di volta. In base ad essa l’A. potrà più avanti constatare che, se nel quattrocento ugualmente si verificano atti di violazione e di osservanza delle norme morali, il fatto che del nuovo costume tendente ad emanciparsi da queste si tenta la giustificazione teorica e che le leggi, pur reprimendo le violazioni, non sono dettate dal pristino spirito del giusto mezzo, è indizio eloquente della mutata atmosfera morale.

 

 

Alla metà del trecento le condizioni dell’economia italiana sono mutate. Essa si trova in non lievi difficoltà. Le cause sono molteplici. Non ultima è l’acuitasi concorrenza all’interno e all’estero: condizioni favorevoli perché la rottura dell’armonia fra la vita e la morale, di cui non erano mancati esempi nell’epoca precedente, aumenti sempre più. Nell’acquisto dei beni si ricorre a qualunque mezzo, si introduce una certa razionalizzazione negli affari, si fanno inventari, rendiconti, si impiantano registri di partite commerciali e un avviamento di contabilità industriale; si pratica ogni forma di speculazione, si presta ad interesse; si falsificano atti, ecc. Insomma, la sete di ricchezza ha invaso l’economia. Non si nega che esempi di onestà negli affari, parsimonia, frugalità, carità, siano del tutto assenti nella società di quell’epoca; nonostante tutto la nota dominante è l’attaccamento alla ricchezza e, soprattutto, la brama di goderne.

 

 

È evidente che i tempi nuovi dovessero porre ai moralisti problemi nuovi. Quale fu la soluzione che gli scolastici del quattrocento diedero a questi? Quanto ai principi fondamentali essi non si discostarono dal puro tomismo; il giusto mezzo fu anche per essi la norma generale di condotta. Ma qua e là essi introdussero delle innovazioni, che rivelano la tendenza alla adeguazione della morale alla realtà economica. Il concetto di ricchezza non poteva, naturalmente, alterarsi. L’idea della ricchezza mezzo, della ricchezza avente funzione sociale si ritrova intatta in S. Bernardino, nel Gaetano, nel E. Dominici. E così è del concetto dell’acquisto della ricchezza limitato ai bisogni propri ed altrui. Ma il Gaetano fa un passo avanti e giustifica colui che si procura mezzi per adeguare il proprio stato alle proprie attitudini. Ecco introdotto – in linguaggio moderno – un elemento dinamico. Anche rispetto alla mercatura taluno si mostra particolarmente benevolo, concedendo un discreto guadagno. Per l’usura si ammette la liceità di un volontario compenso da parte del debitore al creditore non solo nel caso di lucro cessante in atto, ma anche di lucro cessante sperato. Che più? Anche la speculazione viene giustificata quando ha per movente un fine onesto e così il risparmio, quando non fu cercato come fine a se stesso ma sia indirizzato alla soddisfazione dei bisogni proprî ed altrui.

 

 

Ma è importante notare che parallelamente alla elaborazione di questi canoni di morale si elabora un nuovo patrimonio di idee mirante alla giustificazione del nuovo costume. Al capovolgimento dei valori in pratica verificatosi alla sostituzione del soprannaturale col materiale operatasi nella vita, si tende a fornire la sanzione teorica, auspice l’umanesimo, di tutto il secolo ispiratore e frutto al tempo stesso. Il più cospicuo rappresentante l’A. trova in L. B. Alberti e del pensiero di lui tratteggia le linee essenziali. Al principio del giusto mezzo si sostituisce quello della prudenza, che, tradotta in norma economica concreta, suggerisce di mantenere le spese al disotto delle entrate. I guadagni non vanno messi in relazione con le esigenze della sussistenza; si domanda un margine, un soprappiù, per conservare e migliorare il proprio stato. Sparisce l’idea di un superfluo destinato ai poveri; quel tale margine va adoperato per acquistare onori e lode.

 

 

Ed ora l’A. può in sintesi mettere a raffronto l’agire economico del duecento e quello del quattrocento. Lo spirito economico degli uomini del duecento si informò alla stretta subordinazione dell’economia alla morale cristiana; all’idea che l’umanità è una famiglia, al cui benessere ciascuno è tenuto a cooperare: all’idea che la ricchezza si acquista solo con mezzi leciti; all’idea che i beni non si possono godere oltre il bisogno. Nel quattrocento l’agire economico diventa fine a se stesso una volta proposta una data operazione economica, alla sua riuscita si adeguano i mezzi senza badare alla loro liceità. Il vicino perde la fisonomia del fratello e acquista quella del concorrente, cioè del nemico. I bisogni individuali crescono e non c’è modo di pensare ai bisogni degli altri. Il concetto individualistico della ricchezza si fa strada e domina la vita economica. Alla luce di questo contrasto l’A. fissa i concetti di spirito pre-capitalistico e di spirito capitalistico, che si incentrano intorno all’idea della ricchezza. Il pre-capitalista considera come fine della ricchezza l’aiutare l’uomo a raggiungere la beatitudine eterna. Il capitalista stacca la ricchezza dal quadro generale dei mezzi al fine supremo. Spirito capitalistico è, adunque, «quell’atteggiamento di un uomo di fronte ai problemi della ricchezza (acquisto ed uso) quando stimi questa essere solo un mezzo al soddisfacimento dei bisogni umani, non avente relazione col fine soprannaturale».

 

 

La originale visione dello spirito capitalistico, tratta dall’esame diretto delle fonti, dischiude nuovi orizzonti nella interpretazione della storia economica; e ben merita di essere messo a fianco di quelli del Burckhardt, di Max Weber, del Sombart. Pregevoli contributi l’A. reca pure riguardo a diversi problemi particolari. Basterà far cenno a quello dell’usura, rispetto al quale il F. corregge la falsa opinione, professata finanche da valorosi studiosi, che l’usura non eccessiva era permessa nel medioevo. Infine merita di essere messa in rilievo, per la importanza dei risultati cui potrebbe condurre, l’ipotesi avanzata dall’A. nelle ultime pagine dell’opera: che l’aspirazione alla vita tranquilla, che caratterizza il quattrocento, non sia stata estranea alla decadenza economica d’Italia nei secoli successivi.

 

FRANCESCO VITO

 

 

Invogliato dal riassunto, tanto efficace, del Vito ho cercato nel cumulo di libri nuovi – che ogni anno cresce e tra cui, a meno di rendersi la vita infelice, è necessario scegliere i pochissimi che si leggono, e per lo più la scelta, quando non consigliata dagli studi proprî, è dettata dal caso, – quello del Fanfani. La lettura attenta ha rinsaldata una mia vecchia impressione. Impressione di un laico, ossia di un ignorante nella materia e nei tempi specificatamente discussi dall’autore, ma non inutile ad essere messa fuori. Ecco qui un giovane fornito di buona preparazione, ossia ammaestrato a non parlare di S. Tomaso, di S. Antonino, di S. Bernardino e di Leon Battista Alberti, senza averli letti – gran qualità tra giovani ed in un paese nel quale, dopoché non s’ebbe più timore delle lievi ironiche sottolineature di Luigi Cossa, è usanza discorrere degli antichi e dei predecessori a fiuto, grossolanamente maltrattandone il pensiero, – il quale scrive buoni capitoli sulle dottrine dei tomisti e degli umanisti, se così l’Alberti può essere chiamato in contrapposizione ai primi; ed indaga con accurato esame quale diversa condotta gli scrittori consigliassero rispetto agli affari economici nel tempo corso fra il duecento ed il quattrocento. A lui pare che la condotta consigliata dai tomisti sia fondata sul criterio che la ricchezza sia mezzo a raggiungere il fine della beatitudine eterna e la dice perciò pre-capitalistica; laddove gli umanisti riguardano la ricchezza come mezzo al soddisfacimento dei bisogni terreni, e perciò consigliano una condotta che al Fanfani piace chiamare capitalistica. Ho detto altrove (in Dei concetti di liberismo economico e di borghesia, in «La Riforma Sociale» del settembre-ottobre 1928, par. 7, ed ora in Saggi, II, pag. 134 e seg.) le ragioni per cui reputo stupidi gli aggettivi “capitalistico” e “borghese” ed inadatti ad esprimere efficacemente, come si deve dalle parole qualificative, la gran mutazione, la quale trasformò la società feudale del medioevo nella società moderna. Quegli aggettivi accentuano l’aspetto materiale, inanimato, passivo (capitale) o la forma mentale dell’uomo tranquillo, contento, mediocre, sospettoso di novità, cittadino intra muros, bottegaio (borghese), aspetto e forma mentale che sono quanto si possa immaginare di più ripugnante alla sostanza del mondo economico moderno, in cui il capitale è il servo sciocco della compagnia, l’intelligenza creativa domina sulla materia bruta, ed il mediocre sedentario deve porsi al seguito di chi lo trascina senza fiato per le vie del mondo. Ma forse su questo punto degli aggettivi potrei facilmente andar d’accordo col Fanfani, ché non mi risulta egli sia particolarmente affezionato alle parole improprie, anche se ne ha fatto uso nel titolo del suo libro. Perché, ed è qui il mio vero dissenso, in questo suo buon libro – buono perché atto a suscitar riflessioni, che è la sola qualità per cui i libri vagliano – ha egli sentito il bisogno di contaminare il mondo delle idee col mondo dei fatti? Finché egli mi espone il sistema di S. Tomaso e di S. Bernardino, di Ser Lapo Mazzei e di Leon Battista Alberti, mi compiaccio, imparo e mi vien fatto di pensare che se è corretto ricostruire, come il Fanfani bellamente fa, le logiche norme imposte alla condotta degli uomini rispetto all’acquisto ed all’uso della ricchezza dalle diverse premesse della beatitudine eterna o della felicità od utilità terrena, altri, scaltrito nella tecnica economica pura odierna, potrebbe forse da quei medesimi testi ricavare un sistema di leggi teoriche sui prezzi di concorrenza e di monopolio, sui saggi di interesse, sui cambi forestieri e sui cambi a termine. Il Fanfani compiendo un’indagine pertinente alla filosofia morale, il mio immaginario economista tentando una rappresentazione economica, hanno fatto o farebbero opera utilissima alla ricostruzione delle variazioni del pensiero italiano durante un’epoca memoranda. Qual mutamento quando il Fanfani trascorre dal mondo delle idee al mondo dei fatti! Non impugno di illegittimità l’indagine. Dico solo come la lettura dei capitoli, nei quali il Fanfani vuol dimostrare che gli uomini del duecento informavano grosso modo la loro condotta economica alla regola tomistica la quale considera la ricchezza mezzo alla beatitudine eterna ed invece gli uomini del quattrocento agivano massimamente in base all’altro fondamento della ricchezza mezzo alla felicità terrestre, suscita dubbi, quesiti, negazioni. Da un lato abbiamo pensatori, i quali ragionano e sanno quel che si dicono. Dall’altro lato sfilano fatti e fatterelli scuciti relativi a singole azioni di uomini pratici, che si pentono in punto di morte del mal guadagnato per la paura dell’inferno che imbrogliano il prossimo meno o più secondo capita l’occasione, che se gela e i germogli delle uve son bruciati, alzano il prezzo del vino e si infischiano dei rimbrotti del confessore, ma se ne infischiarono nel duecento come nel quattrocento; o si leggono le solite grida dei soliti legislatori rompiscatole contro il lusso e l’usura; ovvero, ancora le consuete lodi al buon tempo antico in cui anseatici ed indigeni e turchi non guastavano le ova nel paniere ai fiorentini ed ai senesi e perciò tutti si guadagnava in Firenze e Siena, e si faceva la figura dei cuor contenti e dei generosi, ossia, secondo la terminologia inventata dai moderni, dei “pre-capitalisti”, ed i solitissimi confronti col tempo posteriore in cui c’è qualche crisi o bisogna lottare con la concorrenza ed i tempi si sono fatti duri e non si possono avere tanti riguardi ai vicini, epperciò gli uomini sono afflitti dallo spirito “capitalistico”.

 

 

Purtroppo, se è facilissimo fare dei quadri “d’ambiente”, in cui la dottrina bellamente si rispecchia nei fatti contemporanei, è difficilissimo “dimostrare” che esiste sul serio una connessione logica di causa o di effetto tra la dottrina e l’ambiente. Non nego, ripeto ancora una volta, la legittimità dell’indagine; contesto il vantaggio di fare ipotesi geniali e di additare nuove vie all’interpretazione della storia sulla falsariga di queste che rimangono pure esercitazioni scolastiche se non si disponga di un apparato di prove sistematicamente chiarite ben altrimenti largo di quello di cui oggi si disponga e non suscettivo di diverse ovvie interpretazioni. Il Fanfani, che è di buona scuola, ogni tanto si avvede che dai fatterelli scuciti non si cava nulla; e protesta di volersi limitare a Firenze ed alla Toscana. Che è forse, il limitarsi rigorosamente ad un breve momento (i tre secoli dal due al quattrocento sono lunghi e diversi) e ad un piccolo territorio, il mezzo per riuscire a capire qualcosa di quel che veramente gli uomini comuni, non i santi ed i filosofi, pensassero intorno alle ordinarie occorrenze della vita e del modo come conformassero le azioni ai pensamenti. Esistono fonti in merito? Quale è il valore rispettivo delle leggi, dei testamenti, delle scritture contabili, dei carteggi, delle novelle? Esiste un inventario di queste fonti redatto dal punto di vista del loro valore probatorio rispetto alla condotta reale tenuta dagli uomini? Naturalmente, io laico, non ho risposta da dare al quesito. Ma laico critico, mi rifiuto di accettare come probanti i quadri d’ambiente prima che una rigorosa critica abbia messo in chiaro il valore in proposito delle fonti, dalle quali si vogliono trarre nuove interpretazioni storiche.

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