Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Imposta successoria e titoli di stato

«Corriere della Sera», 28 febbraio 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 120-125

 

 

 

L’adunanza tenuta alla camera di commercio di Milano intorno alla riforma dell’imposta successoria è riuscita nettamente conclusiva per una sola parte delle sue decisioni. Quando l’assemblea ha affermato «non essere possibile né in alcun modo ammissibile che sia introdotto nel regime fiscale delle successioni il sistema delle presunzioni di attività, sia perché la tassa di successione per indole sua non può colpire se non ciò che realmente esiste e si trasmette; sia perché l’erede, persona materialmente diversa da quella del decuius, sarebbe privo di mezzi per combattere le pretese fiscali che si baserebbero su atti e comportamenti a lui estranei, sia perché detto sistema sarebbe costoso e complicato, fonte di infinite ed interminabili contestazioni e campo troppo facilmente aperto a frodi, astuzie e corruzioni», essa ha esposto verità incontrovertibili. Abbandonare la sorte delle famiglie al giudizio «presuntivo» delle commissioni amministrative è tale enormità, che basta enunciarla, per condannarla. Neppure il bolscevismo imperante nei cervelli di tanti uomini politici di marca democratica e di tanti progettisti in cerca di entrata aveva saputo inventare un’idea così diabolica. È morta e sepolta sul nascere e non se ne parli più. Il solo discorrerne incute terrore nei risparmiatori ed eccita alla dissipazione le persone più amanti dei figli e desiderose della perpetuazione della famiglia. Se una idea simile si attuasse, bisognerebbe astenersi da qualunque investimento visibile; il proprietario non potrebbe più migliorare la casa o la terra; l’industriale crescere i proprii impianti; il professionista tenere un appartamento conforme ai suoi gusti, senza che tutto ciò fosse rinfacciato ai suoi figli come indice del possesso di titoli al portatore. Che proprio nessuno ricordi Vauban e Mirabeau padre ed i loro racconti sulla sordidezza di vita a cui erano costretti i francesi per sfuggire alle «presunzioni» di ricchezza degli agenti fiscali?

 

 

Sul punto fondamentale della discussione, l’assemblea di Milano parmi tuttavia non abbia saputo affatto sciogliere il quesito. Il punto era quello della ricerca di una surrogatoria all’imposta di successione per i titoli al portatore: titoli di stato, azioni, obbligazioni, depositi bancari ecc. ecc. La proposta partiva dalla premessa che i titoli stessi sfuggono di fatto all’imposta successoria; e conchiudeva col colpirli con una surrogatoria del 5% all’anno sul loro reddito. Col 5% avrebbero dovuto essere colpiti, per semplicità, anche i titoli nominativi, esentandoli dall’attuale 15% sui dividendi, che oggi li colpisce solo quando sono titoli privati.

 

 

Contro di essa si solleva un’obbiezione formidabile ed, a parer mio, insormontabile: per quasi tutti i titoli suoi, lo stato ha promessa l’esenzione da qualsiasi imposta presente e futura. La si giri come si vuole, una trattenuta del 5%, anche decorata col nome di diritto di abbonamento alla successoria, resta una trattenuta sul titolo; e come tale viola la promessa data dallo stato. Perciò lo stato che attuasse la trattenuta farebbe gitto del suo diritto di primogenitura, che è l’onore, fonte di credito, per un miserabile piatto di lenticchie.

 

 

Invece di cercare, se esiste, qualche altra via, l’assemblea di Milano si è intestardita nel voler dimostrare che l’obbiezione non è insormontabile. Lo stato, si disse, non ha promesso ai suoi titoli l’esenzione dall’imposta successoria; e quindi ha sempre diritto di dichiararli esenti da quella specifica imposta, istituendone un’altra che ne prenda il posto. Il possessore del titolo di stato deve oggi pagare l’imposta successoria. Non si lamenterà, anzi avrà ragione di compiacersi se, invece di questa, egli sia chiamato a pagare una specie di tassa annua di abbonamento.

 

 

Tutto ciò è un puro sofisma. Sofisma nudo e crudo, da pigliarsi con le molle. Alle promesse fatte c’è una sola maniera di far fronte: osservandole lealmente, in buona fede, senza sottintesi. Lo stato ha promesso di pagare 5 lire? E cinque lire deve pagare, senza la detrazione di un centesimo. Comunque lo si chiami, trattenuta d’imposta o diritto di abbonamento surrogatorio, qualunque premessa di vantaggio si faccia balenare in compenso, il fatto resta nella sua crudità: che lo stato paga 4,75 e non 5 lire. Questo è il solo fatto che conta: il resto sono chiacchiere. Ed è un fatto terribile: oggi sono 25, domani saranno 50 centesimi e poi una lira. I pretesti non mancano. Forseché la sola imposta successoria merita di essere surrogata? Non vi è forse l’imposta patrimoniale, le cui iniquità di valutazione per certi titoli andati in fumo e le cui possibilità di frode, per i titoli al portatore, gridano vendetta al cielo? E non vi è la complementare sul reddito, sempre in vista sull’orizzonte, la quale anch’essa presterà il fianco ad occultamenti per i titoli al portatore?

 

 

Una volta rotto I’incanto dell’intangibilità delle cedole, a cui fu promessa l’esenzione, siamo sulla china che conduce all’abisso. Che non se ne preoccupino i rappresentanti delle industrie e dei commerci si capisce fino ad un certo punto; ma sono certo se ne preoccuperà invece il ministro delle finanze, oggi divenuto anche ministro del tesoro. Egli ha un bene preziosissimo da tutelare ed è il credito dello stato; e questo si tutela in una maniera sola: osservando fede ai patti convenuti.

 

 

Torno a ripetere un’osservazione già fatta: la riforma dell’imposta successoria è urgente per se stessa, perché l’attuale imposta è atroce, perché distrugge le famiglie, perché spinge alla frode e quindi distrugge la materia imponibile? Che bisogno v’è dunque di andar cercando surrogati ed imbrogli di altra specie per fare ciò che la giustizia e l’interesse medesimo dello stato impongono? Se si teme il finimondo dalla riforma, la si gradui nel tempo; si comincino a togliere le asperità maggiori, le presunzioni più folli ed oltraggiose al buon senso, le aliquote più inverosimili. Nel frattempo si curi meglio la materia imponibile. Invece di accanirsi solo sulla valutazione delle terre e delle case, e rovinare figli e parenti nell’esigere, con la minaccia di multe grottesche, l’accettazione di prezzi disumani, si spinga lo sguardo anche alle valutazioni mobiliari. Qualche esperto ragioniere all’ufficio successioni delle grandi città, perito di aziende commerciali, forse scoverebbe milioni di materia imponibile; e tanto meglio la scoverebbe quanto più le aliquote fossero tollerabili.

 

 

Quella di inventare ogni giorno un nuovo imbroglio per evitare una data frode è una vecchia mania italiana, che ha reso il sistema tributario nostro un vero vestito d’arlecchino. Se non sbaglio, di surrogatorie all’imposta di successione ne abbiamo già una. So bene, che i formalisti dicono che la tassa di negoziazione, che è, salvo errore, del 4,20 per mille sul valor capitale dei titoli mobiliari (azioni, obbligazioni, cartelle, carature) al portatore e del 2,40 per mille per i titoli nominativi, è surrogatoria della tassa di registro per i trasferimenti a titolo oneroso (compravendite); ma la verità vera è che la differenza tra il 4,20 e il 2,40 ossia l’1,80 per mille del valor capitale (corrispondente all’incirca al 3,60% all’anno su un reddito del 5%) è proprio, per i titoli al portatore, una surrogatoria dell’imposta di successione. Una surrogatoria sui generis, che non libera dall’obbligo di pagare l’imposta principale; che le società anonime vorrebbero oggi peggiorare, liberandosi dall’obbligo noioso di rimborsarla agli azionisti nominativi, con grave jattura dello scopo del tributo; ma è una surrogatoria. Che cosa ne faremo, se si istituirà la nuova, del 5% sul reddito di tutti i titoli? La aboliamo, come si vuol fare del 15% sui dividendi?

 

 

Alle inevitabili frodi, in un buon sistema tributario si provvede col sistema dei contrappesi. È indubitato che la proprietà terriera ed edilizia è assai più gravata di quella mobiliare (titoli privati, non statali) per quanto riguarda le imposte di registro e di successione. Un compenso era prima trovato nel minore peso delle imposte sui redditi (terreni e fabbricati). Ma oggi, col crescere delle sovrimposte, il compenso è svanito e colle nuove valutazioni per la patrimoniale e con la nuova imposta sui redditi agricoli, la quale dovrà forzatamente convertirsi, se non vuole acchiappare le nuvole, in una addizionale alla fondiaria riformata e con le revisioni dei fabbricati, il pendolo tributario si è bell’e spostato di nuovo a danno della terra. Non a torto gli agricoltori gridano oggi di essere sovratassati; e non a torto chiedono di non essere condotti all’ultima rovina dalle esosità indicibili dell’imposta successoria. La si riformi dunque, che è ora. La legge votata nel settembre 1920, nell’ora del panico moscovita, è una vera macchina infernale, a cui un governo ricostruttore deve impedire di scoppiare. Se si vuol prendere l’occasione per riformare razionalmente anche le varie surrogatorie esistenti sui titoli privati, si farà cosa onesta e utile anche alla finanza. Ma non è questa una buona ragione per scuotere il credito dello stato, maltrattando i titoli di stato.

 

 

Questi sono in gran parte sovratassati al di là di ogni altra specie di ricchezza. Hanno già pagato, d’un colpo e ad usura, la successoria, la patrimoniale, a cui pur sono soggetti, e la complementare futura sul reddito. L’hanno pagata con la svalutazione della moneta. Un titolo 3,50% fu pagato, anteguerra 100 e più lire oro; vale oggi 76 lire carta, il che vuol dire 19 lire oro. E poiché l’oro di adesso vale, come potenza di acquisto i tre quinti dell’oro d’anteguerra, è chiaro che 19 lire oro d’adesso valgono da 11 a 12 lire oro d’ante guerra. Ecco a che cosa si è ridotto oggi l’antico glorioso titolo da 100 lire: una dozzina di lire. Il resto, 88 lire, è stato prelevato dallo stato o per causa di stato, per far le spese della guerra. Per il consolidato 5% il prelievo è stato minore, perché l’emissione risale ad epoche in cui erasi già iniziata la svalutazione; ma è pur rilevante. Accanirsi contro titoli, come quelli di stato, che hanno pagato tutto il pagabile sotto la forma insidiosa ma realissima della svalutazione monetaria; assoggettarli ad una ritenuta, scuoterne la reputazione, sarebbe, via, una solenne ingiustizia.

 

 

Rispetto ai titoli di stato, esiste una sola maniera, antica, pacificamente riconosciuta e lodata come efficace, di diminuire l’onere dello stato: la conversione. Che cosa è un miserabile 5% trattenuto colla violenza di fronte ai ben maggiori frutti che a scadenza non lontanissima per il consolidato e più vicina per i buoni, si possono ottenere col pagare ora puntualmente i frutti e chiedere poi al libero consenso dei portatori l’adesione alla riduzione dell’interesse dal 5 al 4 1/2 o al 4%, quando il titolo giunga a scadenza o, in virtù di contratto, lo stato abbia il diritto di rimborsare il capitale? L’Italia convertì già una volta il consolidato al 3 1/2; perché dovrebbe disperare di convertirlo ancora? Perché – e finisco con la domanda che speravo l’assemblea di Milano avrebbe mosso a se stessa, per valutarla criticamente – fin d’ora lo stato non offrirebbe, come propose Luigi Luzzatti, un titolo franco da qualunque imposta, anche personale, anche successoria o patrimoniale o globale sul reddito a chi volontariamente accettasse l’offerta, dando in cambio gli attuali titoli di stato? Provi lo stato a dire: «Sono pronto a ritirare gli attuali titoli: vecchia rendita 3 1/2, nuovo consolidato 5%, nuovi e vecchi redimibili e buoni poliennali, per cui io ho promessa l’esenzione da tutte le imposte sul titolo, ma non da quelle personali (successoria, patrimoniale, globale) e a dare in cambio un nuovo titolo, franco anche da queste ultime imposte, il quale renderà il 20 od il 30% di meno». Ma sia offerta libera, sicché il portatore possa tenersi i titoli che oggi possiede o accettare il nuovo. Liberamente, a sua scelta. Ognuno sceglierà quel titolo che più gli aggrada. Chi voglia liberarsi da ogni ossessione di imposte anche personali, sceglierà il titolo a reddito netto basso. Chi preferirà pagare i tributi dovuti o correre il rischio di essere punito, se frodatore, si terrà i titoli attuali. Sarebbe un esperimento degno di uno stato forte e leale.

 

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