Imposte e circolazione

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 02/08/1921

Imposte e circolazione

«Corriere della Sera», 2 agosto 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 274-278

 

 

 

L’impressione più viva che ho ritratto dalla lettura della esposizione del ministro del tesoro è che, se il pericolo di cadere nel baratro del fallimento è stato scansato, questo corrente e quelli che seguiranno sono destinati ad essere anni di ansia continua. Già ne ha dette alcune ragioni l’on. Luzzatti: il disavanzo, annunciato in 5 miliardi, non è destinato a fermarsi lì, a causa di nuove spese, di cui il ministro non ha tenuto conto, ed a cui il governo non resiste. E se anche si fermasse sui 5 miliardi, son questi tanto piccola cosa, che non meriti di fermarcisi sopra? Uno stato non può assidersi impunemente sopra un disavanzo costante di 5 miliardi. Occorre tendere al pareggio.

 

 

Che il ministro del tesoro non abbia un programma minutamente preciso per raggiungere la meta del pareggio, non è grave colpa. L’avvenire è incerto e confuso. Tuttavia, sarebbe stato utile che il ministro avesse esposto quali sono le direttive da seguire se alla meta si vuol giungere. Anche se non si conosce la lunghezza esatta della strada da percorrere, è utile sapere quale sia la strada. Giunti ad un bivio, non è indifferente decidersi per l’una o per l’altra via. Su questa scelta, parmi che il tesoro ancora sia incerto.

 

 

Economie sì, sebbene sia difficile porle in atto.

 

 

Nuove spese no, sebbene se ne propongano per miliardi ed altre se ne annuncino in vista.

 

 

Nuove imposte no, perché inaridirebbero le fonti della produzione.

 

 

E poiché su quest’ultimo punto, il ministro del tesoro ha indubbiamente ragione, non resta che il migliore assestamento delle imposte vigenti e di quelle già decretate. Su questa via si può fare lunga strada, quando si sappia che cosa fare. È una fortuna che alla parola d’ordine di un anno fa «nuove imposte demagogiche», siasi sostituita la formula «niente imposte nuove, ma più equa ripartizione delle imposte vigenti». Ma la formula, benché più assennata, per se stessa è puro suon di parole. Finché non le si dia un contenuto preciso, non si può dire nulla dei risultati probabili ad ottenersi.

 

 

Intanto, importa subito osservare che è eccessivo l’ottimismo del ministro del tesoro, quando afferma:

 

 

«Non è dubbio che può contarsi sullo sviluppo delle entrate in seguito al riassetto non ulteriormente differibile delle fonti tributarie esistenti ed a migliori e più larghi accertamenti e si può anche presagire che, superata la crisi dell’ora presente, le entrate potranno proseguire quel movimento ascensionale che costantemente hanno tenuto».

 

 

Qui importa fare due osservazioni di gran momento.

 

 

La prima si è che, se si vuole sul serio riordinare le imposte esistenti e procedere a migliori e più larghi accertamenti, bisogna rassegnarsi ad una diminuzione temporanea del gettito tributario. Se si vuole che le entrate effettive salgano da 12,6 miliardi di lire, quanti furono nel 1920-21, a 18 miliardi, quanti sarebbero necessari per far scomparire il disavanzo, bisogna aver ben ben chiaro in mente che bisogna freddamente essere pronti a vedere prima ribassare il gettito a 10 miliardi. Solo a questa condizione è possibile ottenere poi i 18 miliardi.

 

 

Il grande ostacolo a tutte le feconde riforme tributarie in passato fu la paura del tesoro di dovere fronteggiare una perdita immediata. Sì, bisogna distribuire equamente le imposte vigenti. Sì, bisogna far più larghi accertamenti. Così parla il ministro del tesoro e parla parole d’oro. Ma tutto questo è impossibile, è assurdo, se prima non si riforma il regolamento dell’avocazione dei profitti di guerra, se non si rimaneggia l’imposta patrimoniale, nel senso di scemarne le aliquote, se non si riducono alla metà od ai due terzi le aliquote della imposta di ricchezza mobile, della tassa sul lusso, se non si sfronda la selva selvaggia delle tasse di bello e dei dazi doganali. Accertare bene i cespiti imponibili e distribuire equamente le imposte non si può se le aliquote non sono decenti. Ed oggi le aliquote in Italia sono selvagge. Promettere accertamenti buoni e distribuzione equa mantenendo le presenti aliquote è pura ciarlataneria. Contro il terrore fiscale scritto oggi nelle leggi italiane, il contribuente si difende come può, con le unghie e coi piedi, con la frode ed il contrabbando. Ed in questa mischia disordinata e confusa, chi ci perde è lo stato. È, l’on. De Nava, disposto a ridurre le aliquote, a rinunciare sul primo momento a 2 o 3 miliardi di gettito fiscale, pur di assicurare, con i migliori accertamenti e la più equa distribuzione da lui auspicati, un crescente gettito ai suoi successori? Se si, egli si acquisterà vera gloria ed accanto a Quintino Sella, egli diventerà uno dei numi tutelari del palazzo delle finanze.

 

 

La seconda osservazione è che non appare ben chiaro nella mente del ministro il rapporto che esiste fra due speranze da lui manifestate: di cui una è quella già detta intorno al crescere futuro del gettito delle imposte, e l’altra è quella della diminuzione della circolazione cartacea. Avvertì il ministro

 

 

«che il ricorso alla circolazione è un mezzo insidioso e pericoloso e ne è un debito d’onore quello di ritirare i biglietti a mano a mano che i termini fissati per la loro restituzione vengono a maturare».

 

 

Ed aggiunse che

 

 

«in questa maniera, ricuperandosi la circolazione speciale emessa per le necessità degli approvvigionamenti dei cereali in Italia, e rientrando i biglietti emessi per compiti speciali, si può sperare in una graduale riduzione di circolazione per qualche miliardo senza onere speciale pel tesoro».

 

 

Lungi da me qualsiasi idea di critica alle riduzioni operate. Se, per fortuna, la gestione cereali volge al suo fine, sarebbe delittuoso non ritirare i biglietti che da sé rifluiscono al tesoro. Se si esaurisce un compito, per cui si erano emessi biglietti, questi debbono aver fine. Sarebbe pericolosissimo rimettersi a far funzionare il torchio dei biglietti.

 

 

Tutto ciò sta bene; ma ciò non vieta che il ministro del tesoro debba aver chiaro in mente che un rapporto esiste e di un certo genere fra le due speranze da lui espresse: di un aumento nel gettito delle imposte e di una diminuzione nella circolazione.

 

 

Queste due speranze sono, per una lunga serie di anni, contraddittorie.

 

 

Ben noto è l’incremento passato della circolazione, che qui si riassume, in milioni di lire, e tenendo conto dell’ultima cifra al 20 giugno annunciata dall’on. De Nava, ma facendo astrazione della differenza, priva di senso, fra circolazione bancaria per conto dello stato e circolazione bancaria per conto del commercio:

 

 

 

 

 

Circolazione bancaria

Circolazione di stato (biglietti da 5 e 10 lire, esclusi buoni di cassa)

 

 

 

Totale

 

 

 

Numero indice

Media primo sem. 1914

2.123,5

499

2.622,5

100

Fine dicembre 1914

2.936,0

657,2

3.593,2

137,0

Fine dicembre 1915

3.968,0

1.082,1

5.050,1

192,0

Fine dicembre 1916

5.012,4

1.317,3

6.329,7

241,3

Fine dicembre 1917

8.425,0

1.748,8

10.173,8

387,8

Fine dicembre 1918

11.753,2

2.124,1

13.877,3

529,0

Fine dicembre 1919

16.281,3

2.271,3

18.552,6

707,3

Fine dicembre 1920

19.731,6

2.269,3

22.000,9

838,9

20 giugno 1921

17.857,0

2.270

20.127

767,5

 

 

Rallegriamoci che si sia posto il fermo agli aumenti; e speriamo, anzi vogliamo con energia, che il fermo sia definitivo. Ma non dimentichiamo le conseguenze dell’aumento precedente e il punto a cui si è giunti. Le conseguenze furono, come è ben noto, che tutti i prezzi sono saliti, gonfiando a mano a mano che la carta moneta diventava abbondante. I redditi reali, in merci o in servigi, sono rimasti tali e quali, forse sono diminuiti; ma i redditi nominali, in lirette piccole, sono cresciuti da 20 a 80, forse a 100 e forse anche a 120 miliardi di lire all’anno. Su 100 miliardi di lire di reddito, i cittadini italiani possono pagare allo stato 12,6 miliardi di imposte e potrebbero pagarne anche 18; possono pagarne del pari 4 o 5 ai comuni ed alle provincie. Ma se i redditi da 100 ritornassero, non dico a 20, ma anche solo a 50 miliardi, come potrebbero sui 50 miliardi di lire prelevarne da 20 a 25 per darle a titolo di imposta allo stato ed agli enti locali? Sarebbe come dire che i 50 miliardi di lire di reddito nazionale dovrebbero essere distribuiti così: 25 miliardi ai 34 milioni di italiani agricoltori, industriali, commercianti, operai privati e loro famiglie e 25 miliardi ai 4 milioni di impiegati e creditori pubblici delle varie categorie e loro famiglie. Ciò sarebbe impossibile e, se lo si tentasse, provocherebbe la guerra civile contro coloro che vivono del provento delle imposte.

 

 

Dunque, se si vuole che lo stato incassi i suoi 18 miliardi e gli enti locali i loro 4 o 5 miliardi, è necessario che gli italiani in complesso continuino ad avere un reddito nominale di 80-100 miliardi. Ma se la circolazione cartacea diminuisse troppo, se non contenta di scendere da 22 miliardi a 19,8 discendesse a 15 e più in giù, prezzi e redditi nominali sgonfierebbero, e i contribuenti non potrebbero più pagare le imposte attuali. Non è dunque vero che le due speranze sopra accennate sono contraddittorie? e che sperare oggi una diminuzione notevole della circolazione equivale, fatalmente, a volere il fallimento dello stato? Equivale a volere tant’altre cose: la crisi economica perpetuata, la disoccupazione crescente, l’arricchimento dei redditieri fissi a danno dei percettori di redditi variabili, ecc. ecc. Oggi basti avere posto il problema ed averne tratta una sola conseguenza: che, come facile e disastrosa fu la via dell’ascesa della circolazione cartacea, dei prezzi e dei redditi nominali, così lenta, perigliosa e prudentissima deve essere la via del risanamento monetario.

 

 

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