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Prediche inutili

In quale accademia?

Prediche inutili, Einaudi, Torino, 1958, pp. 323-333

 

 

 

Parrebbe, a quel che si lesse ad occasione della polemica sull’ampliamento o la trasformazione dell’Accademia dei Lincei, che i poeti, i narratori ed in parte gli scrittori detti «di invenzione» siano presenti in prima fila in tutte le accademie del mondo. Parrebbe, cioè, che la loro inclusione nelle accademie sia un fatto generale, al quale non si conoscono esenzioni.

 

 

La questione è di fatto; e non tocca il merito della discussione; se cioè i poeti ed i prosatori debbano essere chiamati a far parte della Accademia dei Lincei od abbiano avuto ragione di essere inclusi in quella, vissuta durante il fascismo, che era detta Accademia d’Italia. Fa d’uopo, innanzi tutto affinché il quesito sia posto con precisione, ricordare che le accademie sono certi corpi i quali, costituiti una prima volta per autoselezione e riconosciuti poi dallo stato, ovvero per scelta originaria di un capo di stato, si perpetuano poi, senza eccezione veruna, per cooptazione. Può accadere che il socio nuovo cooptato, ossia scelto o chiamato dai suoi pari, che sono i soci già in carica, riceva poscia il crisma ufficiale da un decreto firmato dal capo dello stato, senza il quale la nomina non è definitiva. Può accadere, dico; ché non sempre accade, essendo ignoto, ad esempio, il crisma ufficiale governativo nelle accademie inglesi. Anche quando il crisma è necessario, esso è tuttavia meramente formale, senza ombra di contenuto; il diritto astratto del governo essendo di fatto annullato dalla consuetudine, in questo caso più potente della legge. Sicché è accaduto che talvolta le accademie restarono, per gran tempo dopo la caduta di un dato regime, durante il quale pochi o molti soci erano stati cooptati, focolai di opposizione al nuovo regime. Del che l’esempio più illustre è quello dell’Accademia di Francia, dove la maggior parte dei soci ha notoriamente idee diverse da quelle dominanti nel tempo che corre o correva.

 

 

Dove non esiste indipendenza dai governi, dove la cooptazione non è, di diritto o di fatto, pienamente libera, non esiste accademia vera e propria.

 

 

Io non so che cosa fossero le accademie sotto il regime hitleriano; sebbene sia probabile che esse abbiano potuto, sovratutto in causa della indifferenza ignorante dei nazisti, resistere bastevolmente alle influenze politiche. Non so che cosa siano e da chi siano eletti i soci nelle accademie russe, nelle quali domina una scienza detta «ufficiale»; che sono, soggetto ed aggettivo, contraddizione in termini. L’indifferenza verso le scienze e gli scienziati salva talvolta le accademie dalle ingerenze governative; e deve presumersi che Mussolini accedesse per lo più alla designazione degli accademici, quando si trattava di chimici, fisici, matematici per i quali la distinzione fra fascisti e non fascisti aveva anche allora poco costrutto. Certamente il diritto di scelta suo tra i proposti dagli accademici, toglieva valore alla scelta, potendosi presumere che, per cultori di scienze politiche e sociali e sovratutto per i poeti ed i prosatori, non fosse ignorato da lui il criterio della devozione, reale o presunta o simulata, alle ideologie fascistiche.

 

 

Fatta la quale premessa, che accademie possano essere considerate solo quelle nelle quali la cooptazione è norma assoluta, nelle quali cioè i soci nuovi sono esclusivamente scelti dai soci in carica, con scelta per legge o di fatto definitiva, pari tra pari, con uguaglianza assoluta fra tutti i soci – l’accademia è una delle pochissime aggregazioni umane nella quale vige uguaglianza assoluta – quali sono le accademie che tali si possano veramente chiamare?

 

 

Un elenco compiuto sarebbe assai lungo e insidioso; epperciò credo mi sarà data volentieri venia se l’elenco si restringerà a quelle che, nei paesi di civiltà occidentale, sono reputate universalmente le maggiori tra le accademie esistenti:

In Francia:

 

 

l’Istituto di Francia con le sue accademie:

 

 

  • 1) L’Accademia di Francia;
  • 2) L’Accademia delle scienze;
  • 3) L’Accademia delle iscrizioni e belle lettere;
  • 4) L’Accademia delle scienze morali e politiche;
  • 5) L’Accademia delle belle arti;
  • 6) L’Accademia di medicina.

 

 

In Italia:

 

 

  • 1) L’Accademia dei Lincei;
  • 2) Le accademie ora dette regionali, di cui ricordo solo le principali, sorte nei vecchi stati italiani:
    • a) L’Accademia delle scienze di Torino;
    • b) L’Istituto lombardo;
    • c) L’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti;
    • d) L’Accademia delle scienze dell’Istituto di Bologna;
    • e) L’Accademia della Crusca;
    • f) La Società nazionale di scienze lettere ed arti in Napoli, con le sue quattro accademie delle scienze fisiche, matematiche, morali e politiche, mediche e chirurgiche, di archeologia, lettere ed arti;
    • g) L’Accademia dei quaranta in Roma.

 

 

E non novero le accademie speciali, come quella dei Georgofili di Firenze o dell’agricoltura di Torino, di medicina di Roma e Torino consacrate a ricerche particolari.

 

 

In Inghilterra:

 

 

  • 1) La Royal Society, per le scienze matematiche e fisiche;
  • 2) La British Academy, per le scienze storiche e morali.

 

 

Negli Stati uniti:

 

 

  • 1) La American Philosophical Society, fondata da Beniamino Franklin in Filadelfia;
  • 2) La American Academy of Arts and Sciences, in Boston.

 

 

Per la Germania ricorderò soltanto:

 

  • l’Accademia delle scienze di Berlino.

 

 

Per l’Austria:

 

 

  • l’Accademia delle scienze di Vienna;

 

 

ma in ambi i paesi esistono accademie, di antica tradizione, simili a quelle che noi in Italia classifichiamo come regionali.

 

 

Tutte queste accademie, con una sola eccezione, non accolgono, come tali, poeti e prosatori, a non parlare dei pittori, scultori, musicisti. In Italia i pittori e scultori si raccolgono, e fanno bene, nella Accademia di San Luca e i musicisti in quella di Santa Cecilia, entrambe in Roma.

 

 

Le accademie americane, dette propriamente «società», sia le due maggiori, ricordate perché estese a tutto lo scibile, sia le altre consacrate a branche particolari della scienza – e ricordo solo, per affinità ai miei studi, la American Economic Association e la Academy of political sciences – sono, a differenza di quelle europee, associazioni «aperte» e non «a numero chiuso». I soci, pure a differenza degli accademici europei, versano una loro brava quota di associazione; e fanno eccezione solo i soci «onorari», questi scelti per cooptazione in numero ristrettissimo. Non consta che alle associazioni accademiche americane si iscrivano poeti e narratori, sia perché in generale scarsamente ansiosi di pagar quote annue, sia perché non saprebbero cosa dire in un corpo, i cui soci discutono di argomenti arcigni, come la filosofia, la storia, la chimica o la fisica nucleare.

 

 

Che cosa vuol dire la universalità della esclusione dei poeti e dei prosatori dalle accademie, con una sola eccezione? Che le accademie sono nate ed hanno durato come luogo di conversazione, di comunicazione e di discussione fra «scienziati», ossia fra uomini i quali si sono consacrati allo studio ed all’avanzamento di un certo ramo delle scienze ed essendosi fatti conoscere in uno od in parecchi di quei rami, sono stati reputati meritevoli di essere noverati tra i loro pari dai soci più anziani; non dai politici, non dai pubblicisti o dal pubblico in generale, che in qualità di politici o di pubblicisti non hanno alcun diritto a segnalare quelli che essi giudicano cultori apprezzati di scienze che essi non conoscono.

 

 

Quale è il significato della eccezione unica e nel mondo intero isolatissima, della Accademia di Francia?

 

 

Si noti che i cultori delle scienze si sono, anche in Francia, raccolti nelle loro accademie propriamente dette, le quali corrispondono alle «classi» della Accademia dei Lincei e delle altre accademie italiane e forestiere: i matematici, fisici, chimici e naturalisti nella Accademia di scienze fisiche; gli storici, archeologi, filologi nella Accademia delle iscrizioni e lettere; i giuristi ed economisti nella Accademia di scienze sociali e politiche; i medici in quella di medicina; i pittori, scultori e musicisti nella Accademia di belle arti. Né ai politici, ai militari, ai poeti, ai romanzieri, ai prosatori è venuto in mente di intrufolarsi nelle accademie scientifiche, allo scopo o al risultato di contaminarne il carattere. Ai politici, ai marescialli, ai sacerdoti, ai poeti, ai prosatori il fondatore cardinale Richelieu ha offerto l’Accademia di Francia, ossia un corpo separato ed indipendente dalle accademie scientifiche. Egli ha voluto così dare una consacrazione ufficiale alla gloria: militare, politica, artistica, letteraria. Né si può dire che gli scrittori di invenzione, siano, come si suppone generalmente ed erroneamente, tra gli altri accademici «in prima fila». I poeti ed i narratori fanno più rumore degli altri al momento della loro elezione, grazie alla pubblicità ad essi fatta sui giornali dai loro confratelli; ma sono alcuni e sia pure una minoranza notabile, fra tutti; e tutti uguali, senza distinzione di classi, senza aggiunta di soci corrispondenti o di stranieri, come è uso nelle accademie scientifiche.

 

 

Sono uomini di gran fama, sono quaranta e non più e tutti ugualmente hanno un compito specifico, che è di compilare le nuove edizioni del vocabolario della lingua francese; che è un compito diverso da quello che teneva degnamente occupata in Italia l’Accademia della Crusca, compito oggi dannosamente obliterato per ragion di spesa o per clamore di analfabeti, impazienti di vedere prolungarsi oltre i due o tre anni l’opera, necessariamente secolare, della compilazione di un vocabolario scientifico, il quale richiedeva faticose ricerche nei testi della buona lingua e conoscenza profonda della linguistica. A Parigi, poeti, narratori non hanno, per sapere quali siano le parole «d’uso» e quale ne sia il significato, maggior competenza degli ammiragli, dei marescialli, dei politici e degli scienziati. Perciò in quell’accademia esiste una classe unica di uomini reputati, a giudizio dei vecchi accademici, sommi nei loro diversissimi campi.

 

 

Un altro compito, al grande pubblico di gran lunga più noto e gradito, è il discorso, con il quale un accademico anziano saluta dapprima il nuovo venuto e questi ringrazia e tesse l’elogio di chi lo precedette nel seggio ora da lui occupato. Sono questi i grandi giorni dell’Accademia di Francia, attesi dal gran mondo; i giorni nei quali quello della Coupole è il salotto di tutta Parigi, quando qualche giornale riproduce per intero il testo di ambi i discorsi; e in quella occasione si vedono seduti, nel posto d’onore il presidente della repubblica e nel pubblico il conte di Parigi, capo della famiglia dei Borbone-Orleans, che entrambi complimentano gli oratori e rendono l’uno all’altro omaggio, al capo dello stato repubblicano e l’altro al pretendente di un regno del quale si disse: «en France il y a des royalistes, il n’y a pas des prétendants».

 

 

I discorsi sono raffinatissimi e l’elogio al morto che ha lasciato il seggio e al vivo che entra, dà, con tocchi leggeri, non di rado suono di leggiadra critica. Talun discorso entra nel novero dei classici della letteratura francese; e in questi alcuni grandi successi sta tutta l’Accademia di Francia. Il vocabolario è il lavoro di rito e di esso nessuno si occupa. Di vocabolari ve ne sono parecchi non ufficiali; e taluno è reputato migliore di quel dell’Accademia.

 

 

L’Accademia di Francia non ha potuto sottrarsi alla legge propria delle accademie; che è la scelta di pari tra pari, senza controlli e ingerenze di altre autorità; ed è accaduto perciò che, nella sovranità della loro scelta, i vivi tra i quaranta detti immortali, cooptassero talvolta uomini già soci, o passibili di diventar soci, delle altre accademie consorelle, appartenenti all’Istituto di Francia. Furono cooptati, tuttavia, come Renan, non nella loro qualità di scienziati filologi o come Pasteur, nella loro qualità di biologi; bensì come luminose illustrazioni della patria, venuti in fama così alta da sorpassare la cerchia dei cultori della loro medesima disciplina scientifica. Poteva accadere che, nella sovranità del loro diritto di scelta, i vecchi accademici, in quella come in tutte le accademie, sbagliassero, rifiutando di ammettere nel loro seno uomini che l’opinione del tempo ed i posteri stimarono primissimi; ma l’errare è proprio di tutti gli uomini e non dei soli accademici di Francia.

 

 

Alla legge propria delle accademie non ha potuto sottrarsi una compagnia la quale, sotto qualche rispetto, potrebbe essere, al paro dell’Accademia di Francia, reputata una eccezione alla regola di non ammettere poeti ed artisti nelle associazioni scientifiche; ed è l’ordine «Pour le mérite» per le scienze e le arti, aggiunto nel 1842 su proposta di Alessandro von Humboldt dal Re Federico Guglielmo IV di Prussia come Friedensklasse all’ordine militare istituito con quel titolo da Federico II. Tutti gli altri ordini cavallereschi imperiali e statali, furono aboliti in Germania dall’assemblea di Weimar. La sola Friedensklasse dell’ordine «Pour le mérite» sopravvisse; ma anch’essa destinata a morire per difetto di nuove elezioni. Fu fatta rivivere dall’attuale presidente della Repubblica federale germanica, prof. Theodor Neuss, come compagnia di 30 soci, dei quali 10 cultori di scienze filosofiche e morali, 10 di scienze fisiche e naturali e 10 di lettere ed arti.

 

 

L’ordine potrebbe quasi essere considerato un’accademia perché il numero dei soci è limitato, perché i soci tedeschi in carica cooptano, senza ingerenza del governo, i nuovi soci quando si fanno posti vacanti ed i 30 soci tedeschi cooptano 30 soci stranieri e perché l’appartenenza all’ordine non importa, per quanto è a mia notizia, emolumento di sorta alcuna. Ma non è un’accademia, perché la appartenenza è meramente onorifica; perché gli onorati non hanno compiti di intervento a sedute e di collaborazione ad un’opera comune. Esso è invece reputato, per la ristrettezza del numero dei soci, primo tra gli ordini della Repubblica federale germanica.

 

 

Letterati, poeti e prosatori, possono, al paro dei politici, soldati e studiosi, aspirare a far parte di corpi come l’Accademia di Francia o come l’ordine germanico «Pour le mérite»; non possono chiedere di far parte delle classi esistenti o di una nuova classe della Accademia dei Lincei o di una ricostituita Accademia d’Italia, divisa anch’essa, come quella del tempo fascistico, in classi. Questa sarebbe una brutta contaminazione delle accademie esistenti e del loro ufficio scientifico. Laddove non è assurdo che gli scrittori di invenzione si raccolgano in una accademia a sé, con numero chiuso limitato, al pari di tutte le accademie degne del loro nome e retta con la medesima regola, che è quella, trascorso il primo momento; della libera auto-cooptazione. Tutte le accademie sono nate così, come si legge, sotto la voce «Accademia», anche nella Enciclopedia italiana; il primo nucleo essendosi formato volontariamente attorno ad alcuni uomini nel proprio campo surti a reputazione singolare, e nel caso italiano, il primo nucleo potrebbe formarsi in qualcuna delle associazioni libere degli uomini di lettere, e i promotori potrebbero chiedere poscia il crisma o bollo ufficiale dello stato, se pure, per tradizione alla quale è bene, come a tutte le tradizioni, uniformarsi, si riterrà ancora opportuno rendere allo stato cotale ossequio formale.

 

 

Non è assurdo neppure che, sorta questa e compiuto così, col nome che i soci vorranno scegliere, insieme con i Lincei, con San Luca, con Santa Cecilia e di medicina, l’elenco delle, per ora, immaginabili accademie nazionali, si voglia costituire una Accademia d’Italia. Non è neppure assurdo che, nella impazienza di soddisfare alle forse ragionevoli ambizioni di aspiranti alla immortalità, non si voglia attendere si costituisca e si accrediti l’accademia degli scrittori di invenzione e si voglia subito creare l’Accademia d’Italia. Non par difficile fare i nomi di tre o quattro rinomati o divulgati poeti o romanzieri per costituire, con qualche soldato o politico o scienziato, il primo nucleo degli accademici.

 

 

Il compito è certo assai più arduo di quello di formare un’accademia di tipo noto. Si vorrebbe invero che gli uomini, venuti in altissima fama nella politica, nelle armi, nelle lettere, nelle arti, nella medicina e nelle scienze fossero raccolti in un corpo numeratissimo di trenta o quaranta; ai quali il paese vuole tributare particolare distinzione di onori e di assegni. Essi non hanno alcuna ragione di far parte di un’accademia il cui fine è il promovimento delle scienze, la comunicazione dei risultati delle loro ricerche nei campi delle matematiche, della fisica, della chimica, della archeologia, della storia, del diritto, della economia ecc. ecc. Continuino le accademie a compiere il loro ufficio, che è di tentare di far progredire le scienze. Se si vuole onorare i grandi e per parlar solo dei morti, i Manzoni, i Leopardi, i Carducci, i Cavour, i Garibaldi, i Mazzini, i Cattaneo, i Verdi, i Canova, come quelli che onorarono il paese con le vittorie nelle armi, con le grandi cose compiute nella politica, nella poesia o nelle arti, si chiamino costoro a far parte di un corpo a sé, diverso, al pari dell’accademia fondata dal cardinale Richelieu, dalle accademie scientifiche.

 

 

I cultori delle scienze potranno essere eventualmente iscritti al nuovo corpo; ma, in qualità di studiosi non aspirano ad onori, ad assegni e ad uniformi. I cultori della scienza chiederanno solo che per la nuova Accademia d’Italia si osservi la regola essenziale, fuor della quale non esistono accademie, che è, passata la prima infornata, la quale, non esistendo ancora accademici, dovrebbe forzatamente essere delegata al capo dello stato, che la costituzione pone al di sopra delle parti politiche (ma la prima infornata dovrebbe essere limitata: ad esempio, ad una decina di immortali su quaranta), la cooptazione. Cooptazione, ossia scelta, a maggioranza speciale, dei due terzi ad esempio, operata esclusivamente dagli accademici in carica, esclusa ogni presentazione di terne a presidenti del consiglio o della repubblica.

 

 

Temo assai che i fautori odierni della inclusione dei poeti e prosatori tra gli accademici lincei, non siano entusiasti del metodo antico ed accettato, si intende accettato nelle accademie per bene, di scelta per cooptazione tra i soci in carica, che essi volontieri tacciano e le future generazioni di letterati altrettanto volontieri taccieranno di antiquati e superati; e temo altresì che essi ambiscano a vedere attribuiti ai nuovi accademici titoli, assegni, uniformi, da cui i colleghi scienziati sinora onoratamente si sono tenuti lontani.

 

 

Temo assai che, nonostante gli onori (il titolo di eccellenza è stato abolito sul serio per legge vigente e bisognerà inventarne un altro, diverso da quello di eminenza, ancora riservato, più di un secolo dopo che nei Promessi sposi se ne era vaticinata una maggior larghezza d’uso, ai cardinali; ed io propongo quello di «signore», che mezzo secolo fa dissi il più bello fra quanti appellativi possiede la lingua italiana; e che riservato agli accademici d’Italia, sarebbe subito invidiato da chi oggi l’usa in tono spregiativo per gli avversari in polemiche futili), gli assegni, lo spadino e le patacche, la nuova Accademia sarà una non elegante contraffazione di quella francese. Non si crea in pochi anni una tradizione che in Francia ha circa tre secoli di vita; e parmi improbabile che prima di qualche lungo decennio tutta Roma corra a sentire i discorsi di ricevimento e di ringraziamento dei nuovi accademici; in che sta, come dissi, tutta la notorietà dell’Accademia francese. Occorrerà gli accademici si facciano la mano all’uso di una lingua raffinata, aerea, e fornita delle opportune spine alle rose offerte al morto ed al nuovo socio. La lingua italiana ben si presta alla bisogna; ma ci vorrà tempo perché, se non i narratori ed i poeti, i generali, gli scienziati ed i politici si adusino a fornire quelle rose di quelle spine.

 

 

Frattanto la novella accademia dovrà superare grosse prove e subire assai critiche quando procederà agli scrutini per la scelta dei nuovi accademici, in aggiunta ai pochi nominati dal capo dello stato. L’Accademia delle scienze di Torino ebbe il torto di non chiamare nel suo seno Camillo di Cavour, il quale pure aveva dato chiare prove delle sue attitudini di studioso; ma egli, se era assiduo ad alcune lezioni tenute all’università di Torino in materie economiche o giuridiche, non mostrò mai di interessarsi soverchiamente alle ricerche perseguite nelle severe stanze dell’accademia. Siamo sicuri, astrazion fatta anche dalla situazione politica del tempo, che in un’accademia di tipo come quella che taluni auspicano ora, sarebbero stati nominati i Leopardi, i Manzoni, i Foscolo o non invece colui, di cui nessuno oggi ricorda il nome, il quale, slungando il racconto della monaca di Monza, reputò se stesso assai maggiore del Manzoni; ovvero che, chiamati a scegliere tra Monaldo e Giacomo, padre e figlio, ambi Leopardi ed ambi scrittori, elettori politici o popolari non avrebbero scelto il padre? La attitudine a crear gran fama o gran rumore di fama attorno al proprio nome non era certo propria né dello schivo Manzoni né dell’aristocratico Leopardi; e non si sa perché la scelta dovrebbe cadere oggi su uomini ad essi somiglianti, se non nel genio, nel carattere. In tempi non lontani la fama di economista di Luigi Luzzati fu nel gran pubblico certo superiore a quella di Francesco Ferrara; ed anche oggi mi avvedo ogni tanto essere il nome del maggiore tra gli economisti italiani del secolo scorso scarsamente noto ai laici; e questi fanno, essi e non i dotti, le prime designazioni degli immortali.

 

 

Ove si supponga, per quasi assurdo, superato lo scoglio della prima scelta, se le nomine seguenti fossero sostanzialmente attribuite, sia coll’espediente di terne, sia coll’effettivo esercizio del diritto di rifiuto di decreto, ad un organo politico qualsisia, l’Accademia dei quaranta immortali italiani nascerebbe con il marchio indelebile della servitù. I prescelti non sarebbero accademici, ma, pur se fossero davvero sommi, sarebbero reputati servitori della parte politica al potere o del successo nell’acquistar fama divulgata anche fra i lettori di romanzi popolari e gli assidui spettatori dei concorsi di «lascia o raddoppia». Il diritto di scelta lasciato a parlamenti od a governi od a votazioni fra le moltitudini di leggitori di giornali sarebbe uno strumento di corruzione del pensiero e dell’arte. L’uniforme, divenuta livrea, sarebbe oggetto di sprezzo universale.

 

 

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